Lisa Corva

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Lo stile è un modo semplice di dire cose complicate. (E un flash su Berlino style).

Venerdì, 16 maggio 2014 @09:24

"Lo stile è un modo semplice di dire cose complicate".
(Jean Cocteau)
Perché anche una giacca parla. Purtroppo.

Il mio Buongiorno di oggi è di Jean Cocteau, esteta, poeta, scrittore, artista, regista, drammaturgo… Francese multi-talento e sperimentatore. Nato nel 1889, morto nel 1963. Lo trovate, in francese ovviamente, in Friday Lisa.

Ma vi aggiungo anche uno dei miei pezzi di moda per Gioia. Stavolta non Milano né Parigi, ma… Berlino.

La berlinese chic non ha paura del freddo. La berlinese chic non ha paura neppure dello chic. Forse è tutto lì il segreto delle ragazze spericolate di Berlino (spericolate perché è difficile essere fashion sottozero, e andando quasi sempre in bici), che ora viene raccontato in "La berlinese" (L’ippocampo), da Angelika Taschen e Alexa von Heyden. (Sì, la stessa casa editrice che ha pubblicato il mitico libro rosso de "La parigina", di Ines de la Fressange). Anche questo manuale di stile foto, disegni, e una piccola guida ai caffè dove rifugiarsi tra un vernissage e l’altro; perché è l’arte, non dimentichiamolo, il vero cuore pulsante della città. Ma chi sono le berlinesi? Sono quasi tutte delle "nuove arrivate", vere nomadi contemporanee, spiegano le autrici del libro. Adorano l’incompleto, perché a Berlino c’è sempre un cantiere aperto da qualche parte, e questo feeling si sente anche nella moda: abiti di seta con orli scuciti, stivaloni vissuti, e lo smalto rosso sulle unghie, se c’è, è già un po’ smangiato… Se ci provassi io sembrerei semplicemente, come dire, sciatta; ma accanto alla Porta di Brandenburgo ha un suo meraviglioso perché. Altro segreto: il no-logo. Le berlinesi non portano nulla che abbia il logo in vista: quindi niente it-bags, né occhiali firmati. Invece amano i maglioni, tutto ciò che è tricottato e knitwear; collezionano sciarpe, sciarpone e "beanies", i berrettoni di lana. Indispensabili!
Poi, certo, ci sono i momenti glam. Il red carpet della Berlinale, ad esempio, ovvero il festival di cinema, ogni febbraio. Ci sono concept store che sembrano gallerie d’arte, come Murkudis, dentro una vecchia fabbrica: www.andreasmurkudis.com/. Però alla vera berlinese piace la moda hand-made, come gli abiti e le borse di feltro di Christine Birkle, in vendita da Hut Up, il suo negozio-atelier dentro uno dei cortili più belli di Berlino, gli Heckmann Höfe: www.hutup.de
E lo stile sottozero di Berlino per me rimarrà sempre la mia amica Hila, che arriva, in una gelida mattina di febbraio, al caffè dove abbiamo appuntamento, in bici, sotto i primi fiocchi di neve della giornata: avvolta in due sciarpone, berretto calato sopra gli occhi, anfibi da militare. Bellissima. Quasi un’installazione (non per niente anche lei lavora nel mondo dell’arte). Sì, questa per me è Berlino. Un consiglio? Scopritela durante la Berlin Biennale, che quest’anno cade dal 29 maggio al 3 agosto (http://www.berlinbiennale.de ): decine di gallerie, show ed eventi da girare in bici, ovviamente. Ma con una sciarpa in borsa. A Berlino non si sa mai.

Sexy sixty. Ovvero: perché non abbiamo bisogno dei toyboys.

Domenica, 20 ottobre 2013 @09:56

Chic over 60. Si può? Si può. Basta guardare – anzi ammirare – giacche e bicipiti dei best dressed che ci piacciono di più in tutto il mondo. Certo, ci sono gli attori. Facile essere eleganti, quando gli stilisti fanno a gara per rivestirti sul red carpet. Eppure, una bella giacca bisogna anche saperla portare: vedi Richard Gere (a 64 anni di nuovo single!); o Jeremy Irons, che di anni ne ha ormai 65. O ancora Pierce Brosnan, muscoloso neo-sessantenne (ha compiuto gli anni a maggio), fascinoso anche senza gli abiti custom-made di James Bond. John Malkovich, attore quando ne ha voglia, è così fashionista che disegna da anni una sua collezione, buffa a partire dal nome, "Technobohemian". "E’ una parola che ho letto in un romanzo italiano non ancora pubblicato", ha dichiarato. "L’ho rubata ma prometto di usarla bene". Sue le incredibili giacche e camicie con print floreale, e una tentazione, il rosa: anche questa un’idea da copiare, visto che si abbina bene ai capelli grigi o bianchi. Non fiori ma righe sono il "trademark" di Paul Smith, lo stilista British (ora 67enne) che è riuscito a portare colore ed ironia nel guardaroba maschile. "You can find inspiration in everything, and if you can’t, look again", è il suo motto, e anche il titolo del suo libro: ovvero, puoi trovare ispirazione ovunque, e se non riesci, guarda meglio. E aggiungi un paio di calze multicolor. Ma in realtà sono pochi gli uomini chic che, passati i 60, osano il colore. E’ meno rischioso affidarsi alla divisa "camicia bianca + giacca nera": come fa da sempre Bernard-Henri Lévy, 64 anni, il filosofo sciupafemmine che ora si è cimentato come curatore d’arte, con una mostra aperta alla ovviamente chic Fondation Maeght in Provenza (fino all’11 novembre). Ma attenzione, la camicia "alla BHL" dev’essere di un bianco sparato, portata aperta e senza cravatta. Oppure c’è la soluzione rocker di "The Boss": Bruce Springsteen, jeans e T-shirt forever. Infine, menzione d’onore agli architetti: quasi tutti in total black, come Jean Nouvel, 68 anni. Perché sempre in nero? Forse la risposta più divertente l’ha data un architetto donna, Odile Decq: "Perché intorno ai lunatici è tutto bianco".

