Lisa Corva

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L'amore, che di nuovo, da tempo immemorabile, da lontano impedisce la morte.

Lunedì, 30 ottobre 2017 @17:29

"In cielo si raccoglie il vento,
il vento purpureo di domani,
e di nuovo l’amore,
di nuovo da tempo immemorabile
da lontano impedisce la morte". 
(Jan Skácel

I versi di oggi sono di Jan Skácel, nato negli anni Venti in quella che al tempo era ancora Cecoslovacchia. Sono tratti da "Il colore del silenzio", Metauro edizioni. E sono stati un mio Buongiorno su City, nel 2010.
Ma mi sono tornati in mente in questi giorni, giorni di tramonti troppo rossi e di incendi, giorni in cui pensiamo (io, almeno, ci penso) a chi non c’è più. Eppure l’amore, "di nuovo da tempo immemorabile da lontano impedisce la morte": sono queste le parole che continuano a risuonarmi, anche adesso, in questa sera d’autunno.

Se la vita non ha senso, significa che essa è il senso.

Giovedì, 26 ottobre 2017 @08:26

"La vita non ha senso, né senso vietato, né senso obbligatorio. E se non ha senso, vuol dire che va in tutti i sensi e trabocca di senso, tutto inonda. Fa male tanto a lungo quanto le si vuole imporre un senso, piegarla in una direzione o nell’altra. Se non ha senso, significa che essa è il senso"
(Christiane Singer)
Non è vita se non puoi perderti in strade sbagliate. Non è vita se pretendi che ti porti dove vuoi tu.

Una mia cara amica, Stefania R., mi ha regalato un piccolo libro di pensieri che tengo, in questi mesi, accanto al letto: è "Dove corri? Non sai che il cielo è in te?" (titolo un po’ assurdo, di Servitium Editrice), di Christiane Singer. Leggo qualche pagina, ogni tanto, quando mi sento persa; quando, appunto, mi sembra che la vita non abbia senso (frase retorica, ma quando la senti dentro, nella pancia, nella gola, è terribile). E così ho incontrato queste frasi, questa pagina, che è diventata il mio #spillo su Gioia. Leggo, rileggo. E come un mantra, mi sembra che possa funzionare.

Diario di una golosa seriale: i tramezzini a Venezia (tramezzini rosa, con prosciutto o granchio, come i lampioni rosa nella laguna).

Lunedì, 23 ottobre 2017 @09:02

Gli ultimi li ho mangiati ieri, in un bar qualsiasi in una calle qualsiasi, tornando a casa: uno con ripieno di granchio, l’altro con prosciutto e uova. Rosa, come i lampioni che si accendono nella laguna, questo weekend morbidamente color perla. Venezia che è bella sempre, forse più bella adesso, con i colori dell'autunno, dell'inverno.
Ma a proposito dei tramezzini. Confesso di essere una golosa seriale: a Roma, dove sono tornata a settembre, ho mangiato ogni giorno tonnarelli cacio e pepe in un posto diverso; a Vienna di solito è la Wienerschnitzel; a Venezia non so resistere ai tramezzini. Quei sandwich fatti di pane bianco morbidissimo senza crosta, tagliati a triangolo, ripieni di cose buone. Quest’anno sono stata già tre volte a Venezia, un’intera settimana a maggio, per l’opening della Biennale (e delle altre belle mostre che durano fino a fine novembre). Per Gioia ho scritto un articolo su Biennale e dintorni, che è uscito quest’estate: eccolo qui, se avete in programma un weekend in laguna entro fine novembre
(domenica ho visto anche la bella mostra Intuition a Palazzo Fortuny http://fortuny.visitmuve.it/it/mostre/mostre-in-corso/intuition/2017/03/17233/intuition/ , che aggiungo a Biennale e Damien Hirst). E mi raccomando i tramezzini! I miei preferiti sono da Rosa Salva (soprattutto quella davanti alla chiesa dei santi Giovanni e Paolo), ma aggiungo quelli del bar design dentro al Fondaco dei Tedeschi, tutto disegnato da Starck. Sono belle e buffe anche le tazzine!


