Lisa Corva

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A proposito di Guerra e Pace, di Anna Karenina, di un abito bianco e dei libri per l’estate.

Giovedì, 13 luglio 2017 @09:08

"Ella si volse a guardarlo. Per alcuni istanti si guardarono negli occhi in silenzio, e ciò che era lontano, impossibile, a un tratto diventò vicino, possibile, inevitabile".

Sì, ho finito di leggere (rileggere) "Guerra e Pace". Nella frase che ho sottolineato, sul mio quarto volume ormai tutto meravigliosamente sciupato, ecco questo sguardo, questo momento in cui tutto inizia: lei è Marie, lui è Nikolaj. La principessina delicata, solitaria e non bella, che diventa però bellissima quando sorride, l’ussaro appassionato delle battaglie, erede disinvolto di una famiglia in rovina, proprio loro, si innamorano. E si sposeranno. "Ciò che era lontano e impossibile a un tratto diventò vicino, possibile, inevitabile". Frase magica, frase di una rivoluzione astrale che può toccare tutti, all’improvviso. L’amore.

Ho finito "Guerra e Pace" nella tarda primavera, quando i prati erano ancora pieni di soffioni: quelli che in inglese si chiamano "dandelion", che mi ricordano anche un bellissimo, quasi soffice edificio costruito per l’Expo di Shangai da uno dei miei architetti preferiti, Thomas Heatherwick. (Sì, sto divagando. In estate sembra quasi impossibile non divagare, è il senso dell’estate, forse, un lasciarsi andare, lasciar andare almeno i pensieri, senza meta). "Guerra e Pace", dunque. Riletto per la quarta volta, segnando le frasi più belle nel mio erbario, con i fiori e le foglie raccolti in giardino, nei viali, dai primi crochi alle margherite, mentre la primavera avanzava e diventava estate.
E adesso? Che cosa leggerò adesso?

Un classico, sicuramente. E’ da tempo che vorrei rileggere "Anna Karenina": ma, bizzarramente, gli scaffali della mia libreria, che nel loro disordine hanno un silenzioso ordine, si rifiutano di far apparire il secondo volume di quei piccoli Garzanti in cui l’avevo letto per la prima volta. Quindi? Quindi toccherà ricomprarlo. Sono già andata in libreria e sono indecisa tra un tascabile Einaudi, con una magnifica copertina, e una nuovissima traduzione. Di una donna tra l'altro, Claudia Zonghetti. Ma sono in dubbio. Non è meglio puntare su una traduzione vintage, ovvero ricomprare il libro nelle edizioni Garzanti, o Rizzoli? Difficile scegliere. Di solito per i classici mi piacciono le traduzioni fané. Per tornare indietro anche nella lingua, nelle parole. Ma, di sicuro, sceglierò un classico. Perché l’estate mi fa venire voglia anche di questo: di libri in cui perdersi, anzi in cui trovarsi e ritrovarsi.
E poi? Oltre ad "Anna Karenina", tra i miei libri dell’estate ci sono quelli di due editrici che ho conosciuto a luglio a Milano. Due donne che amano appassionatamente i libri, e si vede. La prima, Monica Randi, ha fondato Astoria: piccola casa editrice chic, dai libri di un rosso ciliegia, quasi tutti delle scrittrici inglesi di inizio Novecento che mi piacciono tanto. Ci siamo incontrate a casa sua, nel grande salotto luminoso che ha un angolo studio, delimitato da una parete rossa come i suoi libri. Per l’estate mi ha consigliato quello che, lei dice, è come un bagno in una vasca di cioccolata: "Un matrimonio inglese", di Frances Hodgson Burnett (qualcuna si ricorda "Piccolo Lord Fauntleroy", cult per bambini d’antan?). E poi ho "Abigail" di Magda Szabó: l’editrice è Mónika Szilágyi, bionda ungherese, per caso e per amore a Milano. Con Anfora propone letture dall’Europa Centrale, ma soprattutto i romanzi di una grande scrittrice ungherese del Novecento, Magda Szabó appunto (avete mai letto "La porta"?). Abbiamo parlato di Magda (e Abigail) al caffè di una piccola libreria che non conoscevo: la Libreria del Mondo Offeso, che si apre su una delle più nascoste e romantiche piazze milanesi, Piazza San Simpliciano. Quasi come essere sedute al Caffè Gerbeaud a Budapest.
A questo aggiungerò, penso, "Un nido di nobili", di Turgenev; perché, intervistando André Aciman, mi ha detto che è uno dei più bei libri sull’amore che abbia mai incontrato, insieme a "La Principessa di Clèves" di Madame de La Fayette (questo già letto! anche perché è un cult della mia amica Isabella Mattazzi, che ne ha scritto una bella post-fazione per Neri Pozza, e che è tra l'altro la traduttrice della Nothomb). E poi c’è un Murakami che mi manca ("Kafka sulla spiaggia"). E un giallo? Ci vuole sempre un giallo. Credo di averlo trovato: quest'estate non una delle mie gialliste nordiche (anche se aspetto il prossimo libro di Anne Holt, Einaudi, o Åsa Larsson, Marsilio, le mie preferite); ma, sempre di Astoria, "La cattiva", di Tammy Cohen. E un costume nuovo (confesso: ne ho comprato uno che è la Rolls Royce dei costumi, ma vale l'investimento!). E l’ombra degli ulivi, e un abito bianco.

