Lisa Corva

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Abbandonati in braccio al buio, monti, m’insegnate l’attesa.

Giovedì, 9 agosto 2018 @07:00

"Abbandonati in braccio al buio, monti, m’insegnate l’attesa."
(Antonia Pozzi)
Perché, forse, l’unica cosa che si può fare mentre si aspetta è imparare ad aspettare.

Confesso di non sapere molto di Antonia Pozzi (morta suicida, giovanissima, nel 1938), tranne che è stata una delle più delicate poetesse italiane. Ma questi versi, che sono il mio #spillo della settimana su Gioia e mi sono arrivati via whatsapp da un’amica in montagna – i percorsi digitali della poesia – mi hanno fatto pensare. All’abbraccio della montagna, che non è l’abbraccio che più amo (e nonostante questo sto partendo per qualche giorno in quota – al fresco!). Ma anche al saper aspettare; anzi, al "che cosa si fa mentre si aspetta"? Si impara ad aspettare. Aspettare che cosa, mettetecelo voi…

Intanto, ecco l’articolo che è uscito sabato scorso su Repubblica. A proposito, anche qui, di attesa e desiderio.
E se il sesso fosse sopravvalutato? Pensiero molesto, di una giovane scrittrice giapponese da bestseller, Sayaka Murata, sostenuto da dati e ricerche che ci piovono addosso come temporali d’estate. Nel suo primo romanzo pubblicato in Italia - "La ragazza del convenience store", in uscita il 29 agosto per edizioni e/o - la protagonista le assomiglia molto. È una ragazza che lavora in un "konbini", uno di quei piccoli supermarket aperti 24 ore su 24 di cui è pieno il Giappone, e da quel mondo impacchettato non vuole uscire. Troppo rischioso. Poi conosce un uomo che le propone un’unione 100% casta. Neppure un bacio. E lei accetta... Nel romanzo successivo, "Dwindling World", Murata spinge il no-sex ancora più in là: immagina una società in cui i figli si fanno solo "in vitro", e il sesso coniugale è visto quasi come un incesto. Distopico, angosciante? Macché. "Agli under 40 un mondo senza sesso non fa paura, anzi: è un’utopia possibile", ha detto. Ma ci piace davvero vivere così? Incontrarsi on line, mettersi tanti like, vivere insieme senza toccarsi?
Per chi ha vissuto il ’68 e le "scopate senza cerniera" (o almeno ne ha assorbito i benefici), il no-sex è uno spreco, una follia. I giornali insistono: Le Monde sostiene che i rapporti platonici sono in crescita, e il colpevole è anche il digitale; l’orbiting è la nuova "malattia" per cui seguiamo sui social la persona di cui siamo invaghiti, senza mai interagire dal vero. El País riporta una ricerca di The Journal of Sexual Medicine: la percentuale di uomini sessualmente attivi diminuisce dall’81% al 73% nel 2016; mentre l’assenza di desiderio sale dall’8% al 13%. E poi certo, ci sono i famigerati "matrimoni bianchi" (che, almeno negli Usa, sono ormai il 15% delle unioni). Il caso classico: lei soffre di vaginismo o paura della penetrazione, lui è impotente. Ma la vera novità sono i millennials, i ragazzi e le ragazze che praticano un "fluid gender", una fluidità anche nelle scelte erotiche, che spesso si traduce in una non-scelta. Astenersi, aspettare.
E poi c’è chi prova e rinuncia… L., bella quarantenne divorziata, a cui non mancano i corteggiatori, non fa sesso da anni. "Sei, più o meno. Tanto? Il problema è che non mi piace nessuno. Io ci provo, accetto inviti, mi faccio corteggiare; lunghe corrispondenze via whatsapp, affinità elettive… Poi esco a cena e non scatta niente, neppure un brivido, se non di noia. Il mio corpo si rifiuta".
Sorpresa, la neo-castità è diffusa anche tra le coppie gay. Quelle di lunga durata, però. Dove ci si sposa, con matrimoni allegri e iper-social, dopo anni di complicità, ma… Dice G., 48 anni: "Ho dato al mio compagno libertà di caccia. Lui è la mia famiglia, il mio tutto. Sono io che non ho più voglia di fare sesso: né con lui, né con altri".
Poi c’è la castità temporanea, black-out di coppia. "Mi piace ridere, mangiare bene, uscire sotto la pioggia, vestirmi di rosso e dipingermi le unghie; il sesso è un modo – uno dei migliori che conosca - per sentirmi viva", dice O., 45 anni. "Per questo il mio anno di astinenza è stato un incubo. I primi mesi non ero preoccupata. Quando mio marito, la sera, crollava addormentato; o quando le mie avances finivano in sue défaillances, mi sono affrettata a rassicurare lui, e me stessa. Capita. Ma quando le settimane diventano mesi? Abbiamo risolto, sì, grazie alla pillolina blu che ha sbloccato la situazione. Però ricordo ancora quando mi ritrovavo a fissare le altre donne, al supermercato, o mentre aspettavo i bambini all’uscita da scuola, con uno "sguardo scanner": quanto sesso farà lei? Quand’è l’ultima volta che ha scopato?". Quasi una scena da romanzo, in quel "convenience store" giapponese che speriamo non diventi distopica realtà.

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Per capire di più l’assenza di desiderio, meglio chiedere a un uomo che il desiderio l’ha raccontato in tutti i suoi (struggenti) romanzi. Raggiungiamo André Aciman mentre è appena sbarcato dalla sua NYC in un Brasile, si spera, ancora ad alta gradazione erotica. E dunque, gli domandiamo, davvero è in aumento la neo-castità? Anche i protagonisti della torrida storia di "Chiamami con il tuo nome" (Guanda), ambientata negli anni Ottanta, che è diventata un film da Oscar, oggi si limiterebbero a mandarsi ore e ore di whatsapp?

