Lisa Corva

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L’amore per le tracce del tempo.

Giovedì, 7 febbraio 2019 @10:31

Qual è il legame tra i visi terribilmente ritoccati, e sfasciati, di Loredana Bertè e Patty Pravo, visti nella prima serata di Sanremo, e gli oggetti d’arte che amo, che mi scaldano a casa, nel mondo, e che ho visto nel mio ultimo viaggio ad Anversa? Apparentemente, nessuno. E invece no. Perché una delle cose che mi è rimasta più impressa dal mio incontro con Axel Vervoordt, collezionista ed esteta, è il suo discorso sul tempo, sul tempo che tocca, sfalda, segna, ma anche regala bellezza alle cose. Se succede con i tavoli, con le ciotole, con le statue, perché non accettiamo che succeda anche con le persone? Un viso devastato dal Botox, le labbra gonfie: perché? Desideravo incontrare Axel Vervoordt da quando ho visto le mostre che ha curato, anno dopo anno, a Palazzo Fortuny a Venezia, dove giustapponeva statue del neolitico e Anish Kapoor, creazioni di millenni fa e arte contemporanea. Il segno del tempo, mi ha detto. Eravamo nel suo castello, un luogo magico, dove ha raccolto cose che ha amato e che ama. Ecco il racconto del nostro incontro e della sua Anversa (che è uscito su How To Spend It Italia). Insieme, uno dei pezzi che più amo fare, un 48 Ore, piccola guida di viaggio, sempre dedicata ad Anversa, che è uscita su D di Repubblica. Molte cose che Vervoordt mi ha consigliato le ho viste, e sono finite poi nel mio vademecum! Sì, anche questa parola antica, che porta il segno del tempo. Ma me l’ha detta un’amica e mi piace.

NEL CASTELLO DI VERVOORDT
"Viaggio così tanto, che quando sono ad Anversa cerco di non uscire dal mio castello. Amo molto Kasteel ‘s-Gravenwezel, dove abito da più di trent’anni; le mura settecentesche, il grande parco, il fossato, l’orangerie, il piacere delle cinquanta stanze con la mia collezione d’arte antica e contemporanea. E una scuderia, perché vado a cavallo. Ma il mio sabato inizia molto presto, con una ciotola di mirtilli, di fragole o frutti rossi. Poi, prendo il mio cane e vado a fare una passeggiata nel parco. E dopo, mi aspetta Raio, il mio lusitano; un cavallo "barocco", da dressage. Sono figlio di un mercante di cavalli, e sono salito in sella molto piccolo, tre o quattro anni al massimo. Non ho mai smesso. Solo dopo la mia cavalcata, faccio colazione. Se è possibile, all’aperto, in qualsiasi stagione. Cose semplici: toast, avocado, e qualcosa di salato, magari pomodori appassiti in forno. Tè verde, giapponese. Mi piace molto la buona cucina; mia moglie ha anche scritto un libro di ricette, e al castello abbiamo un ottimo cuoco. Che usa, ovviamente, i prodotti dei nostri orti; e poi pesce alla griglia, ma anche piccioni e agnello. Tengo molto a una cucina golosa e sana anche a Kanaal, l’ex distilleria poco fuori Anversa, che si affaccia su un canale, e che ho