Lisa Corva

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Sii prudente. La tua vita apri solo a venti che portano carezza di lontananza.

Giovedì, 25 settembre 2014 @08:14

"Sii prudente. La tua vita apri
solo a venti che portano carezza
di lontananza."
(Nathan Zach)
Sii prudente, ma non aver paura: apri le finestre della tua vita, lascia entrare il vento di cambiamento.

Versi di un poeta israeliano, per il mio #spillo su Gioia! Compratelo, Gioia!, questa settimana: troverete altri miei due corvapezzi, di cui uno sul mio ultimo viaggio a Bangkok (intitolato proprio "Una notte a Bangkok!"), a proposito di venti di lontananza…

Ci sono città, e tramonti, con il punto esclamativo. Roma!

Mercoledì, 6 febbraio 2013 @08:09

"Un romantico a Roma. Proposte 1965: un giro sull’ultimo
modello Fiat, una gita organizzata
a Ostia, l’opera alle Terme
di Caracalla (tutto esaurito) e la sera
una terrina enorme di spaghetti
in un ristorantino accanto al Tevere, in mezzo
a operai italiani e un mezzo litro
di vino acre, che brucia lo stomaco infiammato
mentre un tramonto color del sugo di pomodoro
tinge i muri che s’incupiscono
del ragguardevole palazzo dirimpetto
a Roma, oh, Roma!"
(Natan Zach)
Ci sono città, e tramonti, con il punto esclamativo. Roma!

Sono a Roma, oggi, per lavoro. E, anche se in questo momento piove, mi aspetto molto dal tramonto di stasera... Intanto, rileggo il mio Buongiorno: versi scritti negli anni Sessanta dal poeta israeliano Natan Zach. Sono tratti dalla sua antologia Einaudi.

Perché nel posto dove vai non ci sono speranze né perdita, rimorso e dolore.

Lunedì, 16 luglio 2012 @09:48

"Intanto lei torna qui da me ogni volta che dormo, in sogno
e le dico bentornata, siediti intanto,
e lei rassetta, al suo solito, il cuscino,
è innaturale che una madre non rassetti il cuscino a suo figlio
e che il figlio rassetti invece il cuscino di sua madre
e asciugo i suoi sudori freddi e liscio i suoi capelli stopposi
e stringendole la mano fredda le dico non temere
il posto dove vai, non ne tornerai
a mani vuote come tante volte tornasti
perché nel posto dove vai non ci sono speranze
né perdita, rimorso e dolore, neppure quello di madre,
nel posto dove vai non manca nulla. E’ un posto perfetto."
(Natan Zach)
Nel posto dove vai. Nel posto dove sei.

I versi di oggi sono del poeta israeliano Natan Zach e sono tratti da "Sento cadere qualcosa", Einaudi.

Amici e amiche a sera sono usciti fuori da vecchie foto, lettere, cassetti…

Giovedì, 14 giugno 2012 @08:00

"Non riesco a dormire
il numero di telefono è nella tasca
ma non oso chiamare
Amici e amiche a sera sono usciti
fuori da vecchie foto, lettere, cassetti…"
(Natan Zach)

Il rumoroso passato.

Il Buongiorno di oggi sono dei versi tratti dall'antologia "Poeti israeliani", Einaudi.

Il miele delle cinque.

Giovedì, 11 febbraio 2010 @07:48

"A quest’ora tutto sembra nuovo, tutto
sembra appassionato, immerso nel miele delle cinque
e la notte
non ha ancora acceso le sue torce, e a New York è buio,
e sto seduto a piazza Navona
davanti a una tazzina di caffè che si sfredda e col cuore in tumulto traccio
qualche altro freddo geroglifico vano".
(Natan Zach)

La notte si avvicina e io sento solo il tumulto del mio cuore.

(Natan Zach è un poeta israeliano che vive a Tel Aviv. Ha ottant’anni ormai e scrive ancora poesie ai tavolini di un caffè. I versi di oggi sono tratti da "Sento cadere qualcosa", Einaudi)

Quasi dimenticavo: domani, nel numero di City che troverete in metropolitana, agli incroci, per strada, sugli autobus, dovrebbero esserci ben 2 pagine "love": un distillato dei Buongiorno degli ultimi anni, scelti da me, per San Valentino. Fatene buon uso!

