Lisa Corva

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Un modo poetico per fare la valigia. (Non so se esiste, proviamoci).

Lunedì, 17 giugno 2019 @08:54

"Prima di un luogo c’è il suo nome. E anche

il viaggio fin là, che è un altro luogo

più discontinuo e innominabile".


(Maria do Rosario Pedreira)

Il viaggio comincia dal nome: quello del sogno, quello della destinazione.

Partire. Bello questo Buongiorno, vero? Era di una poetessa portoghese che amo molto, nella mia collezione 2013. Meno poetico, preparare la valigia. L’unico motivo per cui amo farla è perché, se ce l’ho davanti aperta e famelica, vuol dire che sto partendo. Per il resto, mi piacerebbe – a volte almeno – essere in quelle vite (e romanzi) inglesi di inizio Novecento, upstairs ovviamente, dove i bauli vengono magicamente fatti e disfatti dalle cameriere personali, arrivano in stanza prima di te, non bisogna trascinarli per i lunghi corridoi di areoporti (mi sono arresa al trolley, ma questo non cambia la pesantezza).
Il mio sogno è riuscire a partire, sempre, anche se non viaggio in aereo, con l’equivalente del bagaglio a mano. 10 chili massimo. Forse per questo mi ha affascinato scoprire che uno dei topshop che scopro e scrivo, ogni mese, per How To Spend It Italia, il mensile del Sole24Ore, aveva "ideato" la valigia perfetta. È il molto chic Bomba a Roma, in via dell’Oca. E aveva presentato "Sintesi", con una performance al Maxxi, durante la mostra Bellissima – L’Italia dell’alta moda 1945-1968. "No season wardrobe in a hand luggage", ovvero un guardaroba senza stagioni, che diventa un bagaglio a mano. 50 capi con cui creare più di 150 combinazioni, magari a strati: maglie e T-shirt peso piuma di cachemire e seta, finissime perché tessute su telai da calze, vestiti lunghi e corti, un soprabito imbottito, e una vestaglia di tulle di seta che diventa abito da sera… Peso totale? Poco più di 5 chili (a partire da 25mila euro, con variazioni "su misura"). Geniale, vero? "L’abbiamo chiamata Sintesi perché riassume un lungo studio su forme e materiali, intorno al concetto di leggerezza e movimento", mi aveva spiegato Cristina Bomba. "E l’abbiamo pensata per una donna che viaggia e lavora, pronta per passare da una colazione business, a una sera all’Opera, senza dover ritornare a casa o in albergo". Peccato per il prezzo, molto How To Spend It e quindi per me irraggiungibile.

Da lì comunque, e con qualche errore (partire per il mare con solo abitini e rabbrividire per varie serate di gelo inaspettato), ecco i miei must:
-Una pashmina. Non che io ne abbia una vera, intendiamoci, anche se la desidero molto (ma prima o poi…). Però viaggio sempre con una sciarpa lunga e morbida, che sia di cachemire o di cotone non importa. L’equivalente della coperta di Linus.
-Un paio di leggings. Non d’estate a 30 gradi, ovviamente. Ma in tutte le altre stagioni, sì. Perché se fa freddo si possono infilare strategicamente sotto i calzoni, i jeans largotti, o un abito. Io amo molto quelli di Uniqlo (che a settembre sbarca in Italia, a Milano: farò rifornimento).
-Un maglioncino sottile di cachemire: ne ho uno di blu peso-piuma che è stato un investimento, e lo adoro. E/o un piumottino: quelli di Uniqlo sono sottili e perfetti anche sotto le giacche, o da soli; occupano poco spazio; funzionano anche da cuscino in aereo; e ovviamente ci sono anche di altre marche.
-Nel beauty: Acqua di Rose Roberts, mia compagna inseparabile da sempre (per il bagaglio a mano travasata in un piccolo contenitore di Muji); profumo solido alle rose di Sabé Masson (perfetto per viaggiare: regalo di un’amica, e non ne posso più fare a meno); crema bio per il viso, alle rose anche questa, lo so, sono noiosa (Dr Hauschka); una crema per le mani (sempre alle rose, le trovo da Erbolario, ad esempio, o Bottega Verde); e un rossetto (mi piacciono molto quelli di Collistar).
-Scarpe per camminare comodamente nelle strade delle città: d’estate le Birkenstock (saranno anche brutte, ma sono comodissime, e le mie sono capricciosamente silver); in tutte le stagioni le mie inseparabili ballerine scamosciate Virreina1958; d’inverno un paio di stivaletti che se possibile non si disperino per la pioggia (requisito: devono avere la zip laterale per indossarli meglio).
-Mi sono divertita ad aggiungere gli essenziali per l’estate, in un articolo che ho scritto per il Corriere della Sera, nell’allegato Nord Est. Cos’ho scelto? Occhiali da sole ovviamente (quelli di Ottica Urbani a Venezia hanno persino le murrine incastonate dentro); un pareo che faccia anche da sciarpa (o da asciugamano, insomma un pareo multiuso); un costume, preferibilmente intero (ho trovato un brand inventato proprio da una ragazza a Venezia: l’ha chiamato Lido); un cappello di paglia…

