Lisa Corva

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Monica, professione editrice: di libri che sono come tazze di cioccolata calda.

Giovedì, 14 dicembre 2017 @15:57

Leggere un libro che è come una tazza di cioccolata calda. Anzi, di più: come fare un bagno in un’intera vasca di cioccolata calda. Quando Monica Randi, la fondatrice della piccola, essenziale (almeno per me!) casa editrice Astoria, ha usato questa metafora per descrivermi uno dei suoi romanzi preferiti, il deliziosamente vintage "Un matrimonio inglese", era quasi estate e l’idea della cioccolata calda lontanissima. Ci ripenso adesso, a dicembre, quando l’idea di stare a casa con un libro-cioccolata mi sembra la cosa più vicina alla felicità. Nel frattempo ho continuato a leggere i piccoli, lucidi, rossi Astoria, che creano dipendenza, come ciliegie o cioccolatini; e ho letto anche il libro consigliato, "Un matrimonio inglese". Scritto nel 1907 da Frances Hodgson Burnett (se qualcuno ha letto Piccolo Lord Fauntleroy, cult per bambini d’antan, alzi la mano!), è una storia molto romantica, certo. Ma non solo: è la storia di una ragazza forte, testarda e indipendente (che sia un’ereditiera americana fa parte della cioccolataggine del libro), che, partendo da New York per cercare, e cercare di salvare, la sorella sposata a un aristocratico ma brutale inglese, cerca anche altro. Anche se non lo sa. Cerca un amore forte come lei. E lo trova.
Spero solo che Astoria continui a scovare libri-cioccolatino, e a proporli, perché a volte, nella vita, abbiamo bisogno solo di questi. Ed è qui che Monica Randi li sceglie, in questa grande casa con terrazza che si affaccia su un cortile milanese. Lei è questo, questa sala con un angolo dipinto di rosso ciliegia come le copertine dei suoi libri; il portasigarette (molto chic e vintage anche questo!), da cui sfila una sigaretta quando ci sediamo; il grande tavolo, i libri ovunque, presenze silenziose e sorridenti. Ed è qui che mi offre un caffè e mi racconta come è iniziato tutto. "In un piccolo albergo di Francoforte che si chiamava proprio Astoria, dove ci ritrovavamo ogni autunno, per la fiera del libro. Un gruppo di editor di narrativa straniera da tutto il mondo, non solo colleghe ma anche amiche. L’ultimo sabato era dedicato a noi: una serata davanti a un bicchiere, commenti, gossip, consigli sui libri appena incontrati in fiera. E quindi, quando ho deciso – quasi una follia! - di lasciare la casa editrice per cui lavoravo e di fondarne una mia, le ho invitate tutte per un weekend nella mia casa al lago. E il nome è venuto spontaneo: quello del nostro albergo". Era il 2009; i primi libri Astoria sono usciti nell’ottobre del 2010. "In quegli anni le donne mi sembravano ancora maltrattate in ambito letterario. Quindi ho pensato a un catalogo di scrittrici, soprattutto British: mi piace molto la loro capacità di usare l’ironia in modo empatico rispetto alle protagoniste dei loro romanzi. Un’ironia buona". E infatti ecco, tra i piccoli libri ciliegia, una delle mie preferite: Stella Gibbons. In Astoria trovate "La fattoria delle magre consolazioni" e "I segreti di Sible Pelden", anni Trenta e Quaranta, ma speriamo che arrivi altro…
Ma, tra tutti i suoi libri ciliegia, se dovesse regalare a un’amica un comfort book, un libro che accarezzi e consoli e faccia sorridere, cosa sceglierebbe? "Di sicuro "Il libro di Miss Buncle" di D.E. Stevenson e "Cluny Brown", di Margery Sharp. Storie lievi, sorridenti, intelligenti di donne che sembrano non trovare un posto nella vita. Almeno all’inizio della storia". E gialli, un altro perfetto anti-ansia? Addirittura una serie, quelli che scrive M.C. Beaton con Agatha Raisin: "Una protagonista non bella, non giovane, un po’ cinica e brusca; una donna di successo però, e perennemente alla ricerca del grande amore". Io preferisco le gialliste nordiche, svedesi e danesi soprattutto, forse Agatha riuscirà a convincermi? E poi, giusto in tempo per Natale, l’ultimo arrivato in libreria: "Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey", di Mary Anne Shaffer e Annie Barrows. E, sorpresa, c’è anche Trieste, dove Monica Randi non è mai stata (neppure al meraviglioso Caffè San Marco con libreria tra i tavolini, che sospetto le piacerebbe moltissimo), anche se ha pubblicato un romanzo che ne parla: "Si può tornare indietro", di Ada Murolo, storia di due giovani donne durante la Seconda Guerra Mondiale, nella mia città segnata dalla bora.
Io esco dall’incontro - perché sì, questo è il mio ultimo LisaIncontra - con dei piccoli libri ciliegia in borsa e la sicurezza che ne arriveranno altri. Voi li trovate in libreria, ma anche qui:
http://www.astoriaedizioni.it

Gaia e le favole del buongiorno (ma anche della buonanotte).

Domenica, 23 aprile 2017 @12:26

Ho sempre desiderato conoscere qualcuno che, nella vita, si occupi di favole. Poi ho conosciuto lei, Gaia Stock: allegra, ironica, mamma di tre figli maschi, rossetto vivace, una casa sempre aperta a Trieste per feste memorabili, un gatto e un cane. E le sue favole. Ovvero, le favole che da anni pubblica come editor per Edizioni EL, la casa editrice fondata dalla madre. I suoi libri li trovate qui: http://www.edizioniel.com , e sicuramente ne avete già qualcuno a casa. Le mitiche "Favole al telefono" di Rodari, ad esempio! Ma ne ho approfittato per farle qualche domanda in più. E’ lei il mio nuovo LisaIncontra: stavolta, non scarpe nè abiti, ma fiabe. Che, a volte, è la stessa cosa.

Libri: farli, amarli. Tu hai tre figli maschi; ma a una bambina che libro regaleresti, e perché?
- Non esistono buoni libri per bambine o per bambini. Esistono buoni libri e basta. E un buon libro per bambini è certamente un buon libro anche per adulti.
Ad un bambino regalerei prima un libro di fiabe classiche, perché credo ancora molto nelle loro funzioni iniziatiche (ben descritte da Propp nella sua "Morfologia della fiaba"). Poi gliele farei rileggere stravolte nelle centinaia di versioni moderne in cui grandi maestri della letteratura e dell'illustrazione si sono divertiti a ribaltarne storie e contenuti (ad esempio i Cappuccetti di Bruno Munari). Infine selezionerei quelli che credo siano i grandi classici della letteratura mondiale, man mano a seconda dell'età. Dai classici per ragazzi passando ai classici per adolescenti fino ad arrivare ai classici per l'età di passaggio. Poi spererei che il suo gusto prendesse una direzione personale che, qualsiasi essa sia, andrebbe bene. Come sottofondo, per tutta la crescita: Gianni Rodari.