Potrebbero certo cominciare così, ma finirebbero lo stesso a letto. Io non demonizzo il digitale, anzi: dichiarare a voce il proprio desiderio è difficile, mentre il "texting", in qualsiasi forma, che sia una chat o una mail, è molto più semplice. Come ben sappiamo, un gioco che può diventare velocemente erotico.
-Lei ha tre figli maschi, insegna, è a contatto con i millennials. Ma è vero che per le generazioni più giovani la castità non è più un tabù, anzi quasi un trend?
Quello che vedo è che i millennials si avvicinano al sesso senza scrupoli nè pregiudizi. Il sesso per loro è, certamente, fluido: straight, gay, bi, trans… O semplicemente curiosità verso l’altro. Del resto è il desiderio che è fluido, per sua natura; ma non penso che oggi si faccia meno sesso. Anzi: i millennials sono aperti a molte e molteplici possibilità.
-Innamorarsi oggi: ci si mette tanti like ma poi non si conclude. È d’accordo?
Direi invece che spendiamo molta più energia emozionale on line, questo sì. I social, o magari solo il cellulare da cui non ci stacchiamo mai, rende semplice intrecciare multiple relazioni platoniche. O anche non così platoniche.
-Lei sostiene che il desiderio è sempre un enigma. Ma lo è anche l’assenza di desiderio?  
Quando parliamo di desiderio parliamo solo di due cose: voglio toccarti, e voglio che mi tocchi. Forse è un po’ semplicistico: ma c’è questo alla base di ogni impulso erotico. La voglia di essere abbracciati dall’altro. L’assenza di desiderio è il non voler essere sfiorati.
-C’è chi ama eppure non fa sesso…
Magari all’inizio. Penso che chi ha molta esperienza erotica si renda conto di una semplice verità: che la miglior parte di una relazione non è necessariamente "toccare" l’altro, ma ciò che viene prima. È l’inizio, il momento in cui tutto è ancora possibile. La scintilla inspiegabile e miracolosa dell’intimità tra due sconosciuti. Ho cercato di raccontarlo in Notti bianche. Dove un uomo e una donna si incontrano, a Manhattan, e si girano intorno per notti e notti di neve…
-So che i suoi libri preferiti sull’amore sono "La principessa di Clèves" di Madame de La Fayette, e "Un nido di nobili" di Turgenev. Guarda caso, due amori casti: amori mai realizzati.
Forse perché quello che da scrittore mi affascina sono proprio gli amori irrisolti, incompiuti. Quello che poteva accadere e non è accaduto, e che ci girerà intorno per tutta la vita. Ma il desiderio c’è, anche in questi romanzi in teoria casti: c’è comunque, e non è silenzioso, in certe pagine… strilla.
-Ma insomma, vivere senza sesso è possibile?
Si può. Ma che senso ha?

Gli amori impossibili, quelli che ci girano intorno tutta la vita.

Mercoledì, 17 maggio 2017 @09:06

"Questo mai-amore che ha cambiato tutto, ma non è andato da nessuna parte".
(André Aciman)
Gli amori impossibili, quelli che ci girano intorno tutta la vita.

Questa frase, che è anche il mio #spillo su Gioia, è tratta dall’ultimo libro di André Aciman, uno dei miei scrittori preferiti. Questa è l’intervista che gli ho fatto e che è uscita su D di Repubblica qualche settimana fa.

Bisogna ringraziare André Aciman, perché il suo ultimo romanzo, Enigma Variations (esce il 18 maggio per Guanda, con il titolo Variazioni su un tema originale ), ci regala un lusso: quello di pensare all’amore, al desiderio, nelle nostre vite. Seguire la storia di Paul (cinque racconti, cinque momenti di seduzione e incantamento nella vita del protagonista), vuol dire infatti pensare a noi, al prisma del desiderio che cambia e trascolora tutto. Vuol dire accettare che l’amore possa essere fluido: per un uomo, per una donna, poi di nuovo per un uomo, chissà.
L’altro che è terra sconosciuta, confine da attraversare; a volte finalmente approdo, il sollievo di sentirsi a casa.
Forse nessuno meglio di Aciman, che vive da sempre "displaced", in esilio, poteva raccontarlo: lui, che è nato ad Alessandria d’Egitto (e i suoi ricordi, insieme alla partenza forzata della sua famiglia, sono diventati il suo primo libro, Ultima notte ad Alessandria ), che ha vissuto da ragazzo in Italia (è da qui che vengono il sole, il mare e lo struggimento del suo bestseller, Chiamami col tuo nome ), che infine è arrivato a New York (e le vie, gli incontri del destino di Manhattan sono tutti in Notti bianche ). Con il nuovo libro, però, Aciman tocca un punto sensibile del mondo e dell’amore oggi. Paul, il protagonista, desidera e si strugge prima per un altro uomo, poi per una donna, di nuovo per un uomo… Perfettamente "fluid gender". Ma è davvero possibile?
"Oggi la gender identity è diventata un discorso politico. Anzi, "politically correct". Ma io penso che quando sono in gioco i nostri corpi, i nostri desideri, il "correct" non abbia senso. E’ irrilevante".