Di qui si vede l’impero.

Martedì, 19 gennaio 2010 @00:23

"Di qui si vede l’impero,
da lì, una vecchietta, con la sporta della spesa in mano.
Quante vecchiette con le sporte furono necessarie per costruire l’impero,
quante sporte restarono vuote,
quanti imperi crollarono nella polvere."
(Natan Zach)

E quante cose ha visto, questa signora anziana che fa la coda al supermarket davanti a me; quante cose, e nessuno più a cui raccontare.

(I versi di oggi, 19 gennaio, sono tratti da "Sento cadere qualcosa", Einaudi, antologia del poeta israeliano Natan Zach)

A proposito di grandi vecchi e di testimoni della storia: vi metto on line il racconto di un incontro che mi è molto piaciuto. L'articolo è uscito sul Piccolo di Trieste, il giornale della città dove sono nata.

"A ottant’anni non si hanno velleità letterarie: si vuole solo lasciare testimonianza". Così mi dice Igor Argamante al Caffè degli Specchi a Trieste, spiegandomi perché, a ottant’anni (è nato nel 1928), ha scritto un libro: "Gerico 1941 – Storie di ghetto e dintorni", per Bollati Boringhieri. 200 pagine di racconti che vengono da lontano: da un mondo che non esiste più, e di cui Argamante è l’attento testimone. Scrittore per caso, testimone per forza (come tutti quelli che hanno visto gli orrori della Storia), triestino per scelta: perché Argamante vive accanto al Faro, in una casa con le finestre che si spalancano sul mare e sul golfo. A Trieste è arrivato più di quarant’anni fa, in una giornata di sole e vento come quella di oggi, e ha deciso che non voleva vivere da nessun’altra parte. Scelta inusuale, per un manager dell’Olivetti, assunto da Adriano Olivetti stesso; avrebbe potuto decidere di vivere a Ivrea, quartier generale della società, o a Milano; ma visto che il suo campo d’azione erano gli affari con l’ex Jugoslavia, Trieste poteva essere, e Trieste è stata. Qui a Trieste ha vissuto con la moglie, una donna tedesca anche lei innamorata del golfo e del sole; qui a Trieste sono cresciuti i suoi figli. E qui a Trieste è nata anche la voglia di scrivere: di andare indietro con lo sguardo, ritrovare i volti e le voci del passato. E raccontare.
"Gerico 1941" è un libro di amorose contraddizioni. Parla del ghetto e di ebrei, ma è stato scritto da un non ebreo; racconta testardamente una città che non esiste più, neppure nel nome: la Wilno che ospitava il ghetto, che ha visto crescere l’autore, ora è Vilnius, capitale della Lituania; è scritto in italiano, da un uomo che è cresciuto parlando polacco e russo; ed è firmato con un nome apparentemente italiano, che sa tanto di Orlando Furioso, quando invece Argamante non è che l’italianizzazione di Argamakow. Ed è questo continuo slittamento di confini che rende prezioso il libro, in un mondo che vorremmo senza più confini, senza più orrori, senza più guerre. Ma per farlo, è necessario ricordare. Ricordiamo allora, insieme ad Argamante.

