Lisa Corva

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Il coraggio di non essere quello che devi. Per essere quello che sei. Infedele al destino.

Giovedì, 21 settembre 2017 @08:21

"Se non si lasciasse niente o nessuno, non ci sarebbe spazio per il nuovo. Forse ogni giorno dovrebbe prevedere almeno un’infedeltà essenziale o un tradimento necessario. Sarebbe un atto ottimista, un atto di speranza".
(Hanif Kureishi)
Il coraggio di non essere quello che devi. Per essere quello che sei. Infedele al destino.

Il mio #spillo della settimana su Gioia è questo frammento che forse già conoscete, dello scrittore anglo-pakistano Hanif Kureishi, tratto da un romanzo del 2000 che mi aveva molto colpito: "Nell’intimità" (Bompiani). L’ultima notte a casa di un uomo, un uomo che ha deciso di andarsene, lasciare la compagna, i figli, i litigi. Il racconto di una notte insonne, in cui ripensa a tutto quello che abbandona.
Ieri sera, tornando a casa, ho visto le prime foglie per terra, nell’aria ormai fredda. E ho pensato che quest’autunno ormai dietro l'angolo mi deve insegnare, ancora una volta, a lasciar andare quello che è finito, e accogliere il nuovo. Perché arriva l’autunno con tutto quello che mi piace: le foglie per terra e i viali dei parchi, le zucche arancioni al mercato, la nebbia come zucchero filato, stare in poltrona con una coperta morbida, il tè nella mia tazza preferita, candele profumate da accendere (a proposito, un'amica mi ha regalato gli incensi di Astier de Villatte, in una scatola che sembra quasi di cioccolatini: un nuovo piacere). Arriva l’autunno che è casa, gratitudine, protezione, ma anche nuovi tè da provare, nuove scritture, nuovi pensieri, nuovi viaggi anche solo dell’anima. Così voglio entrare in quest’autunno. Grata di quello che ho e che ho avuto. Ma capace di fare spazio al nuovo. Un atto di speranza.

Alla vita basta un niente per sciogliere, non vista, i nodi del nostro dolore. O delle nostre certezze.

Lunedì, 18 settembre 2017 @08:31

"Davvero non so dirti
dov’è che il niente disfa
la trama di ogni giorno,
dove, non visto, scioglie
i nodi, ad uno ad uno."
(Francesco Scarabicchi)
Alla vita basta un niente per sciogliere, non vista, i nodi del nostro dolore. O delle nostre certezze.

Il Buongiorno di oggi, che è anche il mio #spillo su Gioia, è sfilato da "Il prato bianco", uno dei piccoli libri bianchi Einaudi di poesia che mi fanno compagnia. Mi piace quella vita che scioglie i nodi del dolore, non vista. Svegliarsi un giorno e sentire che è tutto passato, attutito, ammorbidito: sciolto. Anche i nodi delle nostre certezze, certo. Perché la vita va avanti, ci porta avanti. Ci vuole liberi. Liberi da pregiudizi, paure, rancori, rimpianti. Liberi.

Parlare di notte, al buio. Le nostre anime di notte.

Martedì, 12 settembre 2017 @08:18

"Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?"

Ero molto curiosa di leggere "Le nostre anime di notte" di Kent Haruf (NN Editore), soprattutto da quando Robert Redford e Jane Fonda, protagonisti del film che ne è stato tratto, sono sfilati, ottantenni a dir poco smaglianti, sul red carpet dell’ultimo Festival di Venezia. (A proposito: il film non esce nelle sale, a quanto pare, ma si potrà vedere solo su Netflix. Dico, vi sembra giusto?). Del libro ero molto curiosa anche perché è da mesi che sento parlare di Haruf: la trilogia è bellissima, "Benedizione" il più bello, anzi no "Crepuscolo"; la città di Holt, dove tutte le storie sono ambientate, cittadina inventata ma molto reale nel nulla della provincia americana, è un nuovo luogo dell’anima… Insomma, apro finalmente il libro di Haruf. Parte bene, benissimo: l’idea di una donna, vedova, anziana, che chiede, così d’emblée, al vicino di casa, anche lui anziano, e solo, di passare ogni tanto la notte da lei, "per parlare di notte, al buio", è bellissima. Niente sesso. Ma intimità. Tenerezza. Sopravvivere a certe lunghe notti che non passano mai.
Ma poi, non so come dirlo, il libro mi ha annoiato. Certo, sembra di entrare nella solitudine americana di certi meravigliosi quadri di Edward Hopper (avete presente, le persone da sole nei diner di periferia, quand’è buio?). Ma un quadro di Hopper è più potente, più poetico: mi dice molto di più. Haruf non è riuscito a emozionarmi. La scrittura è scabra, così minimale da risultare piatta. E quello che mangiano i protagonisti? Tutti quei panini insipidi, quel ketchup? Ecco: è un libro noioso come un pasto qualsiasi in un qualsiasi pseudo mac donald, senza nessuna invenzione (e a me piacciono gli hamburger).
L’unica scena che mi è davvero rimasta impressa è quando lei, nelle notti di intimità e parole, gli racconta che, moglie trascurata e non più amata, ogni tanto passava un weekend a Denver. Prenotava in un bell’albergo, andava a cena e a teatro: da sola. E si era persino comprata degli abiti speciali, che la facessero sentire bella, diversa, per quando andava in città. Da sola, un’altra se stessa: una promessa di felicità. Una promessa non realizzata, ma forse è la promessa in sé che porta felicità? Ecco, questo mi è piaciuto molto, e spero ci sarà anche nel film con Jane Fonda: l’idea che possiamo comprare dei vestiti solo per noi, dei vestiti dove abitare, dei vestiti che ci facciano sognare. Degli abiti-tappeto volante, per viaggiare in un’altra dimensione e diventare altro da quello che siamo, anche se è solo per un weekend.

