Lisa Corva

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Abbandonati in braccio al buio, monti, m’insegnate l’attesa.

Giovedì, 9 agosto 2018 @07:00

"Abbandonati in braccio al buio, monti, m’insegnate l’attesa."
(Antonia Pozzi)
Perché, forse, l’unica cosa che si può fare mentre si aspetta è imparare ad aspettare.

Confesso di non sapere molto di Antonia Pozzi (morta suicida, giovanissima, nel 1938), tranne che è stata una delle più delicate poetesse italiane. Ma questi versi, che sono il mio #spillo della settimana su Gioia e mi sono arrivati via whatsapp da un’amica in montagna – i percorsi digitali della poesia – mi hanno fatto pensare. All’abbraccio della montagna, che non è l’abbraccio che più amo (e nonostante questo sto partendo per qualche giorno in quota – al fresco!). Ma anche al saper aspettare; anzi, al "che cosa si fa mentre si aspetta"? Si impara ad aspettare. Aspettare che cosa, mettetecelo voi…

Intanto, ecco l’articolo che è uscito sabato scorso su Repubblica. A proposito, anche qui, di attesa e desiderio.
E se il sesso fosse sopravvalutato? Pensiero molesto, di una giovane scrittrice giapponese da bestseller, Sayaka Murata, sostenuto da dati e ricerche che ci piovono addosso come temporali d’estate. Nel suo primo romanzo pubblicato in Italia - "La ragazza del convenience store", in uscita il 29 agosto per edizioni e/o - la protagonista le assomiglia molto. È una ragazza che lavora in un "konbini", uno di quei piccoli supermarket aperti 24 ore su 24 di cui è pieno il Giappone, e da quel mondo impacchettato non vuole uscire. Troppo rischioso. Poi conosce un uomo che le propone un’unione 100% casta. Neppure un bacio. E lei accetta... Nel romanzo successivo, "Dwindling World", Murata spinge il no-sex ancora più in là: immagina una società in cui i figli si fanno solo "in vitro", e il sesso coniugale è visto quasi come un incesto. Distopico, angosciante? Macché. "Agli under 40 un mondo senza sesso non fa paura, anzi: è un’utopia possibile", ha detto. Ma ci piace davvero vivere così? Incontrarsi on line, mettersi tanti like, vivere insieme senza toccarsi?
Per chi ha vissuto il ’68 e le "scopate senza cerniera" (o almeno ne ha assorbito i benefici), il no-sex è uno spreco, una follia. I giornali insistono: Le Monde sostiene che i rapporti platonici sono in crescita, e il colpevole è anche il digitale; l’orbiting è la nuova "malattia" per cui seguiamo sui social la persona di cui siamo invaghiti, senza mai interagire dal vero. El País riporta una ricerca di The Journal of Sexual Medicine: la percentuale di uomini sessualmente attivi diminuisce dall’81% al 73% nel 2016; mentre l’assenza di desiderio sale dall’8% al 13%. E poi certo, ci sono i famigerati "matrimoni bianchi" (che, almeno negli Usa, sono ormai il 15% delle unioni). Il caso classico: lei soffre di vaginismo o paura della penetrazione, lui è impotente. Ma la vera novità sono i millennials, i ragazzi e le ragazze che praticano un "fluid gender", una fluidità anche nelle scelte erotiche, che spesso si traduce in una non-scelta. Astenersi, aspettare.
E poi c’è chi prova e rinuncia… L., bella quarantenne divorziata, a cui non mancano i corteggiatori, non fa sesso da anni. "Sei, più o meno. Tanto? Il problema è che non mi piace nessuno. Io ci provo, accetto inviti, mi faccio corteggiare; lunghe corrispondenze via whatsapp, affinità elettive… Poi esco a cena e non scatta niente, neppure un brivido, se non di noia. Il mio corpo si rifiuta".
Sorpresa, la neo-castità è diffusa anche tra le coppie gay. Quelle di lunga durata, però. Dove ci si sposa, con matrimoni allegri e iper-social, dopo anni di complicità, ma… Dice G., 48 anni: "Ho dato al mio compagno libertà di caccia. Lui è la mia famiglia, il mio tutto. Sono io che non ho più voglia di fare sesso: né con lui, né con altri".
Poi c’è la castità temporanea, black-out di coppia. "Mi piace ridere, mangiare bene, uscire sotto la pioggia, vestirmi di rosso e dipingermi le unghie; il sesso è un modo – uno dei migliori che conosca - per sentirmi viva", dice O., 45 anni. "Per questo il mio anno di astinenza è stato un incubo. I primi mesi non ero preoccupata. Quando mio marito, la sera, crollava addormentato; o quando le mie avances finivano in sue défaillances, mi sono affrettata a rassicurare lui, e me stessa. Capita. Ma quando le settimane diventano mesi? Abbiamo risolto, sì, grazie alla pillolina blu che ha sbloccato la situazione. Però ricordo ancora quando mi ritrovavo a fissare le altre donne, al supermercato, o mentre aspettavo i bambini all’uscita da scuola, con uno "sguardo scanner": quanto sesso farà lei? Quand’è l’ultima volta che ha scopato?". Quasi una scena da romanzo, in quel "convenience store" giapponese che speriamo non diventi distopica realtà.