Lei dedica il suo libro ad un "ragazzo di Praga di nome Hansi". Chi era?
"Il mio grande amico d’infanzia. Un bambino ebreo del ghetto, un bambino in fuga da Praga. Niente in comune con me, che a Wilno c’ero nato, parlavo russo e polacco, non frequentavo la sinagoga ma la chiesa ortodossa (ci vado ancora: qui a Trieste, a San Spiridione: le preghiere sono in paleoslavo, le stesse). E’ a Hansi, però, che voglio dedicare queste pagine".
Non ha più saputo nulla del suo amico d’infanzia?
"Purtroppo no. Chissà, potrebbe essere ancora vivo, magari emigrato in America. O potrebbe essere morto in un campo di concentramento. Sono pochissimi i sopravvissuti del ghetto di Wilno. I più "fortunati" sono quelli che furono deportati dai sovietici nei gulag, perché poi, grazie a un accordo del ’41, furono liberati… Ma si muore davvero solo quando non c’è più nessuno che ricorda. E io, Hansi, lo volevo ricordare".
Così come, in "Morte da cani – Piccola storia stalinista", che è uscito per Il Mulino dieci anni fa, ha voluto ricordare suo padre.
"Sì: mio padre, Alexej Alexandrovic’ Argamakov. Arrestato nel ’39 dalla NKVD, la polizia segreta di Stalin, deportato, mai più rivisto. Ma non sono solo i miei ricordi: per raccontare la sua storia ho voluto vedere, leggere, studiare gli ultimi documenti che lo raccontano. No, non un suo diario. Ma il dossier n° 51879 del KGB".
Dunque questo è il suo obiettivo: salvare i ricordi. Raccontare una storia con l’aiuto della Storia.
"Perché "Gerico 1941" è la "parte frivola", la parte romanzata, di "Hansi", il libro che ho scritto, di memorie degli anni di guerra, dal ’39 al ’41. Ma attenzione: nessun racconto è inventato. Sono tutti ricordi personali, che ho supportato con ricerche d’archivio. Ad esempio, la storia terribile degli ebrei morti sul fiume Burg, in un’impossibile fuga al confine tra la Polonia occupata dai nazisti e quella occupata dai sovietici. I nazisti li spingono sul fiume ghiacciato, per farli annegare; ma il fiume regge. Così le guardie sovietiche, dall’altra parte del fiume, buttano delle bombe a mano: che spezzano il ghiaccio, e le acque inghiottono velocemente i fuggitivi. Una storia vera. Una storia che avevo sentito, da bambino. E che ho ritrovato, documentata, negli archivi dei delitti di guerra a Washington".
E’ stato a Washington, per le sue ricerche d’archivio?
"Niente viaggi: ho usato il prestito inter-bibliotecario. Grazie alla Biblioteca di piazzetta Hortis ho potuto consultare libri e documenti che sono arrivati per me dagli Stati Uniti, da Londra, e persino da Wilno".
Il ghetto di Wilno, che lei racconta, non c’è più; non c’è più neppure Wilno…
"O almeno non è più la stessa. Quando dico che torno e riconosco solo le pietre, che adesso nella città dove sono nato si parla una lingua non mia, che fa parte di un Paese non mio, so che qui a Trieste mi possono capire. So che i profughi istriani, ad esempio, mi possono capire. Se lo raccontassi a un francese…"
Quindi lei è tornato, a Wilno.
"Sì: la prima volta in epoca Gorbaciov. Ero in un viaggio d’affari, una missione Ice, l’Istituto del commercio estero, a Mosca e poi nei Paesi Baltici. A Riga mi sono staccato del gruppo e sono andato a Wilno. Il palazzo di mia nonna è ancora in piedi, anche se malridotto: perché quello che non ha danneggiato la guerra, l’ha fatto la "manutenzione" sovietica. Ma la villa dei miei ricordi d’infanzia più belli, in collina, con un boschetto di lillà che la separava dal fiume, non esiste più. Ora la collina è calva".
E il ghetto, lo scenario del libro?
"Sa che ogni volta che cammino per l’ex ghetto di Trieste, che ora sta tornando a nuova vita, mi viene in mente quello di Wilno? Come avrebbe potuto essere, come sarebbe potuto diventare. Ma nel ’44 non c’era più né uno scarafaggio né un ebreo. E tutto quello che non è stato distrutto dalla guerra è stato cancellato dagli urbanisti sovietici".
Raccontare una patria che non esiste più, per salvarla. Come Gregor von Rezzori, che con i suoi straordinari romanzi - a partire da "Tracce nella neve", Guanda - ha salvato la sua Czernowitz. Quando vi nacque era la capitale della Bucovina, parte dell’Impero Asburgico; poi passò alla Romania; oggi è in Ucraina. Lei sta facendo la stessa cosa con Wilno: prima Polonia, ora è Vilnius, Lituania. Un altro punto di contatto: anche von Rezzori finì a vivere, per caso o per scelta, in Italia.
"Conosco Gregor von Rezzori, grande scrittore. La sua lingua madre però era il tedesco. Invece la mia madrelingua è il polacco, la mia "padre-lingua" il russo, e la mia "fratello-lingua" l’italiano: se sono qui lo devo a mio fratello maggiore, che studiava letteratura italiana a Varsavia, che mi insegnò l’italiano quando ero ancora piccolo, che riuscì a farci arrivare in Italia. Il libro l’ho scritto in italiano. E, ormai, penso in italiano".


Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.