ristrutturato negli ultimi anni. Lì ci sono i nostri uffici (lavoro insieme ai miei due figli), le nostre gallerie d’arte, e parte della mia collezione privata. Con un pezzo che amo moltissimo: un Anish Kapoor circolare e gigante, che avevo comprato vent’anni fa, e che qui, per caso o forse per destino, ha trovato la sua perfetta destinazione, sotto la cupola di uno degli stabili industriali dell’ex distilleria. Ma mi commuove sempre molto anche l’installazione di luce di James Turrell nella piccola cappella. A Kanaal in genere passo di sabato. Abbiamo un ottimo ristorante nei nostri uffici, ma se ho ospiti c’è un ristorante giapponese, Bistro K. Alle pareti, 320 opere d’arte di piccolo formato: regali di artisti che ho incontrato. L’arte ha indirizzato la mia vita e il mio lavoro; l’arte e la bellezza è quello che respiro. Con un particolare amore per le tracce del tempo: non a caso Artempo è stato il titolo della prima mostra che ho curato a Palazzo Fortuny a Venezia.
La sera del sabato, se possibile, ceniamo al castello, ci facciamo sorprendere dal cuoco. E dalla cantina: mi piace il buon vino, e amo molto anche i vini italiani, ad esempio le bottiglie della cantina Antinori. Se proprio devo andare in città, perché magari ho ospiti, scelgo Roji, un ottimo giapponese, o Sir Anthony Van Dijck, che è in Vlaeykensgang, nella stretta via di case medievali in centro dove andai a vivere con mia moglie, appena sposati. Quelle case, all’epoca diroccate, sono state il nostro primo investimento, il punto di partenza della nostra avventura: avevo solo 21 anni!
Shopping? Bè, se posso evito… Ma un paio di volte all’anno accompagno mia moglie a vedere le nuove collezioni di Dries Van Noten, lo stilista di Anversa, nel suo store di Modepaleis, un bell’edificio Art Nouveau. E poi c’è Granmaarkt 13, boutique più contemporanea, con un ottimo ristorante dove volendo ci si può fermare a pranzo. Mi piace anche curiosare tra i nuovi arrivi di libri d’arte, moda e architettura da Copyright. O tra le scarpe-designer di Coccodrillo.
Domenica, se c’è qualche mostra interessante vado al Mukha, il museo di arte contemporanea (la libreria, tra l’altro, è stata ridisegnata da noi). Ma le parti che più amo della città sono quelle antiche: Rubenshuis, la casa dove visse e lavorò Rubens. St Pauluskerk, la chiesa di San Paolo, e la straordinaria salita al Calvario in pietra nel giardino. Cogel-Osyley, una zona residenziale Belle Époque. Ma soprattutto il Plantin Moretus, la splendida casa-museo di Christoffer Plantin, grande tipografo del Cinquecento: per respirare un mondo, quello dei libri antichi. E infine Diva, il nuovo museo dei diamanti, dove ho curato le mie personali Wunderkammer: le Wonder Rooms (che saranno aperte fino ad aprile dell’anno prossimo). Negli oggetti che amo, le tracce e le meraviglie del tempo, sempre. E il tempo che aggiunge bellezza".

