Lisa Corva

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Benvenuto, autunno, con le tue promesse e i tuoi segreti.

Venerdì, 29 settembre 2017 @08:34

"I giorni si accorciano. Il cielo diventa di quell’azzurro sottile e inamidato che prende verso la fine dell’estate… Nell’aria c’è una nuova venatura di freddo, la luce è differente."
(Dawn Tripp)
Benvenuto, autunno, con le tue promesse e i tuoi segreti.

E così l’autunno è arrivato. Ho smesso di protestare ieri, quando per la prima volta ho ritrovato, calpestando le foglie per terra, quel fruscìo che mi mette sempre addosso malinconia e allegria insieme. Ecco, forse l’autunno è questo: malinconia e allegria. Una luce differente. Autunno, con le sue promesse e i suoi segreti.

(La frase di oggi, che è anche il mio #spillo su Gioia, è tratta da uno dei miei libri dell’estate: "Georgia", la bella appassionata biografia scritta da Dawn Tripp, Neri Pozza. Perché, come ho scritto nella mia micro-recensione su Gioia, finalmente un libro ci racconta cosa c’è dietro – anzi dentro – i grandi, sensuali, mitici fiori dipinti da una delle più grandi artiste del Novecento: l’americana Georgia O’ Keeffe. C’è il suo amore, complicato, appassionato e anticonformista, per l’uomo che la scoprì, il fotografo Alfred Stieglitz. Una storia vera, una donna vera che ci ricorda che amare non vuol dire tradire se stesse).

A proposito di libri introvabili, di amori impossibili, di donne che finiscono in convento e del coraggio di cambiare il proprio destino.

Mercoledì, 27 settembre 2017 @09:23

No, anche lei finisce in convento? Sto parlando di Liza, la giovanissima Liza, protagonista di "Un nido di nobili" di Turgenev. Era il mio libro introvabile di quest’estate (esaurito, fuori catalogo: scomparso da tutte le librerie), che ho finalmente recuperato, addirittura in due (usatissime, vissutissime) copie.
Ma Liza! Giovane, lieve, sorridente, forse un po’ ingenua, d’accordo, vive con la madre e la sorella in quella campagna russa innevata e annoiata dei romanzi dell’Ottocento che amo, vedi Tolstoj. Sogna. Cosa sogna? L’amore, certo; forse quello di un insistente fatuo corteggiatore, forse quello del serio Lavretskij, divorziato e, attenzione, improvvisamente vedovo? Complice una notte di luna (quante notti di luna nella Russia dell’Ottocento), Liza si permette di crederci. E invece no. La moglie fedifraga e allegra, non deceduta ma furbissima, ricompare, di ritorno da Parigi. E Liza decide di rinunciare a tutto, non solo a quell’amore (im)possibile, ma al mondo. Entra in convento.
Non farlo! Volevo scrollarla, afferrarla per l’abito, lì nelle pagine di Turgenev. Anche perché così siamo a due, due donne che finiscono in convento, e c’est tout, con buona pace dei sogni d’amore, dell’indipendenza femminile e del femminismo (all’epoca parola non ancora inventata né immaginata, un po’ come la televisione o il computer). Già, due. Una è Liza; l’altra è la principessa di Clèves, rispettivamente "Un nido di nobili" e "La Principessa di Clèves" appunto, ovvero i due libri citati da uno dei miei scrittori preferiti, André Aciman, quando, in un’intervista, gli chiesi quali fossero i romanzi sull’amore che più l’avessero colpito. "Perché entrambi raccontano amori difficili, amori incompiuti".
Amori impossibili, d’accordo. Ma rinchiudere tutte e due le poverette in convento? Che destino, a distanza di secoli. "Un nido di nobili" è stato scritto nel 1859, e "La Principessa di Clèves" nel 1678 (questo lo trovate ancora, edizione Neri Pozza con la bella post-fazione di un'amica francesista, Isabella Mattazzi). Il primo è stato scritto da un uomo, un nobile russo dalla vita sentimentale infelice (ho letto poi che passò tutta la vita in una sorta di platonico trio, visto che era innamorato di un’attrice francese e visse con lei e suo marito); il secondo da una donna, mondana, elegante e intelligente, Madame de La Fayette. Ma pure lei doveva mandare la sua eroina in convento?