E infine, nel mio bagaglio a mano, o preferibilmente in borsa, sempre con me:
Un libro. Una matita per sottolineare. Un piccolo notes per scrivere, annotare, ritrovare il piacere di scrivere a mano e staccarsi dalla dittatura dell’attimo (come la chiamava il filosofo Zygmunt Bauman) e del cellulare. Non lo diceva anche Oscar Wilde? "Non viaggio mai senza il mio diario. Si dovrebbe sempre avere qualcosa di sensazionale da leggere in treno". Se non altro il notes ci servirà per scrivere tutto quello che ci siamo dimenticate di mettere in valigia.

Storie di cucchiaini.

Mercoledì, 5 giugno 2019 @08:56

Oggi vorrei parlarvi di cucchiaini. Cucchiaini d’argento, per la precisione. Quelli con le cifre sopra di persone ormai dimenticate o sconosciute. Quelli che avete ereditato, o trovato nei mercatini, che portano sopra il segno di altre case e altre storie. Volevo parlarvi di cucchiaini, e stavo cercando una frase struggente di uno scrittore che a me piace molto, il newyorchese André Aciman.
Poi ho capito che in realtà non volevo dirvi nulla di struggente. Ma di pratico. Già, perché i cucchiaini d’argento, con gli anni, vanno puliti. Con qualche tecnica incredibile pulisci-argento che io non conosco. Quindi, mesi fa, sono andata a farmi consigliare un prodotto giusto, e sono tornata a casa con un liquido-con-vaschetta nel quale immergere i cucchiaini, e oplà, eccoli scintillanti. Peccato che il cilindrone sia rimasto in cucina (e in un angolo del mio cervello, tra le cose che devo fare e non faccio) per mesi. Non era mai il momento giusto di recuperare tutti i cucchiaini e mettermi all’opera… Come invidio, ma davvero, le mie amiche che puliscono casa e ne escono più felici. Penso in particolare a I., accademica e traduttrice, chic e appassionata, che quando si arrabbia per qualche tempesta nella sua vita, si mette a lucidare le maniglie d’ottone della sua bella casa milanese. (E poi accende una carta d’Eritrea per purificare aria e pensieri). Bene, io ho tutto, i cucchiaini, il liquido miracoloso, la carta d’Eritrea (anche se in realtà sono drogata dell’incenso meraviglioso di Astier de Villatte, stick fatti in Giappone, lui che avevo intervistato a Parigi). Allora com’è che il massimo gesto domestico che riesco a fare è accendere un incenso profumato? Perché pulire posate (o pavimenti, o il bagno) non mi calma e non mi tranquillizza?
In ogni caso finalmente mi sono decisa, ho tirato fuori il cilindrone, allineato le posate. Le ho fotografate, perché sono proprio belle; e una, in particolare, la uso ogni giorno. È un piccolo cucchiaio con una bella forma piena e tonda, e delle rose incise sul piccolo manico: regalo della mia cara amica A., che ha dovuto svuotare casa e cassetti di famiglia oltreoceano. Ma attenzione, non solo le istruzioni del cilindrone sono minacciose (cancerogeno! achtung!), ma il liquido lascia nell’aria un pessimo odore di uova marce.
L’ho fatto, eh. I cucchiaini sono splendenti. Ma ora vorrei trovare un metodo meno dannoso per pulire l’argento, e magari qualche trucco per convincermi che i lavori di casa sono psico-salvifici. Magari vi viene in mente qualcosa?