Il libro che più ti è piaciuto da piccola.
"Il richiamo della foresta" di Jack London. Il primo libro da grandi che ho letto, e il primo libro che ha fatto sentire grande anche me. Perché parla più di avventure interiori che di avventure vere e proprie: un’esperienza intensissima che mi ha conquistato completamente. Da allora non ho mai smesso. Ha rappresentato per me il libro dell’innamoramento, della svolta. Il libro che tutti dovrebbero incrociare nella vita.

E "Piccole donne" della Alcott, libro che io ho perdutamente amato?
"Piccole donne" non mi aveva mai fatto impazzire. Ma rimane praticamente il bestseller nei nostri adorati Classicini, quindi sono io la strana!

Scegli uno dei vostri libri, quello di cui sei più fiera.
Sicuramente vado fierissima della collana Sirene che curavo (non da sola…) tantissimi anni fa, quando biografie per ragazzi sulle grandi donne della Storia sul mercato non ce n'erano. Né in Italia, né all'estero. È stata una collana antesignana e piuttosto fallimentare. Alcuni titoli li abbiamo ancora a catalogo, in nuove edizioni. Sono stati libri che abbiamo profondamente voluto e profondamente amato. Noi e tutte le nostre autrici (erano quasi tutte donne). Un esperimento editoriale che ha segnato la mia crescita professionale. Da tutti i punti di vista.

Mi fa piacere ricordare che voi siete arrivate prima del pur coloratissimo e allegro "Storie della buonanotte per bambine ribelli" (Mondadori), il bestseller di adesso. Tra le vostre Sirene c’è Peggy (Guggenheim), Frida (Kahlo), Artemisia… Tutte donne eccezionali. E le bambine di oggi hanno bisogno di icone, di miti, oggi più che mai.
Ma il mio Sirene preferito forse è "Corale Greca": Penelope, Lisistrata, Medea… Lo stiamo per ripubblicare in un’edizione straordinaria, con nuove illustrazioni di Sara Not.

La tua icona femminile, o comunque una donna che ammiri.
Emma Bonino, una donna curiosa, aperta, intelligente.

So che ti piace giocare con la moda, quindi dimmi: borse o scarpe? Scarpe, senza dubbio.
Flats, mezzo tacco o tacchi alti? Sui tacchi alti mi sto impegnando negli ultimi anni, e devo dire che li trovo divertenti; ma se fosse per me flats tutta la vita! (purtroppo per il mio compagno che mi vorrebbe in tacchi alti anche mentre cucino). Ho una collezione di ballerine a punta che mi imbarazza! Purtroppo imbarazza anche lui…
Non hai mai sognato di uscire senza la borsa?
Ogni tanto lo faccio, metto l’indispensabile in tasca, ma me lo posso permettere veramente poche volte e solo per uscite brevi… Certo, se esco la sera metto l’indispensabile in microborsine un po’ chic a tracolla o, molto raramente, in pochette a mano.
Non esci mai di casa senza…
Cellulare, banale… Ma porto sempre con me il profumo solido di Diptyque, un rossetto (anche due!), un paio di occhiali da sole. Oltre ad una quantità enorme di chiavi, qualche sacchetto per il cane, un manoscritto da leggere non-si-sa-mai, fazzoletti, un "moment", un paio di sigarette… continuo o posso smettere?
La frase (mantra, slogan, verso di una poesia) che più ti riassume.
Il concetto "Less is more", fatto mio studiando Ludwig Mies van der Rohe.
Un abito (ma un oggetto o un gioiello) con una storia dentro, che non butterai mai, e perché.
Un pendentif in pasta di vetro di Amalric Walter raffigurante una libellula, regalo dei miei genitori. Oggetto che amo moltissimo e che impreziosisce qualsiasi mise, anche la meno "pensata".

Il tuo posto del cuore. Quello dove ti senti più tu.
Il bosco. Il mare l’ho sempre avuto al mio fianco e lo do un po’ per scontato, certamente sbagliando perché sono consapevole che non potrei farne a meno. Il bosco, invece, non vivendolo quotidianamente mi emoziona davvero. È il mio posto, il mio habitat.

La tua libreria preferita al mondo.
Mi è sempre piaciuta la libreria dentro la Biennale di Venezia, l’edificio stupendo disegnato da James Stirling ai Giardini.
Che, tra l'altro, per la Biennale di quest'anno (che apre il 13 maggio) diventa un contenitore d'arte: ospiterà i libri che hanno ispirato la pratica degli artisti invitati. Bellissimo, vero?

Ma torniamo ai libri. Dimmene uno che hai amato, riletto, stropicciato, regalato.


Non ho mai riletto un libro due volte. Libri che ho amato perdutamente e che ho ripetutamente regalato: "Everyman" di Philip Roth, "Anime alla deriva" di Richard Mason, "L’odore del sangue" di Goffredo Parise, "L’amico ritrovato" di Fred Uhlman, "Norwegian Wood" di Haruki Murakami, "L’anno del pensiero magico" di Joan Didion, "Paula" di Isabel Allende, "Lolita" di Vladimir Nabokov, "La versione di Barney" di Mordecai Richler, "La lingua salvata" di Elias Canetti, "Franny e Zooey" di J.D. Salinger, "Il vecchio e il mare" di Ernest Hemingway, "I dolori del giovane Werther" di Goethe, "L’avversario" di Emmanuel Carrère, "Le età di Lulù" di Almudena Grandes… Più tutto Joseph Roth e, soprattutto, tutto Arthur Schnitzler.

Che bello, ho trovato un sacco di titoli in comune (vedi "La versione di Barney" e "Norwegian Wood"), ma anche libri che forse mi aspettano, come Philip Roth e Parise. E possibili riletture: Schnitzler!
L’ultimo libro, invece, che ti ha fatto ridere?


Un libro di filastrocche cattive che pubblicheremo tra qualche mese. L’autrice, la poetessa Donatella Bisutti, ha raccontato piccoli episodi di teneri animaletti o fiorellini o tondi e dolci vegetali che finiscono, in un modo o nell’altro e sempre per un peccato del protagonista, tragicamente. Alcuni sono esilaranti. Ieri in treno, ridevo sola.

Scarpe, o un abito, o un gioiello che hai visto in un quadro o in un film e le avresti rubate…
Tanti anni fa, un abito Valentino che ho visto in un servizio di moda: ho pensato, questo è l’abito più bello che mai sia stato creato. È rimasto là, nei miei pensieri, e basta. Non ho neanche tenuto la fotografia… E poi tutti gli abiti e gli accessori di Tilda Swinton, in qualsiasi contesto io la abbia vista: film, servizi fotografici, vita privata. Per me, è lei la donna più elegante oggi (insieme a Inès de la Fressange che ha stile più classico, però, quasi banale!)