Questo è un articolo di moda o quasi (a proposito: se cliccate sulla parola in verde leggete tutti i miei pezzi fashionisti in archivio), che ho scritto per D di Repubblica e che è uscito settimana scorsa. Per la serie: non abbiamo bisogno dei toyboys (e sì, sto leggendo il nuovo libro di Bridget Jones, ve lo racconterò presto).

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Perché le scarpe-tortura sono come gli uomini: quelle sbagliate a volte sono quelle giuste.

Domenica, 26 febbraio 2012 @20:01

Da vera giornalista fintoglam, le scarpe di stagione, in genere, le vedo solo in foto. Al massimo, svetrinando, esattamente come fate voi. Peccato, perché mi sarei divertita a provare (per poi magari inciampare) i sandali vertiginosi di primavera che abbiamo pubblicato su Grazia. Piccolo particolare: sono tutti con il tacco. Stiletto, zeppa, plateau… Certo, sono poi i dettagli che ci fanno innamorare: con le scarpe è sempre colpo di fulmine, si sa. E quindi, magari, i dettagli rombanti delle scarpe Prada ispirate alle macchine anni Cinquanta (però a me non convincono le scarpe-fumetto), o certi improbabili pizzi neri a contrasto con il blu e l’azzurro, o ancora zeppe altissime magari in legno, cinturini che stringono vezzosamente la caviglia. Ma sempre con tacco vertiginoso… Eppure, come sottolinea Roberta Rossi in "A lezione di tacchi" (Sonzogno), il "tacco amico" è quello che non supera i 7 centimetri!
Michael Kors, stilista americano forse un po’ sadico, o semplicemente spiritoso, riassume così: "Ogni volta che una donna mi chiede quanto alti devono essere i tacchi, rispondo così: dipende da te. Se riesci a resistere due ore senza prendere un antidolorifico, allora vanno bene". Cito da "The Style Strategy", la guida moda dell’americana Nina Garcia (De Agostini), con le illustrazioni happy di Ruben Toledo. Nina Garcia ovviamente approva i tacchi a spillo, giudicati "indispensabili per i cocktail party, anzi per ogni tipo di party". Ma fa di più: mette le scarpe vertiginose, preferibilmente decolleté, nel suo personale elenco di "must" che ogni donna dovrebbe avere nel guardaroba. Insieme a un trench, una camicia bianca da uomo, un tubino nero, un maglioncino o dolcevita di cachemire, una borsa grande (anche se non è una it-bag, basta che sia grande), un paio di jeans. Per fortuna mette anche le ballerine… E in ogni caso, saggiamente consiglia: "Che ci crediate o no, anche un paio di tacchi a spillo può essere comodo; relativamente parlando, s’intende. I segreti sono la punta (non troppo stretta), l’ampiezza del tacco (non troppo sottile), e il collo del piede (che dev’essere pienamente sostenuto dalla suola: da evitare spazi vuoti). Un lieve plateau sul davanti è favoloso, ma non esagerate… Nulla rovina una festa più di una visita al pronto soccorso".
Forse, allora, è a quello che servono tutte le stringhe e cinturini che fermano il piede sulla caviglia, nei nuovi sandali di primavera? Un po’ fetish, certo, ma anche una saggia "cintura di sicurezza" per equilibriste e fashioniste. O forse la spiegazione è un'altra?
Perché, cito sempre "A lezione di tacchi", sono queste le vere "scarpe-tortura". E quando le indossi, hai tutto il tempo di meditare sui piaceri della schiavitù modaiola. e magari anche sentimentale. Già: "Ci sono modelli con tre tipi di fibbie che chiudono la caviglia. Complicate, proprio come i sentimenti. Un vero amore dev’essere audace, spericolato, passare anche attraverso qualche sofferenza. E poi il tormento, l’attesa, il brivido. Così l’uomo sbagliato alla fine può rivelarsi quello giusto. E quello perfetto può essere, alla fine, una totale delusione. Quindi, tanto vale provare a indossare anche le scarpe-tortura. Se piacciono, naturalmente".


Non mi piacciono i little black dress. C’è qualcosa di sbagliato in me?

Sabato, 14 gennaio 2012 @18:32

Lisa, puoi scriverci un pezzo sui "little black dress", sui tubini (o anche semplicemente abitini) neri che ogni donna dovrebbe avere nell’armadio? Certo. Peccato che, anche stavolta, io mi ritrovi a guardare le foto dei suddetti abitini, nonché delle solite celebrities fascinose in black (ma tanto sarebbero fascinose con qualunque colore), per capire che, anche stavolta, non cambierò idea. Perché, semplicemente, non ci credo: non credo nell’abitino nero "passepartout, perfetto per qualsiasi occasione, basta saperlo accessoriare". (L’ho scritto, certo: una verità-moda che mi sembra valga per tutte, tranne che per me!). Ho fatto un’eccezione, anzi tre: due abitini neri comprati vintage, quando ancora tentavo di crederci (sono lì, nell’armadio, ogni tanto ci provo, ma senza speranza, e dire che uno hai degli splendidi bottoncini di madreperla). E un abito nero stupendo, vita stretta e gonna un po’ anni Dior, confezionato per me dalla "mia" stilista Colomba Leddi come regalo per il lancio di Glam Cheap, perché compariva trionfante sulla copertina (La vedete la copertina? E’ qui a sinistra). Sulla scollatura è ricamato in perline rosse e filo rosso il titolo del libro; e dietro, imbarazzante ma vero, "l’autrice": uno scherzo di Colomba che è diventato ricamo, e ben mi sta.
E dire che una regina dello chic come Ines de la Fressange si spinge fino al punto di dichiarare: "Il tubino nero non è un indumento: è un concetto. E’ astratto, universale e, proprio per questo, adatto a tutte". Cito dal suo "La Parigina", il manuale delle fashioniste che tengo anch’io sulla scrivania, sperando che lo chic mi scivoli addosso per contagio. E dunque, come consiglia di accessoriarla, Ines, "la petite robe noire"? Bastano, secondo lei, un paio di grandi occhiali scuri (i Persol anni ’80, specifica), e un paio di ballerine nere. Certo, facile per Ines, che è alta e superskinny (un metro e 80 per 50 chili, ho controllato, tanto per farmi del male). E che, d’inverno, consiglia anche di abbinare un paio di guanti lunghi e black. Fa molto Holly Golightly in "Colazione da Tiffany", ovviamente... Non tutte, però, abbiamo Audrey Hepburn dentro. Ecco, forse è questo il problema? Non ho Audrey Hepburn dentro. Né dentro né fuori, ahimè.