Comunque la frase di Aciman l’ho recuperata, è questa, ed è tratta da "Notti bianche", il suo romanzo su un innamoramento a Manhattan, poco prima di Natale quando fuori nevica, edito da Guanda. E sì, direi che sono più brava a ritagliare frasi luminose che a far risplendere l’argento.
"Le anime dimenticate, le cui elaborate iniziali erano iscritte sulle nostre posate d’argento, non avevano mai attraversato l’Atlantico, né tanto meno sentito nominare la 106esima o Straus Park, o le generazioni future che un giorno avrebbero ereditato i loro cucchiai". 


(André Aciman) 



Fame di giorni.

Martedì, 28 maggio 2019 @20:27

Finalmente Trieste: Molo Audace. Chi cammina, chi si siede sulle bitte. E chi semplicemente si siede e guarda l’orizzonte, guarda il mare.
Accanto a me ci sono due ragazze. Anzi, davanti a me: sedute proprio sul bordo del molo, a pelo d’acqua. Non si conoscono, hanno – immagino – quell’età imprecisa appena dopo i vent’anni, quando sei sul bordo della vita. Tutte e due con i capelli lunghi. Tutte e due con uno zainetto pesante, una borsa – viaggiatrici, non ragazze di questa città. Una dallo zainetto tira fuori un libro, poi un quaderno-carnet de voyages, poi una macchina fotografica. L’altra scatta dal suo telefonino. Poi entrambe si fermano, in silenzio, a guardare il mare.
Che meraviglia, penso. Stare qui a guardare l’orizzonte senza fare niente, senza mandare whatsapp, senza interferenze. Solo guardare il mare. Chi sono queste due ragazze, da dove vengono? Che cosa sognano, a cosa pensano? Un lavoro, un amore?
Ma non è importante. In questo momento siamo tutte qui. Loro, le due ragazze sconosciute. Io, che ho dentro la ragazza che ero. Guardo il mio mare, e penso forse esattamente quello che pensano loro: che ho (ancora) qualcosa da sognare e da aspettare.
Fame di giorni, come la frase dentro un libro rarefatto e malinconico che però mi è piaciuto: "Doppio vetro", di Halldóra Thoroddsen, un piccolo romanzo islandese (che arriva dal Nord, come tutti i bei libri che ci propone Iperborea). È la storia, raccontata per frammenti quasi poetici, di una "perennial", vedova, nonna, che ha ancora "fame di giorni". La sua vita è vista come attraverso un doppio vetro, quello che a Nord protegge dal freddo. E dal ghiaccio. Ma lei ha voglia di vivere, innamorarsi, creare ancora un nido. Solo per due, anche se è sull’orlo del nulla, e non del futuro. E incontra un uomo. Perché vivere, voler vivere, a qualsiasi età, è andare oltre quel doppio vetro, spalancare le finestre. Avere – ancora - fame di giorni (e notti).
Questo penso, mentre mi alzo e lascio il molo. Non ho soltanto, e sempre, un orizzonte, quest’orizzonte di mare che mi piace tanto. Ma rispetto ai miei vent’anni, ho una cosa preziosa in più, imparata per strada: la gratitudine per quello che ho avuto. E che ho.

Poesie con dentro la pioggia.