Dopo anni a Venezia, ora vivi a Trieste: se ti veniamo a trovare, dove ci porti?
Sul Molo Audace. Ci vado quando posso di mattina, prima delle otto, per far correre un po’ il cane. Il cielo e il mare hanno ogni giorno un colore diverso, ma così diverso da sembrare incredibile. È uno spettacolo straordinario. La bellezza così variabile, giorno dopo giorno, rende indescrivibile l’esperienza che, proprio per la sua reiterata unicità, diventa ancora più magnifica. Se andarci una volta vale 10 in bellezza, andarci 100 volte vale molto più di 10 x 100. È la mutevolezza dei fattori l’ingrediente fondamentale del suo fascino.

Concordo. Molo Audace, luogo del cuore, di favole, incontri e storie.

Colomba e la possibilità dei papaveri.

Mercoledì, 12 aprile 2017 @16:39

Sono tornata da Milano con un nuovo spolverino di Colomba Leddi: è della nuova collezione, a righe verticali marrone e blu. Indossarlo mi rende felice. Avete presente quegli abiti che, una volta addosso, vi trasformano (o almeno così vi sentite), vi mettono il sorriso addosso? Capi magici, non capitano spesso. Quelli che vi fanno sentire subito più alte o più magre, più belle o semplicemente più felici. Così è questo spolverino leggero leggero, che si piega e si mette in borsa (così ho fatto girando durante il Salone del Mobile). In realtà nel mio armadio ci sono tante, tantissime cose firmate Colomba: il little black dress con il ricamo in perline rosse che dice Glam Cheap (e sul retro: l’autrice) che mi aveva cucito per il lancio del mio secondo romanzo, Glam Cheap appunto (l’idea è sua: Colomba è riservata e ironica, un po’ come la sua moda). E poi gli abiti-canotta che metto con i leggings, un cappotto morbido e piumoso con il dettaglio di un ricamo ingrandito, un abito-ortensia, ovvero uno dei miei fiori preferiti…
Oltre che nel mio armadio, Colomba (con i suoi papaveri) la trovate qui: http://www.colombaleddi.it
E in cattedra, più o meno: è course leader BA Fashion Design al NABA, la Nuova Accademia di Belle Arti di Milano http://www.naba.it .
E la trovate ovviamente in quest'intervista, la mia nuova puntata di LisaIncontra (se cliccate qui trovate le altre puntate!).

Nella tua nuova collezione primavera/estate, che cosa ti piace particolarmente e indosserai?
- Papaveri! Ma anche il classico spolverino di cotone seer-sucker, stavolta a righe bianche e grigie.

Papaveri perché è quello che hai scelto per l’estate: li troviamo su abiti ma anche su tovaglie e cuscini. Tutto in stampa digitale. E’ il tuo trademark. Petali, piume, muschio o foglie, posati su tessuti, fotografati, che diventano stampe per vestiti, calzoni e cappotti. Come ci sei arrivata, da dove è venuta l’ispirazione?
- Per caso?
Ride, ma poi spiega:
- Una volta capita la potenzialità della stampa sperimentata con le fotografie, ho pensato che i dettagli potevano diventare pattern. Il ricamo di un vecchio abito, ad esempio, ingrandito, è diventato il disegno quasi astratto di uno spolverino… E così gli elementi naturali. Felce o petali, i papaveri di quest’anno;o anche le piume di fagiano che avevo comprato in un mercato in Liguria, e che sono finite, digitalizzate, su vestiti e cappotti. Da sempre però sono affascinata dalle fotocopie che si ottengono inserendo tessuti e oggetti nella fotocopiatrice.

I tuoi teli, le tue stampe, ora diventano anche cuscini, tovaglie, tende… E’ la tua nuova Home Collection, che a Milano è in vendita da Hi-Tech e Cargo. Il pezzo di cui vai più fiera?
-La tovaglia-carota e la copertina di voile di cotone imbottito.

Casa: quale stanza ti piace di più? O è forse nel tuo atelier che ti senti più a casa? (Lo chiedo forse perché l’atelier di Colomba, nel cortile di un palazzo del Novecento, è uno dei miei luoghi preferiti a Milano. Ed è aperto anche alle acquirenti curiose: via Revere 3, segnatevi l’indirizzo).
-La sala di casa mia affacciata sul parco, le finestre e la luce che filtra.

Un abito o una donna, nella storia della moda, indimenticabile.
-Gli abiti della Barzini - e la Barzini.
Le risposte di Colomba sono sempre molto succinte, così incalzo: la Barzini chi? In realtà un po’ so chi è. Benedetta Barzini, ex modella, donna eccentrica, quasi icona? Anche e forse ancora di più adesso, che ha 73 anni. Continua Colomba:

- Per me è come una ballerina: un’artista, e infatti adesso fa la performer. Quando sale su un palco – o una passerella – prende la scena, senza fare nulla. Indimenticabili i suoi abiti; e quando ha traslocato mi ha portato un baule con tutti i suoi vecchi vestiti, un vero catalogo di moda.

Il luogo dove ti senti più tu al mondo.
-San Giovanni di Sinis. In Sardegna. Macchia mediterranea, vento, mare e cavalli.

L’ultimo libro che ti ha fatto ridere, o piangere.
-Non ricordo mai i titoli dei libri...

La tua passione: scarpe o borse?
-Scarpe. La borsa è sempre la stessa: la Trio Bag di Céline.

Non sogni mai di uscire di casa leggera, senza la borsa, solo con quello che riesci a infilare in tasca?
-Ma no, la mia borsa è molto piccola, ed è a tracolla...

Apri il tuo armadio per noi: c’è qualcosa da cui non ti separeresti mai?
-Il grande golf di cachemire blu che ho comprato da Egg, a Londra.

Una donna che ammiri, e perché.
-Le donne che esprimono umanità, le donne che sanno raccontare.

C’è una frase, un aforisma, un mantra con cui ti identifichi?
-Domani è un altro giorno.

Un momento di semplice, quotidiana felicità: per te, cos’è?
-Il pane fresco.

Il tuo segno di stile?
-Il cappotto!

L’ultima cosa che hai comprato?
-Sneakers.

Milano per te: un tuo luogo del cuore.
- Il Conservatorio. Dove ho studiato flauto, per dieci anni. Ma soprattutto il cortile del Conservatorio, dove passavo ore...

Se tu non vivessi a Milano, vorresti vivere a…
-Parigi: per quella tinta grigia su quel cielo lì, nel Marais. O forse New York, più facile di Parigi.

L’artista di cui tu collezioneresti le opere, se potessi.
-Seurat. Uno di quei piccoli paesaggi rettangolari, con piccole figure, che ho visto a Londra. Mi piace molto anche il formato.

