Lisa Corva

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In questa stagione di pensieri nascosti.

Domenica, 22 novembre 2020 @12:37

"Ogni autunno ha una foglia segreta,

che rimane salda all’albero".
(Davide Cortese)
In questa stagione di pensieri nascosti.

Di Davide Cortese non so molto. So che è nato su un’isola, a Lipari, nel 1974; ha scritto, pubblicato; mi ha mandato delle sue poesie. Ne ho raccolto una, come si raccolgono le foglie nei viali d’autunno e nebbia.


"Tra i fiocchi di neve che cadono

ce n’è sempre uno,

non visto,

che risale il cielo.

Ogni autunno ha una foglia segreta,

che rimane salda all’albero.

C’è sempre tra gli uomini

un uomo che non muore.

Egli attende

che quelli che lo conoscevano

si siano tutti spenti.

Resta acceso

a illuminare

un’eternità che non so".

Svegliatemi quando finisce novembre.

Domenica, 15 novembre 2020 @08:38

"Questa sera, ho tutto l’autunno dentro,
i suoi grigi, i suoi morti, disperazioni e tempeste…" 

(Natalie Clifford-Barney) 
Svegliatemi quando finisce novembre.


I versi cupi di oggi sono in realtà di una donna battagliera, Natalie Clifford-Barney, scrittrice e poetessa americana, che si trasferì a Parigi nel 1899 e lì tenne per sessant’anni – proprio così, sessant’anni! - un salotto in cui passarono tutti e tutte, anche Colette e Mata Hari. Una vera fucina di idee, oltre che di divertimento, innamoramenti, mode e follie. Lesbica, pacifista, Natalie si battè per il diritto delle donne di dipingere ed amare. I versi sono tratti da "L’altro sguardo- Antologia delle poetesse del ‘900", Mondadori.
Il mio commento è in realtà una frase tratta dal mio ultimo libro - autocitazione! - il cui titolo è un augurio e un antidoto: "Ultimamente mi sveglio felice". Anch'io sono felice perché una lettrice ha trovato il mio romanzo - ormai praticamente vintage - in un mercatino dell'usato, l'ha comprato e lo sta leggendo. E mi ha taggato su Instagram, con la copertina e un bellissimo fuoco acceso sullo sfondo, per dirmelo.

Quieta felicità.

Mercoledì, 11 novembre 2020 @07:42

"Quell’uomo mi ha offerto, una sera, un bellissimo momento di silenzio. Non lo dimenticherò tanto presto. È uno dei miei ricordi migliori dell’anno. C’è chi serba il ricordo delle sue conversazioni, io rammento quel silenzio". 
(Nina Berberova) 

Quieta felicità. 



Avete anche voi degli incipit che vi sono rimasti impressi nella memoria? Io ne ho almeno due. Il primo è di un romanzone indiano di cui aspetto da anni, dal 1993 per l’esattezza, il promesso sequel: "You too will marry a boy I choose" ("A suitable boy", Vikram Seth, in italiano tradotto da TEA: consiglio per il lockdown anche perché sono 1600 pagine!, storia di una ragazza, Lata, nell’India degli anni Cinquanta, e della madre che vuole assolutamente che sposi il "ragazzo giusto").
Il secondo incipit è di un piccolo libro rosa, anzi cenere di rosa, Adelphi. Un libro che ho amato, riletto, regalato, rimanendoci male quando non è piaciuto. Ve lo ricopio tutto, è proprio l’inizio:
"Nella vita di ognuno esistono momenti – quando la porta sbattuta all’improvviso e senza alcun visibile motivo di colpo si riapre, quando lo spioncino chiuso un attimo fa viene di nuovo aperto, quando un brusco «no» che sembrava irrevocabile si muta in «forse» – momenti in cui il mondo intorno a noi si trasfigura, e noi stessi ci riempiamo di speranza come di nuovo sangue. È stata concessa una proroga a qualcosa di ineluttabile, definitivo; il verdetto del giudice, del dottore, del console, è stato rinviato. Una voce ci avverte che non tutto è perduto. E con gambe tremanti e lacrime di gratitudine passiamo nel locale adiacente, dove ci pregano di «aspettare un poco» prima di spingerci nel baratro".
Il libro è "ll giunco mormorante", di Nina Berberova, donna del Novecento che ha vissuto tante vite, a cui ho sfilato anche questo Buongiorno, tratto invece da "Il Capo delle Tempeste", Guanda. Che donna, Nina. Nata nel 1901 a San Pietroburgo, lascia la Russia dopo la Rivoluzione, nel 1922: prima "emigrée" a Parigi, poi nel 1950 si trasferisce negli Stati Uniti, dove insegnerà a Princeton. Rileggo ancora una volta, dalle sue memorie, questa frase, che mi sembra ci possa traghettare in questi mesi, come li ha chiamati uno storico, di allucinazione collettiva: "Mi trovo al centro di mille possibilità, di mille responsabilità e di mille incertezze. E se devo essere sincera fino in fondo: gli orrori e le sciagure del mio secolo mi hanno aiutata: la rivoluzione mi ha liberata, l’esilio mi ha temprata, la guerra mi ha spinto in un’altra dimensione". Dove ci spingerà la pandemia? Dopo il Capo delle Tempeste, verso una quieta felicità?

