Lisa Corva

Commenta come:
Testo:
Anti-Spam: CAPTCHA Image
 Immagine different
Posta commento

L’abbraccio dell’infanzia, l’abbraccio delle isole.

Mercoledì, 11 aprile 2018 @20:56

"Poi quando la luce era spenta da un po’ mi infilai nel letto di mia sorella, in silenzio, e mi accovacciai stretta stretta a lei infilandole i capelli in bocca come facevo sempre. Caterina non protestava e ci addormentavamo incastrate come due cucchiaini nel cassetto delle posate."
(Lorenza Pieri)
L’abbraccio dell’infanzia.

Isole, isole, torno sempre al mare, torno sempre alle isole. Il Buongiorno di oggi, che è anche il mio #spillo su Gioia, è tratto da un romanzo che ho letto tempo fa: "Isole minori", di Lorenza Pieri (edizioni e/o). Una storia che sa d’estate, di sorelle, di famiglia, degli scogli a cui si torna, ogni estate, diventando grandi; una storia ambientata nella sua isola del Giglio.

E a proposito di isole, ecco la mia intervista – uscita su Gioia della settimana scorsa – a una giovane scrittrice danese che racconta le su Faer Oer.

Chi è nata in un’isola, o ha un’isola nel cuore, lo sa: quei luoghi circondati da acque sono magici, ci catturano per sempre. Anche per questo è bello leggere Isola (Iperborea), dove la giovane danese Siri Ranva Hjelm Jacobsen ci racconta l’isola delle Faer Øer da cui viene la sua famiglia. Sono quelli gli scogli, le storie, i venti che ha nel sangue. Ce li racconta, in pagine delicatamente autobiografiche: una ragazza torna indietro, nell’isola della sua infanzia; e facendolo cerca le tracce, le voci del nonno, della nonna…
-Perché è importante, questo viaggio nella memoria, questo "colloquio" con le donne prima di noi?
"Bisogna leggere i capitoli del passato - la storia di cui facciamo parte -prima di scrivere le proprie pagine. Solo così abbiamo davvero il potere di andare avanti. Il mio consiglio a ogni ragazza è dunque: leggi, domanda, e soprattutto chiedi. E, se hai ancora una nonna, parla con lei".
-Il suo libro parla di una migrazione "nordica" e dimenticata: dalle Faer Øer alla Danimarca. È un modo per ricordare che anche in Europa siamo stati migranti?
"È nel nostro Dna di europei: quanti danesi, o italiani, o irlandesi, hanno lasciato il loro Paese? E quanti giovani adesso se ne vanno? La migrazione non è solo dal Sud del mondo, non sono solo i profughi per mare. Non è qualcosa di alieno, "contro" di noi. Tutti siamo o siamo stati migranti, ed è bene ricordarlo".
-Lei scrive: "Viveva nel futuro, finché non ha cominciato a vivere nel passato. In questo senso era un vero migrante".
"Chi se ne va vive sempre in due posti, il vecchio e il nuovo. Un equilibrio molto delicato."
-Faer Øer per lei: un colore, un luogo del cuore…
"Un colore: il grigio. Che non è un colore triste, anzi. Penso alle sfumature di grigio e piombo del mio mare in un mattino cupo, quando l’acqua è un gigantesco pavimento di vetro. Bellissimo. E un luogo: il parco di Tórshavn, con i suoi alberi eroici che resistono a vento e tempeste".
-Una reazione al suo libro che l’ha colpita?
"È successo proprio a un reading a Milano. Una donna mi ha chiesto di dedicare la copia che aveva in mano a "una ragazza che si sente un po’ persa e che sta cercando di trovare la strada di casa". Mi sono commossa".



Ancora isole? Su Repubblica di giovedì 12 aprile, nelle pagine Food con cui ho cominciato a collaborare, trovate il mio articolo sui sapori delle isole della laguna veneziana… Moeche e carciofi! Ma le moeche le avete mai mangiate? Io proprio qualche settimana fa, per scrivere questo pezzo…

Quelle mattine in cui apri l’armadio, cerchi (e non trovi) l’abito giusto. L’abito che potrebbe far accadere qualcosa...