Qualcosa che tua mamma, o tua nonna, indossavano, e che ti ricordi ancora perfettamente.
-I gemelli di mia nonna: ovvero il twin-set di cachemire. Perfetti, una vestibilità che ora non trovi più. Li aveva in blu e in grigio.

Hai una figlia. Qual è il messaggio, o insegnamento, che speri di averle passato?
-"Vai tra". E’ la risposta che mi dà Teresa quando le dico, ad esempio: "ma non devi studiare? "Vai tra", ovvero nel loro gergo: "Vai tranquilla". A dir la verità è una cosa che dice lei a me, non io a lei, ma è così buffa!

Almira, e il piacere dell’athleisure: la moda per andare (anche) in bici.

Lunedì, 27 marzo 2017 @17:26

Quando vado a trovarla nel suo negozio/atelier, sta cucendo. O meglio: sta cucendo un inserto di stoffa, quasi una spilla, su una delle maglie a righe della nuova collezione. Me la mostra e mi dice: come ti sembra? Così è Almira Sadar, stilista di Lubiana, e questo gesto la riassume: lei che ama il "fatto a mano" e la sperimentazione. Nasce come architetto, ma le sue "architetture" sono i suoi abiti (e quelli che progetta insieme ai suoi studenti all’Università di Lubiana, piccola capitale "light" della Slovenia, dove insegna Textile and Fashion Design). Scoprite qui chi è: http://www.almirasadar.com/collections
Ma soprattutto scopritela nella mia intervista, la nuova puntata di LisaIncontra (se cliccate qui, trovate gli altri incontri e le altre puntate).

Nella tua nuova collezione primavera/estate, che cosa ti piace particolarmente e ti metterai?
Tutto quello che è "athleisure": pezzi semplici, a metà tra "athletics" e "leisure", sport e comodità. Una gonna a fiori messa con un giacchino leggero e colorato tipo bomber. Cose light e multi-funzione che posso mettere per andare in bici, camminare in uno dei parchi cittadini, ma che funzionano anche al cinema la sera.

E poi ci sono i tuoi bestseller, pezzi che rifai, in modo diverso, ogni anno: le sciarpe a forma di volpina, di stoffa, ma citazione delle vecchie volpi che mettevano nonne e bisnonne al collo; e le sciarpe "a buchi", fatte con il laser. Perché, secondo te, piacciono tanto?
Per il loro sense of humor – nascosto, eppure visibile.

Il "fatto a mano", e la tradizione locale, soprattutto se artigianale: sono due temi molto importanti nella tua ricerca moda…
Perché penso che la moda abbia bisogno di un’anima – e del tocco delle mani di chi la crea.

Apri il tuo armadio per noi: c’è qualcosa di cui non ti separeresti mai?
Non sono una persona nostalgica. Tendo a non accumulare oggetti e quindi neppure vestiti, neanche quelli che, come dici tu, sono cuciti con i nostri ricordi. Quando compro qualcosa di nuovo, regalo o butto qualcosa.

La tua passione: scarpe o borse?
Scarpe: ma, soprattutto, sneakers.

Sogni mai di uscire di casa leggera, senza la borsa, solo con quello che riesci a infilare in tasca?
In realtà adoro il mio Macbook Air, che sta in tutte le mie borse, e che mi porto sempre dietro. Ma quando mi capita di uscire senza la borsa, mi sento diversa, quasi… sfacciata!

L’ultima cosa che hai comprato?
Una T-shirt bianca. Ero così entusiasta dei disegni di una mia studentessa, che li ho fatti stampare sopra.

Un abito o una donna indimenticabile, nella storia della moda.
Coco Chanel: una donna forte, iconica, una vera pioniera. Rileggo spesso le sue dichiarazioni, ancora oggi modernissime. Come: "Il y a les gens qui ont de l’argent et il y a les gens qui sont riches". Ci sono persone che hanno denaro, e persone che sono ricche.

A parte Coco, una donna che ammiri, e perché.
Non una, molte: nella moda Miuccia Prada, nel design Petra Blaisse and Patricia Urquiola, nell'arte Tracey Emin. Forse perché vorrei essere come loro.

E l’artista di cui collezioneresti le opere, se potessi?
Louise Bourgeois e i suoi Textile Books.

Vedi mai scarpe, abiti o gioielli in un quadro, o in un film, e ti fermi a pensare: se potessi averlo!
Il possesso non è così importante per me. Invece di "lo voglio", preferisco pensare semplicemente "mi piace".

Il luogo dove ti senti più tu al mondo.
Per fortuna ne ho tanti – e spero di trovarne molti altri ancora.

Hai studiato architettura, hai sposato un architetto. Ci sono donne architetto che ti piacciono particolarmente?
Ammiro e rispetto le donne architetto, ma, sinceramente, penso che sia una professione da maschi. Credo nella parità, ma non nell’uguaglianza a tutti i costi: non siamo uguali. E quindi la mia preferita donna architetto è…una scrittrice. L’indiana Arundhati Roy, che a vent’anni dal suo meraviglioso "Il Dio delle piccole cose" pubblicherà "The Ministry of Utmost Happiness". Non vedo l’ora di leggerlo!

L’ultimo libro che ti ha fatto ridere… o piangere.
"Il primo uomo cattivo" di Miranda July (in Italia pubblicato da Feltrinelli, nb) mi ha davvero fatto sorridere. Quanto ai libri che fanno piangere, tendo ad evitarli. O, se li comincio per caso, a metterli da parte. L’ultimo? Il sopravvalutato, secondo me, "Una vita come tante" di Hanya Yanahigara (questo invece è Sellerio).

C’è una frase, un aforisma, un mantra con cui ti identifichi?
La vita va avanti.

Un momento di semplice, quotidiana felicità: per te, cos’è?
La mia passeggiata del mattino con il mio cane. Non importa la stagione o il tempo, esco anche se piove o nevica, mi piace sempre. E mi piace andarci al mattino presto, prestissimo: un momento di pura tranquillità.

Il tuo segno di stile?
La mia bici.

Qualcosa che tua mamma, o tua nonna, indossavano, e che ti ricordi ancora perfettamente.
I tacchi alti di mia madre, per ogni occasione; e il suo cappottino nero di pelliccia, status symbol del socialismo (io sono nata nell’ex Jugoslavia), per le occasioni speciali.

Hai una figlia. Qual è il messaggio, o insegnamento, che speri di averle passato?
Sii quello che sei.

Intorno ad Artemisia: con Alessandra parliamo di donne, arte, amore, e dei colori del giorno.

Mercoledì, 22 febbraio 2017 @08:18

E’ il mio nuovo LisaIncontra: perché a Roma, dove sono appena stata, ho rivisto Artemisia. Ne parlo come se fosse un’amica, e in fondo lo è: ma è anche una delle prime e delle più grandi pittrici della storia. E che emozione rivedere la sua Aurora, che prima era a casa della mia amica Alessandra Masu, ed ora fa parte della mostra "Artemisia Gentileschi e il suo tempo" (a Palazzo Braschi-Museo di Roma fino al 7 maggio). Artemisia, dunque.