FUORI E DENTRO LA BIENNALE
Una Biennale di donne? In realtà sono pochissime quelle che hanno diretto la Biennale d’Arte, quest’anno alla 57esima edizione www.labiennale.org/). Quindi siamo contente per la curatrice di quest’anno, Christine Macel, capo del Centre Pompidou a Parigi, che ha scelto un titolo gioioso, "Viva arte viva". Eclettica e curiosa, quando l’ho incontrata mi ha detto: "Amo cambiare. Il mio stile è… cambiare stile. Giocare. Con gli abiti, i profumi, la mia collezione di cappelli, sciarpe, foulard". E anche dentro la sua Biennale c’è di tutto: dai sciamani agli abiti! Già: in Arsenale, Lee Mingwei presenta, tra rocchetti di filo, The Mending Project: potete portare abiti rovinati e strappati, a cui si provvederà con "rammendo d’artista". Tra i miei padiglioni preferiti, il Padiglione Italia (a cura di Cecilia Alemani, trovate la sua intervista più sotto).
Gli eventi collaterali della Biennale ci portano poi a scoprire palazzi e musei bellissimi e quasi dimenticati, come la Fondazione Querini Stampalia (www.querinistampalia.org/). Qui, la caffetteria è stata ricoperta di quadri-tessuto (in collaborazione con l’azienda tessile Bonotto); l’artista Maria Morganti ha ripreso i colori dai fiori tra i capelli di un quadro del 1910 della collezione. Mentre, tra gli specchi e gli stucchi dorati del museo, un’altra artista, Elisabetta Di Maggio, ha disseminato installazioni-ricamo.
Location splendida, l’Abbazia di San Giorgio Maggiore, per la mostra di Michelangelo Pistoletto, "One and one makes three", per scoprire o riscoprire l’artista mito e i suoi quadri-specchio. E per un selfie dentro il labirinto di "Love Difference". (Proprio qui l'ho intervistato: vi metterò presto on line il nostro incontro).
Ma la vera sorpresa è "Treasures from the wreck of the unbelievable", ovvero tesori dal naufragio dell’impodell’impossibile, una mostra capolavoro di Damien Hirst. Statue giganti dell’antichità recuperate dal fondo dei mari e incrostate di conchiglie e coralli. Vere o false? In ogni caso, una mostra ironica, kitsch, esagerata. A Palazzo Grassi e a Punta della Dogana ci si perde, ci si diverte, anche davanti a un improbabile Topolino presentato come reperto marino (fino al 3 dicembre; www.palazzograssi.it/). Frase cult dell’autore, all’entrata: "Somewhere between lies and truth lies the truth". Un gioco di parole per dichiarare che da qualche parte tra le bugie e la realtà, si trova la verità. Una frase mantra applicabile anche alle nostre vite!
DORMIRE, MANGIARE, SHOPPING Sono fortunata, perché a Venezia sono sempre ospite da amici affettuosi. Ma sono anche curiosa delle novità, come Casa Flora, inaugurata da poco dai simpatici albergatori di Hotel Flora e Locanda Novecento, due indirizzi preziosi a Venezia. Il plus: si possono prenotare "esperienze" personalizzate, dalla gita in barca in laguna, allo chef veneziano che viene a cucinare a casa (www.casafloravenezia.com/).
Da non perdere, una visita al Fondaco dei Tedeschi. Durante il Rinascimento era, appunto, il magazzino dei mercanti tedeschi, sul ponte di Rialto; ora è diventato uno shopping center speciale. Ristrutturato da un’archistar, Rem Koolhaas (lo stesso che ha disegnato la Fondazione Prada a Milano), oltre a borse e scarpe ospita il caffè ristorante gourmet dei fratelli Alajmo, disegnato da Philippe Starck; e, attenzione, all’ultimo piano c’è una galleria d’arte, e una terrazza con vista spettacolare sulla città incantata. Sempre a Rialto, si va a caccia di "furlane": le scarpe-pantofola di velluto tipiche del Friuli, in tutti i colori possibili, che ora vanno a ruba anche tra le fashioniste straniere (compratele, ad esempio, da www.piedaterre-venice.com/). Se è ora di cena, prenotate a Rialto da Bancogiro, per mangiare open air (tel 041/5232061); oppure da Codroma, un vecchio "bacaro", le tipiche osterie veneziane (tel 041/ 5246789). Consigliati: i "bigoli in salsa" (pasta tipica con una salsa a base di acciughe e cipolle) e le "sarde in saor" (sarde con cipolle in agrodolce). Perché Venezia è anche da assaggiare.
UN INCONTRO.
Incontro Cecilia Alemani, la giovane curatrice del Padiglione Italia alla Biennale, proprio all’entrata del suo "scrigno". Dentro, il buio-incantesimo dei tre artisti che ha scelto: Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi e Adelita Husni-Bey. Fuori, la luce abbagliante dell’Arsenale. E’ lei che propone: andiamo a parlare sedute al sole? Solo alla luce vedo dei piccoli dettagli che mi fanno simpatia: la camicia con il colletto di unghie rosse laccate di Vivetta; un orecchino-ape di Delfina Delettrez; l’anello teschio di Codognato, storico gioielliere veneziano. Cecilia la scopro innanzitutto così: dai dettagli moda. Un po’ magici. Come il titolo che ha scelto per il Padiglione Italia di quest’anno, Il mondo magico… "E’ ispirato al libro di un antropologo napoletano nel dopoguerra, Ernesto De Martino. Lui pensava alla tarantola, al malocchio: un modo della cultura non ufficiale per reagire a un momento di crisi. E’ questo che mi interessava". L’arte dunque può avere qualcosa di magico? "Diciamo che, secondo me, l’arte funziona quando aggiunge qualcosa alla lettura del mondo. Quando mi fa notare un particolare. Quando mi permette di rileggere la realtà". Da scoprire anche non dentro un museo: e infatti Cecilia vive a New York (insieme al compagno, il bravissimo art curator Massimiliano Gioni, e al loro bimbo), dove si occupa del programma di public art della High Line, la "passeggiata" design e sopraelevata creata al posto di una linea ferroviaria in disuso. "La nuova artista che partecipa è Sheila Hicks: coincidenza, è anche qui in Arsenale, con la sua installazione". Una montagna di enormi gomitoli di lana colorata. Il gioco buffo di un’artista ottantenne. Perché anche il tessuto è magico.