48ore ad ANVERSA

ARTE CONTEMPORANEA NELL’EX DISTILLERIA
Lui è Axel Vervoordt, mercante d’arte e collezionista, in Italia conosciuto soprattutto per le splendide mostre che ha curato a Palazzo Fortuny a Venezia, durante le Biennali. Ma è da scoprire qui ad Anversa, la sua città, a Kanaal: ovvero i suoi nuovi headquarters, dentro un’ex distilleria sul canale. Ci sono le sue gallerie, e parte della sua collezione, con uno straordinario Anish Kapoor, e James Turrell in una piccola cappella, con una poetica installazione di luce. Ci si può anche fermare a pranzo: dentro Kanaal c’è Bistro K, ristorante gourmet giapponese, con alle pareti solo opere che sono regali di artisti amici. www.kanaal.be/

DOVE DORMIRE? IL DESIGN HOTEL DENTRO UN’EX BANCA
È un trend in tutta Europa: le vecchie, monumentali sedi delle banche diventano alberghi, musei e negozi fashion. Succede anche qui ad Anversa, ed è uno dei migliori indirizzi dove dormire in città: Franq Hotel, in quella che era una banca di fine Ottocento. Arredi design; e ottime colazioni, con la bella stagione seduti fuori, nel piccolo cortile interno. hotelfranq.com

FOOD: SORPRESA, AD ANVERSA SI MANGIA BENE
Per chi pensa che nelle Fiandre non si trovi altro che cozze, pesce e patatine fritte, una sorpresa. Perché ad Anversa non sono pochi i ristoranti che usano gli ingredienti del territorio per nuove sperimentazioni. Un indirizzo gourmet in pieno centro è De Balans: www.indebalans.be. Ma è bello anche Ras, per cenare sull’acqua del porto (www.ras.today). Che cosa si beve? Birra, ovviamente. Da provare, quella macerata nel whisky. È la De Koninck locale scura, invecchiata e fermentata nelle botti del whisky.