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Per capire di più l’assenza di desiderio, meglio chiedere a un uomo che il desiderio l’ha raccontato in tutti i suoi (struggenti) romanzi. Raggiungiamo André Aciman mentre è appena sbarcato dalla sua NYC in un Brasile, si spera, ancora ad alta gradazione erotica. E dunque, gli domandiamo, davvero è in aumento la neo-castità? Anche i protagonisti della torrida storia di "Chiamami con il tuo nome" (Guanda), ambientata negli anni Ottanta, che è diventata un film da Oscar, oggi si limiterebbero a mandarsi ore e ore di whatsapp?

Potrebbero certo cominciare così, ma finirebbero lo stesso a letto. Io non demonizzo il digitale, anzi: dichiarare a voce il proprio desiderio è difficile, mentre il "texting", in qualsiasi forma, che sia una chat o una mail, è molto più semplice. Come ben sappiamo, un gioco che può diventare velocemente erotico.
-Lei ha tre figli maschi, insegna, è a contatto con i millennials. Ma è vero che per le generazioni più giovani la castità non è più un tabù, anzi quasi un trend?
Quello che vedo è che i millennials si avvicinano al sesso senza scrupoli nè pregiudizi. Il sesso per loro è, certamente, fluido: straight, gay, bi, trans… O semplicemente curiosità verso l’altro. Del resto è il desiderio che è fluido, per sua natura; ma non penso che oggi si faccia meno sesso. Anzi: i millennials sono aperti a molte e molteplici possibilità.
-Innamorarsi oggi: ci si mette tanti like ma poi non si conclude. È d’accordo?
Direi invece che spendiamo molta più energia emozionale on line, questo sì. I social, o magari solo il cellulare da cui non ci stacchiamo mai, rende semplice intrecciare multiple relazioni platoniche. O anche non così platoniche.
-Lei sostiene che il desiderio è sempre un enigma. Ma lo è anche l’assenza di desiderio?  
Quando parliamo di desiderio parliamo solo di due cose: voglio toccarti, e voglio che mi tocchi. Forse è un po’ semplicistico: ma c’è questo alla base di ogni impulso erotico. La voglia di essere abbracciati dall’altro. L’assenza di desiderio è il non voler essere sfiorati.
-C’è chi ama eppure non fa sesso…
Magari all’inizio. Penso che chi ha molta esperienza erotica si renda conto di una semplice verità: che la miglior parte di una relazione non è necessariamente "toccare" l’altro, ma ciò che viene prima. È l’inizio, il momento in cui tutto è ancora possibile. La scintilla inspiegabile e miracolosa dell’intimità tra due sconosciuti. Ho cercato di raccontarlo in Notti bianche. Dove un uomo e una donna si incontrano, a Manhattan, e si girano intorno per notti e notti di neve…
-So che i suoi libri preferiti sull’amore sono "La principessa di Clèves" di Madame de La Fayette, e "Un nido di nobili" di Turgenev. Guarda caso, due amori casti: amori mai realizzati.
Forse perché quello che da scrittore mi affascina sono proprio gli amori irrisolti, incompiuti. Quello che poteva accadere e non è accaduto, e che ci girerà intorno per tutta la vita. Ma il desiderio c’è, anche in questi romanzi in teoria casti: c’è comunque, e non è silenzioso, in certe pagine… strilla.
-Ma insomma, vivere senza sesso è possibile?
Si può. Ma che senso ha?