Perché non ho il coraggio di vestirmi di bianco d’inverno, e altre esitazioni fashioniste.

Mercoledì, 4 gennaio 2012 @09:47

Ci vuole una certa fiducia per vestirsi di bianco. Bisogna saper credere nelle favole d’inverno, soprattutto in quelle col lieto fine (anche e soprattutto se arrivano da Hollywood), nei fiocchi di neve, o quantomeno avere l’incrollabile certezza che, con un cappottino all white, non incontreremo neppure una pozzanghera. Il bello del bianco – bianco neve, bianco perla, bianco panna montata, bianco cielo d’inverno al nord, chiamatelo come volete – è che, a saperlo portare, sta bene sia alle bionde che alle brune. Basta avere, appunto, una certa fiducia e una certa allure: insomma, bisogna esserne convinte. Quello che gli americani chiamano, prendendo a prestito una fantastica espressione yiddish che sa tanto di Woody Allen, "chutzpah": ovvero, un misto di sfrontataggine e coraggio che permette di cavarsela evitando le pozzanghere, vere e metaforiche, della vita.
E poi, certo, bisogna che si presenti la serata giusta. Quella in cui ovviamente sanno scivolare con i loro tacchi le celebrities che vediamo paparazzate, tutte in abbagliante abito da sera white, compreso il pellicciotto, vero o finto non importa. L’ultima avvistata è Sarah Jessica Parker, con un modello dell’ultima sfilata di Vuitton, un’anteprima della prossima primavera, dove Marc Jacobs ha usato il laser per ritagliare margherite giganti di pizzo, un capolavoro.
Ma il vero motivo per cui non riesco a vestirmi di bianco d’inverno è, forse, un motivo poetico. E’ che non riesco a pensare che qualcuno potrebbe, vedendomi entrare nella stanza, scrivere così, d’emblée, qualche verso d’occasione, come fece Pasternak: "Tu apparirai sulla soglia, indossando/ qualcosa di bianco senza stranezze, /qualcosa proprio di quelle stoffe/ di cui si cuciono i fiocchi di neve". Quando l’ha scritto era il 1931, ed era un bianco gelato inverno russo. E allora, diciamolo: bisogna essere russi e quasi congelati post-rivoluzione per scrivere simili meraviglie? Io non ho mai ricevuto nessun commento poetico sul mio look; al massimo, dal consorte, qualcosa tipo: ti sei accorta che i tuoi jeans sono bucati? (Certo, li ho comprati e pagati così apposta). Ma perbacco, voglio pensare che magari Pasternak, se mi avesse conosciuto, avrebbe scritto qualcosa, sui miei jeans stracciati e glitterati. Chissà, magari mi avrebbe persino ritagliato un cameo nel Dottor Živago. Lasciatemi sognare.

(Questo è, all’incirca, un pezzo di moda che ho scritto per Grazia).

Perché un piumino è stretto parente dei leggings. E perché Coco Chanel non aveva sempre ragione.

Domenica, 11 dicembre 2011 @15:13

Metto il piumino nella stessa categoria dei leggings. Non c’entrano niente? E invece sì: fanno parte entrambi di quegli inspiegabili misteri della moda, per cui ci sono capi che, nonostante la loro bruttezza, diventano dei bestseller. Perché, diciamolo, i piumini saranno anche caldi, ma belli non sono. Ingoffano anche la più top model delle top model. In quanto giornalista fintoglam sono, malgré moi, un’esperta di celebrities paparazzate per strada e sul red carpet (a volte si vestono nello stesso modo, tanto per metterci in confusione). E non riesco a dimenticare Sandra Bullock, che oltre ad aver scelto il modello più rischioso (lungo e con cappuccio di pelo stile Sarah Palin, che non è mai stata un’icona chic, neppure in Alaska), l’ha abbinato a un paio di leggings. Così conciata è uscita, immagino solo per buttare la spazzatura. (C’è un che di terapeutico nel buttare saggiamente la spazzatura nella raccolta differenziata, immagino che lo sappiano anche le star). Piumini e leggings sono, dunque, due capi ad alto tasso di pericolosità fashion, eppure li mettiamo lo stesso. Perché? Perché sono comodi, perché al mattino a zero gradi risolvono un sacco di problemi, perché ci sono dei giorni in cui non si vorrebbe proprio uscire, e allora tanto vale camuffarsi e far finta di non esserci.
Chissà che cosa ne avrebbe pensato, dei piumini intendo, Coco Chanel: che disse, ricordate?, "nessun uomo ti farà sentire protetta e al sicuro come un cappotto di cachemire e un paio di occhiali neri". Altri tempi. Tempi di pellicce, sottovesti, foulard di seta: tutti capi di archeologia fashion, scomparsi dall’armadio, rimpiazzati da piumini e leggings. A volte tornano, certo: pensate solo alle giacche di velluto che pensavamo di aver eliminato dal guardaroba. Avete notato che ne indossava una proprio la ministra-che-pianse, Elsa Fornero, pronunciando la parola sacrifici? Con una spilla d’oro appuntata sul bavero. Un look che risale, fatemi pensare, almeno a trent’anni fa, forse anche più indietro, ai tempi dell’austerity degli anni Settanta. Chissà, forse era una citazione voluta…
E Coco, aveva ragione? Davvero nessun uomo ci può far sentire più al sicuro di un cappotto di cachemire e un paio di occhiali neri? Io penso di no. Ma lei, imperterrita, oggi forse avrebbe semplicemente disegnato un piumino chic, nero ovviamente. Da infilare nelle giornate grigie, insieme a un paio di occhiali da sole contro il grigiore del mondo.