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Mi alzerò ogni mattina per sistemare l’alba prima che ti svegli.

Giovedì, 19 ottobre 2017 @08:35

"Ti proteggerò amore mio,
sarò dolcissimo con te e con gli alberi,
ci sarà una diffusa devozione per te
nella nostra casa,
mi alzerò ogni mattina
per sistemare l’alba
prima che ti svegli,
ti raccomanderò
alle piante, ai bicchieri."
(Franco Arminio)
Quando l’amore ti accarezza.

Mi piace questa parola quasi antica, sacrale: "devozione". Mi piace pensare che l’amore coniugale possa essere anche questo: essere devoti, dediti alla persona con cui dividiamo il letto, i sogni, i ricordi. Mi piace questo "sistemare l’alba" prima che l’altro si svegli, questo sguardo carezzevole sulle piccole cose: le piante, i bicchieri. Un matrimonio è anche dolcemente questo.
I versi di oggi, del poeta italiano Franco Arminio, sono anche il mio #spillo su Gioia di questa settimana e sono tratti dal suo libro "Cedi la strada agli alberi" (Chiarelettere).


A proposito: sempre su Gioia trovate un mio micro-articolo a proposito di tartufi e viaggi (parlo di Alba, che ha incrociato tartufi e design, dove spero di andare presto: http://www.fieradeltartufo.org/2017/it/ ). E cercatemi in queste settimane su D di Repubblica…

Pensate se i danni interiori che abbiamo subito fossero visibili dall’esterno. Come sotto lo scanner di un aeroporto.

Venerdì, 13 ottobre 2017 @06:56

"Pensate se i danni interiori che abbiamo subito fossero visibili dall’esterno. Pensate se si rivelassero come merce di contrabbando sotto lo scanner di un aeroporto. Che effetto farebbe andarsene in giro per la città con tutto quanto in bella vista – le ferite e i tradimenti e le umiliazioni; i sogni infranti e i cuori spezzati? Che effetto farebbe vederci per come la vita ci ha resi? Le persone che siamo, sotto la pelle".
(Tammy Cohen)
Trasparenze.