Saper amare il frammento e la cicatrice: vivere è essere imperfetti.

Lunedì, 6 agosto 2018 @10:44

"Oggi, seduta davanti alla mia casa, mentre guardavo il vento nel grande tiglio, ho capito che tutto è già perfetto, meglio: che niente è ancora perfetto."
(Christiane Singer)
Saper amare il frammento e la cicatrice: vivere è essere imperfetti.

Il Buongiorno di oggi, che è anche il mio #spillo della settimana su Gioia, è tratto da un piccolo libro meditativo ("Dove corri? Non sai che il cielo è in te?", Servitium Editrice) che mi ha regalato un’amica. Lo tengo vicino al letto, per leggerne qualche pagina nella penombra, nel buio.

Riguardo invece al coraggio di essere felici, che era lo #spillo della settimana scorsa.
In risposta a un amico che chiedeva perché ci vuole coraggio, e perché coraggio nonostante, gli ho scritto questo, e mi faceva piacere condividerlo con voi. In qualche modo la felicità è anche il coraggio di amare le proprie cicatrici, quelle vere e quelle dell'anima. E quindi:
Nonostante le diagnosi mediche che ti ribaltano la vita, nonostante i sogni calpestati, le illusioni perdute, le amicizie sfilacciate o infrante; nonostante le perdite delle persone care che speriamo vengano a trovarci almeno nei sogni; nonostante la fatica,la stanchezza, l’amarezza del rifiuto, la paura del buio. Ci vuole coraggio a essere felici. Nonostante, appunto. E la felicità per me da sempre è anche nelle piccole cose. Forse sono quelle che mi danno più coraggio.

Ci vuole coraggio per essere felici.

Giovedì, 2 agosto 2018 @07:50

"A volte la dichiarazione più forte che possiamo fare al mondo è una sfidante espressione di gioia."
(Terry Tempest Williams)
Ci vuole coraggio per essere felici.

E’ cominciato agosto, un mese che mi piace perché racchiude il mio compleanno. Ed è mese di sole e penombra, cicale e isole (spero!). Per questo mi piace anche lo #spillo su Gioia di questa settimana, che è una frase che ho visto… su Facebook.
Ebbene sì, era la frase che accompagnava la foto di Andrew Sean Greer, il premio Pulitzer di quest’anno, che ho intervistato a Firenze (la mia intervista è qui: http://www.lisacorva.com/it/author/Andrew+Sean+Greer/ ). La foto che ha postato era alla consegna del Pulitzer, con uno di quegli abiti di sartoria dal colore vivido che gli piacciono tanto (è un fashionista!). La frase - che è di una scrittrice e ambientalista americana che frequenta, come Greer, la writers retreat Santa Maddalena in Toscana - è ancora più forte in inglese, forse perché non sono riuscita a tradurre bene quel "defiant": "Sometimes the most powerful statement we can make is a defiant expression of joy".
Sfidante, certo, ma in senso positivo: perché ci vuole coraggio per essere felici.

E a proposito di abiti che raccontano storie: in autunno terrò, per due weekend, due workshop di moda e scrittura a Venezia, insieme a Scuola Holden. Venite? Ecco come iscriversi: http://scuolaholden.it/scrivere-di-moda/

Leggere, scrivere. Per fermare la vita e capirla di più.

Mercoledì, 25 luglio 2018 @08:19

Che bello leggere, ma anche intervistare chi scrive. E sull’ultimo numero di Gioia trovate tre interviste a tre scrittori. Quello che più mi è piaciuto è chiedere dove e come scrivono, forse perché la scrittura è di tutti, vero? È un invito a scrivere, in un notes, un diario, nel telefonino. Scrivere per fermare la vita e per capirla di più.

