Lisa Corva

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Le scarpe della mia vita.

Venerdì, 20 maggio 2016 @10:03

"Io e Melina preparavamo la cena e gli uomini andavano al lavoro. Facevamo il bagnetto ai bambini e uscivamo sul porticato, fumavamo e bevevamo caffè, parlavamo di scarpe. Parlammo di tutte le scarpe importanti della nostra vita. I primi mocassini, le prime scarpe col tacco. Gli zatteroni argentati. Gli stivali che avevamo provato. Le decolleté perfette. Sandali fatti a mano. Huarache. Tacchi a spillo. Mentre parlavamo i nostri piedi nudi si agitavano nell’erba verde e umida vicino al porticato. Aveva le unghie dei piedi laccate di nero."
(Lucia Berlin)

E tu le ricordi, le scarpe importanti della tua vita?
Il Buongiorno di oggi (che è anche il mio #spillo su Gioia, ma che qui sul blog ho riportato in versione più lunga) viene da un libro che mi è piaciuto molto quest’anno: il libro di racconti di Lucia Berlin: "La donna che scriveva racconti", Bollati Boringhieri, traduzione di Federica Aceto. Mi piace quell’immagine delle due amiche con le unghie laccate di nero (Chanel rouge noir?), in veranda, che parlano delle scarpe della loro vita. Succedeva negli anni ‘60, o ‘70 (gli anni dei racconti del libro), ma succede anche adesso: un’immagine di estate, leggerezza, amicizia. E… scarpe. A proposito: ho dovuto controllare cosa fossero le Huarache del testo. Ci sono delle sneakers Nike con quel nome, ma vista l’autrice e la sua vita vagabonda e un po’ hippy, penso che siano piuttosto i sandali messicani "huarache", bassi e di cuoio intrecciato, spesso con la punta chiusa. Sandali da deserto, da spiaggia, da veranda…

Quanto alle scarpe della mia vita… Potrei parlarne per ore. Anche di quelle che non ho comprato, o di quelle che si sono distrutte con gli anni. Dei miei primi tacchi, delle Caovilla glitter dentro il mio romanzo "Glam Cheap", delle scarpine estive di tela blu con i buchi di quand’ero bambina… Finisco con le ultime: sandali bassi color bronzo, luminosi, iridescenti, che ho comprato a pochissimo in un negozio di Hong Kong dove sono andata per lavoro. Duemila metri quadrati di scarpe, e un caffè: è la Shoe Library. Le ho già messe e saranno le mie scarpe di questa primavera, di quest’estate…

Che cosa racconta di te la tua casa, quando non ci sei?

Martedì, 1 marzo 2016 @09:40

"Amo le case, le cose che mi raccontano, e questo è uno dei motivi per cui non mi dispiace fare la donna delle pulizie. E’ proprio come leggere un libro… Perlopiù pulisco case vuote, ma anche le case vuote hanno le loro storie, i loro indizi. Una lettera d’amore nascosta in fondo a un armadio, bottiglie vuote di whisky dietro l’asciugatrice, liste della spesa: Per piacere compra una scatola di Tilde, un pacco di linguine e una confezione da sei di Coors. Scusami per quello che ti ho detto ieri sera ".
(Lucia Berlin)

Ho letto questo passaggio del libro di racconti di Lucia Berlin ("La donna che scriveva racconti", Bollati Boringhieri, traduzione di Federica Aceto; finito ieri e veramente bello), e ho pensato: già, che cosa raccontano di noi le nostre case, quando non ci siamo?

Che bello svegliarsi con la pioggia e pensare all’odore del deserto.

Lunedì, 15 febbraio 2016 @09:32

"Il treno rallentò alle porte di El Paso. Non svegliai Ben, il mio bambino, ma lo portai fuori, nello spazio tra le due carrozze, per poter guardare dai finestrini. E sentire quell’odore, l’odore del deserto. Caliche, artemisia tridentata, zolfo della fonderia, fuoco di legna delle capanne messicane vicino al Rio Grande."
(Lucia Berlin)
Che bello svegliarsi con la pioggia e pensare all’odore del deserto.

Che bello anche scoprire una scrittrice nuova. Lei è Lucia Berlin; il libro, che si intitola "La donna che scriveva racconti" (Bollati Boringhieri, traduzione Federica Aceto), uscirà il 19 febbraio (sì, è un piccolo grande lusso, quello di poter leggere, a volte, dei libri in anteprima). Chi era Lucia Berlin? Vi dico solo questo: a 32 anni aveva già alle spalle tre matrimoni, quattro figli, e vari tentativi di disintossicazione dall’alcol; nata in Alaska nel 1936 (il padre era un ingegnere minerario), passò l’infanzia nelle cittadine minerarie tra Idaho, Montana e Washigton; e poi ancora El Paso e Santiago del Cile. E poi… Poi tutta la sua vita è stata nomade; città e amori, e lavori per sopravvivere, l’infermiera, la donna delle pulizie (il titolo in inglese del libro è infatti "A manual for cleaning women"), e poi ancora traduttrice, insegnante… Tutto un mondo americano che viene filtrato e diventa, appunto, racconto. C’è la launderette, la lavanderia a gettoni, con i suoi assurdi incontri, nel primo che apre la raccolta; e poi ancora storie di traslochi, di centri di detox nel deserto, di diner di periferia, di campi di lupini fioriti nel Texas e spiagge messicane. Ci sono umiliazioni e innamoramenti e disperazione e momenti di incredibile felicità. C’è l’incredibile bravura di saper distillare tutto questo in un racconto. L’avete capito: sono conquistata. Anche se Lucia Berlin è quanto di più lontano dai miei cult, dalle mie romantiche ironiche scrittrici inglesi di inizio Novecento. Ma forse, mi piace proprio per questo. Per questo saperci trasportare in una lavanderia a gettoni nell’America degli anni Settanta. O negli odori del deserto ai confini con il Messico, un deserto dove non sono mai stata, ma che mi sembra già di poter amare. (Anche se non ho idea di che cosa sia la "caliche", ho dovuto controllare: un carbonato di calcio, una roccia, quella su cui probabilmente cresce la sagebrush o artemisia del racconto. Non vi sembra quasi di stare passeggiando lì?).

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.