Lisa Corva

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Unlearning. Disimpararsi a vicenda, quando un amore finisce.

Lunedì, 17 ottobre 2016 @08:23

"Come avevano fatto a passare gli ultimi sedici anni a disimpararsi a vicenda? Come aveva fatto la somma di tutta la presenza a trasformarsi in assenza?"
(Jonathan Safran Foer)
Disimpararsi, la crudeltà degli addii.


La frase di oggi, che è anche il mio #spillo su Gioia di questa settimana, è tratta dall’ultimo romanzo di Jonathan Safran Foer. Che no, non mi è molto piaciuto; non in confronto al meraviglioso "Molto forte, incredibilmente vicino", almeno. Ma le pagine su una coppia che va in frantumi sono potenti. E lui è molto brillante e simpatico, mi sono divertita a intervistarlo: ecco l’intervista, che è uscita su Vogue di settembre.

The sound of time. Il nuovo romanzo di Jonathan Safran Foer, "Eccomi" (Guanda, con la bella traduzione di Irene Abigail Piccinini), ha dentro il suono del tempo. Il tempo che erode e sgretola un matrimonio; ma anche il tempo che fa scoppiare, come una bomba a orologeria, una guerra annunciata in Israele. E poi un tempo intimo, domestico: perché "the sound of time" è, per il bimbo figlio del protagonista del libro, quello del frigorifero della cucina. E infatti: che fine ha fatto il suono del tempo?, chiede il piccolo Benij ai genitori: "Ci volle tempo – cinque frustranti minuti – per capire a che cosa si riferisse. Il nostro frigorifero era in riparazione, per cui in cucina mancava il suo onnipresente, quasi impercettibile ronzio. Benij era praticamente sempre in casa a tiro d’orecchio di quel rumore e aveva finito per associarlo al corso della vita. Trovai bellissimo il suo malinteso perché non era un malinteso. Mio nonno sentiva le urla dei suoi fratelli morti. Questo era il suono del suo tempo. Mio padre sentiva le aggressioni. Julia sentiva le voci dei bambini. Io sentivo i silenzi".
Quanti suoni, quante voci. "Eccomi", il primo romanzo di Foer dopo un silenzio di dieci anni - dopo "Ogni cosa è illuminata" (del 2002) e "Molto forte, incredibilmente vicino" (del 2005) – è un libro ancora più intrecciato di Storia e storie, di parole yiddish e rituali di fede, di ebraismo e Israele… A partire dal titolo: così risponde Abramo, quando Dio lo chiama per chiedergli di sacrificare Isacco. E per Foer, allora, qual è il suono del tempo? "E’ curioso che me lo chieda, anche perché questa è una delle poche pagine davvero autobiografiche del libro. Lo stupore di Benij davanti al silenzio della cucina era quello di mio figlio più piccolo, che adesso ha sette anni. E per me il suono del tempo, forse, sono le voci e il caos dei miei bambini, la colazione del mattino, salire in macchina insieme, le loro domande, ognuno vuole sentire una canzone diversa… Questo è il mio scorrere della vita e delle ore". Foer sostiene che c’è ben poca autobiografia, nel suo libro. Eppure è il racconto della dissoluzione di un matrimonio, e lui si è separato due anni fa dalla bella scrittrice Nicole Krauss, madre dei suoi figli (due anni: all’incirca, si fa sfuggire, quello che ci è voluto per scrivere, di getto, il grosso del romanzo). Insomma, insistiamo, non è d’accordo con Almodovar, il regista, che tempo fa disse, a proposito dei suoi film, che tutto quello che non è autobiografia è plagio? "Posso risponderle rubando le parole al protagonista del mio libro: "it’s not my life, but it’s me", dice, a proposito del serial tv che sta scrivendo. Non è la mia vita, ma sono io". Autobiografiche o meno, non importa: perché le pagine di Foer sulla dissoluzione di una coppia sono tra le più belle del libro. Quello che lui chiama "unlearning", disimpararsi. Quando il corpo dell’altro, che prima è la mappa di un territorio sconosciuto da esplorare con emozione, a occhi aperti, a occhi chiusi, diventa indifferente, solo la copia sbiadita di qualcosa che ci aveva fatto vibrare. Silenzi