Tengo i giorni chiari, quelli scuri li rendo al destino.

Domenica, 1 novembre 2020 @08:49

"Tengo i giorni chiari, quelli scuri li rendo al destino"

(Zsuzsa Bánk)
Accarezzare i ricordi.

Il decluttering dei giorni? Non proprio, anche se mi è venuto da ridere a pensare a un riordino dei ricordi, questo lo tengo, quest’altro no… In realtà mi sembra che la nostra mente lo faccia automaticamente. Ci rimangono i giorni chiari, i momenti di inaspettata felicità o di tollerabile malinconia. Ci rimane la gratitudine, parola essenziale in questi tempi pandemici. Ci rimane la poesia, i libri, le giornate di sole, una vita da accarezzare. E la frase di oggi è tratta dal romanzo di una scrittrice tedesca di origine ungherese: "I giorni chiari", di Zsuzsa Bánk (Neri Pozza, traduzione di Riccardo Cravero). L’avevo intervistata tempo fa proprio per questo romanzo, ecco le sue parole:

"Tengo i giorni chiari, quelli scuri li rendo al destino". Parole luminose di Evi, una delle tre madri che incontriamo nel romanzo di Zsuzsa Bank. Evi, che se n’è andata dall’Ungheria dopo il ’56 (come i genitori dell’autrice), e vive in una baracca di legno ai margini di una piccola città tedesca. Eppure sa trasformare ogni giorno in un giorno chiaro, per la figlia Aja, e per i due bambini che giocano con lei, la piccola Seri e Karl. Un libro che parla di madri e figlie, di destini che si incrociano, prima a Roma e poi di nuovo in Germania, per tutta la vita.
Madre e figlia: un rapporto tormentato, complicato…
"Perché non dire, semplicemente, intenso? Seri e Aja, le figlie del mio romanzo, non sono in lotta con le loro madri. Per quello vanno lontano, a Roma. Se lo possono permettere, perché hanno imparato, proprio da loro, a non avere paura".
Evi è una madre aerea, di luce; la donna dei "giorni chiari". C’è qualcosa di autobiografico?
"Sì: la leggerezza di mia madre, la sua giocosità, la capacità di inventare piccole cose buffe per noi, ogni giorno. In fondo penso che tutte le mie amiche me la invidiassero… In me, invece, penso che ci siano frammenti di tutte e tre le madri del romanzo: c’è la malinconia e la depressione di Ellen, il distacco, a volte, dal quotidiano; la capacità di divertirmi con i miei figli di Evi; la disciplina di Maria".
Lei ha una figlia: che cosa vorrebbe trasmetterle?
"Vorrei che imparasse quello che le bambine del mio romanzo imparano dalle loro madri: a non aver paura della vita. Ad avere la forza di buttarcisi a capofitto; saperne vedere tutti i colori e le possibilità. E poi spero che mia figlia scopra qual è il suo talento, che non lo sprechi. E che si ricordi, anche nei momenti più difficili, che c’è sempre un domani".


Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.