Lisa Corva

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Tenersi addosso un pensiero prezioso, come un gioiello.

Mercoledì, 16 settembre 2020 @08:40

"I pensieri si allineano come perle in fila su una collana"
(Maria Adolfsson)
Tenersi addosso un pensiero prezioso, come un gioiello.

Ho trovato questa frase in un posto inaspettato, un giallo. È di Maria Adolfsson, e della sua poliziotta che vive su un’isola in Svezia, di cui ho appena letto la terza avventura. Mi ha colpito forse perché ogni tanto ritrovo la collana di perle che era stata di mia madre, e mi chiedo se e come usarla. Poi, stranamente, non riesco mai a indossarla. Ma i gioielli, anche se non così preziosi, e i pensieri da accarezzare e tener vicino come gioielli, sì, quelli li ho.

Ecco intanto l’intervista a Maria Adolfsson che è uscita sul Piccolo di Trieste quest’estate.

Come resistere a una poliziotta umana, troppo umana, cinquanta e dintorni, che si sveglia la mattina ubriaca dopo essere andata a letto con l’unico uomo che avrebbe dovuto evitare, ovvero il suo capo? Così abbiamo incontrato Karen nel primo giallo della svedese Maria Adolfsson, "Inganno". L’abbiamo seguita nel secondo, "Avviso di burrasca". E adesso è uscito il terzo, "Tra il diavolo e il mare" (tutti SEM Editore, con la traduzione di Stefania Forlani). Una serie che ha superato le 200mila copie solo in Svezia.
Già, non c’è niente da fare: le gialliste nordiche sono proprio brave. E Karen è davvero simpatica, nella sua ruvidezza. Ormai la conosciamo bene, anche il lutto terribile nel suo passato: il marito e il figlio ancora piccolo, morti in un incidente d’auto. Ma soprattutto ci sembra di conoscere le sue terre, una ventata d’aria fresca nella nostra calda estate. Perché Karen si muove a Doggerland, un’isola immaginaria tra Inghilterra e Scandinavia, ricalcata sui luoghi dell’autrice, sul suo Nord. E quindi ecco la casa con il pontile sul mare, e il capanno da pesca; i tetti neri di ardesia, il pizzicore del sottozero, le nevicate improvvise. Il gruppo di amici che le stanno intorno, tutti spaiati come lei. Ecco i delitti, la stazione di polizia, il pericolo, la solitudine amata e odiata. Non è una superwoman, Karen: anzi. Beve, fuma. È piena di acciacchi: un po’ l’età, un po’ gli incidenti "di servizio", quando impreca perché le fa male un ginocchio ci strappa un sorriso. Si arrabbia. Ma è leale e coraggiosa. E affronta i criminali senza paura, come nell’ultimo libro, dove una fascinosa cantante pop dai capelli di platino, Luna, arrivata a Doggerland a registrare un album, scompare…
Ma non vogliamo svelare troppo. Alla scrittrice invece abbiamo chiesto: vive davvero così, in una casa con un pontile sul mare, su un’isola del Nord? "In realtà no. Abito a Stoccolma, in pieno centro. Però, sin da bambina, passavo le estati su un’isola a nord di Stoccolma, dove la mia famiglia aveva una casa molto simile a quella dove vive Karen". Che cosa le piace della sua eroina? "Il suo non essere perfetta. È sveglia, ha un grande cuore, ma è anche irascibile, gelosa. E per questo mi sta simpatica". Come si "inventano" dei gialli, che rituali ha? "Scrivo a casa, in genere sdraiata sul mio divano. Il che alla fine mi fa venire mal di schiena, così ogni tanto provo a sedermi compostamente al tavolo. D’estate scrivo sul mio terrazzo, dove – lo so che voi italiani non potrete crederci – ho alberi di pesche, uva e una bellissima Bougainvillea. Diciamo che faccio finta di essere nel Mediterraneo… E a volte, per lavorare al mio romanzo, vado in un caffè. Mi piace il rumore di fondo della vita, voci di sconosciuti, musica che non scelgo io". I diritti dei suoi libri sono stati venduti in 15 diversi Paesi: un’emozione. "E la sola idea che in questo esatto momento qualcuno in Italia, in Brasile, o in Francia, legga un mio romanzo ed entri nel mondo che ho creato dal mio divano, mi sembra fantastica. Molti mi hanno detto che vorrebbero che Doggerland esistesse davvero, e che aspettano la prossima avventura di Karen per tornarci: non è bellissimo?". Ma a parte il suo divano, il suo posto del cuore? "Potrei essere felice in qualunque luogo con vista mare, buon cibo e buon vino! E buona compagnia. Ma confesso che ho paura di volare. Forse per questo ho inventato Doggerland, l’isola immaginaria dove posso andare quando voglio, senza spostarmi da casa". E quindi non verrà mai a Trieste? "Penso che la vostra città mi possa offrire esattamente quello che desidero: vista mare, buon cibo e buon vino. Appena riuscirò a trovare il coraggio di salire su un aereo, mi vedrete". Intanto, ci vediamo a Doggerland, la fredda, bella isola che non c’è.