si intrecciano ai ricordi, il non detto ai litigi; il suono del tempo diventa quello di un amore che si sgretola, giorno dopo giorno, in cucina, in bagno, in camera da letto, mentre i figli crescono. "Come avevano fatto a passare gli ultimi sedici anni a disimpararsi a vicenda? Come aveva fatto la somma di tutta la presenza a trasformarsi in assenza?", scrive Foer. E in quel disimpararsi c’è tutto lo strazio di un amore che finisce, quando si pensava fosse per sempre. Per sempre, già. Ma forse è proprio il "per sempre" il problema, è la monogamia ad essere una perversione… "Chiamiamola piuttosto "sustainable monogamy", monogamia sostenibile. Ma è impossibile prescriverla, impossibile generalizzare. Anche se invidio chi riesce a "stare dentro" una coppia per quaranta, cinquanta, perfino settant’anni: e sì, ne ho conosciuti". Per "disimpararsi", per perdersi, basta, a volte, un messaggio scoperto in un telefonino: così almeno succede nel romanzo di Foer. Attenzione ai cellulari, quindi? A tutti i segreti, le cariche radioattive esistenziali che contengono? "Io sono in guerra aperta con il mio cellulare", dichiara Foer. "Gli smartphones ci ispirano ben poche cose belle. Ci portano fuori dalla vita, non dentro la vita".
Dentro la vita. Con il successo dei suoi primi libri, entrambi diventati film, Foer, che ha 39 anni, ha dunque scelto questo: di vivere di scrittura. E vivere scrivendo (che, a volte, è la stessa cosa: ma non sempre). Insomma, sospettiamo, è un grafomane. Un po’ per la mole dei suoi romanzi: 327 pagine il primo, 351 il secondo, 600 l’ultimo. "Ed erano più di 800, nella prima versione. Tanto che quando l’ho data ai miei amici e primi lettori, raccomandavo: cerca di arrivare a pagina 600 prima di arrenderti", dice, ridendo. Ma come scrive, dove scrive Foer? Al caffè, qualche caffè hipster di quella Brooklyn dove vive e che ama tanto? Oppure a casa? "Il segreto è una sedia. Anni Sessanta, di design scandinavo, comodissima, che è sempre stata in sala da pranzo. Riesco lavorare solo seduto lì. E non mi è mai venuto in mente neppure di spostarla, finché non me l’ha suggerito un amico. Così adesso è al piano di sopra, nel mio studio. Ma scrivo solo al mattino, quando i bambini sono a scuola. Un notes per prendere appunti quando sono in giro? Mai. Però correggo le prime versioni sempre a mano: stampo, e ci scrivo sopra".
Grafomane, immaginiamo, anche in privato? Probabilmente, visto che – tanto per fare un esempio - da quindici anni ha una fitta corrispondenza con Natalie Portman, l’attrice hollywoodiana, conosciuta a un suo reading. Quindici anni di chiacchiere digitali poi scomparse in un "buco nero" del computer. E rievocate in uno scambio di mail appena pubblicate dal New York Times. Ritroviamo il piacere di scrivere la vita, sembra dire Foer: per lui, per tutti, anche per noi. Facciamo nostre le sue parole: "Scrivere per me vuol dire seguire delle strade". Perché tutti noi abbiamo delle strade da seguire, e le parole tracciano il cammino… "Il mio mestiere è un grande privilegio, ma in fondo è abbastanza inutile: un romanziere non guarisce malati, non mette cibo in tavola. Un’inutilità che, paradossalmente, ti rende libero. Ma quando la scrittura diventa un libro, quando va fuori nel mondo, quando certe frasi riverberano in chi le legge, allora sì che trova – credo - un senso". Forse per questo Foer ricorda due momenti per lui magici, entrambi legati all’Italia: la prima volta al Festival Letteratura di Mantova (ci è tornato quest’anno, con il nuovo romanzo) e al Festival di Massenzio, a Roma. "Per non parlare di quei meravigliosi carciofi che si mangiano nella capitale", dice… I carciofi "alla giudìa", certo. Si chiamano così: glielo ricordiamo e lui ride. Lo scrittore più modernamente yiddish del mondo non poteva non scegliere un cibo seppur vagamente ebraico!

Quel che è sogno diventa una realtà che richiede un nuovo sogno.