Un titolo che cattura, "Biografia involontaria degli amanti" (Neri Pozza), una copertina romantica e nostalgica, e un giovane scrittore portoghese, João Tordo. Al centro del libro la fine, inspiegabile, di un grande amore, e una donna che scompare senza lasciar traccia di sé. Anni dopo, ecco spuntare dal nulla un manoscritto con la sua storia, la sua voce: l’uomo che l’ha amata e la rimpiange riuscirà a capire cos’è successo? Ma si può mai capire perché finisce un amore?
-In realtà non volevo scrivere d’amore, ma d’amicizia. Sono partito da due uomini che si incontrano per caso: il poeta messicano che ha ricevuto le carte segrete della sua donna perduta, ma non ha il coraggio di leggerle; e il malinconico gallego che lo aiuterà a decifrare il passato, andando fino in Canada. Solo scrivendo, però, ho capito che la vera storia non era la loro amicizia, bensì quest’ossessione, quest’amore bruciante e malato: ed è stato interessante seguirlo, raccontarlo, anche dal punto di vista di Teresa, la donna scomparsa.
-Ma noi donne siamo così difficili da interpretare?
-A volte penso di scrivere libri solo per capirvi meglio!
-Incontrarsi, avvicinarsi, sedursi. Cos’è cambiato tra uomo e donna dopo il movimento #metoo?
-Penso che la protesta sia stata giusta, però attenzione: l’America non è l’Europa. Ciò che qui è visto come un gesto passionale, per gli americani magari è solo abuso. Quindi sì all’empowering femminile, ma spero che le donne non smettano di essere… donne. Perché credo alla dolcezza e al fascino della differenza tra i sessi. E al gioco della seduzione, certo.
-Lei vive a Lisbona, ci racconti quello che ama…
-I caffè, dove porto il mio laptop e scrivo. Le "sardinhas" a giugno, il polpo tutto l’anno. La vista dall’alto del fiume Tago e del ponte, che è come quello di San Francisco… E un segreto: camminare per la città senza meta.
-La sua parola portoghese preferita?
-"Esperança": speranza.

Un romanzo-villaggio, e la donna ironica, impegnata, appassionata che l’ha scritto: è "Turbine" (Fazi), in Germania vero bestseller, scritto da Juli Zeh. Tùrbine come le pale eoliche che dovrebbero arrivare in un minuscolo paese tra dune e boschi; ma anche, e basta spostare l’accento, turbìne, perché il progetto è come una raffica di vento e tempesta, rimescola e scompiglia vite e destini, rivela segreti, disfa alleanze e amori. Più di 600 pagine e, alla fine, dispiace che il libro finisca: cosa succederà adesso ad Unterleuten? Il nome del villaggio che è anche un gioco di parole: vuol dire, in tedesco, "tra la gente".
-Un libro-villaggio. Eppure lei è nata in una grande città, Bonn.
-Ma adesso vivo in campagna, con la mia famiglia: nell’ex Ddr. Un paesaggio e un modo di vivere assolutamente nuovi per me.
-Nel libro sono tanti i protagonisti che vanno nel bosco, quasi un "organismo vivo", per pensare, camminare, stare tra le foglie e gli animali. E’ quello che adesso fa a che lei?
-In realtà l’ho sempre fatto, anche quando vivevo in città. Allora andavo a passeggiare nel parco, con i miei cani. Il verde, gli alberi, sono meditazione e ispirazione.
-Una relazione al suo libro che l’ha particolarmente colpita?
-Il libro è anche un libro politico, in qualche modo. lei, se avesse vissuto ad Unterleuten, sarebbe stata pro o contro pale eoliche?
-Contro!
-Per noi italiani, il libro è anche un modo per entrare dal vivo nella storia della Germania, anzie delle Germanie: Unterleuten è nell’ex Germania dell’est, i segreti coinvolgono storie e scandali prima e dopo il muro; ma adess ci arrivcano molti berlinesi in fuga dalla città, "nerds" o ecologisti convinti…
-Io stessa non ero mai stata in Germania Est prima della caduta del Muro, ma adesso vivo qui. Mi piace molto la gente: che crede ancora in valori come la comunità, lo stare insieme, l’esserci per gli altri. Piccoli paesi che magari sopravvivono anche grazie al baratto spontaneo: io ti aggiusto il cancello, tu mi fai da babysitter d’emergenza…
-Germania per lei è?
-La mia lingua. Non solo perché è il mio strumento di lavoro, visto che scrivo in tedesco. Ma per me è anche un elisir di vita.
-Ha dei rituali di scrittura?
-Con dei bambini è tutto, ovviamente, diverso. Scrivo al mattino molto presto, prima che si sveglino. E porto sempre con me il mio cellulare; se ad esempio andiamo insieme a nuotare e ho un’idea, la registro subito a voce sul mio telefonino.
-Quale dei protagionisi del suo libro le è più vicino?
-Forse il vecchio Kron. L’ex comunista che ha tanto lottato per il paese. La sua critica verso le violenze del capitalismo, la sua frustrazione, la sua rabbia anche: la capisco molto bene.