Giovedì, 5 aprile 2018 @08:20

"Pensò che il mondo intero era compreso tra queste due sensazioni, nudità e vestiti, liscio e ruvido, dentro e fuori. Si mise la camicia e il maglione. La sua pelle nuda sembrava in attesa di qualcosa che non accadeva mai. Niente le stava bene addosso, avrebbe dovuto modificare tutti i suoi vestiti e tagliarli in modo diverso. Io voglio vivere, pensò, ma qui nessuno sa come si fa."
(Madeleine Thien)
Quelle mattine in cui apri l’armadio, cerchi (e non trovi) l’abito giusto. L’abito che potrebbe far accadere qualcosa...

Il Buongiorno di oggi, che è anche il mio #spillo su Gioia, viene dal libro di una scrittrice interessante dal remoto Nord, Madeleine Thien. Nata a Vancouver da padre cino-malese e madre di Hong Kong, ha uno sguardo delicato e compassionevole sull’Asia. Mi era piaciuta con "L’eco delle città vuote", il viaggio di una giovane canadese alla ricerca delle sue radici cambogiane. Le frasi di oggi sono tratte invece dal suo nuovo romanzo, "Non dite che non abbiamo niente" (66th and 2nd), che si muove tra il Nord America di oggi e la Cina della Rivoluzione Culturale. Protagonisti, dei giovani musicisti. Il ritmo è frammentato, la narrazione a volte confusa, confesso di aver perso il filo ogni tanto… Ma ci sono pagine toccanti: insieme ai violini spezzati e ai dischi in frantumi della Rivoluzione Culturale, sono quelle di piazza Tien An Men nel 1989, i giorni delle proteste e del sogno di libertà.

Quando arriverai alla fine di quello che dovresti sapere, sarai all’inizio di quello che dovresti sentire

Venerdì, 30 marzo 2018 @08:58

"Quando arriverai alla fine di quello che dovresti sapere, sarai all’inizio di quello che dovresti sentire".
(Khalil Gibran)
Intuizione. Immaginazione. La nostra piccola magia quotidiana.

When you reach the end of what you should know, you will be at the beginning of what you should sense.

La frase di oggi è di Khalil Gibran (poeta libanese che visse negli Stati Uniti all’inizio del Novecento), e l’ho incontrata all’ingresso di una mostra: "Intuition", appunto, l’ultima curata a Palazzo Fortuny a Venezia dal collezionista Axel von Vervoordt, così bravo a far "dialogare" antico e contemporaneo, Anish Kapoor insieme a sculture neolitiche. L’ho fotografata sul mio iPhone (anche così si raccolgono parole, giusto?), prima di entrare, e ora è diventata il mio #spillo della settimana su Gioia.

A voi buona Pasqua con tante piccole magie quotidiane. Mi avete letto sabato nelle pagine di Repubblica? La mia nuova collaborazione di cui sono molto contenta, nuovo spazio per immaginare e intuire. Ed ecco il pezzo che è uscito proprio il sabato di Pasqua:

La solitudine è l’ultimo tabù. Senza punto interrogativo. Perché in questa società di like continui, di algoritmi della felicità, e di app che ci permettono di conoscere chiunque, ovunque, la solitudine è indicibile. Un piccolo saggio sull’ultimo numero della rivista inglese 1843 lancia la provocazione, anzi l’affermazione: non è vero che, sdoganati ampiamente i single, stare da soli sia sempre meglio. E soprattutto, il vero tabù è confessare di patire la solitudine; nessuno, né uomo né donna, né giovane né vecchio, né straight né gay, vuole ammetterlo, soprattutto non nei siti o app di dating on line. Lì ci si presenta sempre "al meglio", e soprattutto senza mostrare i morsi e le ferite dell’isolamento. Senza dire – impossibile! – quanto sia triste, malinconico, insopportabile a volte, tornare a casa la sera e non trovare nessuno che ci ha preparato la cena, o a cui preparare la cena. O con cui litigare su cosa mangiare per cena… Quante ore solitarie, con il telefonino acceso magari sul newsfeed di Facebook o di Instagram. E nessuno, ovviamente, che risponda, alla solita, noiosa, domanda Fb su cosa stiamo pensando: "mi sento solo"! Ma è così. Solitudine indicibile in un mondo iper-social.
Per la scrittrice inglese Deborah Moggach è davvero l’ultimo tabù: perché parliamo di tutto, anche della morte. Ma non di quanto ci pesi stare da soli. La scrittrice ha reagito come fanno spesso gli scrittori, che sanno creare mondi alternativi, dove tutto finisce bene: ha scritto un libro su un gruppetto di over 60 che fugge in India. E che è diventato un film, anzi due, ironici e lievi, "The Best Exotic Marigold Hotel". Ma la solitudine non è solo quella dei fantastici Bill Nighy e Judi Dench nella pellicola (che pure, tra spezie e ghirlande di fiori, si innamorano). La solitudine ha le parole di V., bionda, delicata, che commenta amaramente i suoi quasi quarant’anni: "Nella routine di ogni giorno, quello che i francesi chiamano métro-boulot-dodo, quasi non me ne accorgo. Ma il weekend, le vacanze! Le odio. Organizzare un viaggio, decidere, partire; non avere nessuno con cui dividere, a fine giornata, un tramonto, un bicchiere di vino. Non parlo di un amore per sempre, ma di una compagnia dolce, di sentirsi abbracciati". E Tinder? E Happn’? Non funzionano? "Non me la sento di iscrivermi", "Non ci credo", "Ci ho provato ma mi sento così stupida/o", "Ci ho provato ma mi sembra che il punto sia solo il sesso". O anche la noia del sesso, per B., fascinoso gay ultraquarantenne: "Aprivo Grindr la sera, a casa (la prima app di dating, per gay e bisex, ndr). Si accendevano tutti i punti luminosi di chi è libero per un’ora, per un incontro. Ma io vivo in una piccola città e li conosco tutti. Questa mappa luminosa mi faceva solo tristezza. Così, ho smesso". La città come un incrocio digitale; e noi siamo solo un puntino, collegati e scollegati insieme.
C’è poi chi, semplicemente, odia il letto vuoto e freddo. Dice F: "So che ho avuto tanto, forse tutto. Un matrimonio che, finché è durato, è stato bellissimo. Due figli che amo. Ma, soprattutto d’inverno, è così: patisco il freddo e la solitudine. Vorrei un amore piumino, che mi riscaldi sempre. Per questo mi sono iscritta a Meetic ed esco, esco in continuazione: accetto gli inviti di tutti o quasi, aperitivi, cene, weekend di sesso se capita. Quante domeniche a chattare con improbabili scapoli, quanti appuntamenti catastrofici, sviste, eliminazioni. Io so cosa sto cercando: un uomo-piumino, qualcuno che mi scaldi. Forse sul mio profilo dovrei mettere questo. Ma chi osa, come si fa a essere così sinceri?".
L’indicibilità della solitudine arriva di sera. Di notte. Forse per questo, di un piccolo libro longseller, la scena che più è rimasta nell’immaginario è questa: "Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?". Lo scrive Kent Haruf in "Le nostre anime di notte" (NN Edizioni). Ma anche se il libro -o il film che ne è stato tratto, con due attori mito ottantenni, Robert Redford e Jane Fonda - non vi ha convinto, quella pagina racchiude tutto. Quando lei vedova, anziana, propone, quasi all’improvviso, al vicino di casa, anche lui anziano e solo, di passare ogni tanto la notte da lei, "per parlare di notte, al buio". Niente sesso. Ma intimità. Tenerezza. Sopravvivere a certe lunghe notti che non passano mai.
"Potrei portarmi a casa chiunque, stasera, a questa festa: anzi, molte di queste ragazze a casa le ho già portate", dice O., che in effetti ha tutte le carte per piacere. Mai sposato, niente figli, bello, famoso. Ma dopo l’ultimo amore finito, una scheggia dentro, una scheggia di freddo: "Il momento più difficile è al mattino. Perché ho voglia di svegliarmi e avere accanto qualcuno che mi conosce, che mi sa". Qualcuno che puoi chiamare casa.
Questa scheggia dentro l’ha riassunta bene Eshkol Nevo, scrittore israeliano (in Italia pubblicato da Neri Pozza), occhi chiari che guardano dritto nelle persone: "Era la prima donna a cui aveva permesso di toccare il suo amaro nocciolo di solitudine". La solitudine indicibile allora diventa questo: un nocciolo, una scheggia, un grumo di dolore, qualcosa che dobbiamo sciogliere, ma non sappiamo come. Se gli scrittori ci prestano le parole, forse si può trovare il coraggio di dirlo.