D’accordo. Però stiamo parlando di sesso. Sembra impossibile poter provare davvero desiderio erotico per un maschio, o per una donna, indifferentemente. Come dichiarano (e praticano) invece molti ragazzi e ragazze oggi. E molte celeb…
"Perché non accettare, invece, questa possibilità di mutevolezza erotica? Cambiamo umore magari nel giro di un’ora; cambiamo gusti, preferenze. Quante volte sono passato dall’adorazione di Dostoevskij a detestarlo e poi amarlo ancora…".
Ma qui stiamo parlando di erotismo, non di gusti letterari.
"Il nostro eros è mutevole e ondivago: tutto dipende da chi incontriamo, dove siamo, persino dalla stagione in cui siamo. Questo è l’enigma del desiderio, indecifrabile anche a noi, fino alla fine. Ci sono giorni in cui posso struggermi per una donna appena conosciuta, pensare continuamente a lei; per poi rivederla, e chiedermi cosa ci avessi trovato. Ma ci sono anche giorni in cui vorrei solo toccare, sfiorare la mano di un uomo, per poi ignorarlo, e poi ancora trovarlo insopportabilmente sexy se, per caso, lo incontro nella subway".
Forse questa mutevolezza quasi primaverile è esagerata, ma è vero che ognuno di noi ha delle storie di desiderio fluido da raccontare. Anche se non in prima persona. C’è l’architetto quarantenne che si innamora solo di ragazze fluid gender (e l’ultima si è tirata indietro perché, guarda caso, ha una partner: donna). O la curatrice d’arte che, dopo un divorzio, ha incontrato l’amore della sua vita: una giovane artista, selvaggia e simpatica, che si dichiara appunto non lesbo, ma fluid gender.
Quindi sì al desiderio fluido?
"Sì. Forse perché vogliamo essere ovunque. Forse perché vogliamo essere tutto. E la vita del resto è troppo, troppo grandiosa: viviamola senza paraocchi".
Dopo la grande rivoluzione femminista degli anni Settanta, dopo la rivoluzione gay (che ha cambiato anche il codice civile), pensi dunque che la nuova rivoluzione nel privato possa essere quella del "fluid genere"?
"Assolutamente sì. E’ un fenomeno nuovo: non credo sia mai esistito prima, nella storia. Sicuramente mai in modo così aperto. Quello che però mi spaventa è che c’è molta inconsapevolezza. E soprattutto, intolleranza. Anche in Occidente. Per non parlare dei Paesi in cui l’omosessualità, o i diritti delle donne, sono condannati e calpestati. Figuriamoci capire e accettare una fluidità di innamoramento e di orientamento sessuale".
Nel primo racconto del tuo libro è commovente il dialogo silenzioso - attraverso gli anni - tra padre e figlio. Il passato, i segreti finalmente svelati. Tu hai tre figli maschi: che messaggio speri di aver passato, a loro, sull’amore?
"Vorrei che i miei figli avessero capito che per quello che riguarda i moti del cuore non ci sono regole – mai! E, ancora più importante, che quando siamo nudi, nel vero senso della parola, senza vestiti, niente è proibito. Sempre che non ci sia violenza o costrizione, ovviamente. Questo è quello che mi ha insegnato mio padre. Questo è quello che sento e credo".
Quest’anno è uscito il film tratto dal tuo bestseller, Chiamami con il tuo nome . Diretto dal "nostro" Luca Guadagnino, applaudito al Sundance Festival e al Festival di Berlino, lo aspettiamo presto in Italia. Ma intanto raccontaci, sei stato sul set?
"Sul set, e nel film: appaio per qualche minuto. E’ stato fantastico, e non solo perché non ero mai stato prima "dentro" una pellicola. Ma anche perché penso che il film sia molto fedele al mio romanzo".

Sei uno scrittore, ma anche un appassionato lettore. Qual è il più bel romanzo che hai incontrato sull’amore?
"La Principessa di Clèves di Madame de La Fayette e Un nido di nobili di Turgenev. Entrambi raccontano amori difficili, amori incompiuti".
Vorresti che un lettore, una lettrice, chiudesse il tuo nuovo libro e pensasse…
"Questo libro ha cambiato la mia vita. Ha cambiato il modo in cui penso all’amore. Ha cambiato la persona che voglio essere, la prossima volta che mi innamoro".
L’Italia: per te, un tuo altrove. L’isola del Sud assolata dove inizia il nuovo romanzo. Ma anche il mare e i sentieri di una Bordighera vintage in "Chiamami con il tuo nome". L’Italia ti chiama sempre?
"Vorrei poter dire che il mio cuore appartiene all’Italia. Ma è troppo facile: è il mio corpo, in realtà, che le appartiene. Perché è lì che, a 14 anni, i miei sensi si sono accesi per la prima volta. Così quando voglio scrivere di questo - di sensualità, desiderio, struggimento - è all’Italia che penso. E, visto che ho sempre vissuto in esilio, se penso a un posto dove vorrei riposare per sempre, è il cimitero acattolico a Roma".
Bellissimo: un angolo della capitale dimenticato dal tempo e dal traffico, accanto alla Piramide Cestia, che accoglie anche Keats…
Nel libro c’è una frase toccante: "This never love that altered everything but went nowhere". Ma lo struggimento di un non-amore, un amore che non porta da nessuna parte, che non diventa mai neppure un bacio, ha senso?
"Io penso che la parte più importante della nostra vita - anche sentimentale - accada nella nostra testa. Desiderare qualcuno vuol dire fantasticare su questa persona. Forse per questo gli amori incompiuti, gli amori impossibili sono quelli che durano di più".
L’ultima domanda forse avrebbe dovuto essere la prima: perché questo titolo? Un riferimento all’opera musicale di Edward Elgar, Enigma Variations?
" Sì, certo. Ma c’è una sottotraccia. Normalmente, quando un musicista compone delle variazioni -penso a Bach, a Beethoven - parte da un tema principale, su cui, appunto, varia. Non per Elgar. Qui non c’è un tema originario, solo le 14 variazioni. Sappiamo però che ognuna era dedicata a una persona che gli stava a cuore. Lo stesso è il mio libro: cinque variazioni intorno a un’assenza. Variazioni, infine, perché così siamo noi: nomadi. Mutevoli. Non decifrabili anche per noi stessi, fino alla fine".
Enigma fu anche una celebre operazione di spionaggio durante la seconda guerra mondiale…
"Sì, quando gli inglesi riuscirono a decriptare il codice segreto dei tedeschi. E questo ci insegna che quando riusciamo a scoprire - o pensiamo di averlo fatto - il segreto di una persona, bisogna tacere. Se scopri la password di chi ti interessa, non dirglielo. La cambierebbe subito".

Hai mai scritto una lettera a un ex?