Ma per fortuna non succede. Per fortuna non siamo così trasparenti, per fortuna i sogni infranti e le sconfitte non si vedono attraverso la pelle, come lividi o vene blu. Per fortuna possiamo ancora alzarci, vestirci, camminare per il mondo senza che lo scanner degli altri ci legga completamente. Ci stavo pensando stamattina, ancora nel tepore della mia casa e del mio letto, mentre rileggevo quello che è lo #spillo della settimana su Gioia; è l’incipit di un giallo inglese, "La cattiva" (Astoria, una delle mie case editrici preferite). Poi certo, ci sono i segni del tempo, degli anni, dei dispiaceri ma anche dei sorrisi sul viso: "una mappa", ha detto l'attrice Frances McDormand in un articolo che ho appena letto sul New York Times, spiegando perché non ha intenzione di nasconderle, le sue rughe. Niente lifting, solo la vita. E bè, qualche crema.

Perché crescere vuol dire imparare a decifrare gli enigmi del cosmo. Ma anche quelli del cuore.

Mercoledì, 11 ottobre 2017 @10:57

Un romanzo che racconta di un’adolescente di ieri, da regalare a una ragazza di oggi. O anche, semplicemente, da leggere per ritornare indietro, per ricordarsi di come sia misterioso crescere. È la storia della quindicenne Gina, mandata dal padre generale (per salvarla, ma lei non lo sa ancora) in un collegio rigidissimo: siamo in Ungheria, durante la seconda guerra mondiale. Ed è anche il mondo di Magda Szabó, grande scrittrice del Novecento. Perché crescere vuol dire imparare a decifrare gli enigmi del cosmo. Ma anche quelli del cuore. Questo libro ce lo ricorda. È ABIGAIL, di Magda Szabó, Anfora.

C’è un posto speciale nei miei scaffali del cuore per la letteratura ungherese: per Sándor Márai innanzitutto ("Le braci", e il capolavoro "La donna giusta", tutti Adelphi), ma anche per Magda Szabó. Di suo ho letto, negli anni, il potente "La porta", e "La ballata di Iza" (Einaudi). Quindi con molta curiosità ho incontrato, a Milano, una vera fan di Magda: Mónika Szilágyi, giovane, bionda e sorridente ungherese che ora vive in Italia. E che vuole far conoscere, con la casa editrice sua e di suo marito, Anfora, i libri meno noti di Magda. Una missione! Mi ha parlato con molto entusiasmo di "Abigail", che ho letto quest’estate: mi è piaciuto così tanto che ne ho scritto una micro-recensione per Gioia (la vedete sopra), e l’ho regalato a un’amica insegnante. E poi ho pensato di incrociare libri e abiti: ovvero, di far incontrare le due Monike. L’editrice Monika (www.edizionianfora.net/) e la stilista Monika Varga (www.monikavarga.com/), anche lei ormai milanese, di cui ho tanti abiti colorati in jersey e cotone. Si sono piaciute e hanno anche scoperto che vengono dalla stessa provincia ungherese! Che dire? Viva Magda.

La soluzione a volte è dove sembra non esserci soluzione.

Sabato, 7 ottobre 2017 @00:58

"Entriamo in città e guidiamo finché non si può più andare avanti. Dove le vie si stringono si trova sempre qualcosa."
(Bodo Kirchoff)
La soluzione a volte è dove sembra non esserci soluzione.

La frase di oggi, che è anche il mio #spillo della settimana su Gioia, è tratta da un libro che in realtà non mi è molto piaciuto: "L’incontro", di Bodo Kirchoff (Neri Pozza). L’idea era bella: un uomo, solo, separato, ex editore, conosce per caso una donna, sola, ex proprietaria di un negozio di cappelli (ma quasi nessuno compra più cappelli, così come pochi ormai comprano libri). Si conoscono in Germania (lo scrittore è tedesco), e decidono, d’impulso, di prendere la macchina e andare verso Sud, senza valigia e senza meta: prima oltrepassano il confine, poi Verona, poi la costa, verso il mare, verso la Sicilia… Poteva essere un amore d’autunno. E invece no. È solo una delusione d’autunno. Eppure, quella frase mi ha colpito. Capita, vero, che a volte di un libro ci rimanga solo un’immagine, una frase? Quel "dove le vie si stringono si trova sempre qualcosa". Ed è quando loro, in Sicilia, non sanno dove andare a dormire. Così decidono di guidare, nel centro della città (sono a Catania), finché le strade si stringono, appunto: lì "si trova sempre qualcosa", ovvero una pensione, un albergo, una camera. Una soluzione. L’ho trovato un incredibile consiglio per viaggiatori. E sì, c’è un’altra cosa del libro che mi è piaciuta: alla fine del romanzo lui riceve un pacco da lei. Il pacco arriva… da Trieste!