Ps: Nella mia lista dei libri dell'estate c'è una new entry, un libro che ha voluto per forza essere letto: "Georgia" (Neri Pozza), di Dawn Tripp. Ne ho appena scritto su Gioia. La storia vera di una donna vera, una grande artista del Novecento: Georgia O' Keeffe. Da leggere, perché amare vuol dire anche non tradire se stesse.

Si deve credere nella possibilità della felicità per essere felici.

Martedì, 18 aprile 2017 @09:01

"Si deve credere nella possibilità della felicità per essere felici."
(Lev Tolstoj)
Ci vuole coraggio anche per essere felici.

Sì, lo sapete: sto rileggendo (per la quarta volta! nella mia bella edizione Einaudi) "Guerra e pace". Ed è da queste pagine che ho sfilato la frase di oggi, che è anche il mio #spillo di Gioia questa settimana.
A proposito di felicità, avete letto D di Repubblica questo weekend? La cover story – ovvero la storia di copertina – è la mia intervista ad Ana Roš, la cuoca slovena che è la Best Female Chef 2017, appena premiata come cuoca migliore del mondo. Il suo ristorante, Hiša Franko, è tra le montagne di Caporetto, eppure la sua ispirazione, dice, è il vento di mare. I sapori dell’Istria dove passava le estati da piccola. Il pesce che compra ogni giorno nella vicinissima laguna di Grado e che mischia a erbe di campo, a trote dell’Isonzo, a formaggi di "malghe vive" di montagna. "Io lo sento, questo vento di mare che arriva e cambia tutto". Anche questa è felicità.

La vernice dei mille sguardi che avevano sfiorato il suo corpo.

Giovedì, 30 marzo 2017 @08:39

"Ma su di Hélène pareva ci fosse già la vernice dei mille sguardi che avevano sfiorato il suo corpo, mentre Nataša appariva una fanciulla che si scollava per la prima volta e che se ne sarebbe vergognata molto se non l’avessero persuasa che così era necessario fare."
(Lev Tolstoj)