704 pagine e un colpo di scena dietro l’altro: con "La scomparsa di Stephanie Mailer" (La nave di Teseo) è tornato Joël Dicker. Un altro bestseller dopo l’esordio a 27 anni con "La verità sul caso Harry Quebert", tradotto in 33 lingue, più di 2 milioni di copie vendute. Nel nuovo romanzo siamo, ancora una volta, in America, ma in una cittadina immaginaria, Orphea. Dove, vent’anni dopo un plurimo delitto, una giornalista, Stephanie Maier appunto, contatta il poliziotto che al tempo risolse il caso, dicendo che il vero colpevole è ancora libero… Ma, subito dopo, scompare.
-Un libro a più misteri e più voci. Non si perde con tutti questi personaggi?
-Quando scrivo un romanzo, lavoro a molte versioni diverse, a volte anche sei; penso molto alle dinamiche tra i protagonisti, alle loro storie. Magari un personaggio che nella versione finale ha solo un ruolo secondario, all’inizio era in primo piano: li conosco tutti bene, ci vivo insieme per mesi, anni. A volte è persino difficile chiudere la porta del mio studio e lasciarli, per uscire nella vita vera…
-Lei scrive in francese. La sua parola preferita?
-"Grenier": soffitta. Forse perché nasconde sempre segreti e leggende. Che sia la soffitta di casa tua o della tua mente, non importa: ci sono sempre cose da scoprire.
-È nato e abita in Svizzera, ma anche questo romanzo è ambientato in America.
-Per vent’anni, sin da bambino, ho passato le estati da mio zio nel Maine, posto che ho molto amato, dove ho ambientato "La verità sul caso Harry Quebert". E poi d’estate ho cominciato ad andare negli Hamptons: è lì che ho immaginato Orphea.
-Non ha mai pensato di ambientare un libro a Ginevra?
-Non mi sento ancora pronto. Penso che infilerei in ogni pagina i miei amici, il cameriere del mio bar, il postino! Ma forse, chissà, un giorno riuscirò a creare una Ginevra di pura immaginazione.
-Ginevra, dov’è la libreria di sua mamma…
-Sì. Sono cresciuto circondato da libri. E ancora adesso al kindle preferisco il piacere della carta.

Qualche mese fa, invece, ho intervistato Siri Ranva Hjelm Jacobsen, per il suo libro-isola.
Chi è nata in un’isola, o ha un’isola nel cuore, lo sa: quei luoghi circondati da acque sono magici, ci catturano per sempre. Anche per questo è bello leggere "Isola" (Iperborea), dove la giovane danese Siri Ranva Hjelm Jacobsen ci racconta l’isola delle Faer Øer da cui viene la sua famiglia. Sono quelli gli scogli, le storie, i venti che ha nel sangue. Ce li racconta, in pagine delicatamente autobiografiche: una ragazza torna indietro, nell’isola della sua infanzia; e facendolo cerca le tracce, le voci del nonno, della nonna…
-Perché è importante, questo viaggio nella memoria, questo "colloquio" con le donne prima di noi?
-Bisogna leggere i capitoli del passato - la storia di cui facciamo parte -prima di scrivere le proprie pagine. Solo così abbiamo davvero il potere di andare avanti. Il mio consiglio a ogni ragazza è dunque: leggi, domanda, e soprattutto chiedi. E, se hai ancora una nonna, parla con lei.
-Il suo libro parla di una migrazione "nordica" e dimenticata: dalle Faer Øer alla Danimarca. È un modo per ricordare che anche in Europa siamo stati migranti?
-È nel nostro Dna di europei: quanti danesi, o italiani, o irlandesi, hanno lasciato il loro Paese? E quanti giovani adesso se ne vanno? La migrazione non è solo dal Sud del mondo, non sono solo i profughi per mare. Non è qualcosa di alieno, "contro" di noi. Tutti siamo o siamo stati migranti, ed è bene ricordarlo .
-Lei scrive: "Viveva nel futuro, finché non ha cominciato a vivere nel passato. In questo senso era un vero migrante".
-Chi se ne va vive sempre in due posti, il vecchio e il nuovo. Un equilibrio molto delicato.
-Faer Øer per lei: un colore, un luogo del cuore…
-Un colore: il grigio. Che non è un colore triste, anzi. Penso alle sfumature di grigio e piombo del mio mare in un mattino cupo, quando l’acqua è un gigantesco pavimento di vetro. Bellissimo. E un luogo: il parco di Tórshavn, con i suoi alberi eroici che resistono a vento e tempeste.
-La sua parola preferita nella lingua delle Faer Øer?
- "Hjá". L'ho anche messa nel libro, è così bella. Vuol dire sia "appartenere" che "venire da".
-Una reazione al suo libro che l’ha colpita?
-È successo proprio a un reading a Milano. Una donna mi ha chiesto di dedicare la copia che aveva in mano a "una ragazza che si sente un po’ persa e che sta cercando di trovare la strada di casa". Mi sono commossa.