Vite che sono la mia.

Lunedì, 7 settembre 2020 @08:19

"Da tempo ormai fantasticava di una vita diversa, ma mai fino a quel momento si era sentita abbastanza stufa, forte o anche abbastanza incosciente per iniziarla. Poi all’improvviso il coraggio era arrivato: tutto insieme, senza avvisare e neppure promettere che sarebbe durato a lungo".
(Eleonora Marangoni)
Vite che sono la mia.

"Dopo undici anni di matrimonio e altrettanti di moderata infelicità, qualche giorno fa la mia amica Anne ha preso coraggio e se n’è andata di casa. E’ successo tutto abbastanza in fretta perché, come ha letto Anne in un libro che non ha mai finito, le risoluzioni definitive si prendono sempre in uno stato che non è destinato a durare".
Inizia così "Rue du Vertbois", il racconto da cui ho tratto questo Buongiorno. È ambientato a Parigi ma è di una giovane scrittrice italiana, Eleonora Marangoni, e fa parte dell’antologia appena uscita "L’allegra brigata" (Neri Pozza), dove dieci scrittori, durante il lockdown, hanno provato a raccontarsi, a distanza, delle storie. Di Eleonora Marangoni sto leggendo - e la intervisterò presto – "Viceversa- Il mondo visto di spalle" (Johan & Levi), un libro davvero curioso sulle "figure di schiena" nei secoli, un viaggio tra dipinti, affreschi, fotografie, nato anche da tre foto comprate per caso, che Eleonora ha sempre tenuto nella sua camera. Una stampa in bianco e nero di una donna davanti a un’isola greca, presa in una libreria a Parigi; una cartolina trovata in un mercatino di Parma; una stampa di sfondo americano comprata su Internet. Tratto comune: le persone, sconosciute, delle foto, sono tutte riprese di schiena, non ne vediamo il volto. E un giorno Eleonora, "nell’imprevedibile nitore che i traslochi portano con sé", guardando anche la copertina del libro che sta rileggendo, i racconti di Salinger, se ne accorge: quel che la affascina è proprio che sono tutte di schiena. Da qui nasce il libro. Bello, vero? Quando gli oggetti delle nostre case ci invitano a un viaggio.

Il rumore di qualcosa che inizia.

Sabato, 29 agosto 2020 @09:01

"La vera creatività è distruttiva. Per creare qualcosa di nuovo devo rompere quello che ho, che penso e che faccio normalmente"
(Sakamoto)
Il rumore di qualcosa che inizia.