Mi piace questa frase da "Guerra e Pace": Tolstoj la scrive guardando Hélène, la bellissima ma non più giovane Hélène, moglie "per caso" di Pierre, bella frivola e stupida. E’ un grande ballo, il primo ballo a cui va anche la giovanissima Nataša, con "un abito bianco di velo su un sottabito di seta rosea, bocci di rosa alla scollatura", calze di seta traforate e scarpette bianche di raso. Tutto il futuro davanti. Ripensavo a quella "vernice degli sguardi" oggi, mentre raccoglievo dei petali di magnolia per terra: c’è un albero bellissimo vicino a casa, in fiore adesso, ma i boccioli si sciupano appena li prendi in mano. Anche quelli che ho raccolto caduti nel prato: si sgualciscono subito, cambiano quasi fibra e colore. Non vanno bene per il mio libro-erbario. O forse sì, perché sono in realtà perfetti per la frase di oggi. Come i fiori rosa di ciliegio che ho raccolto, belli sull’albero, subito tremuli in mano.
Petali sciupati. Corpi su cui passano gli anni. E la vernice degli sguardi.
E le città? Sfiorate da milioni di sguardi, cambiate dal tempo, pietra su pietra? Qualche giorno fa ero a Venezia. Dall’alto dal Fondaco dei Tedeschi, nuovo punto di vista sulla laguna e sulla città, Venezia risplendeva in quella luce forte eppure un po’ torbida, una luce da laguna. Mi è piaciuto il Fondaco dei Tedeschi: è uno shopping center, in realtà, a Rialto (del resto, nasce come magazzino e punto d'approdo delle merci che venivano importate dai mercanti tedeschi, dal 1200 in avanti). Ed è stato riaperto l’anno scorso dopo anni di chiusura, su progetto dell’archistar Rem Koolhaas (che ha progettato la meravigliosa Fondazione Prada a Milano). Dentro ci sono borse, profumi e scarpe. Eppure ha un che di antico: è la corte interna, con i tappeti stesi sulla balaustrate, piano dopo piano, come nei dipinti rinascimentali del Carpaccio che mi piacciono tanto. E un che di assolutamente contemporaneo: il bistrot degli chef Alajmo, nel mezzo della corte, con i divanetti che alludono allo schienale delle gondole (un’idea di Philippe Starck che ha progettato lo spazio), e le tazzine di caffè con su scritto Amo. E poi, a proposito di tappeti, una piccola mostra che mi ha colpito: a Ca’ d’Oro, "Serenissime trame". Ovvero 25 antichi tappeti orientali accostati a dipinti rinascimentali con i tappeti dentro: tra cui, appunto, due tele del Carpaccio. http://www.artslife.com/2017/03/21/cadoro-venezia-serenissime-trame/
Poi ti affacci alla terrazza, sul Canal Grande, e c’è la luce di Venezia. Venezia come Guerra e Pace. Perché sì, ci sono città che hanno sempre qualcosa da dirci, proprio come i classici.

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I sogni della luna.

Martedì, 14 marzo 2017 @08:31

- Va’ tu a dormire, ma io non posso, - rispose la prima voce, avvicinandosi alla finestra. La fanciulla si era evidentemente affacciata alla finestra, perché si sentiva il fruscio del suo vestito e perfino il suo respiro. Tutto tacque, come pietrificato, come la luna con la sua luce e le ombre. Anche il principe Andrej non osava muoversi, per non rivelare la sua involontaria presenza.
- Sonja! Sonja! – si udì di nuovo la prima voce. – Ma come si può mai dormire? Ma guarda che bellezza! Ah, che bellezza! Ma svegliati, Sonja! – disse la fanciulla quasi con le lacrime nella voce. – Una notte così bella non c’è stata mai, mai!
Sonja rispose qualcosa di malavoglia.
-Ma no, guarda che luna!... Ah, che bellezza! Vieni qua. Anima mia, colombella, vieni qua. Vedi? Vorrei sedermi sui calcagni, così afferrarmi sotto le ginocchia, ben stretto, il più stretto possibile, - bisogna fare uno sforzo – e volar via. Ecco, così!
(Lev Tolstoj)

C’è un passo, forse l’unico che ricordo perfettamente di "Guerra e Pace", ed è questo: una notte di luna piena, la campagna russa, il silenzio, una ragazza che si affaccia alla vita e alla finestra. Non riesce a dormire, e non sa neppure lei perché. Le ho lette per la prima volta, queste pagine, a quattordici anni, più o meno l’età che ha Nataša nel libro: la bella, leggera, sognante, lunare Nataša. Di cui si innamora il principe Andrej. Ma è la donna giusta per lui? O è solo un sogno di luna?
Che importa, in fondo. Perché a volte le notti di luna – come quelle di questi giorni – sembrano riportarci tutto: lo struggimento, la meravigliosa inquietudine, l’attesa palpitante che qualcosa di bello succeda.
La pagina di oggi, che ho segnato con dei bucaneve bianchi come la luna che ho trovato nel prato, per il mio libro-erbario (Galanthus Nivalis, dice l’enciclopedia: dal greco "gala" = latte, bianco come il latte, e "anthos" = fiore; mentre "nivalis" allude alla fioritura in mezzo alla neve), è tratta dal secondo volume di "Guerra e Pace", che ho appena finito. Non vedo l’ora di cominciare il terzo.