Ti tengo in tasca come un sasso raccolto sulla spiaggia.

Venerdì, 23 marzo 2018 @07:51

"E il fatto che potesse contare sulla sua bontà le diede sicurezza, come stringere tra le mani un sasso bello e liscio."
(Jessica Fellowes)
Tengo in tasca il tuo affetto come un sasso raccolto sulla spiaggia. Talismano che mi accompagna. Forza segreta del volersi bene.

Il Buongiorno di oggi – che è anche il mio #spillo della settimana su Gioia – è tratto da "L’assassinio di Florence Nightingale Shore" (Neri Pozza). Non proprio un giallo, ma quasi, scritto da Jessica Fellowes (la nipote di Julian Fellowes, autore che amo molto perché, oltre ad essere meravigliosamente British, ha firmato il serial "Downton Abbey"). Bene, anche Jessica ha deciso per un’immersione nell’inglesità, e ha scritto il primo di quelli che vogliono essere i Mitford Murders, ogni libro dedicato a un caso risolto da una delle Mitford Sisters. Chi conosce le sorelle, chic e selvagge negli anni Trenta, e soprattutto Nancy, una delle mie scrittrici preferite ("Love in a cold climate", un capolavoro; in Italia tradotta da Adelphi), non può che leggerlo con piacere, come stare a casa un pomeriggio con una tazza di tè. E visto che la primavera è in ritardo…

Sentirsi all’improvviso stranieri anche a se stessi. Così finisce un matrimonio.

Lunedì, 19 marzo 2018 @09:04

"In quale momento si esce da un matrimonio?"
(Nicole Krauss)
Sentirsi all’improvviso stranieri anche a se stessi. Così finisce un matrimonio.

Ho letto in anteprima "Selva oscura", Guanda, il nuovo romanzo di Nicole Krauss, la scrittrice americana bella e brava, che seguo da tempo (di suo mi era molto piaciuto "La storia dell’amore"). Questo libro non mi ha convinto, ma ho raccolto un’immagine e una frase. La frase è questa, che è anche diventata il mio #spillo della settimana su Gioia. L’immagine è quella del romanzo, di una donna in crisi coniugale che lascia New York, il compagno e i bimbi, per una pausa da sola; e torna a Tel Aviv, nell’albergo brutalista anni Sessanta sul mare dove andava da piccola. E lì, col mare davanti e il passato alle spalle, cerca di guardarsi dentro. La cosa strana, o forse no, è che lo smarrimento raccontato nel romanzo è vero: lei ha divorziato dal marito, Jonathan Safran Foer (proprio lui, l’autore del bellissimo "Molto forte, incredibilmente vicino"). E anche lui è uscito due anni fa con "Eccomi", un romanzo (deludente) dove le pagine più potenti erano sulla dissoluzione di un matrimonio.
In quale momento, dunque, si esce da un matrimonio? Quando capisci che il tuo posto non è più lì, accanto alla persona che hai scelto? Forse ci sono scrittori che, per capirlo, hanno bisogno di scriverlo. O riscriverlo. Questo "disimpararsi a vicenda"– come ha scritto proprio Safran Foer.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.