- Chi è Artemisia per te? Raccontacela come se la raccontassi a una persona che non ne ha mai sentito parlare…
Artemisia Gentileschi, la prima artista star della storia dell’arte italiana, per me è semplicemente "Artemisia". Una stella da ammirare e seguire, ma in un clima affettuoso, non accademico, ‘tra donne’.

- Un pezzo della vita di Artemisia che trovi ammirabile, o straordinario?
Donna appassionata (una sua lettera all’amante Francesco Maria Maringhi comincia: "Sono Artemisia e ardo d'amore "), artista e brava manager di se stessa, di Artemisia rispetto e stimo soprattutto la consapevolezza del suo talento e del valore del suo lavoro. Che difese con grinta e e coraggio, in un ambiente prevalentemente maschile e maschilista, come in una famosa lettera del 1649 al suo aristocratico collezionista messinese, don Antonio Ruffo: «il nome di donna fa stare in dubbio finché non si è vista l’opera ma farò vedere a Vostra Signoria che cosa sa fare una donna». E, sempre a lui, diceva per fugare ogni dubbio sulla sua abilità: «Ill.mo S.r. Mio l’opere saran quelle che parleranno…»; e ancora: «lei vedrà in effetti che questo talento che me ha dato Iddio de questa poca vertù la spenderò in qualche parte».
In un’altra lettera, di risposta a Ruffo che le aveva chiesto di mandargli un disegno/bozzetto per un’opera che voleva affidarle: "che poi voglia fare disegno e mandarlo io ho fatto voto colendissimo di non mandar mai più disegni de mio, perché mi è stato fatto bellissime burle, et in particolare hoggi al presente me ritrovo haver fatto un desegno dell’anime del Purgatorio al Vescovo di Santa Gata, il quale disegno per spender manco lo fanno fare a de un altro pittore, et quello pittore lavora sopra le fatiche meie, che fusse homo io non so come se passerebbe perché quando è fatta l’inventione, et stabilito con li suoi chiari et uscuri, e fundati sui loro piani tutto il resto ei baia (…)".
In pratica Artemisia dice che non intende ‘regalare’ le sue invenzioni perchè vengano eseguite – e addirttura storpiate- da qualche artista meno bravo e più a buon mercato di lei. Quanto ai suoi compensi, chiude la lettera con una nota esplicita:
"P.s. Avverta vostra Signoria Illustrissima che quando io domando un prezzo non fo all’usanza di Napoli che domandano trenta e po’ danno per quattro. Io so’ romana e perciò voglio procedere sempre alla romana".

- Cosa ti piace soprattutto del tuo quadro, l'Aurora? Il gesto, la luce, il colore, la metafora dell’alba?
Mi piace, anzi lo amo, per le stesse ragioni per cui fu ammirato in passato, come si legge nella prima descrizione del quadro, della fine del Seicento: "In Casa Giovan Luigi Arrighetti, nobile fiorentino, è un bel quadro di mano dell’Artemisia, in cui rappresentò ella in proporzione poco meno di naturale l’Aurora vaga femmina ignuda con chiome sparse, e braccia stese inalzate verso il cielo, ed essa in atto di sollevarsi sul suo Orizonte, nel quale veggonsi apparire i primi Albori, e di portarsi a sgombrare alquanto le fosche caligini della notte. La figura per la parte dinanzi è tutta graziosamente sbattimentata in modo, che non lascia però di far mostra della bella proporzione delle membra, e del vago colorito, restando solamente percossa dalla nascente mattutina luce dalla opposta parte, e veramente ell’è opera bella, e che fa conoscere fino a qual segno giungesse l’ingegno, e la mano d’una tal Donna".
Amo questo quadro per la sua grande forza compositiva, l’ispirazione poetica e soprattutto perchè è una prova ambiziosa delle capacità di Artemisia. Che si auroritrae, in un nudo realistico, come Aurora, cioè colei che porta al mondo i colori del giorno. Una pala d’altare profana, dedicata a se stessa.

- Perché, e come, ti sei appassionata all’arte al femminile?
Vivendo con Aurora, davvero. Ma già all’università avevo cominciato a occuparmi di storia delle donne e del collezionismo al femminile. Per esempio, ho scoperto che le due prime committenti del giovane Raffaello a Perugia furono due donne: Atalanta Baglioni e Alessandra degli Oddi.

- E perché secondo te è importante studiare/guardare/ammirare l’arte delle donne nei secoli?
Perchè è una storia ancora tutta da ricercare, tutta da scrivere e perchè –in questo lavoro che è un po’ una missione - abbiamo bisogno di modelli e ispirazione.

- Il tuo quadro/scoperta più amato?
Aurora è una scoperta del mio primo marito, Maurizio Marini, che per primo lo ha giustamente attribuito ad Artemisia. Ma posso dire di essere stata io, con i miei studi e quelli che ho promosso con la mia associazione culturale "Artemisia Gentileschi", che ho capito il vero, complesso significato del quadro. Invece il primo quadro che ho comprato è una santa Teresa in meditazione di Giulia Lama, pittrice veneziana del Settecento. Allieva di Piazzetta, non fu ammessa al ‘sindacato’ dei pittori veneziani e lavorò tutta la vita come pittrice, ma con la qualifica ufficiale di ‘ricamatrice’!?

- Un quadro/opera di un’artista che ameresti aggiungere alla tua collezione…
Vorrei tanto acquisire sia un’opera di Lavinia Fontana, magari uno dei suoi ritratti romani, ma anche rintracciare e acquistare un ritratto della cerchia del pittore fiorentino del Seicento Carlo Dolci, passato per un’asta tanti anni fa e oggi irreperibile. Si tratta di un ritratto di pittrice, che credo sia un autoritratto della figlia dell’artista, Agnese.

- Ti sei comprata uno smalto per le unghie del colore dell’alba nell’Aurora: anche questo è un modo per "appropriarsi" di un quadro?
Sì, come ascoltare la musica che ascoltava Artemisia, mangiare il cibo che le cucinò la madre o l’amica Tuzia, profumarsi come facevano lei e le sue clienti. Secondo me, per studiare e capire gli artisti e le opere del passato, è importante trovare una chiave di comunicazione profonda, che passa dai dettagli più intimi della vita quotidiana. La loro e la nostra.

- Se Artemisia vivesse adesso, come te la immagini?
Una specie di Marina Abramovič con una sensualità più dolce e mediterranea.

Qui trovate Artemisia: http://www.museodiroma.it/mostre_ed_eventi/mostre/artemisia_gentileschi_e_il_suo_tempo
E qui l'Aurora:
https://www.wikiart.org/en/artemisia-gentileschi/aurora-1627

Le donne che sanno cucire, e le bustine di Benedetta.