Martedì, 29 dicembre 2015 @08:35

Io l’ho fatto. O meglio: ho chiesto a scrittori, designer, artisti, imprenditori di scrivere un messaggio a un ex… Una lettera, o anche solo un sms. Il risultato è in un pezzo su D di Repubblica che trovate in edicola questa settimana. La lettera che forse mi ha più toccato? Quella che André Aciman, uno dei miei scrittori preferiti (sì, proprio lui, quello di "Chiamami con il tuo nome" e "Notti bianche", Guanda, li avete mai letti?) mi ha mandato, da New York, una domenica, pensando a un suo perduto amore. L’ho letta (e tradotta, che emozione tradurre qualcosa di uno scrittore che mi piace così tanto) e mi è venuta voglia di scrivere, davvero, a chi ho amato e perduto. Perché non ci sono mai lettere scritte invano. Ecco intanto quella di Aciman:

Cara Nancy,
c’è un giorno che ricordo bene. Dev’essere stato a fine dicembre o gennaio, di sicuro durante le vacanze di Natale. Faceva molto freddo, e noi ci eravamo incontrati per caso in uno dei corridoi vuoti dell’università. Abbiamo deciso di uscire insieme. Volevi lasciare qualcosa a casa, io anche; volevi comprare una maglia; ho chiesto se potevo accompagnarti. Siamo passati prima a casa dei tuoi. Ti sei cambiata, hai dato da mangiare al gatto, hai messo su della musica. Ci siamo seduti per terra, su un tappeto. Vicini, ma non abbastanza... Poi ancora in metropolitana, a casa dei miei; volevo posare dei libri. Il concierge ci ha visto entrare; mi ha strizzato l’occhio, io ho fatto finta di non vederlo. In casa eravamo soli, mi hai chiesto se potevi avere un bicchier d’acqua. Te l’ho portato. Volevo baciarti allora, sai. Ma non ero sicuro che lo volessi anche tu. Ti ho fatto vedere la mia camera, il mio letto, che era rimasto sfatto; ti sei seduta sopra, ma anche allora non ero sicuro che tu quel bacio tu lo volessi davvero. Ti sei avvicinata alla mia scrivania, guardavi tra le mie cose, le mie penne; mi hai detto che ti piaceva tanto la mia Pelikan. Te l’ho regalata. Poi siamo usciti ancora, verso Broadway, abbiamo pranzato insieme. Siamo stati insieme tutto il giorno; eppure, quando ti ho riaccompagnato a casa la sera, neppure allora ci siamo baciati.
Qualcosa è successo - o non è successo - quel giorno. Qualcosa ha fatto sì che tu non mi abbia più voluto vedere. Mi dicevi che mi avresti chiamato, e poi non chiamavi. Ci ho provato io, un paio di volte. Poi ho smesso. Come sarebbe cambiata la nostra vita, se fosse successo qualcosa quel giorno, a casa dei miei o a casa dei tuoi? Non lo so, non posso saperlo. Ma so che in qualche modo sono ancora innamorato di te, così come lo ero in quel freddo giorno d’inverno.
So anche un’altra cosa. Da allora ho capito che non avrei mai avuto il coraggio di fare il primo passo con una donna. Ogni volta che incontravo una ragazza che mi piaceva, inconsciamente ripensavo a quella giornata di freddo, noi due a casa dei tuoi, e poi a casa mia. Il tappeto, la musica, il gatto, il bicchier d’acqua, il letto sfatto, la voglia terribile di baciarti insieme alla terribile sensazione di disprezzo per non avere il coraggio di farlo.
Qualche mese fa ti ho cercato su Facebook. C’eri. Ti ho riconosciuto subito. Anche se avevi troppo rossetto, anche se i tuoi capelli ormai sono bianchi. Del resto, sono passati cinquant’anni. Mezzo secolo fa. E io sono ancora quel ragazzo di diciassette anni che non ha il coraggio di chiamarti.

La vita comincia da qualche parte con il profumo alla lavanda.

Sabato, 9 maggio 2015 @14:21

"La vita comincia da qualche parte con il profumo alla lavanda".
(André Aciman)
C’è sempre un profumo che ci parla di noi, di terra, di paesaggi, di ricordi, di vita. Un profumo che siamo noi.

Per me la lavanda è: spighe di lavanda nel mio armadio, raccolte dalla mia terrazza nel mio altrove, che perdono grani ma anche profumo, e il dispiacere perché la mia lavanda non ha resistito all’inverno (proprio oggi ne ho comprato un’altra, ancora piccola e non sbocciata ma profumatissima: mi ricorda, come sempre, certe terre accanto al mare). Per Aciman, uno dei miei scrittori preferiti, così come lo racconta nel libro di racconti-saggi "Città d’ombra" (Guanda), la lavanda è la colonia che usava il padre, in Egitto; ed è il profumo che ha segnato tutta la sua vita… Per me invece è quello di rose. Acqua di rose Roberts, nella bottiglietta blu di plastica, che uso da sempre; crema alle rose per il viso, quella di Dr Hauschka o quella ancora più delicata di Korrès che chiedo agli amici che vanno in Grecia; profumi alla rosa, tutti, da quello che porta il mio nome, Elizabethan Rose di Penhaligon’s, alla mia nuova passione, quello di Hermès (cito i brand non perché io sia sponsorizzata: magari! questo è un blog libero e indipendente. ma perché sono sempre alla ricerca di suggerimenti passaparola, e immagino anche voi...).
Insomma: rose e petali. Quando è uscito il mio primo romanzo, "Confessioni di un’aspirante madre", avevo fatto scrivere, sul retro di copertina: Lisa Corva non porta l’orologio e usa solo profumi alla rosa. Sono passati, vediamo… dieci anni? Dieci anni e quanti profumi alla rosa provati, quanti flaconi, quanti petali, quante delusioni, quanti sogni ancora.

La frase di Aciman, che sa di profumi che raccontano pezzi di passato e mondi, è anche il mio #spillo su Gioia di questa settimana.

La vita a cui pensiamo ogni giorno e la vita non vissuta.