Gli altri libri che consiglio per l'estate sono qui: http://www.lisacorva.com/it/view/1816/

A proposito di Trieste.

Lunedì, 23 luglio 2018 @09:23

"Credo sia stata fondamentale per me l’esperienza di quella grande apertura del golfo di Trieste, un mare in sé modesto ma che dà il senso dell’aperto, l’orizzonte sconfinato che sembra preludere ad altri, più grandi mari e oceani."
(Claudio Magris)
Ci sono mari che portano ad altri mari. Ci sono luoghi del mondo che invitano al mondo.

Il Buongiorno di oggi, che è anche il mio #spillo della settimana su Gioia, è tratto da "I mari di Trieste" (Bompiani), un libro di scrittori, a più voci, sul mio golfo. Mi piace questa frase – così come mi piace svegliarmi a Trieste, come in questi giorni, e vedere, come prima cosa, il mare. Mi piace il senso di ampiezza e di orizzonti che mi ha regalato la città dove sono nata, e che ritrovo ogni volta che passo per piazza Unità.
Mi piace parlare di Trieste con chi ama questa città addormentata, e come si fa a non amarla? Mi è successo anche con un architetto-mito, Richard Rogers, che ho intervistato per Repubblica: l’intervista è uscita qualche giorno fa. Eccola. In onore all’architettura che mi/ci rende felici, e a Trieste.