Detto questo, io possiedo sia un piumino (corto e viola), e molti leggings in tutte le varianti; ma cerco quantomeno di non metterli insieme. E questo non è esattamente un articolo di moda che ho scritto per Grazia: o meglio, è un articolo finito nella raccolta differenziata!

Nuovi stili d’autunno: "stamattina mi sono vestita a occhi chiusi", cupcake dress e look raffreddore. (E la fine del look bunga bunga).

Domenica, 13 novembre 2011 @11:05

Conoscete lo stile "stamattina mi sono vestita a occhi chiusi"? Particolarmente popolare nelle mattine di freddo, quando tutto si vorrebbe fuorché uscire di casa (e doverci rimanere fino a sera: ma chi ce la fa fare di essere donne multitasking?). Eppure - così almeno sostiene un’amica stilista, e se lo dice lei c’è da crederci – è uno stile che funziona. Si chiudono gli occhi e si mixa il pois con il tartan; ma anche i materiali: pizzo, tweed e maglia...
Poi c’è lo stile cupcake. Avete presente i dolcetti americani iper-decorati che piacciono tanto anche in Italia? Eccoli in versione moda: micro-abiti zuccherosi, magari in tutte le sfumature del rosa, o con pizzi (tagliati al laser però). Non li amo, anche perché ai cupcakes (belli da vedere ma immangiabili) preferisco i marrons glacés e i macarons parigini.
E infine c’è lo stile raffreddore. Quello per cui usciremmo di casa solo avvolte in un maglione oversize e tricottato, con sopra una sciarpona, anzi – possibilmente - un plaid. Uscire di casa? Che dico. Con il raffreddore, di casa non usciamo proprio, ci si avvolge in una coperta, e si legge un libro finché ci si chiudono gli occhi. Il massimo dello sforzo è giocare con l'iPad, su cui sto lasciando tutte le mie ditate cercando di capire come funziona. (E su cui ho seguito in diretta la fine - speriamo - dell'era bunga bunga, anche in quanto look moda, spero). Già, sono finalmente proprietaria di un iPad! Ora posso felicemente girare per il mondo con bagaglio leggero, quando mi deciderò a uscire dalla mia coperta cocoon, s'intende. Questo, comunque, è il look che ho adottato questo weekend. Consiglio!

Il look "stamattina mi sono vestita a occhi chiusi" è un’idea buffa di Patrizia Pieroni, stilista romana: http://www.patriziapieroni.it/

Velluto!

Sabato, 22 ottobre 2011 @09:18

Già la parola ci accarezza: velluto. Certo, ci sono altri tessuti che ci scaldano e ci fanno sognare: cachemire, ovviamente, e poi lana, ciniglia, e tarlatana (chi ha letto "Piccole donne" sa di cosa parlo: l’abito da sera delle sorelle March). Ma il velluto ha un che di… vellutato, appunto. E’ uno dei pochi tessuti che vien voglia di accarezzare, quasi aspettandoci che faccia le fusa, come un gatto.
Per questo le amanti del velluto (io tra queste) sono contente: perché quest’autunno, pare, torna di moda. Con, new entry, incredibili accessori, che però mi lasciano un po’ perplessa. Che dire ad esempio delle décolleté in velluto, che hanno addirittura, oltre al fiocco, un tacco a spillo fatto di strass? O gli altissimi sandali da sera, e persino gli occhiali con montatura velvet? Ma poi per fortuna ci sono le borse, a cominciare dalla riedizione di un classico anni Sessanta, il bauletto trompe l’oeil disegnato da Roberta di Camerino. (Ricordate la mia storia di una borsa?).
E poi ci sono soprabiti, cappottini leggeri, micro-abiti. E persino un ritorno: i tailleur pantalone vagamente anni Ottanta. Con blazer di velluto, indossato dalle solite celebrities: ad esempio, Liz Hurley. Un attimo. Ho detto giacca di velluto? Non posso crederci. E’ da una vita che tento di convincere una mia amica a buttare via quelle giacche di velluto anni Ottanta che continua a tenere nell’armadio. Ma a quanto pare, ha ragione lei.

Questo è, molto rimaneggiato, un articolo di moda che ho scritto per Grazia. (A proposito: se cliccate sulla parola "moda", trovate altri miei pezzi pseudo-fashionisti in archivio. Vellutati o quasi). Io comunque nell’armadio ho ancora dei vellutati, morbidi, larghi pantaloni color verde petrolio e color melanzana, un piacere da indossare. E un micro-abito, che porterò anche quest’anno, con i leggings sotto. Ormai mi sono convertita ai leggings, chi l’avrebbe mai detto!

Perché, secondo me, quel che unisce Artemisia e Sarah Jessica Parker è il pitonato di Prada.