Martedì, 11 novembre 2014 @07:32

"La vita a cui pensiamo ogni giorno e la vita non vissuta, la vita vissuta a metà e la vita che vorremmo avere imparato a vivere mentre abbiamo ancora tempo, quella che se potessimo vorremmo riscrivere e quella di cui sappiamo non esiste alcuna traccia scritta e che magari non verrà mai scritta, la vita che speriamo altri possano vivere molto meglio di noi, intessuta con un unico filo sul quale viene avvolta una cosa così semplice come il desiderio di essere tutt’uno con il mondo, di trovare qualcosa invece del nulla e, dopo averlo trovato, non lasciarselo sfuggire mai più, fosse anche solo un rametto di lavanda".
(André Aciman)
La vita che. Afferrala. Sa di lavanda.

André Aciman lo conoscete: uno dei miei scrittori preferiti (ma cliccate sul suo nome per scoprirlo meglio). Il Buongiorno di oggi è tratto dal suo "Città d’ombra" (Guanda, traduzione di Valeria Bastia).

Sogno di pace insieme a un caffè.

Mercoledì, 23 luglio 2014 @09:14

"Anche quando tutti gli arabi e tutti gli ebrei si saranno sterminati a vicenda, resteranno sempre un arabo e un ebreo che continueranno a bere cinquante-quatre insieme. Spero solo ce ne siano altri come noi".
(André Aciman)
Un sogno di pace insieme al caffè.

Cinquante-quatre era il prezzo di un caffè, 54 centesimi di dollaro, in quella calda e solitaria estate del 1977, ad Harvard, in cui due uomini si incontrano, e prendono un caffè dopo l’altro, al Cafè Algiers: un ebreo nato ad Alessandria d’Egitto, un arabo che ha nel cuore il "sud di Pantelleria", le case bianche sul mare di Sidi Bou Said. Uno legge libri di Chaucer e si prepara a una vita in università. L’altro guida un taxi nella notte di Boston. Bevono caffè e parlano, parlano nel francese che è la loro lingua franca: parlano di donne, di sesso, di desiderio, di quello che si può avere e quello che si può solo rimpiangere, del Mediterraneo lontano, del futuro forse vicino. E’ il nuovo romanzo di André Aciman, "Harvard Square" (Guanda), e lo sto leggendo in questi giorni, insieme alle terribili notizie da Gaza; quasi come fossi seduta anch’io in un Café Algiers del mondo.

Io e te. Campi magnetici.

Lunedì, 21 luglio 2014 @07:54

"La morale era semplicissima: se volevi qualcuno con abbastanza intensità e avvertivi la morsa del desiderio alla bocca dello stomaco, era molto probabile che anche l’altra persona ti desiderasse allo stesso modo."
(André Aciman)
Io e te. Campi magnetici.

Lo sto leggendo adesso, non sono riuscita ad aspettare le vacanze: "Harvard Square" (Guanda), l’ultimo romanzo di uno dei miei scrittori preferiti, André Aciman. Due ombre scure sulla copertina gialla, le due ombre di due giovani uomini che si incontrano in una lunga, calda, solitaria, assolata estate di attesa, all’università di Harvard, negli anni Settanta. Il Cafè Algiers dove si incontrano e si ritrovano, ogni mattino; metafora e ricordo di altri caffè, di un Mediterraneo lontano, esilio e displacement. Displacement, quello che Aciman sa raccontare così bene: ovvero il sentirsi fuori luogo, displaced appunto, mai nel posto giusto, sempre in un altrove strano, sbagliato, o desiderando nostalgicamente un diverso altrove.

Ti ascolto, città.

Lunedì, 14 ottobre 2013 @08:41

"A volte non mi va di tornare a casa. Esco dall’ufficio o da una festa o dal posto in cui mi ero fermato a bere un caffè nel pomeriggio e, d’impulso, mi ritrovo a fare una lunga passeggiata… E’ la città che mi interessa. La città dopo una giornata piena. La città nei pomeriggi di pioggia. La città quando ti prendi un giorno libero, ti alzi all’ora sbagliata, o scendi a una fermata non tua e vaghi per strade poco familiari e all’improvviso ti ritrovi in un cinema di cui non avevi mai immaginato l’esistenza e non vedi l’ora di entrare".
(André Aciman)
Ti ascolto, città.

Il Buongiorno di oggi è tratto da "New York, abbagliante", uno dei saggi, o "passeggiate su carta", tratto da "Città d’ombra" (Guanda). Aciman lo conoscete. Cliccate sul suo nome per scoprire le sue interviste e tutti i Buongiorno che gli ho ritagliato.

I grandi libri, come le grandi città, ci fanno sempre trovare cose che pensiamo esistano solo dentro di noi.

Martedì, 8 ottobre 2013 @08:23

"Imparai a leggere ed amare i libri proprio come imparai a conoscere e ad amare Roma: non solo scorgendo passaggi segreti ovunque, ma anche trovando nei libri più cose che mi riguardavano di quanto probabilmente ve ne fossero, perché tutto ciò che leggevo mi sembrava già dentro di me… I grandi libri, come le grandi città, ci fanno sempre trovare cose che pensiamo esistano solo dentro di noi."
(André Aciman)
I grandi libri ci raccontano di noi.

Vi ricordate André Aciman? Uno dei miei scrittori preferiti, quello che ci ha regalato "Notti bianche" e "Chiamami col tuo nome", lo scrittore che ho incontrato e intervistato a Manhattan, la città dove abita, dopo la perduta Alessandria (cliccate sul suo nome per leggere il nostro incontro). Ora è uscito in Italia un volume che raccoglie i suoi scritti di nostalgia, di ricordi e di "displacement": "Città d’ombra", Guanda. Da lì ho tratto il Buongiorno di oggi.

Displacement: perché sogniamo sempre un diverso altrove. Conversazione con André Aciman.

