Lisa Corva

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Credere ai petali.

Venerdì, 22 marzo 2019 @09:15

Anche oggi mi sono svegliata con in testa una poesia, delle parole di primavera. E sono andata a rileggerle. Era un mio Buongiorno su City, nel 2010. Sono affiorate, queste parole, forse perché ieri camminavo e vedevo – come tutti, in questo pezzo di occidente e di mondo – aprirsi i boccioli delle magnolie. Vedevo la testarda primavera che ci dice: sboccia, fiorisci, prova, puoi essere felice, ancora.
Però, insieme alle parole malinconiche di Karin Boye, poetessa svedese di inizio Novecento, mi è tornato in mente anche Tolstoj: "La primavera, l’amore e la felicità! E come mai non vi annoia questo stupido, assurdo inganno che è sempre il medesimo?". Frasi che avevo sottolineato in "Guerra e Pace": lì era una giornata di esitante, fredda primavera, come in questi giorni. Il principe Andrej, ferito nella battaglia di Austerlitz, è tornato a casa: vivo. Vivo ma senza voglia di vivere. Va in carrozza per le sue campagne e gli sembra quasi che una quercia gli parli: che senso ha il sole, le gemme, le illusioni di felicità della primavera? Non è tutto inutile, tutto crudele? Così anch’io, ancora una volta, mi chiedo se credere ai petali o no. Io ci credo.


"Certo che fa male, quando i boccioli si rompono.

Perché dovrebbe altrimenti esitare la primavera?

Perché tutta la nostra bruciante nostalgia

dovrebbe rimanere avvinta nel pallore gelato e amaro?

L’involucro fu il bocciolo, tutto l’inverno.

Cosa c’è di nuovo che consuma e dirompe?

Certo che fa male, quando i boccioli si rompono,
male a ciò che cresce
e a ciò che racchiude." 

(Karin Boye) 


Ma che liberazione, che sollievo, diventare altro.



Quando dissi Patagonia, volevo dire cieli vuoti di un blu che fa male. Volevo dire anni. Li volevo tutti con te.

Martedì, 12 marzo 2019 @08:20

Ci sono giorni in cui mi sveglio con in mente una frase, dei versi di una poesia, un vecchio Buongiorno. A voi non capita mai? Così li cerco, li rileggo. E oggi ho deciso di riscriverli anche per voi. È una poesia che parla di ghiacci: i ghiacci abbaglianti della Patagonia, dove andai in nave per un epico – per me che sono poco sportiva - articolo anni fa. Forse. Ma forse la poesia di oggi parla soprattutto di orizzonte, di futuro: il futuro che sogniamo quando troviamo una persona con cui condividere la vita. "When I spoke of Patagonia, I meant skies all empty aching blue. I meant years, I meant all of them with you". Un pensiero stupendo e blu per stamattina.

"Dissi: forse la Patagonia, e immaginavo
una penisola, grande abbastanza
per un paio di sedie a sdraio
su cui dondolare nell’alta marea. Pensavo
a noi in un freddo mozzafiato, davanti
a un orizzonte tondo come una moneta…
Quando dissi Patagonia, volevo dire
cieli vuoti di un blu che fa male. Volevo dire
anni. Li volevo tutti con te."
(Kate Clanchy)

Ed eccola in inglese, perché Kate Clanchy è una poetessa scozzese:
 

"I said perhaps Patagonia, and pictured
a peninsula, wide enough
for a couple of ladderback chairs
to wobble on a high tide. I thought
of us in a breathless cold, facing a horizon
round as a coin…
When I spoke of Patagonia, I meant
skies all empty aching blue. I meant
years. I meant all of them with you."
(Kate Clanchy)
I meant you.

Il testardo alfabeto della primavera.

Mercoledì, 6 marzo 2019 @08:53

"È che dietro le cose ci sei tu, Primavera, che incominci a scrivere nell’umidità, con dita di bambina giocherellona, il delirante alfabeto del tempo che ritorna".
(Neruda)

Lo fate anche voi? Anche voi guardate le gemme sugli alberi, e vi viene voglia di toccarle? Anche voi vi siete comprati dei fiori da tenere a casa? Io sì: giacinti, che sbocciano lenti e profumati sul mio tavolo, tra i miei fiori preferiti. Anche voi avete voglia di leggere poesie, di uscire a passeggiare senza meta, prendere un caffè seduti al sole? Perché dietro ogni cosa c’è lei, c’è la testardaggine della primavera. Che scrive ovunque, anche nei prati di periferia, fa sbocciare le gemme, colora di azzurro il cielo, ci dice che possiamo essere ancora felici: come mi piace il suo testardo, eterno alfabeto, promessa di leggerezza, rinascita, serenità.

Presagi di primavera. Promesse di cielo azzurro e di un’inspiegabile, inspiegata felicità.

Venerdì, 1 marzo 2019 @07:59

"Sono convinto che a Vienna, quando non siete sferzata dal vento, vi riesca di avvertire la primavera. Le città spesso percepiscono le cose in anticipo, attraverso il chiarore della luce, un’imprevista morbidezza delle ombre, un bagliore alla finestra – il leggero sentimento di imbarazzo nell’essere una città… Per mia esperienza, solo Parigi e (in maniera ingenua) Mosca assorbono per sé l’intera natura della primavera, come fossero un paesaggio agreste."
(Rainer Maria Rilke)
La mia città, e un presagio di primavera.