Venerdì, 26 agosto 2016 @08:10

"Quel che è sogno diventa una realtà che richiede un nuovo sogno".
(Jonathan Safran Foer)

Il Buongiorno di oggi viene da un libro che ho letto quest’estate, in anteprima, e che troverete in libreria tra qualche giorno, con la sua copertina yellow: "Eccomi" (Guanda), il nuovo romanzo di Jonathan Safran Foer, dopo i bestseller "Molto forte, incredibilmente vicino" (che ho molto amato), e "Ogni cosa è illuminata". Romanzone (sono 600 pagine), che arriva dopo dieci anni di silenzio (e un divorzio, dalla scrittrice Nicole Krauss), molto atteso dunque. Un romanzo che ho letto con curiosità anche perché dovevo intervistare Foer: non vi dico di più, se non che troverete la mia intervista sul numero di Vogue di settembre!

Intanto vi racconto di altri sogni… Sogni mitteleuropei. A proposito del Danubio blu che non è blu e di una chiesa blu a Bratislava. Perché quest’anno ho passato un Ferragosto non tra isole, ulivi e mare, come al solito, ma un Ferragosto mitteleuropeo. A casa di amici a Vienna, una casa proprio all’angolo con il Donau Kanal, il canale sul Danubio, abbiamo deciso di prendere il ferry del mattino per Bratislava, una gita sul fiume che volevo fare da anni. Caffè nel bar super design sull’acqua, e poi in un’ora e mezza, sul Danubio che non è blu ma direi di un grigio acciaio misto a verde, si sbarca a Bratislava, capitale della Slovacchia. Bella? Bè, non è Praga… Ma è una piccola città accogliente, piena di baretti e caffè, e ci sono due cose che mi sono piaciute tantissimo. La prima è un grande caffè-libreria, di quelli che vorrei avere all’angolo dietro casa mia, anche se è dentro un bruttissimo palazzo post socialista. Si chiama Gorila.Sk Urban Space, se mai vi capitasse di andarci (e se mi seguite su Instagram avete visto in diretta le foto). Dentro, bella musica, sedie e poltrone comodissime e scompagnate, un piccolo angolo di quaderni e borse design, scaffali e scaffali di libri, lampadari fatti di vecchie bottiglie… Mi è piaciuta molto! La seconda è una chiesa dedicata alla mia santa, sant’Elisabetta, la santa ungherese delle rose: una chiesa tutta blu, incredibilmente azzurra e blu, quasi kitsch. Fu progettata all’inizio del secolo scorso da Ödon Lechner, eccentrico architetto considerato un po’ il Gaudì ungherese, e oltre a sant’Elisabetta con le rose in grembo, sulla facciata, ha decorazioni blu su blu, azzurro su azzurro, fatte di micro-piastrelle e specchietti, che mi hanno vagamente ricordato la Birmania e la Thailandia. Altre terre, altri sogni.

Sentirsi al riparo, nelle mattine grigie.

Lunedì, 13 giugno 2016 @10:59

"A Felton la nebbia doveva essersi ormai dissolta, quella nebbia che ogni giorno sua madre vedeva scomparire con rammarico, perché rivelava un mondo luminoso al quale lei non voleva appartenere. Preferiva praticare il suo Proponimento al riparo delle mattine grigie".
(Jonathan Franzen)

Finito. Ho finito "Purity" di Franzen, tutte le sue 656 pagine (pubblicate da Einaudi), finite in pochi giorni perché non riuscivo a staccarmi: un thriller dell’anima, della psiche, delle relazioni danneggiate e nevrotiche tra uomo e donna; un thriller sull’amore, anche tra madre e figlia. Ma anche un grande libro di colpi di scena e segreti, di politica, di internet, di wikileaks, di totalitarismo, di ricerca della verità e di purezza (Purity, come il nome della protagonista: ma, purezza? è davvero possibile?), dell’ex DDR (memorabile il capitolo The Republic of Bad Taste, tutto ambientato a Berlino Est prima della caduta del Muro, una Berlino che ho visto e che ricordo ancora bene); un libro su una ragazza che non sa chi sia suo padre e che cerca una strada nella vita (e un amore); un libro su come possono essere confortanti certe mattine di pioggia e nebbia. "Purity" è sicuramente il miglior romanzo che io abbia letto quest’anno. E Franzen (qui il mio incontro con lui di qualche anno fa: http://www.lisacorva.com/it/view/204/ ) è uno scrittore geniale. Ho chiuso con dispiacere l’ultima pagina e ora mi sembra di avere dentro di me tutto: nebbie e sole.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.