Domenica, 8 aprile 2012 @11:33

E se fosse questo il vero, nuovissimo sentimento della modernità? Displacement: ovvero il sentirsi fuori luogo, displaced appunto, mai nel posto giusto, sempre in un altrove strano, sbagliato, o desiderando nostalgicamente un diverso altrove. Questo almeno è quello che pensa, scrive e vive André Aciman, che di "displacement", sottolinea ironicamente, è un vero esperto. Nato ad Alessandria d'Egitto in una famiglia di ebrei sefarditi, già per conto loro migranti (venivano dalla Turchia); forzato ad andarsene ancora ragazzo dalle leggi di Nasser, nel 1965; arrivato prima a Roma poi a New York, dove vive e insegna alla City University. Displaced anche nella lingua (in famiglia parlava francese, ma è in inglese che scrive), ha raccontato la sua casa perduta e il suo esilio nel primo romanzo, un memoir che in America è stato il suo primo bestseller ("Ultima notte ad Alessandria"), seguito poi da "Chiamami con il tuo nome" e, l'anno scorso, da "Notti bianche" (tutti pubblicati in Italia da Guanda).
Ma è nel suo nuovo libro, "Alibis" (Farrar, Straus and Giroux), che racconta il suo, il nostro displacement. Essays on elsewhere, è il sottotitolo. Saggi sull'altrove. Un altrove geografico e psicologico. Il profumo alla lavanda che usava il padre, e tutti i profumi della sua vita; i fantasmi del passato in via Clelia, a Roma, dove ha vissuto per tre anni aspettando un visto per gli Stati Uniti, sempre sognando di essere altrove, magari in quei romanzi stranieri che leggeva nelle ore di caldo romano; Place des Vosges a Parigi e tutti i fantasmi letterari sotto i portici; e il suo "Monet Moment", il quadro di una casa al mare dipinta da Monet, sul calendario che ha davanti alla scrivania, e che lo spinge a cercarla, quella casa, e quella vista, fino a Bordighera (ed è la stessa casa dove ambienterà "Chiamami con il tuo nome").
Non è nostalgia, dunque, la nostalgia di un impossibile ritorno. O perlomeno, non solo. È un senso di straniamento, di vaga insoddisfazione, di smarrimento. Per cui, racconta prendendosi in giro, quando è a New York sogna di andare a Parigi e, per combattere o forse assecondare il "displacement", chiama una cara amica che vive a a Parigi e che invece sogna New York. Ma quando arriva il momento di prendere l'aereo non è più sicuro di voler davvero partire... "Facciamo così", taglia corto l'amica. "Vieni, come deciso, e quando sarai qui cerca di ricordarti quanto ti sembrava bella Parigi da Manhattan".
Ma il "displacement" non è un sentimento puramente geografico. "Sono le strade che avremmo potuto prendere e non abbiamo preso", dice Aciman. "La vita che avremmo potuto avere, che potremmo avere, e che invece non è nostra. È l'inafferrabilità del what might have been ". Un sentimento sempre più contemporaneo. "Non solo perché continuano le migrazioni, volontarie o forzate. Ma perché sempre piú spesso abbiamo non un lavoro, ma due; viviamo in una città, ma sentiamo di appartenere a un’altra; dividiamo il letto con qualcuno, ma è un'altra la persona che sogniamo...". E non ci stacchiamo mai dal nostro smartphone: siamo a pranzo o a cena, però non possiamo fare a meno di buttare l'occhio sul cellulare... Aciman ride: "Del resto è dal nostro telefonino che aspettiamo quel messaggio, quel miracolo che potrebbe cambiare la nostra vita, per sempre".
Perché certo, c’è il "displacement" dell'innamoramento. E pochi scrittori, come Aciman, hanno saputo raccontarlo: il turbamento e la magnificenza del desiderio, dell'incontro, quello scintillìo che è la vita stessa. La Manhattan in cui si rivedono, per otto notti di fila dopo Natale, l'uomo e la donna di "Notti bianche", come in una palla di vetro dove cade la neve. Quel momento irripetibile in cui tutto è possibile... In cui siamo pronti ad essere "displaced". E quella piazza con una panchina tra gli alberi, davanti a casa della donna che ha appena conosciuto, dove il protagonista torna, ogni notte, nella neve, a guardare le sue finestre, a pensare a quello che potrebbe essere e forse sarà. Ma Straus Park esiste davvero? "Sì, è un minuscolo angolo di verde nell'Upper West side. È il luogo dell'esilio, dove guardo l'Hudson che scorre e penso che potrebbe essere la Senna, o forse il Nilo. O forse è un luogo mitico, irreale, come l'appartamento I. Lo sa che a Manhattan gli appartamenti passano dalla H alla J, la I viene saltata? Ma il 9-I è sul mio pianerottolo, invisibile; è dove passo ogni ottavo giorno della settimana, il giorno che non esiste tra la domenica e il lunedí; dove ci sono gli oggetti perduti della mia infanzia, i romanzi russi aperti e lasciati a metà; dove mi chiudo all'insaputa di tutti, mia moglie, i miei figli. Ed è il luogo, forse, della mia, della nostra vita più vera".

Questo è un articolo che ho scritto per Velvet, il mensile di Repubblica. Il displacement, spesso, è anche mio.

Sei la cosa più bella che mi sia capitata quest’anno.

Mercoledì, 21 dicembre 2011 @07:30

"Sei la cosa migliore che mi sia capitata quest’anno. Parole che potevi portare da un broker per comprare opzioni di vendita in un mercato tendente al rialzo, ricavandone comunque un sacco di soldi; parole di cui avevo ritrovato lo splendore nascosto e di cui avrei mollato la presa per recuperarle all’infinito… Anche quando me ne dimenticavo, sapevo che mi aspettavano lì accanto, come un gatto che si struscia contro una porta chiusa."
(André Aciman)
Tu.

(La frase di oggi è tratta dal romanzo "Notti bianche", Guanda. Se cliccate sul nome di Aciman scoprite di più. Manca solo la neve che nel suo libro cade per otto notti su Manhattan, mentre un uomo e una donna si incontrano… Ma torniamo alla frase. Sei la cosa migliore che mi sia capitata quest’anno. E' bellissimo, quando qualcuno te lo dice, o te lo fa capire, vero? Come succede al protagonista del libro: parole che ci aspettano e ci fanno le fusa come un gatto. Ma è bellissimo anche solo pensarlo. Che quest'anno ci è capitato qualcosa di straordinario. E quel qualcosa sei tu.)