Il rumore, lo strappo di qualcosa che inizia. Il Buongiorno di oggi non viene da un libro, non dalle pagine di un poeta o di uno scrittore, ma da un’intervista sul mio giornale preferito, l’inserto cultura del weekend del Financial Times, a Ryuchi Sakamoto, il compositore giapponese. Che ha detto: "To create something is a very strange thing to do. Because I want to create something new, it means I have to break what I have, break down what I think and what I would normally do". E più avanti ripete: "True creativity is destructive". Sakamoto, che ha 68 anni, genio della musica elettronica, lo sa.

Storia di una borsa (che parla).

Mercoledì, 26 agosto 2020 @07:57

(Questo è il racconto che ho scritto per il Piccolo di Trieste quest'estate).

Non avrebbe dovuto comprarla, quella borsa. Non perché non fosse bella, intendiamoci: era morbida e buffa come la ricordava, un bauletto di Roberta di Camerino anni Settanta, con un trompe l’oeil di una cinghia finta che la attraversava tutta. Come quelle che comprava sua madre nel negozio - ora scomparso - in piazza della Borsa. No, non avrebbe dovuto comprarla perché, alla sua età (eh sì, cinquanta passati da un pezzo), uscire con una borsa vintage non è più un gioco, ma allude immediatamente all’età, quella vera, quella sulla carta d’identità. Non quella percepita, che è sempre intorno ai vent’anni, con buona pace degli specchi che incontri. Però, l’aveva comprata. Per nostalgia e perché quel giorno era in anticipo a un appuntamento, e aveva fatto un giro in una zona della città dove non andava mai, all’Arco di Riccardo. Lì, in un negozio di vintage (ma non potremmo chiamarli semplicemente abiti usati?) la guardava dalla vetrina. E Anna non aveva mai saputo resistere alle vetrine.
Ora era lì, sulla sua scrivania; il colore era bello davvero, verde e rosso, ancora perfetta. Niente da invidiare alle altre borsette che ha amato nella vita e che non si è mai potuta comprare, le Lady Dior e le Jackie di Gucci o la 2.55 di Chanel. Che sciocca, quando ancora pensava che una borsa nuova fosse un incantesimo, e potesse cambiarle la vita. Questa di Roberta di Camerino costa almeno uno zero in meno, e le mette allegria. La pulisce con un panno – sarebbe meglio dire la accarezza, come tutte le cose nuove – e si accorge che c’è una tasca interna; prima, non l’aveva vista. Una piccola tasca chiusa con una zip che sembra inceppata. C’è qualcosa dentro... Eccolo: un piccolo notes, di quelli che si usavano una volta, quando ancora non avevamo tutta la vita chiusa in un telefonino. Il notes, con una sottile matita d’argento infilata dentro, è intonso, ha ancora le pagine bianche, ma in mezzo c’è una busta. Piccola, piegata. E affrancata, con il francobollo quasi ingiallito. Una busta mai spedita. Ovvio, bisogna aprirla. Chi può resistere alle lettere, ora che non ne riceviamo più, che nella casella della posta ci sono solo cose noiose, cartelle esattoriali, multe, l’amministratore di condominio… Dentro, un biglietto. "Se stai leggendo questa lettera è perché ho finalmente trovato il coraggio di spedirtela. Sapessi quante te ne ho scritte, e stracciate. Ma stavolta ho deciso: non voglio più andare avanti così, basta. Il divorzio è legale da un anno in Italia, tu non la ami, non l’hai mai amata. Lasciala. Abbi coraggio, il coraggio che ho trovato io oggi per dirti basta. Tua, per l’ultima volta, Anna".