Domenica, 25 settembre 2011 @11:09

Ve la butto lì. Il clou della moda a Milano, quest’anno, è stata l’apertura della mostra di Artemisia a Palazzo Reale. Forse perché, tra un appuntamento fashion e l’altro, è stato un sollievo ritrovarsi davanti alle tele sontuose e violente di Artemisia, la grande, battagliera, appassionata, ora ritrovata pittrice del Seicento. Broccati e velluti, capelli scarmigliati e sparsi delle Maddalene o acconciature preziose come le Susanne, e accessori un po’ osé come le teste mozzate di Oloferne in mano alle sue Giuditte (sì, sono forse i suoi quadri più famosi: che riecheggiano, per alcuni, il famoso processo per stupro di cui fu ahimé protagonista; sicuramente, in quelle teste di uomini tagliate, c’è una rabbia e un desiderio di rivalsa contro il mondo e le regole degli uomini; una rabbia potente che diventa arte).
E il pitonato cosa c’entra? C’entra, c’entra, perché è il pitonato il nuovo animalier. Già, non più maculato o ghepardato: con grande mio sollievo, e sollievo soprattutto di Stella, la protagonista del mio Glam Cheap, che soffre, come sapete, di Allergia Animalier. Arrivano invece quest’autunno borse, scarpe, persino abitini e impermeabili in tutte le varianti serpentesche e rettilesche, anche fake (i primi esemplari li ho visti all’evento glam cheap della settimana, ovvero il party Vuitton alla Triennale). E scommetto che Artemisia, uscita da Palazzo Reale, sarebbe entrata da Prada, per comprarsi un paio di quegli incredibili stivali pitonati esposti in vetrina.
Per camminare ardita per le strade di Roma o di Londra, nonostante la testa splatter di Oloferne in mano, avrebbe preso lezioni di tacchi da Sarah Jessica Parker, che vediamo in azione nel nuovo "Ma come fa a far tutto?". Il film ahimé è poco romantico e poco emozionante (a differenza del libro, un cult per tutte le mamme lavoratrici); tranne che per due particolari geniali: la capacità di SJP di camminare nella neve con i tacchi altissimi (se solo avesse avuto sottomano quei capolavori pitonati!), e un commento dell’amica del cuore, al sospetto carteggio via mail con il suo capo: "se ti firmi XO, è come se gli dicessi penetrami". (Il giorno dopo mi è arrivato un messaggio firmato XO e sono sobbalzata sulla sedia).
A proposito di Sarah Jessica Parker. Mentre bevevo un caffè a Palazzo Reale, prima del vernissage della mostra, ho assistito a questa scenetta encomiabile: bella donna bionda, taccatissima, tatuata chic, che parlava appunto del film (l’opening night era stata la sera prima) a una piccola corte di astanti glam cheap, dichiarando "è un modello per tutte noi mamme lavoratrici"… L’ho guardata perplessa: non sembrava proprio un esempio di trafelata mamma lavoratrice; più che altro, per usare una parola vintage, una soubrette. E infatti era Michelle Hunziker, incongrua testimonial della mostra di Artemisia, poi fotografatissima in conferenza stampa.
Che dire? Non so se Artemisia sarebbe stata d’accordo. Credo neppure la regina del red carpet, ovvero SJP. Forse Artemisia le avrebbe tirato qualcosa di pitonato addosso. Comunque, se siete a Milano, non perdetevi la mostra: Artemisia vi aspetta, fino alla fine di gennaio.

http://www.mostrartemisia.it/

Ho dormito sulla sabbia delle dune, sul muschio, sulle spiagge...

Lunedì, 5 settembre 2011 @08:52

"Ho dormito sulla sabbia delle dune, sul fieno delle stalle, sul muschio, sugli aghi di pino, sotto tende, nello stadio di Delfi e nel teatro di Epidauro, sull’impiantito delle sale d’aspetto, in vecchi letti a baldacchino, in grandi letti di campagna alti su tavole, e su balconi, su panchine, su tetti. Ho dormito tra braccia d’uomini".
(Simone de Beauvoir)
Nelle braccia di chi mi ha amato.

Con il Buongiorno di oggi riprende la "daily poetry": che, novità dell’autunno, potete ricevere ogni mattina via Twitter! Come mi sento telematica…

Un'altra novità: da oggi, cliccando sul nome dell'autore dei versi o della citazione, troverete direttamente in archivio tutti gli altri Buongiorno collegati. Oggi, quindi, troverete gli altri post con frasi sforbiciate da Simone de Beauvoir (questa è da "I mandarini", Einaudi). Troverete in archivio non solo poesia e libri, ma, ovviamente, anche moda!

Ma come, non sai cos’è il qiviut?

Venerdì, 26 agosto 2011 @09:58

Non preoccupatevi: non lo sapevo neppure io, almeno fino a ieri, quando un’amica è tornata da un viaggio in Alaska. E, prima ancora di parlarmi di ghiacci, mi ha detto: mi sono comprata una sciarpa di qiviut, lo sai cos’è, vero? E no, non lo sapevo. Così lo racconto anche a voi: è la costosissima lana di bue muschiato, pare ancora più fine del cachemire, che in Alaska viene tricottata dalle donne inuit. L’amica, che è sempre abbastanza basita di fronte alle mie esternazioni-moda (di professione è un’arpista, proprio così, suona l’arpa in un’orchestra), mi ha poi precisato: mentre compravo la sciarpa pensavo, vuoi vedere che stavolta riesco a stupirti? E’ riuscita. Forse, ma forse, potrebbe stupire persino Ines de la Fressange.

No, non voglio diventare una trolley girl!