Mi piaceva il languore che era calato sulla città...

Venerdì, 16 settembre 2011 @07:11

"Ma mi piaceva il languore che era calato sulla città, come il braccio stanco e incerto che un amante ti posa sulle spalle."
(André Aciman)
Quest’amore stanco ma felice, come la fine di una lunga giornata d’estate.

(La frase di oggi è tratta da "Chiamami con il tuo nome", Guanda. E’ quello che mi piace dei libri di Aciman: sono libri sul desiderio. Ciò che ci tiene in vita).

Come ogni venerdì, trovate il Buongiorno anche nella parte globish del sito: Friday Poetry! Vi ricordo le altre Lisa-news: potete ricevere ogni giorno, con Twitter, il Buongiorno sul vostro cellulare; downloadare ovviamente il Buongiorno su Facebook; e cliccando sul nome dell’autore trovate gli altri suoi Buongiorno qui in archivio.

Il buio, che ti porta più vicino.

Martedì, 14 giugno 2011 @08:37

"Adesso, al buio, col ricordo del suo corpo appoggiato al mio, non dovevo fare altro che pronunciare il suo nome e sarebbe stata sotto le coperte, muovermi di un centimetro e avrei trovato una spalla, un ginocchio, sussurrare ancora il suo nome e ancora e ancora, finché non avrei giurato stesse facendo altrettanto con il mio, al buio le nostre voci unite come quelle di due amanti in una favola antica".
(André Aciman)
Il buio, che ti porta più vicino.

Questa frase è tratta da un libro che ho molto amato: "Notti bianche", Guanda. L'intervista che ho fatto ad André Aciman, che ho incontrato quest'inverno a Manhattan, la trovate on line in archivio, il 5 febbraio 2011.

Chiamami con il tuo nome.

Venerdì, 25 marzo 2011 @07:46

"Se ti ricordi tutto, volevo dirgli, e se sei davvero come me, allora domani prima di partire o quando sei pronto per chiudere la porta del taxi e hai già salutato gli altri e non c’è più nulla da dire in questa vita, allora, una volta soltanto, girati verso di me, anche per scherzo, o perché ci hai ripensato e, come avevi già fatto allora, guardami negli occhi, trattieni il mio sguardo, e chiamami col tuo nome."

(André Aciman)

Se.

Vi ho già parlato di André Aciman, lo scrittore che ho incontrato e intervistato quest’inverno a New York, per l’uscita di "Notti bianche", Guanda (trovate l’intervista il giorno 5 febbraio). Un libro sul desiderio. Un libro su uomo e una donna a Manhattan, che si incontrano e si guardano e si parlano e si mandano sms e si cercano, per otto giorni e otto notti: un libro su quel momento di scintilla, prima che succeda qualcosa, prima che succeda tutto... La frase di oggi è invece tratta da un altro suo romanzo: "Chiamami con il tuo nome", che in Italia è già arrivato a cinque edizioni. Una storia di brividi, di scoperta, di fascinazione, di sesso tra due giovani uomini. O forse, semplicemente, una storia d’amore. E ricordate: oggi, come ogni venerdì, trovate il Buongiorno anche in inglese, nella parte "globish" del blog!

Tutto quello che è scritto su questo vecchio cucchiaino d’argento.

Martedì, 8 febbraio 2011 @09:47

"Le anime dimenticate, le cui elaborate iniziali erano iscritte sulle nostre posate d’argento, non avevano mai attraversato l’Atlantico, né tanto meno sentito nominare la 106esima o Straus Park, o le generazioni future che un giorno avrebbero ereditato i loro cucchiai".

(André Aciman)

Tutto quello che è scritto su questo vecchio cucchiaino d’argento.

(La frase di oggi è tratta da "Notti bianche", di André Aciman, Guanda. Anch'io ho, a casa, delle vecchie, brunite posate d'argento; le iniziali sono di nomi di persone che non ho mai visto, neppure in foto; persone che hanno vissuto in altri Paesi, altri secoli. Altre storie, altre tavole apparecchiate, altre speranze, altri destini: tutto dimenticato, ormai, ma tutto ancora scritto in un vecchio cucchiaino d'argento).

L’Egitto, l’esilio - ma anche Manhattan e la magia del desiderio. Un caffé con André Aciman.

Sabato, 5 febbraio 2011 @09:51

L’ultimo, magico romanzo di André Aciman parla d’amore, ma è di Egitto che cominciamo a parlare. Non a caso: il primo libro dello scrittore newyorkese racconta l’Egitto, il "suo" Egitto: "Ultima notte ad Alessandria" (Guanda), ovvero l’ultima notte di un giovanissimo André, e della sua famiglia di ebrei sefarditi cacciati nel ’65. Parla di segreti di famiglia e di estati al mare, di posate d’argento perdute e sapori perduti, come le marmellate di fichi e datteri servite con il tè… Un Egitto nel cuore, l’Egitto dell’esilio. Ma è da New York, dove Aciman vive, che lo scrittore guarda quello che succede in Egitto oggi. Guarda le manifestazioni, la polizia, la folla.

"Quello che vedo non è solo scioccante: è inedito. In Egitto non c’è alcun precedente di manifestazioni, scioperi, marce di protesta; nessun precedente di disobbedienza civile. Gli unici momenti in cui il popolo è sceso in piazza, o in cui è stato tollerato che il popolo scendesse in piazza, sono stati quando è morto il presidente Nasser, nel 1970: a seguire il funerale c’erano 5 milioni di persone. E poi, cinque anni più tardi, per i funerali di Om Khaltoum, l’amatissima cantante, e star, l’anima vibrante del Paese. Più che una manifestazione, un corteo di dolore".