Anna? Come me? Dev’essere uno scherzo. Una borsa che mi parla, e porta pure il mio nome? Senti, Anna sconosciuta, beata te, pensa. Beata te perché io di lettere così non ne ricevo e non ne scrivo più a nessuno. Perché, dopo il mio patetico divorzio, c’è stata solo un’infilata di uomini pallidi e noiosi. Corteggiatori sconclusionati e riluttanti, neppure capaci di regalare un mazzo di fiori. Tutti chiusi dentro quel telefonino a scrivere sciocchezze e mandare brutte foto. Ah sì, e poi c’è Tinder, o Meetic, tutte le possibilità digitali di incontrare chi non riesce a incontrare al bar… Ma in realtà è una pessima idea, non funziona per le over 50 e soprattutto non funziona in una città dove si conoscono tutti. Anna si è iscritta lo stesso, con un nome falso, e come foto di profilo solo gli occhi (che sono ancora belli, grazie signor rimmel), ma gli uomini disponibili sono veramente disperanti. E Facebook? Ogni tanto, nelle sere in cui su Netflix non trova nulla, dà un’occhiata alle "persone che potresti conoscere" o alle richieste di amicizia di sconosciuti. E clicca sì a caso, tipo lotteria. Così si fa, le dicono le amiche più smagate, e così ha fatto. Risultato? Le arrivano, ogni tanto, proposte pseudo-amorose. Il signore (possibile che abbia la sua età? Sembra più vecchio) che vive in Puglia, suona il violoncello e le manda dei video-serenata; quello che le ha fatto il tema astrale (a caso, perché lei si è ben guardata di mettere la vera data di nascita sulla sua bacheca); quello che le mandava una poesia al giorno finché ha dovuto gentilmente "disattivarlo". Una poesia al giorno? E senza vergogna, Neruda, Lorca, Prévert, cose da liceali… Ne avevano riso, con le amiche, per una serata intera.
Già. Le amiche. Le ama e le odia insieme. L’aperitivo, il cinema, e poi con un gin tonic a commentare i messaggi di uomini improbabili, come se tutte loro fossero adolescenti di ritorno. Come se? Ma lo sono, in realtà, anche quelle con i figli sparpagliati per il mondo con l’Erasmus. La fanno ridere, certo, ancora. Soprattutto quando è la serata "consigli sentimentali". Ma all’idea che quest’estate – ancora una volta – se non vuole passare le vacanze da sola ci sono soltanto loro, o ancora peggio l’aggregarsi a coppie annoiate e litigiose, la mette di cattivo umore. Non voglio essere condannata alla compagnia delle donne, pensa. Lo pensa solo: non può dirlo a voce alta, sarebbe ingiusto. Lei delle sue amiche ha bisogno. Però è vero… Dov’è il testosterone, nella sua vita? Dove?
C’è solo lui, l’uomo dalla voce di mogano, l’uomo che vive lontano e viene a trovarla una volta al mese. Voce di mogano: perché è un uomo che vive e lavora coi legni, li chiama per nome, li sa accarezzare. Così come sa accarezzare anche lei; sa toccarla, prenderla, riprenderla. Ma, con quella sua voce di mogano, la parola che dice più spesso è no. Un uomo che non le ha mai promesso niente. Si vedono da anni, e non lo sa nessuno: è il suo segreto. No, lui non è sposato. Incise dentro il suo anello, un vecchio anello che porta sempre – è stata la prima cosa che ha notato, adora gli uomini che li portano anelli, così snob, così demodé – ci sono solo le sue iniziali. Un uomo che si basta. Un uomo che è sempre stato solo e che vuole rimanere solo. Peccato, perché è un compagno perfetto. Potrebbe essere un compagno perfetto. Ma è l’uomo del buio, l’uomo che arriva sempre quando è sera, portando regali, una bottiglia, un libro, un braccialetto; oppure portando in regalo se stesso. E quello che le fa rabbia è che i regali sono sempre giusti, come il sesso, del resto. Lui è perfetto. O quasi. Perché non vuole concedere niente di più. Mai un weekend, un viaggio, neppure un pranzo fuori. Anna si è abituata. Ha sperato, ha chiesto, ha discusso. Un giorno ha persino pianto – e poi si è arrabbiata, anche con se stessa, perché le lacrime dopo i 50 sono davvero imbarazzanti – ma voleva spiegargli che il suo sogno era semplice, banale quasi: un uomo che le porti il caffè a letto, al mattino. Almeno una volta, almeno una domenica… No, è stato tutto inutile. Prendere o lasciare. E Anna prende, finché arrivano momenti in cui vorrebbe ribaltare il tavolo, sparigliare le carte, rompere bicchieri. Mandare una lettera come questa e dire: se non hai coraggio, non farti vedere più.