SHOPPING CON PAUSA PRANZO
L’indirizzo è anche il nome del negozio: Granmaarkt 13. Ma è molto più di un negozio, è un progetto, questo concept store in una palazzina antica tutta bianca, che propone moda, oggetti design, profumi. Oltre all’ottimo ristorante, c’è anche, all’ultimo piano, un appartamento, un’alternativa fashion al solito b&b. Idea in più: la giovane proprietaria, Ilse Cornelissens, ha deciso di eliminare i saldi. Invece lancia, due volte all’anno, un invito ai clienti a portare in negozio i loro pezzi firmati che non indossano più. E che verranno stimati e venduti. Quasi un’idea da copiare! Nelle proposte moda, interessante Kassl Edition, linea di trench e outerwear; ogni capo è fatto a mano, resistente all’acqua al 100%, e numerato. Qui a Nord, dove sanno come affrontare il freddo. www.graanmarkt13.com/

UN TE’ TUTTO ROSA
Poltroncine di velluto rosa, tazze delicate e floreali, atmosfera ironico-kitsch per una tea-room contemporanea, e il piacere di un high tea goloso e fusion, con un tripudio di tartine e dolcetti: High Tea Domestic Cuisinette. Sophie Verbeke, che ha lavorato per anni nella moda, con Dries Van Noten, ora si è lanciata in questa nuova avventura: una panetteria-pasticceria più sala da tè, tra arredi capricciosamente "girly". www.domestic-bakkerij.be


APPUNTAMENTO CON RUBENS
Rubenshuis, imperdibile: la casa dove visse e lavorò Peter Paul Rubens, il grande pittore barocco (Wapper 9-11; rubenshuis.be). E dopo il ritorno "a casa" del suo autoritratto, appena restaurato; torna anche un grande capolavoro dalla mostra su Brueghel al Kunsthistorisches di Vienna, "Dulle Griet" di Brueghel, che "abita" in un’altra casa-museo, Mayer van den Bergh https://www.museummayervandenbergh.be Non dimenticate una visita alla chiesa di St Paulus: per i dipinti di Rubens, Van Dyck e Jordaens, ma anche perché nel giardino c’è una straordinaria Ascesa al Calvario del Settecento, con sessanta statue a grandezza naturale in pietra. St Pauluskerk è in Sint-Paulusstraat 22.

COME RESISTERE A DRIES VAN NOTEN?
O meglio, come resistere allo shopping, in questa che è la città degli Antwerp Six? Piccolo ripasso: Walter Van Beirendonck, Ann Demeulemeester, Dries Van Noten, Dirk Van Saene, Dirk Birkkembergs, Marina Yee, ovvero i sei stilisti che hanno segnato la moda dagli anni Ottanta in avanti, e che hanno studiato, insieme, ad Anversa. I fashionisti non si perderanno il flagship store di Dries Van Noten, anche perché è nel Modepaleis, un bell’edificio Art Nouveau (driesvannoten.be). O Coccodrillo, boutique di sole scarpe, tutte firmatissime, of course: coccodrillo.com

VIAGGIO NEL PASSATO, IN UNA TIPOGRAFIA DEL CINQUECENTO
Plantin Moretus è uno dei luoghi più nascosti e suggestivi di Anversa: la casa museo di un grande tipografo del Cinquecento, Christophe Plantin, che venne qui dalla Francia. Un’eredità portata avanti per secoli dalla famiglia, un viaggio nel tempo e nell’amore per i libri. www.museumplantinmoretus.be Altre info sui segreti di Anversa e le Fiandre qui: https://www.visitflanders.com/it/

DAI DIAMANTI ALLE SCULTURE NEL PARCO
Sono partite le Rooms of Wonder, mostre a tema Wunderkammer, a Diva, il museo dei diamanti: la prima è curata dal collezionista Axel Vervoordt (divaantwerp.be, fino al 28 aprile). Se il tempo è clemente, invece, bellissima la passeggiata in un museo open air, nel parco di Middelheim, tra sculture classiche e contemporanee: www.middelheimmuseum.be/ O ancora MAS, Museum aan de Stroom, notevole soprattutto per l’architettura: una rivisitazione dei grandi magazzini sul porto, in versione colorata, e con vista sulla città. Un progetto degli olandesi Neutelings Riedijk Architekten. https://www.mas.be/en

FANTASTICA ZAHA
È stata aperta nel 2016, ma la nuova sede della Port Authority, disegnata da Zaha Hadid, è diventata subito il simbolo della città. E vale la pena di andarci, anche se non è in centro ma nel porto, per godersi quello che è un vero spettacolo di architettura: bagliore accecante di diamante che cambia con la luce; e la forma, quasi una nave rovesciata su un palazzo antico (l’ex caserma dei pompieri, ricostruita dopo essere andata a fuoco). Insomma, uno dei regali della visionaria Zaha, una delle poche donne architetto a lasciare un segno nel mondo. E un modo per respirare l’atmosfera del porto: che è il secondo in Europa, dopo Rotterdam.