Mentre l’Egitto di adesso?
"Gli egiziani vogliono, per la prima volta, qualcosa di nuovo. Non sanno che cosa esattamente: ma è per quello che scendono in piazza. E non c’è modo di fermare la folla. Qualcosa sta succedendo in Medio Oriente, non solo in Egitto: c’è un vento nuovo, forse un vento d’incendio, che porta verso un nuovo mondo arabo, e non possiamo fermarlo".

Ma veniamo all’ultimo romanzo. Perché, dopo "Ultima notte ad Alessandria", e dopo il potente "Chiamami con il tuo nome" (in Italia arrivato a cinque edizioni, ndr), è appena uscito "Notti bianche" (sempre per Guanda). Un romanzo che parla, testardamente, magicamente, d’amore. Di un uomo e una donna che si incontrano in una Manhattan innevata, e non possono fare a meno di rivedersi, per otto giorni e otto notti. E’ di questo che parlo con Aciman: che ho incontrato, come nel suo romanzo, in una sera di neve a New York. In una variante moderna dei vecchi caffè mitteleuropei: ovvero, al bar di una libreria, Barnes & Noble, con vetrate su Union Square e sui grattacieli. Se non fosse per i clienti che stanno ore, ai tavolini, con davanti non solo libri, ma anche laptop, e libri elettronici (qui a New York sono diffusissimi i Kindle e i Nook: piccoli astucci neri che contengono decine di e-books, romanzi da leggere a video), l’atmosfera potrebbe essere quella del Caffè degli Specchi o del Caffè San Marco, a Trieste. Glielo dico.

"Purtroppo a Trieste non ci sono mai stato. Ma quanto ho amato Svevo! In "Senilità" c’è quella descrizione, quell’analisi quasi anatomica della gelosia…".

Lei, invece, in questo nuovo romanzo, ci racconta il desiderio. E niente sesso: anche se si respira ad ogni pagina.
"Perché volevo raccontare l’incantamento. Come se i protagonisti fossero chiusi dentro una palla di vetro: la scuoti, e cade la neve. La palla di vetro è Manhattan. Ma è anche quella "no man’s land" tra due persone, quella terra di nessuno prima che succeda qualcosa, prima che succeda tutto".

Una "no man’s land" segreta: ha rubato le parole a Nina Berberova, da uno dei suoi libri più belli, "Il giunco mormorante"?
"Conosco la Berberova. Ma in questo libro ci sono le notti bianche di Dostoevskji, i film di Rohmer, un racconto di Joyce. E c’è musica, molta musica".

E’ nato in Egitto, vive a New York. Ma il suo posto del cuore, qual è?
"Forse il posto del cuore è quello dove si vorrebbe essere seppelliti. Ed io, sinceramente, non lo so. Non a Milwaukee, comunque, dov’è la famiglia di mia moglie. So anche che non voglio che le mie ceneri vengano sparse in posti diversi, come si usa in America: ho vissuto sparpagliato tutta la mia vita, mi offenderebbe. Forse il posto dove mi sento più io è New York: una città, anche, di esuli. Dove sei libero di diventare chi vuoi".

Questa intervista è uscita su Il Piccolo, il quotidiano della città dove sono nata, Trieste. Gruppo La Repubblica.

Piccola nota: in questi giorni sono in Italia. Sabato, a Reggio Emilia, a un press preview della Collezione Maramotti (la collezione d'arte contemporanea del signor Max Mara, nella vecchia fabbrica degli anni '50). E, nella bella piazza del Duomo di Reggio Emilia, un flash che mi porta in Egitto: un gruppo di manifestanti, tutti egiziani che lavorano qui in Italia, donne con l'hijab bianco e rosa (ma anche senza velo), bambine per mano, e dei cartelloni in italiano e arabo: abbasso il dittatore Mubarak. Anche questa è l'Italia, questo intreccio di mondi.

Perché è il desiderio a renderci ciò che siamo.

Giovedì, 27 gennaio 2011 @08:27

"Perché è il desiderio a renderci ciò che siamo, ci rende migliori di ciò che siamo, perché il desiderio riempie il cuore. Riempie il cuore. Così come l’assenza e il dolore e il lutto riempiono il cuore".

(André Aciman)

Ed è per questo che ti desidero, anche quando non vuoi esserci, anche quando non ci sei. E il cuore, dolcemente, trabocca.

La frase di oggi è tratta da "Notti bianche", Guanda, il nuovo romanzo dello scrittore che ho conosciuto e intervistato a New York. Un uomo e una donna che si incontrano, a Manhattan, in una sera di neve, e si rivedono, per otto giorni e otto notti… Perché, come mi ha detto Aciman a New York, "Volevo raccontare l’incantamento. Quel momento di fascinazione che i francesi chiamano engouement. Come se i protagonisti fossero chiusi dentro una palla di vetro: la scuoti, e cade la neve. La palla di vetro è Manhattan. Ma è anche il loro desiderio". Presto metterò on line l’intervista; intanto il libro è uscito in Italia e confermo: mi piace tutto, compresa la copertina!

Ci sono momenti che.

Giovedì, 13 gennaio 2011 @09:04

"A metà della cena già sapevo che avrei rivissuto la serata dall’inizio: l’autobus, la neve, la camminata lungo la leggera salita, la cattedrale in lontananza dritta di fronte a me, la sconosciuta in ascensore, l’ampio salone affollato di facce illuminate dalla luce delle candele…"
(André Aciman)

Ci sono momenti che cambiano la nostra vita per sempre, che si incidono sulla pelle. E noi a volte, con un brivido, lo capiamo. Questo, è uno di quei momenti.

Vi ho già parlato di André Aciman, lo scrittore che ho appena incontrato e intervistato a New York (era nel post del 2 gennaio). La frase che ho scelto per City è tratta dal suo nuovo romanzo, che esce oggi in Italia: "Notti bianche", Guanda. Anzi, è proprio l’inizio. Spero che vi piacerà, così come è piaciuto a me.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.