Martedì, 10 gennaio 2017 @10:36

Ma tu sai cucire? Io, che non so neppure attaccare un bottone, sono sempre ammirata quando incontro chi sa creare con ago e filo; o quando scopro che c’è chi a casa ha ancora (e usa) una macchina da cucire, oggetto per me misterioso come un’astronave. Come Benedetta Senin, quarantenne tutta riccioli che una volta a casa… cuce. Di suo ho due "bustine", nome in codice tra le amiche: pochette di stoffa, fatte magari con scampoli, spesso con parole ricamate, bottoni-decorazione, passamaneria… Si chiudono con una zip, così quel che c’è dentro è salvo. Io ne ho una con una peonia che ha accompagnato l’uscita del mio ultimo libro (che aveva, appunto, una peonia in copertina). Le tengo in borsa, per chiavi, rossetto, penne; o per il passaporto, quando viaggio. Ma non ho mai chiesto a Benedetta: l’idea come ti è venuta? Così è lei il mio terzo LisaIncontra.

Molti anni fa andavo spesso a Bordeaux (il mio compagno lavorava lì) e mi ero appassionata ad un’enorme libreria, Mollat. Mi piaceva l’atmosfera, la moquette per terra dove sedersi e sfogliare i libri, e tutto quello che potevo scoprire. E infatti ho scoperto un’intera sezione di libri dedicati al cucito, di cui pian piano ho fatto scorta. Francesi, quindi chic, ovviamente, ma semplici perché i progetti erano spiegati punto per punto con testi, disegni e foto, cosa che li rendeva assolutamente alla mia portata di sarta amatoriale. E così ho provato a realizzare la mia prima pochette.

La tua bustina preferita, quella che porti sempre con te in borsa?
In borsa non ne ho solo una, ma ben tre! Una per il make up, nell’altra i caricatori del telefono, nella terza le eventuali medicine. Insomma il survival kit metropolitano di ogni giorno. Fondamentale per me che sono una pendolare… E che affronto ogni giorno gli immancabili ritardi del treno e tutti gli inciampi di quelli che chiamo, cercando di riderci su, #mymondays.

Da chi hai imparato a cucire?
Confesso: sin da ragazzina avevo una passione per tutto quello che erano i cosiddetti "lavori femminili", quelli che una volta si insegnavano a scuola. Ma che io invece ho imparato dalla mamma di due mie amiche d’infanzia. Negli anni dell’università, ogni pomeriggio, quando tornavo a casa dalle lezioni attraversavo il cortile e salivo da lei. Le mie amiche stavano alla larga dalla macchina da cucire, io invece non vedevo l’ora di imparare… E ho imparato, grazie alla signora Giancarla: posso ringraziarla qui?
Adesso invece cucire per me è diverso, oscilla tra necessità e piacere, e sospetto che sia un po’ come per chi scrive: da un lato è un’urgenza, dall’altro una terapia. In ogni caso uno spazio solo mio. Uno spazio di grande, libera creatività.

Buffa la storia della mamma e della macchina da cucire dall’altra parte del cortile: buffa anche perché ora si impara guardando YouTube. Me l’ha appena raccontato un’amica, che voleva imparare a lavorare a maglia, e che si è appassionata a una youtuber che vive a Bologna. Ora è lì che "produce" fasce di lana per capelli (perfette con questo freddo!).

E nei romanzi, come siamo messi con ago e filo? Penso alla sarta spagnola che ci era tanto piaciuta, l’eroina, sarta e spia per caso, di "La notte ha cambiato rumore", Maria Dueñas.
Ah, il libro di Maria Dueñas mi ha fatto un po’ sognare. Mi immaginavo l’atelier che da stanza disadorna diventa il riferimento di tutte le signore dell’alta società e lei che dal niente diventa una sarta bravissima (e una spia!). No, direi che non mi è mai capitato di leggere un altro libro in cui ci sia una storia così avvincente, non nella prospettiva "sartoriale". Poi in tanti romanzi inglesi dell’Ottocento si incontrano miriadi di fanciulle che ricamano a piccolo punto, ma quella è un’altra storia, è contorno.

Le scarpe che più ami/hai amato.
Ci sono stati dei sandali, i primi Chie Mihara comprati tanti anni fa, piattissimi e con un cinturino che girava due volte intorno alla caviglia, che ho amato follemente, e che conservo tuttora nonostante non li possa più mettere.

Non hai mai sognato di uscire senza la borsa? Solo con quello che riesci a infilare in tasca?
Ma io adoro le borse! Dove metterei, altrimenti, le mie bustine? Al limite, se voglio sentirmi più libera, una piccola tracolla è perfetta. E per il resto, viva le borse grandi!

Non esci mai di casa senza…
Anelli e orecchini.

La tua icona femminile.
Vale Mafalda, la bambina del fumetto di Quino? Io mi sento un po’ come lei, facile all’indignazione di fronte alle ingiustizie, anche se la speranza di un mondo migliore in me è decisamente inferiore. E poi mi fa tanto ridere.

Io spesso nei quadri antichi vedo gioielli o scarpine che mi porterei volentieri a casa, tu immagino noti i ricami …
Una volta, alla Pinacoteca di Brera, a Milano, sono rimasta folgorata: il dettaglio delle stoffe dei vestiti delle dame cinquecentesche balzava fuori dalla tela e mi ricordo di aver pensato che sarei dovuta tornare per prendere ispirazione. Magari lo metto tra i buoni propositi dell’anno?

Oppure, racconto a Benedetta, puoi seguire su Instagram @ArtGarments: un account incredibile che fa scoprire quadri antichi e il dettaglio moda perduto: un fiocco, un gioiello, una bordura dell’abito…

La frase (mantra, slogan, verso di una poesia) che più ti riassume.
Sono pochi i versi che ricordo a memoria, tra questi García Lorca: "Vi en tus ojos / dos arbolitos locos/ de brisa, de risa, de oro…". Bellissimo, vero? "Vidi nei tuoi occhi /due alberelli pazzi. Di brezza, di risa e d’oro". Tutto in questa poesia brilla ed emana vita.

Apri il tuo armadio. Un abito con una storia dentro, che non butterai mai, e perché.
In realtà sono poco sentimentale: credo che i vestiti abbiano una loro vita limitata, e per me arriva quasi sempre il momento in cui me ne separo, senza troppe difficoltà. Tuttavia posso dirti che il capo a cui sono più affezionata è una giacca di pelle che mi ha regalato il mio compagno per i miei 40 anni, e che finora mi ha accompagnato in un sacco di viaggi, di quelli che ricorderò.

L’insegnamento dei tuoi genitori che più hai fatto tuo.
La cosa che ammiro moltissimo nei miei genitori è l’essere sempre rimasti se stessi, la loro capacità di mantenere i principi saldi, ed è una cosa che spero di riuscire a fare anch’io. In altre parole: non perdere la bussola.