Perché forse è impossibile raccontare un amore. Solo riviverlo, mentre scrivi di te.

Giovedì, 7 settembre 2017 @08:56

"Mi è difficile descrivere una persona che da tanti anni porto impressa in me, nell’anima, come una sorta di sigillo o di marchio."
(Arundhati Roy)
Perché forse è impossibile raccontare un amore. Solo riviverlo, mentre scrivi di te.

La frase di oggi, che è anche il mio #spillo su Gioia, è tratta da "Il ministero della suprema felicità" (Guanda), il nuovo romanzo della scrittrice indiana che ci aveva commosso vent’anni fa con "Il dio delle piccole cose". Dopo tanti anni di silenzio, e di attivismo politico nella sua India arcobaleno e tempesta, ecco il nuovo libro, un continente a sé, uscito pochi mesi fa. Mi ha molto colpito questa frase: nel libro è un uomo, uno dei protagonisti, che ripensa a lei, la bella rivoluzionaria e battagliera, la donna che ha amato in silenzio per anni, che non ha più visto; la donna che porta comunque in sé come un marchio, un sigillo. Mi piace questa frase perché è vero: ci sono persone che ci portiamo dentro, impronte digitali sul cuore, un tatuaggio invisibile. Visibile solo a noi.

Se avessi saputo che era l’ultima volta che ci vedevamo, che cosa avrei fatto?

Giovedì, 31 agosto 2017 @08:07

Mentre agosto finisce, penso alle cose che finiscono. Mi chiedo se davvero cambia l’aria, in maniera impercettibile, l’ultima volta che vedi una persona e non lo sai, l’aria che si carica di elettricità nuvole e presagi, come prima di una tempesta, di un tornado. Mi chiedo se c’è qualcosa che si possa fare, che sposti di lato il destino, rimuova la profezia, allontani la fine del viaggio. Mi chiedo se c’è qualcosa che avrei potuto dire o fare quando non era ancora troppo tardi: magari solo abbracciarti, stringerti più forte sapendo che era l’ultima volta; dirti quelle parole che non ti ho mai detto, che forse non ho mai detto a voce alta. Parole che allora sembravano superflue o fuori luogo, retoriche o impacciate; oppure troppo tristi, troppo intessute di speranze, e a volte intrise di rabbia, rimorsi, rancore. (Oppure avrei dovuto alzare la voce, urlare, fare quella scenata che mi sono tenuta troppo tempo dentro; tirare fuori i fulmini, rovesciare con una mano i bicchieri e i piatti, sbattere la porta e uscire? Ho perso l’occasione di vivere come in un film di Hollywood. O tra gli dei e i semidei dell'Olimpo. Poter scagliare un fulmine...).

E sì, ci sono tanti amori perduti. Ci sono gli amori, gli amici, gli amori immaginari; e ci sono le persone che abbiamo perduto perché hanno passato per prime quel confine che toccherà anche a noi. Persone che ci hanno magari tenuto in braccio, e noi non abbiamo saputo fare lo stesso.
Ma forse - mi consolo - è impossibile. Forse viviamo solo per come sappiamo vivere, in maniera imperfetta; il tempo non si può riavvolgere, il bicchiere che sta cadendo e andando in frantumi non può essere salvato. Forse ci sarà ancora un’altra volta, un’altra occasione; magari solo in sogno. Forse l’unico modo per riscrivere le possibilità della vita è nella scrittura.

Tutto questi pensieri scritti con uno spillo, il mio ultimo spillo su Gioia, il frammento di una poesia di Julio Cortázar. Poesia che ho incontrato per caso, riscritta da un’amica (ed è tratta da "Le ragioni della collera", Edizioni Fahreneit 451). Cortázar e un #librochemiaspettava, "Rayuela - Il gioco del mondo" (Einaudi), scritto negli anni Cinquanta, letto a Goa a dicembre. Un romanzo enigmatico e potente. Ma in questa poesia, ogni riga scotta…

"E so molto bene che non ci sarai.
Non ci sarai nella strada,
non nel mormorio che sgorga di notte
dai pali che la illuminano,
neppure nel gesto di scegliere il menu,
o nel sorriso che alleggerisce il "tutto completo" delle sotterranee,
nei libri prestati e nell’arrivederci a domani.

Nei miei sogni non ci sarai,
nel destino originale delle parole,
né ci sarai in un numero di telefono,
o nel colore di un paio di guanti, di una blusa.
Mi infurierò, amor mio, e non sarà per te,
e non per te comprerò dolci,
all’angolo della strada mi fermerò,
a quell’angolo a cui non svolterai,
e dirò le parole che si dicono,
e mangerò le cose che si mangiano,
e sognerò i sogni che si sognano
e so molto bene che non ci sarai,
né qui dentro, il carcere dove ancora ti detengo,
né là fuori, in quel fiume di strade e ponti.
Non ci sarai per niente, non sarai neppure ricordo,
e quando ti penserò, penserò un pensiero
che oscuramente cerca di ricordarsi di te".

Questo è Cortázar. Ti lascio libero, amore mio - ho pensato, e ho scritto, leggendo. Ma com’è difficile lasciar libero chi abbiamo davvero amato.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.