Eppure. Eppure penso a Liza e alla principessa di Clèves, ai conventi dove un tempo sbiadivano destini e desideri. Non i conventi dove pregare, meditare, in un’accezione forse più contemporanea e buddista del ritiro (in certi conventi che ho visto in Laos forse andrei anch’io, non più di una settimana, grazie). No: sto parlando dei conventi dove chiudersi, escludersi dal mondo. Una scelta così femminile, perché gli uomini no, non rinunciavano. Del resto, per secoli e secoli le donne non hanno avuto scelta. E’ banale, ma non dobbiamo dimenticarlo. Non potevano lavorare, non potevano studiare. Non potevano diventare medico né presidente della Repubblica né astronauta (l’idea di AstroSamantha sarebbe sembrata folle, come del resto quella di mettere piede sulla luna). Fino a ieri in Arabia Saudita non potevano guidare… Spesso non potevano scegliere davvero chi sposare, e soprattutto non potevano divorziare, andarsene, ricominciare. Così, ho pensato: e se alla fine ritirarsi in un convento fosse sembrata davvero una scelta? Non posso scegliere, e quindi scelgo di non esserci.


In ogni caso, sulla mia scrivania, in questo momento, il libro introvabile è addirittura in doppia copia. Un piccolo tascabile Garzanti, di quelli con il riquadro verde bosco (il colore cambiava a seconda del Paese, verde per gli scrittori russi, grigio per i tedeschi, viola per gli spagnoli), arrivato per posta da un gentilissimo amico di amici, S.B.
E poi, un libro che mi si è quasi disfatto tra le mani, un’edizione del 1935. Nella prima pagina la firma quasi illeggibile, con la stilografica, di chi lo lesse (un uomo, credo). Questo è un regalo di mio padre, che mi ha detto di guardare bene anche il catalogo, nelle ultime pagine: la piccola casa editrice, Edizioni A. Barion, ormai scomparsa, pubblicava piccoli libri tascabili che sono stati la sua preziosa biblioteca low cost, in tempi di guerra. Le storie che raccontano i libri.

Il coraggio di non essere quello che devi. Per essere quello che sei. Infedele al destino.

Giovedì, 21 settembre 2017 @08:21

"Se non si lasciasse niente o nessuno, non ci sarebbe spazio per il nuovo. Forse ogni giorno dovrebbe prevedere almeno un’infedeltà essenziale o un tradimento necessario. Sarebbe un atto ottimista, un atto di speranza".
(Hanif Kureishi)
Il coraggio di non essere quello che devi. Per essere quello che sei. Infedele al destino.

Il mio #spillo della settimana su Gioia è questo frammento che forse già conoscete, dello scrittore anglo-pakistano Hanif Kureishi, tratto da un romanzo del 2000 che mi aveva molto colpito: "Nell’intimità" (Bompiani). L’ultima notte a casa di un uomo, un uomo che ha deciso di andarsene, lasciare la compagna, i figli, i litigi. Il racconto di una notte insonne, in cui ripensa a tutto quello che abbandona.
Ieri sera, tornando a casa, ho visto le prime foglie per terra, nell’aria ormai fredda. E ho pensato che quest’autunno ormai dietro l'angolo mi deve insegnare, ancora una volta, a lasciar andare quello che è finito, e accogliere il nuovo. Perché arriva l’autunno con tutto quello che mi piace: le foglie per terra e i viali dei parchi, le zucche arancioni al mercato, la nebbia come zucchero filato, stare in poltrona con una coperta morbida, il tè nella mia tazza preferita, candele profumate da accendere (a proposito, un'amica mi ha regalato gli incensi di Astier de Villatte, in una scatola che sembra quasi di cioccolatini: un nuovo piacere). Arriva l’autunno che è casa, gratitudine, protezione, ma anche nuovi tè da provare, nuove scritture, nuovi pensieri, nuovi viaggi anche solo dell’anima. Così voglio entrare in quest’autunno. Grata di quello che ho e che ho avuto. Ma capace di fare spazio al nuovo. Un atto di speranza.

Alla vita basta un niente per sciogliere, non vista, i nodi del nostro dolore. O delle nostre certezze.

Lunedì, 18 settembre 2017 @08:31

"Davvero non so dirti
dov’è che il niente disfa
la trama di ogni giorno,
dove, non visto, scioglie
i nodi, ad uno ad uno."
(Francesco Scarabicchi)
Alla vita basta un niente per sciogliere, non vista, i nodi del nostro dolore. O delle nostre certezze.