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La primavera, l’amore e la felicità! E come mai non vi annoia questo stupido, assurdo inganno che è sempre il medesimo?

Lunedì, 6 marzo 2017 @10:32

"La primavera, l’amore e la felicità! E come mai non vi annoia questo stupido, assurdo inganno che è sempre il medesimo?"
(Lev Tolstoj)

Dentro "Guerra e Pace" è una giornata di timida, fredda primavera, come in questi giorni. Il principe Andrej, ferito nella battaglia di Austerlitz, è tornato a casa: vivo. Vivo ma senza voglia di vivere. Va in carrozza per le sue campagne e gli sembra quasi che una quercia gli parli: a che pro il sole, le gemme, le illusioni di felicità della primavera? Non è tutto inutile, tutto crudele? Che senso ha?
Eppure ci sono i crochi viola, gli stessi che sono apparsi improvvisamente, come un tappeto, in questi giorni. Prima, nel parco delle terme non c’era nulla, solo il verde spento e il marrone silenzioso dell’inverno. E ora, testardi, i crochi viola. A volte è difficile credere alla primavera. A volte il sole fa solo male agli occhi; a volte la mancanza di senso è una nebbia, che copre tutto.
Poi ci sono i crochi viola. Li raccolgo, per il mio libro-erbario. Continuo a leggere "Guerra e Pace": sono già al secondo volume. Le esitazioni del principe Andrej, la sua rabbia, la sua tristezza, le sue domande - e soprattutto, la sua ricerca di senso - mi accompagnano in questa ancora fredda primavera.

Sono pronta per incontrare (di nuovo) il principe Andrej.

Venerdì, 3 marzo 2017 @14:01

"Si vedeva che quanti si trovavano nel salotto non soltanto gli erano noti, ma già l’avevano stuccato al punto che il solo vederli e ascoltarli era per lui una grande noia. Ma, di tutte quelle facce venutegli a noia, pareva essergli venuta a noia più di tutte quella della sua bella moglie".
(Lev Tolstoj)

Non è la prima volta che leggo "Guerra e Pace" del grande, oversize Lev Tolstoj; anzi, è la quarta. E i miei quattro volumi Einaudi (con la traduzione vintage del 1928 di Enrichetta Carafa d'Andria, una duchessa!), stropicciati, macchiati, scarabocchiati, sono un muro di graffiti. Eppure ogni volta, quando il principe Andrej Bolkonskij entra nel salotto di San Pietroburgo dove si parla solo in francese, bello, intelligente, e con l’aria annoiata – ogni volta, di nuovo, mi stupisce, mi intriga, mi irrita, mi piace. Mi potrei innamorare di un uomo così?
Forse la lettura, e rilettura, dei classici, è proprio questo. Ritrovarsi in sentieri conosciuti, ma come se fosse la prima volta. E ogni volta che leggo "Guerra e Pace", sì, è la prima volta; prima di tutto perché, incredibilmente, mi sono dimenticata completamente la trama; e poi perché dentro questi romanzi oversize c’è la vita, e ogni volta che li leggiamo abbiamo risposte diverse, emozioni diverse, a seconda del punto della nostra vita in cui siamo. In ogni caso, la magia funziona sempre: basta entrare a passi leggeri in quel salotto russo dove si parla francese.

Intanto, sono in un salotto a San Pietroburgo, ma contemporaneamente (è l'incantesimo dei libri) nelle terme molto Mitteleuropa (e molto soviet) dove sto passando qualche giorno. Sul greto del ruscello che passa attraverso il parco ci sono dei salici: per il mio erbario nelle pagine dei libri, ho raccolto un rametto delle prime gemme. Grigie. Morbide. Presagio di primavera.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.