Il tuo posto del cuore nel mondo, quello dove ti senti più tu.
Non credo di sorprenderti se ti dico che vedere il mare dalla strada costiera che porta a Trieste è sempre una grande gioia!

Un libro che hai amato, riletto, stropicciato, regalato.
"La versione di Barney", di Mordechai Richler, che ci strappavamo di mano io e il mio compagno un’estate in Grecia. E che al rientro dalla vacanza (in moto) ho dovuto aggiustare con lo scotch per tenerlo insieme.

L’ultimo libro che ti ha fatto ridere.
Devo per forza dirti un altro Adelphi! "La mia famiglia e altri animali", di Gerard Durrell. In realtà l’ho letto molto tempo fa, ma lo consiglio sempre a chi mi chiede un anti-depressivo formato libro.

Il tuo prossimo progetto ago e filo.
Appena finito: l’ennesima bustina, e visto che siamo appena entrati nel 2017 ha – come da tradizione - l’anno ricamato a punto croce.

Io invece da Benedetta ho appena ordinato due bustine per due amiche del liceo, regalo a cui tenevo molto, consegnate a Milano davanti a una tazza di tè: così, ora che viviamo sparpagliate nel mondo, so che in borsa abbiamo qualcosa che ci unisce. Ago e filo attraverso i confini. Dimenticavo! Potete guardare (e ordinare) le bustine di Benedetta qui: http://plazadelavirgen.blogspot.si
Plaza de la Virgen come la piazza, mi ha raccontato, dove abitava anni fa in Spagna. Di nuovo, ago filo e confini.

Paola, perché quello di cui abbiamo bisogno per camminare nella vita è un paio di scarpe d’oro.

Mercoledì, 30 novembre 2016 @10:03

Prima di conoscere Paola Vitali ho conosciuto le sue scarpe: ma forse le avete viste anche voi, sui giornali, nelle vetrine, o che brillavano addosso a qualche amica. Sono le Paola d’Arcano: http://www.paoladarcano.it
Ed è lei il mio secondo incontro di bellezza e parole: dopo i corvapezzi, LisaIncontra! Da Paola ho imparato una cosa: che l’oro è l’accessorio perfetto, il "colore neutro" che va bene con tutto. D’estate e in queste lunghe giornate di quasi inverno. E io non le ho, un paio di scarpe d’oro! Devo assolutamente rimediare.


Parliamo di… tronchetti damascati e scarpe d’oro, ovviamente. Le tue scarpe che tutte vogliono. L’ispirazione, da dove è arrivata?
Da nessun luogo esotico: semplicemente, dalla scarpiera di mia madre. Un pozzo infinito di eleganza, idee e ispirazioni. Un amore smisurato per tutto ciò che luccica e brilla. Dalle scarpe da ballo ed in particolare da quelle da tango. Dal color oro da usare come colore neutro. Da giorno come da sera. Ancor più bello se indossato abbinato a un paio di semplicissimi jeans. Il tronchetto? La classica scarpa "passepartout"… perfetta sempre.

Un tempo le scarpe si portavano sempre del colore abbinato alla borsa. Ora tutte le regole sono saltate. E la tua borsa, com’è?
Da quando Angelina Jolie ha scelto di abbinare il colore del suo rossetto alla sua borsa, ai Golden Globe 2012, molte celeb l’hanno copiata… e da allora la mia borsa è piena di rossetti di colori diversi.

Le nostre pesantissime borse. Non hai mai sognato di uscire senza?
Diciamo che non mi piace lasciare le mie borse da sole a casa…

Le scarpe che più ami/hai amato. Anche se non sono le tue.
Un paio di vecchissime e consumatissime "All Star Converse" di cotone bianco ogni giorno più lise, "cotte" e stanche.

Dovendo proprio scegliere: flats, mezzo tacco o tacco alto?
Nessuna regola… Ciò che davvero conta è semplicemente sapere dove andare. Per sapere che cosa indossare. Ricordi Forrest Gump, il film? "Mamma dice sempre che dalle scarpe di una persona si capiscono tante cose. Dove va. Dove è stata".

La scrittrice spagnola María Dueñas, nel suo bel romanzo "La notte ha cambiato rumore" (Mondadori), ha scritto: "Perché nessuno sospettasse i miei timori, li nascosi con un’andatura risoluta in equilibrio su un paio di tacchi e un’aria determinata. Perché nessuno intuisse l’immenso sforzo che dovevo fare ogni giorno, per vincere a poco a poco la mia tristezza". Secondo te bisognerebbe sforzarsi e mettere comunque un pochino di tacco, per calpestare nemici e dispiaceri?
Posso risponderti con parole di Anna Dello Russo ? "I tacchi ti mettono sempre in uno stato d’animo migliore. Più sei depressa, più è alto il tacco che devi indossare".
Ovvero, ci sono giorni in cui comprare un paio di scarpe nuove risulta più conveniente che andare dallo psichiatra.

Non esci mai di casa senza…
Un paio di occhiali da sole.

L’insegnamento dei tuoi genitori che più hai fatto tuo.
Per aprire una porta, non troverai miglior chiave della tua volontà.

Il tuo posto del cuore nel mondo. Il posto dove ti senti più tu.
In riva ai laghi dell’Engadina.

Un libro che hai amato, riletto, stropicciato, regalato.
"Alta fedeltà", di Nick Hornby (Guanda).

L’ultimo libro che ti ha fatto ridere.
Posso invece parlarti dell’ultimo libro che mi ha fatto piangere? "Raccontami dei fiori di gelso", di Aline Ohanesian (Garzanti). Un amore spezzato dalla deportazione degli armeni, all’alba della prima guerra mondiale. Impossibile da dimenticare.

Scarpe che hai visto in un quadro o in un film e le avresti rubate…
Erano in un museo: al "MoMu" di Anversa.
Un paio di francesine di Dior in seta color verde salvia, interamente ricamate a mano, e disegnate da Roger Vivier negli anni '50.

Scarpe di te bambina, o viste quand’eri bambina, che ti ricordi ancora perfettamente.
Delle orrende ballerine in glitter viola di due numeri più grandi del mio. A conferma di quello che direbbe mia sorella Sara: " deve essere affetta da un’alterazione genetica che si porta sin dall’infanzia".

Per rilassarmi vado al Planetario: Serena, che sogna stelle e disegna fiori.

Lunedì, 14 novembre 2016 @08:59

Incontri. Quante volte mi è successo, di incontrare persone che fanno "cose belle" (sì, cose belle, semplicemente), e di cui poi vorrei tanto parlare… Ma ai giornali con cui collaboro a volte non interessa. E quindi? Quindi con Serena Confalonieri, designer trentenne con tanti riccioli rossi , inauguro una nuova pagina del blog: incontri con persone che mi hanno colpito, entusiasmato, toccato – e che mi fa piacere raccontare. LisaIncontra. Raccontare solo con le parole: è una scommessa, un anti-Instagram in questi tempi di sole immagini. Ma io credo che le parole aprano mondi. Ci proviamo?