Martedì, 23 agosto 2011 @09:26

C’è una cosa che invidio a zia Mame, la deliziosa, capricciosa, superchic zia anni Trenta che ho ritrovato adesso nelle sue nuove avventure, "Intorno al mondo con zia Mame" (pubblicate appena in tempo per le letture estive da Adelphi, e meno male). C’è una cosa, dunque, che le invidio, anzi sei o sette: le valigie con cui viaggia intorno al mondo, con il riluttante, simpatico e viziato nipote. Un paio sono di coccodrillo, che in caso di viaggio a bordo di uno yacht vanno messe in cabina; le altre, bauli o borse di tela, nella stiva, per favore. Valigie fondamentali nella vita di una signora chic, che la precedono sempre, anche quando tenta di andare in Rolls Royce (con autista) persino nella Russia comunista: ma lì l’autore, l’esilarante Patrick Dennis, le concede un solo bagaglio per la surreale comune agricola. Peccato che sia un baule fatto su misura da Gilmore (una specie di Vuitton americano, che forniva ai ricchi clienti valigie degne del Titanic), e per di più "ben protetto da una copertura di tela cerata, decorata dalle etichette degli hotel di lusso d’ogni parte del mondo". Che dire? Beata lei. Non so come se la caverebbe oggi, zia Mame, dovendo stivare tutto in un trolley. E trascinarselo, per di più. Io, che non sono zia Mame, non vivo negli anni Trenta, e soprattutto non ho una Rolls Royce con autista a disposizione, sono però testarda, e continuo a non dotarmi di valigia-con-rotelle. Sono così brutte! Così poco chic! (E così comode, lo so).
E’ che spero sempre di trovare qualcuno che me lo porti, il mio borsone pesantissimo, quando non viaggio con Consorte che si trasforma in riluttante sherpa. Zia Mame, beata lei, troverebbe di sicuro un aitante ammiratore-sherpa anche nel deserto, dove peraltro si presenta così agghindata, per una gita sul Nilo: "Sahariana di lino bianco, gonna pantalone, stivali e casco coloniale avvolto in trenta metri circa di chiffon arancio. L’effetto era devastante: una via di mezzo fra l’avventuriera e la diva del muto". Completa il look un frustino da amazzone, eppure non le basterà per farsi obbedire dalla cammella Fatima, e si perderà nel deserto, lei e i trenta metri di chiffon.
No, decisamente non ce la vedo con un trolley. E quindi mi consolo, io che al trolley non mi voglio convertire, e trascino la mia valigia/sacca/borsone per areoporti e scale mobili, sognando un autista con Rolls Royce.

Per chi ama Zia Mame, e quel sense of humor meravigliosamente vintage, due consigli di lettura, anzi tre: "Diario di una lady di provincia", di E.M. Delafield e "Un giorno di gloria per Miss Pettigrew" di Winifred Watson, entrambi Neri Pozza; e "La signora Harris", Paul Gallico, Frassinelli. Come direbbe zia Mame, j’adore!

A proposito, cliccate qui per altri post di moda!


Un abito può cambiarci la vita?

Domenica, 24 luglio 2011 @09:55

Certo, soprattutto se è di Dior! Questa è la morale di un lievissimo bestseller anni Cinquanta: "La signora Harris", di Paul Gallico, ora pubblicato in Italia da Frassinelli. E come non tifare per Mrs Harris, proletaria domestica inglese, che si innamora di un improbabile abito di Dior, un abito da sera splendido e sontuoso che sicuramente non metterà mai, e risparmia finché riuscirà ad andare a Parigi, per ordinarlo direttamente alla "maison"? Nonostante la brutta copertina (peccato!), è un libro che fa sorridere: e piacerà alle fan di "Zia Mame".

Ma forse sono io che, giornalista fintoglam, da quando scrivo di moda vedo abiti e scarpe ovunque, una pericolosa perversione. Ne parlo a chi intervisto, anche se è un’artista superstar, vedi Anish Kapoor, o scrittori, come Andrew Sean Greer (trovate le interviste, con loro che perplessi rispondono alle mie domande-guardaroba, qui sul blog: il 12 giugno 2011 e il 30 luglio 2009). Non solo. Inciampo in abiti e scarpe anche dentro le pagine dei libri che leggo.
Con "Passione Vintage" (Leggereditore) però è stato facile. Non aspettatevi troppo: è un libro semplice, un post-chick lit. Eppure fa venir voglia di innamorarsi: non solo di uomini, ma di abiti. Perché la protagonista è una ragazza inglese che apre un negozio di vintage, e la seguiamo mentre si innamora (c’è una storia d’amore, certo), e soprattutto mentre compra e vende vestiti meravigliosi. Che, in ogni bottone o zip, nascondono promesse e segreti.
Anche l’autrice, Isabel Wolff, ha un abito con un segreto, e ce lo mostra. Sono a Londra, a casa sua. Lo tira fuori dall’armadio, se lo appoggia addosso: è color ametista, di un materiale insolito e prezioso che sembra quasi gros-grain. "E’ stato cucito nell’India dell’Impero Britannico, su misura, per mia nonna", racconta. "Lei lo indossò al matrimonio di mia madre. Io l’ho messo per il lancio del libro. E lo passerò a mia figlia". Abiti vintage, abiti con una storia. "E abiti che trovano una nuova vita", dice Isabel. "Un tema che mi sta molto a cuore, perché in tutti i miei romanzi io cerco di offrire alle mie eroine una seconda possibilità, un’altra chance: che non sempre ci è concessa, nella vita". E’ la storia della giovane donna che entra in negozio cercando un "happy dress" , un abito che la renda felice: e scoppia in lacrime, raccontando che sta cercando di rimanere incinta e che è fallita l’ennesima Fivet. O l’anziana signora che vuole disfarsi di tutto il suo guardaroba, tranne un cappottino blu da bambina conservato nell’armadio: perché nasconde una storia di guerra e di Olocausto. Leggere questo libro è come curiosare in un vero negozio vintage, sentire gli abiti che parlano, in un frusciare di stoffe: una storia dietro l’altra, dai micro-vestiti di Mary Quant e Biba; agli abiti-capolavoro plissettati di Madame Grès, comprati all’asta; o i coloratissimi abiti-pasticcino dei balli scolastici anni Cinquanta, con il corpetto in raso e la sottogonna di tulle. Perché, come dice la protagonista: "Non riesco mai a guardare un capo, come questo tailleur – una giacca attillata con gonna in tweed blu scuro degli anni Quaranta – senza pensare alla donna che lo possedeva. Quanti anni aveva? Era sposata? Era felice?". E le scarpe: "Un paio di pantofole di broccato di seta degli anni Trenta, ricamate con rose gialle… Le guardo e immagino la donna che le possedeva mentre ci cammina, o balla, o bacia qualcuno".