Il Buongiorno di oggi viene da una lettera di Rilke che de Waal, l’autore di "Un’eredità di avorio e ambra" (Bollati Boringhieri) ritrovò nelle carte di famiglia: era indirizzata a sua nonna, Elisabeth Ephrussi, a Vienna. Mi è ritornato in mente (era un mio vecchio Buongiorno su City nel 2013) in questi giorni, con le prime margherite ancora infreddolite sui prati, i cieli azzurri e in attesa. Mi è venuto in mente anche perché ho finito un libro appena pubblicato da Neri Pozza, "I Goldbaum", di Natasha Solomons, che mi ha ricordato "Un’eredità di avorio e ambra", ma più pop, e con una protagonista femminile: inizia a Vienna, poco prima dell’inizio della prima guerra mondiale, e si sposta a Londra… Mi è piaciuto molto. Così come mi piacciono le città adesso, gli angoli di verde timido, ribelle e resistente, le promesse di cielo azzurro e di un’inspiegabile, inspiegata felicità.

Io, te e l’aspirapolvere (a proposito di decluttering di coppia e altre utopie).

Venerdì, 22 febbraio 2019 @07:40

Sì, sono una disordinata sposata a un disordinato. Sì, a casa mia ci sono ancora, sulle scale tipo installazione della Biennale, gli scatoloni del trasloco (avvenuto ormai dieci anni fa, chissà cosa c’è dentro). Purtroppo sono una disordinata accumulatrice, che nel proprio disordine non trova niente, e che sogna di regalare tutto e ricominciare in una camera vuota. Intanto, ho scritto per Repubblica un articolo sul decluttering di coppia, sperando di trovare forza e ispirazione. L’articolo è uscito sabato scorso, ma questa in realtà è la mia versione originale: rigorosamente in prima persona. Tutto disordinatamente vero.

Sogno una casa ordinata. Sogno di non avere paura di aprire i cassetti, di avere armadi senza reperti storici, o una dispensa senza stratificazioni geologiche.
Rimarrà un sogno, perché sono una disordinata (e accumulatrice) scontenta; sposata con un disordinato, e accumulatore, contento. Una combinazione potenzialmente distruttiva. Per farvi un esempio: in viaggio, la nostra camera d’albergo (o di b&b), nel giro di 24 ore ha l’aria di essere stata devastata da una bomba. Ma forse adesso ho trovato la soluzione. Che no, non è divorziare. Molto più semplicemente, seguire il consiglio di Jo Ellison, ironica columnist del Financial Times, e serial shopper (soprattutto di jeans). Perché sostiene che "the couple that cleans together, stays together". E racconta il weekend passato a pulire una straripante cantina, e buttarne via i contenuti, come il primo passo verso l’armonia coniugale. Una variante sentimentale dei temi della (contestatissima) guru Marie Kondo, e il suo "Magico potere del riordino". Da quando è approdata su Netflix mostrando agli infelici disordinati come liberarsi di tutto, libri compresi, non prima di averli abbracciati e ringraziati, si è guadagnata la sua fetta di "haters". Io, se proprio devo disfarmi di un libro, mi disferò del suo, che giace da anni inutilizzato.
Ma, Kondo a parte, non ci eravamo già emancipati? Siamo ancora qui a litigare su chi fa il letto e chi porta via la spazzatura, e "perché hai dieci maglioni bucati nell’armadio"? Evidentemente sì. Gli psico-studi confermano e non fanno altro che aumentare il grado d’ansia. Un esempio per tutti: uno studio della University of Southern California su coppie "dual-income", sposate, con almeno un figlio in età scolare, ribadisce che chi ha la percezione di vivere in una casa disordinata e troppo piena di cose, comincia la giornata sotto stress e rimane sotto stress. Indovinate? In genere sono le donne.
Tanto che adesso, il 19 febbraio, esce l’ennesimo manuale di self-help: "Devo dirti sempre tutto" (Dea Planeta Libri), dove Marie-Laure Monneret vorrebbe insegnare a suddividere equamente il "carico mentale". La copertina, un frigo tappezzato di post-it di cose da fare, già mi mette ansia. Peraltro io le mie liste della spesa le mando ormai via whatsapp…
Ma il problema non è solo evitare di finire senza carta igienica: è non farsi inghiottire dalla casa.
Come invidio Anya Hindmarch, stilista britannica famosa per le sue borse con allegri smile, che confessa di essere una "label addict", ed etichetta tutto. Per sé, per il marito e i cinque figli. Si è così appassionata che ha lanciato borse, borsine, buste da viaggio, anche per i caricatori del cellulare, tutto ben diviso ed etichettato a seconda del contenuto. Dall’ossessione al business: è la sua Labelled Collection.
Ma invece di aggiungere altri oggetti ad una casa straripante, vorrei tentare un weekend di "clean together and be happy". Perché, come dice Orietta Fiorenza, architetto e Smart Living Advisor a Milano: "Lavorare "in levare" può funzionare per fare spazio, per non nascondersi dietro agli oggetti e alle passate versioni di sé e dell’altro. Ma attenzione, perché se l’intervento è eccessivo, si rischia di sradicare le radici della coppia, che a volte si diramano anche nel baule dei ricordi... Per questo, fare insieme è importante. Non dev’essere un atto unilaterale, ma condiviso; soprattutto se i partner hanno atteggiamenti diversi nei confronti del possesso degli oggetti".
Il mio primo step di decluttering coniugale prevede di sottoporre al partner uno scatolone. Per metterci dentro tutto quello che non si usa o che ha l’aria avariata. Se entro 6 mesi non viene aperto, voilà, si può buttare tutto. Certo ci sono modi più divertenti di passare il weekend, ma magari ci si può provare?

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.