Vi presento allora Serena: http://www.serenaconfalonieri.com . L’ho conosciuta nel 2013, intervistata a proposito di fiori che ci rendono felici: erano boccioli e petali su Flamingo, il tappeto di lana che aveva progettato per Nodus e presentato al Salone del Mobile; un tappeto grande, di forma strana e irregolare, che terrei volentieri a casa… E poi ci siamo incontrate per un caffè alla Triennale di Milano (ovviamente!), dove tra l’altro è ancora aperta la mostra di design al femminile che ospita anche delle sue lampade (andateci!).

Ci siamo conosciute per un tappeto a fiori, poi sei passata alle lampade e alla carta da parati… Di tutti i tuoi progetti/oggetti, quale ti è più caro?
Sicuramente proprio "quel" tappeto a fiori: perché è il progetto che ha segnato l’inizio della mia carriera come designer indipendente, perché mi ha dato la possibilità di iniziare al meglio con un’azienda con cui avevo sempre sognato di lavorare, e perché mi ha insegnato che osare va sempre bene. Prima dell’appuntamento, infatti, stavo per togliere il progetto dalla presentazione perché temevo fosse troppo fuori dalle righe, e invece è stato l’unico ad essere scelto.

Per le tue lampade, che tra l’altro sono anche nella bella mostra di design femminile in Triennale, W Women in Italian Design (che è ancora aperta alla Triennale di Milano, fino a febbraio) hai scelto due nomi di donna: Lea e Cora. Perché?
Sono molto decorative e molto femminili nelle forme e nelle linee, per cui due nomi femminili brevi e lievi mi sembravano molto adatti. E poi i volumi si rifanno alle lampade in metallo tipiche da cucina degli anni 50-60, regno delle nostre mamme e nonne.

La sicurezza degli oggetti. E’ il titolo di un romanzo americano (di una donna, A.M.Homes), un titolo che mi piace molto. Tu che gli oggetti li immagini e li crei, sei d’accordo?
Onestamente non tendo a legarmi molto agli oggetti.
La sicurezza degli oggetti forse per me rappresenta proprio il loro carattere transitorio, il fatto che siano qualcosa di "leggero" ed effimero. Più uno strumento per fare ed esprimersi, che un fine ultimo a cui tendere.

Io sono un’appassionata di tazze: la mia tazza, anzi le mie tazze preferite, per il tè; la mia teiera preferita. Qualcosa che tengo in mano ogni giorno e che mi fa compagnia. Anche tu hai una tazza preferita, e se sì, quale, da dove viene? E sei una donna da tè o da caffè?
Sono una donna da caffè: lungo, americano, che ti scalda le mani e ti sta accanto mentre lavori. Ma le mie tazze preferite fanno parte di un servizio da tè bianco e blu anni 70, regalo di nozze fatto ai miei genitori, che mia mamma mi ha donato qualche anno fa.

So che quando puoi viaggi: cos’hai trovato, in giro per il mondo, che hai riportato a casa e che ami molto?
Ho una collezione molto kitsch di palle di vetro, quelle che scuoti e scende la neve: mi ricordano i posti in cui sono stata.

Storia del design: un oggetto cult (una lampada, un mobile) che ti piacerebbe avere a casa. E perché.
Mi piacerebbe poter decorare casa con i tessuti di Lucienne Day: una textile designer inglese della metà del secolo scorso, costante fonte di ispirazione. E, tra l'altro, una donna che ha saputo farsi spazio in un mondo fortemente maschile.

Scarpe o borse?
A dire la verità, nessuna delle due: sono appassionata di tessuti e pattern, e quindi ho molti vestiti colorati e con fantasie varie. Per cui gli accessori che utilizzo sono sempre molto neutri.

Le scarpe che più ami/hai amato.
Scarpe stringate basse da uomo, quelle inglesi, traforate: nel mio caso Dr. Marteens.

La tua icona femminile.
Margherita Hack, donna attiva non solo in ambito scentifico, ma anche attivista politica e per cause umanitarie.

E ovviamente una designer donna che ammiri… Anche se sono così poche!
Hella Jongerius, mai scontata nei suoi progetti e con un approccio al design trasversale e sfaccettato.

Non esci mai di casa senza…
Mascara: ho le ciglia chiare!

Ma non hai mai sognato di uscire senza la borsa? Con tutto in tasca?
Sarebbe bellissimo, ma ormai abbiamo bisogno di così tanti piccoli oggetti che è praticamente impossibile.
In ogni caso io sono per la praticità, le mie borse preferite sono le shopper di tela con delle belle grafiche, oppure, in situazioni più eleganti, piccole borsette vintage ricamate o intrecciate.

La frase (mantra, slogan, verso di una poesia) che più ti riassume.
Più che uno slogan, una domanda ricorrente: "Tu saresti capace di piantare tutto e ricominciare la vita da capo? Di scegliere una cosa, una cosa sola e di essere fedele a quella? Riuscire a farla diventare la ragione della tua vita, una cosa che raccolga tutto, che diventi tutto proprio perché la tua fedeltà che la fa diventare infinita. Ne saresti capace?". E’ dal film "8 e mezzo", di Fellini.

Apri il tuo armadio. Qualcosa che non butterai mai, e perché.
Gli spartiti per pianoforte che suono da quando ero piccola: suonarli è un piccolo rito che mi rilassa, nonostante io sia ormai fuori esercizio.

L’insegnamento dei tuoi genitori che più hai fatto tuo.
Volere è potere.

Il tuo posto del cuore nel mondo. Il posto dove ti senti più tu.
Sicuramente le città in cui ho vissuto fuori dall’Italia e che mi hanno aiutata a capire chi sono al di là delle mie radici (Barcellona, Berlino e New York).
Al momento sto vivendo una fase di passaggio, e credo che il luogo dove mi sento più a mio agio sia la dimensione del viaggio stesso.

Un libro che hai amato, riletto, stropicciato, regalato.
Nei miei vent’anni ho letteralmente consumato "Cime tempestose", di Jane Eyre, e "L’amore ai tempi del colera" di Gabriel García Márquez: adoravo le storie d’amore strazianti ambientate in luoghi ed epoche lontane.
Ora non smetto di consigliare due autori americani: Philip Roth e Kurt Vonnegut, in particolare "Pastorale Americana" e "Se siete felici, fateci caso".

Un museo dove non ti stanchi di tornare.
Non un museo, ma il Planetario di Milano: bellissimo edificio degli anni '30 disegnato da Portaluppi, luogo in cui perdersi e abbandonare i problemi quotidiani per immergersi in dimensioni fuori dal nostro controllo. Inoltre il Museo di Storia Naturale di New York: tappa fissa ogni volta che mi trovo in città.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.