Abiti da romanzo. Abiti che ci sembra quasi di toccare. Come quelli che ci vengono incontro in "Una moglie a Parigi" di Paula McLain (Neri Pozza), il libro poetico che dà voce a Hadley, la prima moglie di Hemingway, con cui lui visse a Parigi negli anni Venti, gli anni del jazz e delle corride. Abiti come dichiarazioni: "Indossavo l’abito di pizzo nero. Era il mio preferito in assoluto perché ogni volta mi faceva sentire un po’ come Carmen. Forse il vestito e il vino complottarono per farmi sollevare e posare la mano sulla manica della giacca di lui…". O abiti che rendono gelose: "Mi scrisse che la sera prima, a una festa, era rimasto affascinato da una ragazza in uno scintillante abito verde. Leggerlo mi fece star male. Non avevo vestiti di un verde scintillante, e in ogni caso lui non li avrebbe visti. Era a chilometri e chilometri di distanza…". Lui è Hemingway, e lei è già innamorata: "Scorsi Ernest sulla banchina, praticamente nello stesso punto in cui l’avevo lasciato a novembre. Avevo la bocca secca e uno sciame d’api nello stomaco. Era splendido con la giacca marinara color carbone e la sciarpa, e gli occhi accesi dal freddo. Scesi dal treno e lui mi abbracciò sollevandomi da terra". E poi c’è Parigi e la bohème, e un mondo dove si va a cena con Ezra Pound e Gertrude Stein. E forse non è un caso che la donna che le ruberà Hemingway è una delle prime a vestire la trasgressiva, per l’epoca, Coco Chanel: "Arrivò ad Antibes in un pomeriggio abbacinante. Indossava un abito bianco e un cappello di paglia abbinato, e pareva incredibilmente linda e fresca, un vero cono gelato". Quella donna si chiama Pauline e diventerà la seconda moglie di Hemingway. Ma a quel punto siamo già in un altro libro.

E infine siamo nel futuro, il futuro "distopico", un’utopia all’incontrario, di "Storia d’amore vera e supertriste" (Guanda). L’autore è Gary Shteyngart. Il libro non mi è piaciuto, ma gli onionskin jeans sì! Scenario: New York. Un uomo. Una donna. E gli onionskin jeans, appunto: jeans trasparenti, a pelle di cipolla, ferocemente sexy e rivelatori dei "segreti depilati", come dice cupamente Shteyngart, delle ragazze che li indossano. Jeans che però tutte vogliono, insieme agli "äppärät", una specie di versione evoluta dell’iPhone, che rivela in diretta i pensieri del proprietario… "Ho filmato il mio äppärät con il suo äppärät, mentre io mandavo giù un altro boccale di trigliceridi. Erano comparse alcune ragazze di Staten Island vestite secondo una moda rétro che mi riportava qualcosa della mia giovinezza, e avevano un’aria molto Media con i loro stivali Ugg pelosi e le bandane incastonate di strass; alcune mischiavano abiti della vecchia scuola con jeans Onionskin che aderivano fino alla trasparenza alle loro gambe sottili e ai sederi rosa e polposi, rivelandoci tutti i segreti delle loro depilazioni. Anche le ragazze guardavano dalla nostra parte, facendo scorrere su di noi i loro apparecchi". Avremo davvero dei jeans evoluti e dei cellulari che leggono nel pensiero? Forse. Ma la vera notizia, ahimé, è che non ci sbarazzeremo mai degli Ugg; anche se, nel frattempo, saranno vintage.

La traccia di questo post è un articolo moda che ho scritto per Grazia. E la risposta alla mia domanda è: sì, un abito può cambiarci la vita. Non ne avete forse uno così, nell'armadio?

Prova costume (via Skype).

Domenica, 10 luglio 2011 @10:13

"Mi sono comprata un costume crociera", annuncia trionfante una mia amica storica, con cui condivido, tra le altre cose, la stagionale disperazione per la prova costume. "Vorrai dire cruise collection?", ribatto con nonchalance. Da quando scrivo di moda, non riesco a resistere: tento sempre di stupire le amiche con le mie raffazzonate nozioni glam. "No, la commessa l’ha chiamato proprio costume crociera… Aspetta, te lo vado a prendere".
Il tutto avviene su Skype, perché ormai viviamo in due città diverse, anzi, in due Paesi diversi: e dove finirebbero le amicizie storiche senza le nuove tecnologie? Ed eccola riapparire sulla webcam con un costume intero, total black, leggermente rinforzato come usava negli anni Cinquanta, con una decorazione a oblò davanti. Così, con mio sommo disappunto, ho dovuto dar ragione a lei e alla commessa: quello che si è appena comprata è un costume crociera. Anche perché le "cruise collection" sono in realtà le mini-collezioni che certe maison lanciano a novembre/dicembre o a febbraio, per chi in quella stagione va su uno yacht o alle Maldive; comprendono abiti, scarpe, non solo costumi, e comunque non solo costumi neri. Vabbè, comunque avevo studiato.
Come c’è da studiare, sempre, prima dell’acquisto costume. Si studiano i modelli (ma quei tagli "artistici" dei modelli "cut out" lasceranno dei buchi nell’abbronzatura?), i prezzi (com’è possibile che un costume costi quanto un abito?), le fantasie (le righe orizzontali faranno ingrassare?), i dettagli (i laccetti sui fianchi non faranno troppo teenager?). E soprattutto si cerca una soluzione all’eterno dilemma: meglio l’intero, che slancia, ma lascia la pancia bagnata e bianchiccia; o il bikini che lascia invece vedere tutto, e per tutto intendo anche quello che preferiremmo nascondere? Temo che le risposte dovrete cercarvele da sole, preferibilmente insieme a un’amica disposta ad accompagnarvi per negozi, o quantomeno a darvi un giudizio finale via Skype.

Le mie riflessioni sui costumi crociera (nonché cruise) erano un pezzo di moda per Grazia.

Flats! Ovvero perché, d’estate, amo le infradito.