Martedì, 21 maggio 2019 @10:05

Mi sono resa conto che a volte apro, e sfoglio, il mio blog come se fosse una raccolta di poesie. Stavo cercando una poesia sulla pioggia, e invece mi è venuta incontro questa. Era un post del 2015, e i versi sono della poetessa Nina Cassian, nata in Romania nel 1924 ma scomparsa a New York, dove viveva, nel 2014; sono tratti dalla bella antologia "C’è modo e modo di sparire" (Adelphi). Perché ci sono delle poesie che hanno dentro la pioggia, anche se non la nominano mai.

"Ti avrei scritto molto tempo fa ma prima ho atteso

di essere fuori dalla solitudine

ovvero fuori da quella contrada dove gli alberi

stanno in posizione orante,

in se stessi inginocchiati, 

e i fiumi scorrono in se stessi,

essendo a un tempo corpo e anima, 

impossibili da distinguere; ho atteso

che se ne andasse anche il ragno che

con una punta d’argento si era disegnato sulla spalla

e ora eccomi pronta a dirti

che non ti amo."

(Nina Cassian)

Sulla mia spalla, un ragno d’argento: il tuo amore che non era.



Invecchiare significa non aver paura del proprio passato.

Lunedì, 13 maggio 2019 @09:51

Volevo raccontarvi molte cose, oggi. Volevo parlarvi dei vestiti di piastrelle e dei "Divorce Dumps" (delle specie di scheletrini raccogli spazzatura di un divorzio) che ho visto all’opening della Biennale Arte a Venezia (rispettivamente dell’ucraina Zhanna Kadyrova e della rumena Andra Ursuţa). Di un bookcrossing davanti a una chiesa nella piazza dell’isola di Salina, in Sicilia (e delle granite di pistacchio e caffè con panna che ordinavo ogni giorno, ovviamente). Del "jardin cubiste", uno straordinario giardino cubista progettato nel 1925 a Villa Noailles, in Francia, dove sono stata al Festival di moda di Hyères. Volevo raccontarvi tutto questo e molto altro, ma lo farò sui giornali per cui scrivo (mi leggete, mi seguite, vero? Giovedì su Elle esce il mio articolo su Hyères!).
Oggi, invece, voglio raccontarvi di una frase trovata per caso in un libro. Le frasi che segnano la strada, le frasi talismano, le frasi che ci fanno pensare.
È un piccolo romanzo, un centinaio di pagine appena: "Ventiquattro ore nella vita di una donna", di Stefan Zweig. Edizione Passigli, dettaglio importante perché è la copertina, bellissima, che forse mi ha "chiamato". Camminavo per Trieste, pochi giorni fa, e sono entrata in libreria perché cercavo qualcosa da leggere di classico, di antico, che venisse da altri mondi. Mi sono fermata proprio davanti alla copertina: il dipinto di una coppia nei colori vibranti di August Macke, il pittore espressionista tedesco di inizio Novecento, che mi piaceva tanto da ragazza. Così prendo in mano il piccolo libro, lo apro, lo sfoglio; il piacere sempre vivido della carta. E penso che non ho mai letto nulla di Zweig, uno dei grandi scrittori mitteleuropei, morto suicida in esilio, a Petropolis, in Brasile, nel 1942 (è praticamente l’unica cosa che so di lui). Apro e nella trama, sul risguardo di copertina, c’è una frase quasi al neon: "Invecchiare non significa altro che non aver più paura del proprio passato". Sarà vero? L’ho comprato, l’ho letto. Era proprio quello di cui avevo bisogno: una voce dal passato, che mi faccia pensare a me nel mio presente. Non vi racconto la storia, che è molto bella: la storia di una donna e di uno sperdimento d'amore. Ma è da allora che penso alla frase-neon. Sarà vero che invecchiare non significa altro che non aver più paura del proprio passato? Non aver più paura delle scelte fatte e quelle subite. Non aver paura di aver sbagliato, perduto, amato. Ma forse semplicemente, invecchiando, impariamo a non aver più paura della verità del passato.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.