Il Buongiorno di oggi, che è anche il mio #spillo su Gioia, è sfilato da "Il prato bianco", uno dei piccoli libri bianchi Einaudi di poesia che mi fanno compagnia. Mi piace quella vita che scioglie i nodi del dolore, non vista. Svegliarsi un giorno e sentire che è tutto passato, attutito, ammorbidito: sciolto. Anche i nodi delle nostre certezze, certo. Perché la vita va avanti, ci porta avanti. Ci vuole liberi. Liberi da pregiudizi, paure, rancori, rimpianti. Liberi.

Parlare di notte, al buio. Le nostre anime di notte.

Martedì, 12 settembre 2017 @08:18

"Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?"

Ero molto curiosa di leggere "Le nostre anime di notte" di Kent Haruf (NN Editore), soprattutto da quando Robert Redford e Jane Fonda, protagonisti del film che ne è stato tratto, sono sfilati, ottantenni a dir poco smaglianti, sul red carpet dell’ultimo Festival di Venezia. (A proposito: il film non esce nelle sale, a quanto pare, ma si potrà vedere solo su Netflix. Dico, vi sembra giusto?). Del libro ero molto curiosa anche perché è da mesi che sento parlare di Haruf: la trilogia è bellissima, "Benedizione" il più bello, anzi no "Crepuscolo"; la città di Holt, dove tutte le storie sono ambientate, cittadina inventata ma molto reale nel nulla della provincia americana, è un nuovo luogo dell’anima… Insomma, apro finalmente il libro di Haruf. Parte bene, benissimo: l’idea di una donna, vedova, anziana, che chiede, così d’emblée, al vicino di casa, anche lui anziano, e solo, di passare ogni tanto la notte da lei, "per parlare di notte, al buio", è bellissima. Niente sesso. Ma intimità. Tenerezza. Sopravvivere a certe lunghe notti che non passano mai.
Ma poi, non so come dirlo, il libro mi ha annoiato. Certo, sembra di entrare nella solitudine americana di certi meravigliosi quadri di Edward Hopper (avete presente, le persone da sole nei diner di periferia, quand’è buio?). Ma un quadro di Hopper è più potente, più poetico: mi dice molto di più. Haruf non è riuscito a emozionarmi. La scrittura è scabra, così minimale da risultare piatta. E quello che mangiano i protagonisti? Tutti quei panini insipidi, quel ketchup? Ecco: è un libro noioso come un pasto qualsiasi in un qualsiasi pseudo mac donald, senza nessuna invenzione (e a me piacciono gli hamburger).
L’unica scena che mi è davvero rimasta impressa è quando lei, nelle notti di intimità e parole, gli racconta che, moglie trascurata e non più amata, ogni tanto passava un weekend a Denver. Prenotava in un bell’albergo, andava a cena e a teatro: da sola. E si era persino comprata degli abiti speciali, che la facessero sentire bella, diversa, per quando andava in città. Da sola, un’altra se stessa: una promessa di felicità. Una promessa non realizzata, ma forse è la promessa in sé che porta felicità? Ecco, questo mi è piaciuto molto, e spero ci sarà anche nel film con Jane Fonda: l’idea che possiamo comprare dei vestiti solo per noi, dei vestiti dove abitare, dei vestiti che ci facciano sognare. Degli abiti-tappeto volante, per viaggiare in un’altra dimensione e diventare altro da quello che siamo, anche se è solo per un weekend.

Perché forse è impossibile raccontare un amore. Solo riviverlo, mentre scrivi di te.

Giovedì, 7 settembre 2017 @08:56

"Mi è difficile descrivere una persona che da tanti anni porto impressa in me, nell’anima, come una sorta di sigillo o di marchio."
(Arundhati Roy)
Perché forse è impossibile raccontare un amore. Solo riviverlo, mentre scrivi di te.

La frase di oggi, che è anche il mio #spillo su Gioia, è tratta da "Il ministero della suprema felicità" (Guanda), il nuovo romanzo della scrittrice indiana che ci aveva commosso vent’anni fa con "Il dio delle piccole cose". Dopo tanti anni di silenzio, e di attivismo politico nella sua India arcobaleno e tempesta, ecco il nuovo libro, un continente a sé, uscito pochi mesi fa. Mi ha molto colpito questa frase: nel libro è un uomo, uno dei protagonisti, che ripensa a lei, la bella rivoluzionaria e battagliera, la donna che ha amato in silenzio per anni, che non ha più visto; la donna che porta comunque in sé come un marchio, un sigillo. Mi piace questa frase perché è vero: ci sono persone che ci portiamo dentro, impronte digitali sul cuore, un tatuaggio invisibile. Visibile solo a noi.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.