La vista che mi ispira.

Mercoledì, 30 gennaio 2019 @08:30

La vista che mi ispira è in realtà una delle prime domande delle interviste che faccio per How To Spend It Italia, il mensile del Sole24Ore (nell’originale inglese è The aesthete, in italiano Punto di vista). Interviste che mi divertono molto, perché si entra nel mondo creativo di una persona. Una delle risposte più affascinanti me l’ha data Marina Abramovic’, vera icona dell’arte contemporanea: "i vulcani in eruzione" (bè, cos’altro aspettarsi da lei?). Così mi sono chiesta: qual è la vista che mi ispira? Sicuramente le camere dove ho dormito in alto sui grattacieli (una spettacolare era a Tokyo, la mia prima volta a Tokyo, lo scorso aprile). Ma anche la mia camera d’albergo a Rotterdam, due settimane fa, con vista ad angolo sulle gru del porto. E poi ancora: la vista dalla mia finestra, sempre, perché è da casa che guardiamo il mondo, anche se la finestra dà su un’altra casa. E infine, la vista più importante: il mio golfo, ogni volta che metto piede in piazza Unità a Trieste.
E voi? Qual è la vista che vi ispira?


Intanto, ecco la mia intervista alla Abramovic’, uscita su How To Spend It Italia.

MARINA ABRAMOVIĆ
La vista che mi ispira Vulcani in eruzione.
I segni distintivi del mio stile Semplicità.
Per il mio stile e benessere personale mi affido a: la dottoressa Linda Lancaster, il dottor Radha Gopalan, la dottoressa Nonna Brenner, la makeup artist Jenny Kanavaros, e Tim Aylward come hair stylist.
L’ultima musica che ho scaricato "Hopelessness", della cantante britannica Anohni.
L’ultimo ristorante che mi ha colpito Un dolce, a dir la verità: la pastiera della nonna di Giuliano Argenziano, il mio collaboratore, che lui ha preparato proprio secondo la ricetta centennale di famiglia!
Un oggetto da cui non mi separerei mai I miei occhiali da lettura.
Una scoperta recente Wonderwood Eau de Parfum di Comme des Garçons.
I prodotti di bellezza a cui non rinuncio mai Dr Hauschka Rose Day Cream, una crema da giorno naturale per il viso, fatta di petali di rosa. (Ps: la uso anch'io!)
Nel mio frigo troverete sempre Acqua di cocco.
L’ultima cosa che ho aggiunto al mio guardaroba Un trench Burberry di Riccardo Tisci, stilista e amico dai tempi di Givenchy.
Le mie app preferite La mia!
La mia stanza preferita a casa La mia camera da letto.
La cosa più bella che ho portato da un viaggio Formaggio di capra da un monastero del Bhutan.
La mia icona di stile Maria Callas. Per anni ne sono stata ossessionata: ho letto tutte le sue biografie, ho ascoltato la sua voce straordinaria, l’ho guardata in film e filmati. Mi affascina la sua personalità, la sua vita, e la sua morte: un cuore spezzato.
L’ultima cosa che ho comprato e amato Una sciarpa di cachemire, di Chrome Hearts.
E quella che comprerò prossimamente Un’altra sciarpa di cachemire!
Un posto indimenticabile che ho visitato di recente Il Laos, dove ho dato vita a un progetto che si intitola "8 Lessons on Emptiness with a Happy End". Video e foto che mi stanno molto a cuore, perché ho lavorato insieme ai bambini – che lì ancora muoiono per le mine di guerra, lanciate negli anni Settanta nei bombardamenti americani e ancora disseminate nel paese.
Il regalo più bello che ho fatto di recente Una sciarpa che ho fatto a maglia per il mio compagno. Ma regalerò anche le tazze che ho creato per Illy, e forse anche il poster che ho disegnato per la Barcolana 50 di Trieste, sempre con la stessa frase-slogan: "We’re all in the same boat".
E quello che ho ricevuto Un frammento di meteorite dal pianeta Marte.
Se dovessi limitare il mio shopping a un quartiere in una sola città, sceglierei Soho, a Manhattan.
Un piacere a cui non rinuncerei mai Un pezzo di cioccolato dopo mezzanotte. Preferibilmente Peppermint Rittersport.
I libri sul comodino "The secret oral teachings in Tibetan buddist sects", di Alexandra David-Neel e Lama Yongden (Martino Fine Books); "The emissary" di Yoko Tawada (New Directions); "The encounter: Amazon Beaming", di Petru Popescu (Pushkin Press).
L’artista che collezionerei, se potessi Mark Rothko: perché guardare i suoi dipinti mi commuove sempre profondamente, fino alle lacrime.
Se non facessi quello che faccio Non potrei essere altro che un’artista!
Se non vivessi dove vivo, a New York, vivrei… Ovunque, ma nel 30esimo secolo.