Riguarda la busta: ecco il nome e l’indirizzo di un uomo del passato che non voleva decidere. Via Stuparich. Decide di andare a vedere, è vicino a casa, è una bella serata, una passeggiata non le farà male. Il Viale con i platani, via Rossetti salendo in alto, ecco via Stuparich, ecco la casa. La lettera mai spedita è in tasca. E se la imbucasse adesso? Chissà se c’è ancora quel nome sulla porta, chissà se è giusto, risvegliare fantasmi, ombre, illusioni… No, quel nome non c’è più. Quasi delusa (già si vedeva a incontrare una coppia di allegri ottuagenari), improvvisamente la riconosce: questa è la casa del glicine. Un tempo abitava qui vicino, in primavera sentiva il profumo dei fiori viola appena girato l’angolo, segnale della vicina primavera. Il glicine c’è ancora, quell’amore è ingoiato dal passato. Rimette la lettera nella tasca della borsa. Chiude la zip.

La mattina dopo va alla Bomboniera per un caffè, prima del mercato davanti alla Chiesa di Sant’Antonio. È sabato. Un altro weekend da sola, ma non vuole pensarci, meglio viziarsi, invece.

-Cocola, cossa la vol? Strucolo de pomi ‘pena fato?

Ma sì, forse…

-Gavè le letere d’amore?, le perfora l’orecchio una voce troppo vicino a lei.

Ancora lettere, pensa Anna? Ma è un incubo. Però alla fine la ordina anche lei, la lettera d’amore: specialità dimenticata della Bomboniera, solo il sabato e la domenica. Iperglicemica, tutto il dolce che nella sua vita non c’è: doppio strato di sfoglia passata nello zucchero, farcita con una crema al rhum. La spezza con le mani e non può fare a meno di pensare a quella ragazza degli anni Settanta, alla lettera mai spedita. Chissà se qui ci è mai venuta. Chissà se ha pianto, magari di rabbia, ordinando quel dolce e un caffè, aspettando un uomo che non arrivava mai.
Ecco, adesso non solo sarà ingrassata di un chilo in un nanosecondo, ma ha tutte le mani sporche e appiccicose di zucchero. E poi, quella lettera non spedita, che ossessione… È che le parole continuano a risuonarle dentro. Se Anna anni Settanta non ha mai spedito quella lettera (o magari l’ha spedita, forse questa è una brutta copia), che cosa sarà successo? Ha continuato ad aspettare che il suo uomo trovasse il coraggio, o ha stracciato quell’amore indeciso, e ha ricominciato? Da sola.

Già. Forse il punto è questo. Tu hai paura di stare da sola, le dice l’amica del liceo, l’unica che ha il coraggio di dirle cose anche spiacevoli, senza zucchero. Eppure sei capace, le ripete sempre: non hai bisogno di un amore che ti illuda. Però non voglio stare da sola, pensa Anna. Sono stufa! Che spreco, questi anni in cui potrei ancora essere amata e accarezzata. In cui ho ancora la forza di credere in un amore. E, nonostante la pelle che cede, i chili in più o in meno, il corpo che mi tradisce, le cicatrici, ho ancora voglia di spendere un patrimonio in biancheria.