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Stare sul bordo di una piazza, come se fosse un oceano: un architetto racconta.

Martedì, 3 ottobre 2017 @07:58

Scrivere di architettura è un po’ come viaggiare: viaggiare nel mondo, viaggiare nel futuro.
Ed è bello se qualcuno ti accompagna in questo viaggio, e te lo racconta. Sono fortunata perché mi succede spesso. L’ultimo viaggio sul tappeto volante dell’architettura l’ho fatto scrivendo per D di Repubblica dei nuovi progetti di Mad Architects a Parigi e a Los Angeles (dove verrà costruito il Museum of Narrative Art, voluto da George Lucas, il padre di Star Wars). Chi mi accompagna è Andrea D’Antrassi, giovane romano che ha vissuto in Cina, dove è diventato associato dello studio; e Ma Yansong, il fondatore, che ho conosciuto e intervistato (stavolta per DLui di Repubblica) durante una Biennale Architettura a Venezia. Scopriteli qui: www.i-mad.com
Ma scopriteli anche nel mio racconto intervista.

Tutto è cominciato in Piazza Tien An Men. Non perché Ma Yansong abbia partecipato alla grande manifestazione studentesca del 1989 (era ancora troppo piccolo, visto che è nato nel ‘75), ma perché una delle più straordinarie emozioni della sua vita è legata alla piazza, forse il momento di svolta in cui ha capito che sarebbe diventato un architetto. "Sono cresciuto in una casa a cortile di Pechino, i tipici "hutong", un intreccio di vicoli e cortili, una vera e propria comunità all’antica", racconta Ma Yansong, che oggi, quarantenne, è uno dei più agguerriti architetti cinesi, co-fondatore di Mad Architecs. "Come molti bambini di Pechino, non ero mai uscito dal mio quartiere. Ma quel giorno, ed avevo appena cinque anni, mi sono avventurato in bici, con un mio piccolo amico; strada dopo strada siamo arrivati a Piazza Tien An Men. Mi sono fermato sul bordo, dico proprio bordo, perché a me bambino la piazza è sembrata un oceano: pensavo che non avrei mai avuto il coraggio di attraversarlo". E poi? Poi il bimbo avventuroso è tornato a casa, nel suo cortile-città; ha studiato (dopo la laurea all’Università di Pechino, un master a Yale), è diventato un architetto che oggi, non solo in Cina ma nel mondo, immagina e costruisce su grande, grandissima scala. E da poco il suo studio ha deciso di aprire un ufficio in Italia (a Roma, con Andrea D’Antrassi). Tra gli edifici-simbolo, le sexy Absolute Towers, costruite in Canada, e ribattezzate Marilyn Monroe dagli abitanti, per le curve procaci. Ma anche lo spettacolare Museo Ordos, in Mongolia, quasi un asteroide. O il discusso Lucas Museum of Narrative Art, dedicato e voluto dal settantenne regista di Star Wars. Progetto che, dopo aver scatenato parecchie polemiche per la silhouette troppo sfacciata e "montagnosa", è stato difeso da Frank O. Gehry, non a caso uno degli architetti più visionari al mondo. E ora sta per partire, a Los Angeles.
Yansong non ha solo progetti fatti di vetro e cemento, ma anche sogni, visioni. Quella a cui tiene di più si chiama Shan-Sui City: un modello di sviluppo urbano basato sullo spirito "Shan-Sui", una meditazione sulla natura. Progettare grattacieli sì, grattacieli che crescono in pochi mesi come ormai siamo abituati a vedere in Cina, ma con un’alta qualità di vita, di verde, di armonia. Un’idea utopica, certo, di città del futuro, che forse nella Cina di oggi sembra ancora più utopica. Però… Però è vero che i Mad Architects ci stanno provando. Con le Fake Hills: ovvero, "colline finte" sul mare. Costruite a velocità straordinaria nella città di Beihai, nel Sud del Paese, si affacciano direttamente sull’oceano. Hanno due tratti tipici della crescita immobiliare in Cina oggi: "alta densità" e verticalismo. Eppure, le "colline-grattacielo" hanno qualcosa di speciale: non altissime (la più elevata misura 106 metri), ma ondulate, e studiate in modo da offrire, il più possibile, vista panoramica ai residenti. Inoltre l’ondulazione offre spazi per giardini, campi da tennis e piscine; anche, vertiginosamente, sul tetto.