Vorrei una vita di una taglia diversa (e altri pigiama-pensieri).

Martedì, 22 gennaio 2019 @07:30

Sì, vorrei una vita di taglia diversa. O almeno vorrei poter riportarla in negozio, e cambiare taglia. Più larga, più comoda, più me. L’ho pensato qualche giorno fa, dopo aver fatto il mio (unico) acquisto in saldo quest’anno, e aver capito che era troppo piccolo. L’ho riportata indietro, la micro casacca di velluto di Cos, e l’ho presa una taglia in più. Lì alla cassa, tra le luci al neon, tra tutti gli abiti fast fashion che ormai mi fanno sentire in colpa perché penso alle condizioni indicibili in cui vengono fabbricati nel sud del mondo, ho pensato che vorrei una vita così: un pochino più comoda e larga. Intanto, ecco il mio pezzo-pigiama che è uscito su Repubblica il 12 gennaio. Ispirato da varie cose: convalescenze, e il mio lavorare da casa...

Vivere in pigiama. O quasi. Tentazione ancora più forte a gennaio, quando la temperatura si avvicina allo zero, il cielo è grigio, il raffreddore e la malinconia in agguato, e ci si vorrebbe ibernare fino alla primavera. Per chi ha un badge da timbrare al mattino, la vita in pigiama è un sogno, ma in realtà l’esercito di chi non si muove da casa è in aumento: collaboratori ahimé "occasionali", freelance molto creativi e molto precari. E poi, c’è il picco dei "pigri da weekend". Una vita in letargo che in realtà è iper-connessa: laptop per lavorare o per drogarsi di Netflix, cellulare per farsi recapitare cibo con Deliveroo o qualsiasi altra app metropolitana. Lo sa bene Ottessa Moshfegh, brillante scrittrice trentenne americana, che ha scritto un romanzo quasi noir: "My year of rest and relaxation" (Jonathan Cape). Protagonista, una ragazza a Manhattan, bella, bionda, ricca. E disperata. Tanto che decide, con la complicità di una psichiatra da denuncia, di intontirsi pian piano di farmaci e non uscire più di casa. Perché ha una speranza: quando uscirà dal letargo, dopo un anno, sarà per svegliarsi a nuova vita. Il romanzo uscirà in primavera per Feltrinelli, quando anche noi (forse) saremo in risveglio. Trama balzana? Non troppo, e probabilmente ispirata dall’antologia che Ottessa ha curato per Paris Review of Books, in Italia uscita per Fandango: preziose interviste a scrittrici-mito, da Dorothy Parker a Margaret Atwood. Donne che, ça va sans dire, hanno scritto senza uscire di casa; a letto, sul divano, sul tavolo della cucina, esattamente come fa Ottessa.
Per non precipitare nell’abbruttimento di tuta e hoodie, che è quello, peraltro, che si infila la protagonista del romanzo; e per non emulare necessariamente Lena Dunham, altra trentenne anticonvenzionale, regista e attrice, che posta coraggiosamente selfie strabordanti sdraiata sul suo letto, ecco qualche idea. Anzi, quattro. Homewear, innanzitutto: la maggior parte delle catene di fast fashion, H&M o Zara, ha reparti interi di leggings e T shirt perfette per stare a casa. Il pigiama, intanto, ormai è così trendy che c’è chi lo usa per uscire. Dopo l’apripista Julian Schnabel, pittore e regista; lo sfoggia Clara Bona, architetto d’interni a Milano e simpatica icona di stile Instagram over 50 (ne abbiamo molto bisogno!). Lei l’ha scelto sartoriale, di seta e a fiori, abbinandolo ai tacchi e una vestaglia usata come cappotto (tutto comprato, mi racconta, da Del Selletto, piccolo atelier milanese). Idea numero due: a casa si sta scalzi o con le furlane, ovvero le pantofole di velluto tradizionali friulane (ora proposte anche in versione luxury, da Gallo). Per gli uomini, i più dandy ovviamente, grande revival delle "slippers" British style, sempre in velluto, con lo stemma araldico ricamato (non stiamo scherzando!). Tre: un cuscino, anzi molti cuscini. Di cotone, velluto, lino; per aggiustare la posizione sul divano, sul letto, sulla poltrona. Quattro: una coperta, anzi copertina. Se saltate la rata del mutuo la potete comprare di cachemire (io, confesso, ce l’ho: un vero lusso di cui sono grata), ma va benissimo anche il classico plaid tartan che non passa mai di moda (infatti c’è chi lo trasforma in cappotto).
Pronti per il letargo? Così equipaggiati si può resistere non un weekend, ma mesi interi, scoprendo – come raccontano le giornaliste moda più chic intervistate recentemente dal Guardian – che l’homewear preferito è essenzialmente quello più cheap, morbido e distrutto dai lavaggi. E che con un giaccone sopra ci si può anche avventurare al bar a fare colazione, senza spaventare nessuno. I più ritrosi ad entrare in letargo sono gli uomini, forse perché il loro antistress preferito è già molto casalingo: zapping, birra, tv. Non l’ideale per i selfie. L’eccezione sono ovviamente gli scrittori. Lawrence Osborne, firma Adelphi, vive a Bangkok ma scrive volentieri – e con il pigiama a righe che apparteneva a Graham Greene - nella writers retreat Santa Maddalena, in Toscana, che ospita premi Pulitzer; Edmund White se può non esce dalla vasca da bagno vintage. Un mondo migliore: un mondo in pigiama.