Non ci sono molte occasioni per incontrare un architetto mito. Per questo il 25 settembre è una data da segnare: il giorno della lectio magistralis che Richard Rogers terrà a Bologna (alle 11, Palazzo dei Congressi, nell’ambito di Cersaie). Ce lo aspettiamo vestito di colori forti, con una delle sue camicie rosa shocking o arancione, il sorriso contagioso e una visione dell’architettura ancora in movimento, a 84 anni (85 presto, il 23 di luglio). Un piacere ascoltarlo ed entrare nel suo mondo. E a Bologna, di cosa parlerà? "Delle due cose più importanti della mia vita: la famiglia, e l’architettura". Famiglia, certo: per un uomo che ha molto vissuto e molto amato. Due mogli, cinque figli. E il sogno dell’architettura come responsabilità sociale. Perché è, o dovrebbe essere, "a place for all people", e infatti questo è il titolo del suo libro di memorie ("Un posto per tutti" è appena uscito anche in Italia, per Johan & Levi).
"Le città, se ben progettate, compatte e socialmente giuste, sono uno strumento fondamentale per combattere le disuguaglianze e i mutamenti climatici", non si stanca di ripetere. "Possiamo costruire una società migliore creando posti migliori in cui abitare". E lui, che nel 2007 vinse il Pritzker Prize - un po’ il Nobel dell’architettura - ci ha provato. Immaginando e costruendo il nuovo. Non a caso come epigrafe al libro – e quindi alla sua vita - ha scelto una frase di John Cage: "Non capisco perché la gente sia terrorizzata dalle idee nuove. Io sono terrorizzato da quelle vecchie".
Per Cersaie, salone internazionale della ceramica per l’architettura, un occhio speciale: "Mia madre era una "potter", faceva ceramiche; mi regalò le prime quando mi sposai, quasi un "sostituto" della casa che lasciavo. Le ho ancora", racconta. "Mi ha insegnato ad amare ciò che è bello e nuovo: fu lei a portarmi, nel dopoguerra a Londra, a vedere una mostra di Picasso al Victoria & Albert, che all’epoca fece scandalo. Da allora i materiali sono sempre stati importanti per me: anche quelli tecnologicamente più innovativi". Materiali e struttura, che nell’architettura di Rogers è sempre stata inside/out: "La mia architettura tende ad essere leggera e flessibile. Puoi leggerla: chi guarda un mio edificio riesce a capire come è costruito. La struttura è fuori, all’esterno". E infatti è così, a partire dal suo edificio-cult: il Pompidou, realizzato nel 1977 insieme al "nostro" Renzo Piano. Che, per Rogers, è ancora "il mio migliore amico, praticamente mio fratello". Ma in quegli anni il loro inside/out scatenò polemiche: esibire tutto quello che di solito è nascosto, gli impianti di areazione, di riscaldamento, le scale… Quello che poi è diventato un trademark della sua architettura. Lo stesso "stile" usato a Londra per la sede dei Lloyds, costruita nel 1991. E poi ancora il Millennium Dome, sempre a Londra; il terminal 5 a Heathrow e il terminal 4 dell’aeroporto di Madrid Barajas… Fino ad arrivare all’ultimo grande progetto, il 3 World Trade, appena inaugurato a Manhattan sul sito di Ground Zero: un grattacielo firmato insieme a Richard Paul, per Rogers Stirk Harbour + Partners.
Ma Rogers continua a sognare il futuro, con la Tree House: un concept per ora, un modello di case low cost e design. Con finestre variopinte. "Non ho paura dei colori", ride. In effetti i suoi look sono sempre intensamente cromatici, un’eccezione in un mondo di archistar che si vestono rigorosamente di nero.
E se la sua meravigliosa leggerezza fosse un regalo dell’italianità? Perché Richard Rogers, che nel frattempo è diventato barone di Riverside (è stato nominato Lord nel 1996) è nato in Italia, a Firenze, nel 1933. Il padre era di famiglia inglese e quindi – con la guerra alle porte - se ne andarono, nel 1938. "In Toscana ho preso casa, da vent’anni: nella campagna accanto a Pienza, luogo meraviglioso". Ma in Italia c’è un altro suo posto del cuore: Trieste. "Mia madre nacque lì, imparò l’inglese andando a lezione da James Joyce, trasferito da Dublino nella città di mare e di confine". E Trieste aspettava anche Rogers: ci arrivò negli anni Cinquanta, incaricato dal National service britannico; all’epoca la città, appena uscita dalla seconda guerra mondiale, era sotto il controllo delle forze alleate. Trieste, dove abitavano ancora i nonni. "Che mi regalarono l’abbonamento all’opera: fantastico. E poi, essere in Italia voleva dire vedere molto di più mio cugino, Ernesto Rogers, che aveva aperto uno studio a Milano già negli anni Trenta". Da lì nasce l’interesse per l’architettura che può cambiare le città e i destini. Perché lo studio fondato dal cugino era BBPR: che firmò, tra gli altri capolavori modernisti, la Torre Velasca. Di quegli anni invece, gli anni Cinquanta della ricostruzione, rimane a Trieste la vecchia stazione di servizio per la raffineria Aquila, sulle rive. Ora si chiama Stazione Rogers, ed è sia caffè che piccolo centro aperto a mostre e reading. "Ho sempre trovato molto interessanti i porti", commenta Rogers, stavolta in italiano. Trieste che aspetta ancora lo sguardo e l’energia di un grande architetto che la rimetta sulla mappa… E appunto, pensando al mondo che verrà, se volesse dare un suggerimento a un giovane architetto? "Gli direi di guardare. E viaggiare". Saggio consiglio che, in fondo, vale per tutti noi.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.