E’ in questa scala che Ma Yansong pensa per la Cina, e non solo la Cina, del futuro. Come nell’Himalayas Center a Nanchino, un progetto gigante: 560mila metri quadri, grattacieli tra cascate d’acqua e giardini verticali. "L’ho pensato come un villaggio-giardino, dove l’ascensore si ferma non a ogni piano ma ogni 3 piani, in modo da offrire uno spazio sociale, una terrazza lounge nel verde, per incontrarsi e socializzare". E chi deve portare a casa valigie, o la spesa? "Ci sono gli ascensori di servizio al piano", ride Ma Yansong. Ma sottolinea: il verde è importante. "Il nostro obiettivo è sfumare il confine tra architettura e natura". Trarre ispirazione dal giardino cinese per ripensarlo, trasformarlo in nuovi modelli di urbanismo. "I giovani cinesi oggi non sanno neppure quale sia la differenza tra un giardino nostro, tradizionale, e un giardino all’italiana. L’accelerazione del Paese è stata troppo forte, in tutti i sensi".
E il cortile della sua infanzia? I vecchi "hutong" sono stati demoliti, uno dopo l’altro: ora della vecchia Pechino rimane, calcola Ma, all’incirca il 10%. "Io stesso vivo, con mia moglie e miei figli, in un grattacielo, al dodicesimo piano", dice. "Ma questo non mi impedisce di pensare ai "cortili" del futuro. Chissà, se magari ne progettasse uno Peter Zumthor oppure Gehry, sarebbe un esempio fantastico e trascinante per una diversa Pechino". La struttura del cortile o "siheyuan", che ai nostri occhi italiani sembra così familiare (basta pensare alle "case di ringhiera" milanesi, e non solo) è quella che secondo Ma bisognerebbe ripensare e attualizzare. "La vita da hutong a Pechino era fatta di diversi strati: una vita di comunità, un microcosmo, anzi tanti microcosmi dentro una capitale", ricorda. "Una vita di comunità basata sulla fiducia, mentre oggi non sai neppure chi sia il tuo vicino di casa". Non è nostalgia, sostiene l’architetto, ma uno sguardo diverso sul futuro: "Il punto cruciale non è la densità delle città, inevitabile; ma gli strati di reti sociali e comunità. L’architettura moderna ha ucciso tutto questo, è alienante". Per questo Ma Yansong ha presentato la molto futurista Hutong Bubble, portata anche a una Biennale Architettura a Venezia. Una "bolla" luccicante di 10 metri quadri, da disseminare per Pechino. Un oggetto alieno ma non troppo, che spunti tra cortili e grattacieli.
E se avesse un amico straniero in visita a Pechino, che cosa gli farebbe scoprire? "Lo porterei a vedere un cortile, ovviamente; lo guiderei negli intrecci dei veri hutong. Ce ne sono ancora; uno, ad esempio, è proprio davanti alla Porta Est della Città Proibita. E poi lo porterei a pranzo. Il mio cibo preferito? Zha Jiang Noodles, spaghetti con una salsa nera di carne e pasta di soia fermentata, e cetrioli affettati". Cibo, non a caso. Perché, racconta Ma Yansong, la sua frase preferita in cinese è "Chīle ma?", che letteralmente vuol dire "hai mangiato?", ma in realtà è una formula di saluto. "Quando chiedi a qualcuno se ha mangiato vuol dire che t’importa di quella persona, vuoi sapere davvero come sta", spiega. Un saluto da cortile: anzi, da "hutong" del futuro.

Sul tappeto volante della scrittura, in Piazza Tien An Men mi ha portato anche un libro imperfetto ma toccante, che ho appena finito di leggere: "Non dite che non abbiamo niente", di Madeleine Thien (66th and 2nd). Canadese, ma di famiglia métissage (madre di Hong Kong, padre cino-malese), ha scritto un romanzo che va e viene tra il Canada di oggi e la Cina della Rivoluzione Culturale. Protagonisti, dei musicisti. A tratti il ritmo si perde. Ma le pagine più commoventi, insieme ai violini spezzati e ai dischi in frantumi della Rivoluzione Culturale, sono quelle su piazza Tien An Men: i giorni in cui gli studenti e i cittadini hanno portato in piazza, come sempre succede, come ancora succede (penso a Barcellona) la voglia di cambiare. Voglia di libertà.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.