Scrivi ogni giorno 5 cose di cui essere grato. Comincia oggi!

Giovedì, 3 gennaio 2019 @08:22

Ecco il mio articolo sulla gratitudine, che è uscito su Repubblica sabato 29 dicembre. Gratitude Journal, da allora provo farlo anch’io: penso ogni giorno a 5 cose di cui sono davvero grata. E mi sono accorta che l’elenco è lunghissimo. Comincia con il tè nero e forte del mattino, il mio è Aislaby di Mariage Frères, una vera droga.

E se la gratitudine fosse un’app? No, non sto scherzando. Visto che tutta la nostra vita ormai si concentra nei pochi centimetri di uno smartphone, era ovvio che gli americani giurassero sul potere delle app che ci insegnano ad essere grati. E di conseguenza, come insistono gli ultimi studi, ad essere più felici, meno stressati (dice il Journal of Research in Personality), e persino a dormire meglio, (secondo il Journal of Psychosomatic Research).
Insomma, "Rewire your brain in just 5 minutes", come promette lo slogan dell’app più famosa, Gratitude Journal. Ovvero, bastano cinque minuti al giorno, per elencare 5 ragioni di gratitudine: dal profumo del caffè al mattino, a un complimento inaspettato, al mazzo di fiori comprato tornando a casa… Fatelo ogni giorno per almeno 3 settimane: basta poco per allenare il cervello a dire grazie. Funziona, il Gratitude Journal: la guru americana Oprah l’ha tenuto per più di dieci anni, e nei suoi vecchi diari non ci sono considerazioni spirituali, ma piccole cose di "semplice abbondanza": fare jogging al mattino presto vicino al mare, sedersi su una panchina al sole a mangiare una fetta di melone, e certo, questo è più difficile per noi comuni mortali, Maya Angelou che ti telefona per leggerti una sua nuova poesia.
Se ci volete provare, un suggerimento analogico: carta e penna. In un mondo ormai stancamente e violentemente digitale, fatto di troppi bip e chip, trovare il tempo per scrivere a mano è un piacere prezioso. Scrivere non solo un diario, ma anche una lettera di ringraziamento. Siamo così disabituati a farlo, che Amit Kumar, docente all’University of Texas, ha chiesto a cento persone di mettere nero su bianco una "thank you note". Per ringraziare non di un regalo, ma di un gesto, di una presenza affettuosa, di un consiglio. Per dire quanto siamo riconoscenti di quello che abbiamo ricevuto. Con risultati inaspettati, commenta il New York Times che ha raccontato l’esperimento: ci vogliono magari solo cinque minuti per scrivere un messaggio, ma l’effetto – per chi lo riceve – arriva fino a "ecstatic".
Sempre esagerati, gli americani, d’accordo. Ma forse siamo davvero così affamati di attenzione e gentilezza, in questo modo di "haters" digitali. Ed è a questo che servono, allora, carta e penna: a ritrovare la strada, come su una mappa.
Dunque sì ai biglietti scritti a mano, sì ai quaderni da infilare in borsa o in un cassetto. Sempre più belli, perché la cartoleria è il nuovo trend. Con orgoglio italiano. Il premio Pulitzer di quest’anno, Andrew Sean Greer, va in giro con una mini Moleskine sempre in tasca; e Carolyn Christov-Bakargiev, direttrice del Castello di Rivoli e una delle donne più potenti del mondo dell’arte contemporanea, ci ha raccontato che uno dei suoi piaceri shopping è comprare "cose di carta", preferibilmente Fabriano.
Carta per fermare i nostri pensieri. Scrivere per vedere nel buio. Perché, come dice la fascinosa romanziera Zadie Smith, "scrivo proprio per non vivere tutta la mia vita come una sonnambula."
E il potere della gratitudine quotidiana sta anche nell’accorgersi del bello che ci circonda. Ce lo ricorda Stefan Sagmeister, uno dei più talentuosi graphic designer al mondo, con la sua ultima mostra (fino alla fine di marzo al MAK, il Museo di arti applicate di Vienna), e con il libro appena uscito da Phaidon, intitolato semplicemente "Beauty". "Qualche anno fa, in un momento di crisi, ho preso un lungo sabbatico per capire che cosa ci rende felici. Da qui è nato il mio Happy Project (diventato poi un film e una mostra), e una consapevolezza: non sono una persona spontaneamente grata. Da allora penso di essere migliorato, anche se ho bisogno di continui "reminders". Può essere qualunque cosa ad ispirarci un senso di gratitudine, e per me è la bellezza: un lungo viaggio in treno, un dipinto del Rinascimento, entrare in una camera d’albergo". Anche per questo Sagmeister ha lanciato un invito, sul suo profilo Instagram: con l’hashtag #whybeautymatters chiede, e "riposta", le cose più belle che abbiamo mai fatto nella vita: un oggetto, una creazione grafica o d’arte. Anche questo è un esercizio, un allenamento: scoprire il potere della bellezza. Guardarsi intorno, e dentro.
Perché la gratitudine implica - sempre - un atto di consapevolezza. Devi sapere chi sei, dove sei, per capire di che cosa essere grato.


E se tu potessi tornare indietro nel tempo? Viaggio nel Novecento e un racconto di Capodanno.

Venerdì, 28 dicembre 2018 @08:48

Un viaggio all’indietro, quasi una macchina del tempo: questo è l’articolo che ho scritto per Elle, ma con una sorpresa, il racconto che Francesca Diotallevi mi ha regalato, e che qui non ho dovuto tagliare! Guardare indietro è un buon modo per andare avanti. E per dire grazie (a proposito, su Repubblica di sabato 29 dicembre, il mio ultimo articolo del 2018, che parla proprio di gratitudine!). Buon anno nuovo e coriandoli per terra a tutti.