Certo, lingerie. Come dimenticare? L’ultima volta che aveva comprato della biancheria, non era neppure per l’uomo dalla voce di mogano, ma per uno sconosciuto con cui aveva iniziato una corrispondenza via whatsapp. Un cliente, a dir la verità, con cui c’era del tenero. Si erano abituati a scriversi, ogni mattina un messaggio, poi le telefonate… Infine l’appuntamento: sarebbe arrivato per 24 ore, ufficialmente per discutere un contratto, da Milano. E l’aveva invitata a cena. Anna si era precipitata a comprare della biancheria preziosa, frivola, scandalosamente inutile. Perché era ancora nel camerino quando le era arrivato l’ultimo whatsapp: poteva per favore prenotare, per cena, un sushi vegano? Sushi vegano? A Trieste? Preludio di un’altra serata ridicola, in un sushi bar che ovviamente lui aveva guardato con sdegno (certo, gestito da cinesi, ma non aveva trovato di meglio), mentre lei sognava sardoni impanati in un’osteria qualsiasi. Ma proprio a lei doveva capitare un corteggiatore vegano? Che era poi pallido e insipido come il cibo che amava; l’aveva toccata con la mano molliccia e lei aveva rabbrividito. Com’è che non aveva capito tutto questo via whatsapp? La biancheria costata più della cena la guardava ancora speranzosa dal cassetto.

Non che non ci abbia provato, ad essere felice lo stesso, dice alla borsa, che è diventata la sua borsa preferita, non esce mai senza. La cinghia fake che attraversa il velluto, il verde, il rosso. Se la porta sempre dietro come se avesse dentro un oracolo, un fantasma, qualcosa da dirle… Avanti, su, che cosa vuoi che faccia? Anna è in mezzo a piazza Unità, una delle sue piazze preferite al mondo, anzi, la sua piazza preferita al mondo: una donna sola che parla con una borsa.
Sto impazzendo, pensa. Crisi ormonale in arrivo, ma forse sono solo le vacanze, il vuoto spinto della mia vita, il sentirmi in balia di me stessa e di questo stupido sogno sentimentale che vorrei solo accartocciare come una lattina usata. Allora, cara borsa, cosa vuoi che faccia?
Si ferma e tira fuori il cellulare. Inforca gli occhiali – che stress, non poter più leggere senza – cerca il nome di lui, e comincia a digitare, le parole le sa a memoria: "Se stai leggendo questa lettera è perché ho finalmente trovato il coraggio di spedirtela". Un attimo, gli scrivo davvero?, pensa Anna. Mando io questo messaggio, cinquant’anni dopo, perché forse a qualcuno doveva arrivare, perché era destino? "Sapessi quante te ne ho scritte, e stracciate. Ma stavolta ho deciso: non voglio più andare avanti così, basta."
In quel momento, lo schermo si illumina: è lui. "Sei libera domani sera"? Ecco. Sollievo. Inutile mentire, cara borsa. Sono sempre contenta, quando lui arriva. E adesso? Gli rispondo di sì, come faccio sempre perché sono una vigliacca sentimentale e perché in fondo lo amo anche a pezzetti? O è il momento di dire basta, davvero? Basta, basta… Sta per cliccare invio alla lettera mai spedita, quando arriva un altro whatsapp: "Stavolta porto anche il caffè".
E sì, Anna sorride, le sembra che la piazza le sorrida, persino la borsa le strizza l’occhio. Ci sono borse così, borse magiche. Basta avere la fortuna di trovarne una.


Estate, fame di mondo.

Lunedì, 24 agosto 2020 @08:57

"Alto eucalipto e ampia luna.
Una stella trasale nell’acqua.
Cielo bianco, argentato"
(Ghiannis Ritsos)
Estate, fame di mondo.

Per chi è partito, e chi è restato. Per chi guarda il mondo dalla finestra di un ospedale, e chi lo sogna dall’oblò di una nave. Estate è fame di mondo. Che in quest'estate Covid sentiamo ancora di più.
(Il mondo è anche quello che troviamo nelle pagine di un libro, sempre. Io, nelle pagine di Ritsos - Crocetti Editore - trovo sempre il mare della Grecia).

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.