Un viaggio all’indietro, quasi una macchina del tempo: è quello che promette M9, il nuovo museo inaugurato a Mestre. Completamente multimediale, e dedicato alla storia del Novecento italiano (www.m9digital.it). Un applauso per l’architettura: facciate multicolor di tasselli di ceramica, su progetto dello studio berlinese Sauerbruch Hutton (marito e moglie, Louisa Hutton: bene per le donne che costruiscono!). Nell’ideazione del museo sono stati coinvolti 47 storici; i materiali digitali (6.000 foto, 820 video, 400 file audio) provengono da 150 archivi. Un viaggio nel tempo: ma tu, in che punto del Novecento, in che piazza, fabbrica, casa vorresti tele-trasportarti?
L’ho chiesto a Marta Verginella, storica e accademica: "Vorrei tornare ai tempi dell’Assemblea Costituente, dal giugno 1946 a Palazzo Montecitorio, quando solo il 5,5% dei deputati non aveva il titolo di studio universitario, e si posero le basi costituzionali dell’Italia democratica e antifascista, che oggi vedo minacciata. O, sempre a Roma, nelle piazze dei cortei femministi degli anni Settanta, gonne a fiori e slogan, quando si raccoglievano le firme per la depenalizzazione dell’aborto e per la legge di iniziativa popolare sulla violenza sessuale, e si credeva che la parità tra i sessi fosse dietro l’angolo".
Ma l’ho chiesto anche a Francesca Diotallevi, l’ultima delle scrittrici che quest’anno si sono misurate con la storia (vincendo il premio Strega, a Helena Janeczek con "La ragazza con la Leica", Guanda; e il premio Campiello, a Rosella Postorino con "Le assaggiatrici", Feltrinelli). Francesca Diotallevi ha invece scritto "Dai tuoi occhi solamente" (Neri Pozza), intorno alla fotografa-mito Vivian Maier, un libro-biografia poetico, che mi è molto piaciuto. E mi ha regalato questo racconto:
"È la notte di San Silvestro del 1965, a Genova. Per terra le stelle filanti si afflosciano sui sanpietrini umidi, tra le schegge di vetro. L’aria è pervasa di risate e cori che sfumano lontani, il fiato gela tra le labbra.
Una giovane donna svolta in Via del Campo e cammina fino alla Piazza, che porta lo stesso nome. È colorata, Piazza del Campo, con le tinte accese dei palazzi intonacati, è rumorosa, gioiosa. Sedute sugli scalini davanti all’ingresso di una casa ci sono cinque ragazze che chiacchierano ad alta voce. Hanno i capelli cotonati, gli occhi bistrati di nero e le minigonne corte sulle gambe slanciate; gesticolano con ampi gesti delle mani, intente in una animata discussione. Due di loro, nel frattempo, coccolano un cagnolino, uno di quei bastardini dal pelo arruffato e gli occhi languidi. La giovane donna si avvicina, sorride. Ha una macchina fotografica appesa al collo e la solleva per mostrarla alle cinque ragazze. «Posso scattarvi una fotografia?» domanda.
Le cinque la scrutano, dapprima sospettose, poi, davanti allo sguardo aperto della sconosciuta, ai suoi capelli corti così irriverenti, al soprabito di seta lucida, mettono da parte la diffidenza.
«Ma certo, tesoro. Come vuoi che ci mettiamo? Così?» ride una di loro, scimmiottando una posa. «Siate voi stesse» risponde la giovane, sollevando la fotocamera all’altezza del volto. Davanti all’obiettivo, le cinque ragazze sembrano rilassarsi improvvisamente. Sono loro stesse fino in fondo. Cinque donne nate nel corpo sbagliato. Un corpo che hanno odiato e combattuto con ferocia, fino a scendervi a patti nella resa di un’orgogliosa emarginazione. Un corpo che stride con l’anima di ognuna di loro, che le ha portate a vivere una vita difficile, anticonvenzionale. Un corpo da maschio, sbagliato, che devono vendere per poter sopravvivere.
Il flash le illumina con i sorrisi distesi e gli occhi consapevoli di quanta sofferenza occorra per afferrare la libertà, per tenerla stretta. Belle, bellissime, e libere.
La giovane donna abbassa la macchina fotografica, ringrazia.
«Come ti chiami, dolcezza?» domanda una di loro, le labbra pitturate di rosso, lo sguardo acceso di malizia.
«Lisetta» risponde la giovane. «E tu?»
«Morena».
Si salutano, la giovane donna riprende la sua strada. È Lisetta Carmi, e verrà ricordata come una delle più talentuose fotografe italiane. Alle sue spalle Morena ricomincia a chiacchierare a ruota libera. Un giorno le sue labbra color carminio ispireranno un grande cantautore che in quella via ci passa ogni giorno. Verrà ricordata come Bocca di Rosa.
In quella piazza, quella notte di tanti anni fa, è andato in scena l’incontro tra due spiriti liberi insofferenti a regole e imposizioni. È lì che vorrei tornare".



Io, invece, vorrei tornare agli anni del Novecento in cui le mie nonne erano bambine: non so niente della loro infanzia, vorrei vedere come giocavano, toccare le loro bambole, sedermi per terra e giocare con loro.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.