Domenica, 26 giugno 2011 @15:15

D’accordo, i tacchi. Non sono come Stella - la Ragazza dallo Sguardo Prezzante, protagonista del mio "Glam Cheap", che vede luccicare il suo destino (e il suo amore in bancarotta) negli strass delle sue vertiginose Caovilla – ma i tacchi mi piacciono. Però. Però d’estate sono felice, perché è il trionfo delle infradito. Finalmente è un piacere camminare rasoterra: a piedi nudi sulla spiaggia, preferibilmente, ma anche sugli scogli, sull’erba ancora fresca del mattino. E se proprio non ci si può togliere le scarpe (ad esempio, è altamente sconsigliabile farlo in metropolitana), ci si può sempre infilare un paio di infradito.
Problemi di abbinamento? Nessuno: le infradito si portano con tutto, con i jeans e con i "little white dress", gli abiti bianchi che d’estate sono un passepartout, come e di più del classico tubino nero. E confesso, mi tentano persino le "flats" con le cavigliere, sandali bassi con due, tre, quattro giri di perline o lacci colorati intorno alla caviglia, che vedo ovunque… Tutto, pur di evitare i tacchi, e soprattutto – orrore! - quegli strani ibridi marziani comparsi sul nostro pianeta: stivali "peep toe", ovverossia stivali in genere di camoscio leggero o stringato, ma aperti davanti, da cui fanno capolino le dita dei piedi. No, non mi avranno!
Sì alle infradito, dunque, per camminare spedite nell’estate appena cominciata. Un’unica cosa rimane da abbinare: no, non il guardaroba, neppure la borsa. Ma, avete indovinato, lo smalto. Sarà meglio un classico Rouge Noir, o il color fango di Particulière, o ancora verde acqua, o glitterato… Non importa il colore: l’importante è che, abbassando lo sguardo sulle vostre infradito, vi sentiate felici. E’ a questo che servono le scarpe, giusto?

Questo - molto, molto rimaneggiato - è un elogio delle infradito che ho scritto per Grazia.

Pizzi, uncinetto, e l’abito bianco di Emily Dickinson.

Sabato, 18 giugno 2011 @14:56

Sapete che cosa mi piacerebbe? Avere un baule magico, dove rovistare tra abiti d’antan. Ma abiti speciali: quelli che appartenevano a scrittrici e poetesse, artiste o esploratrici. Che, in fondo, sono le nostre antenate. In un baule così, probabilmente, troverei molte cose di pizzo bianco: camicie da notte, soprattutto, che potrei usare come copricostume. E, magari, potrei trovare persino l’abito bianco di Emily Dickinson. Già, lo sapevate? La leggenda dice che la schiva poetessa americana dell’Ottocento amasse vestirsi di bianco. E nella casa-museo a lei dedicata, ad Amherst, c’è ancora l’abito che lei usava per stare a casa (si chiamavano "wrapper", all’epoca), sedersi alla scrivania e scrivere le poesie con cui ancora oggi ci fa chiudere gli occhi e sognare. L’abito è di cotone candido, accollato, maniche lunghe, e un tocco prezioso: una fila di bottoncini di madreperla, che luccicano come i suoi frammenti di poesia.
Oggi, forse, Emily Dickinson in versione "homewear" si infilerebbe un paio di leggings comprati da H&M o da Zara. Ma oso pensare che sceglierebbe di sicuro un abito bianco per uscire: incontro all’estate, alle api, le nuvole, le farfalle, tutto quello che poi afferrava e fermava nei suoi versi. Versi leggeri di gratitudine. E speranza. E magari abbinerebbe un'incredibile pochette o un paio di scarpe con una decorazione in macramè; oppure, visto che non ce la vedo proprio Emily con ai piedi dei sandali vertiginosi, un paio di sneakers effetto pizzo (ci sono anche queste!). E che ne dite di un cappello bianco in crochet? Certo, se lo infilerebbe: per proteggersi dal sole.
Oppure "Emily reloaded" non sarebbe per niente così romantica, e darebbe una bella sforbiciata al suo abito troppo lungo, e troppo accollato, trasformandolo in un "little white dress". O forse ancora, Emily oggi si vestirebbe solo in jeans. Ma, in un attimo di cedimento romantico, si allaccerebbe al collo una collana che sembra quasi lavorata all’uncinetto; oppure una leggerissima farfalla in pizzo, chiusa con un nastro (ci sono, ci sono!). Chissà. Di sicuro, però, in jeans o con un abito di crochet bianco, scriverebbe ancora: "La speranza è quella cosa piumata/ che si posa sull’anima/ canta melodie senza parole/ e non smette mai". O almeno, così mi piace pensare. Sarà colpa, senza dubbio, del pizzo.

Questo, un po' sforbiciato, è un articolo moda che ho scritto per Grazia.

Abiti e petali.

Mercoledì, 2 marzo 2011 @07:22

"Era un magnifico vestito di taffetà. Nero, con applicazioni di velluto e lustrini, di una freschezza soffice e morbida, come quella dei grandi petali scuri delle rose tardive rosso cupo che fiorivano nel giardino accanto…"

(Joseph Roth)

Belli i vestiti che ci ricordano altro: petali, foglie, città sull’acqua, tramonti sospesi. Belli i vestiti e le stoffe che intessiamo di sogni.

(Di Joseph Roth, lo scrittore della "Finis Austriae", la dissoluzione dell'impero autroungarico, conoscete probabilmente "Fuga senza fine" o "La cripta dei cappuccini". La frase che ho scelto per City oggi è invece tratta da "Il secondo amore", una piccola raccolta di racconti appena uscita per Adelphi)

A proposito, io mi sono ordinata un abito-petalo: quello della nuova collezione Erbario di Colomba Leddi, fatta con veri fiori e petali e foglie, raccolti come nei vecchi erbari, appoggiati su tessuti, lavorati con la fotocopiatrice digitale, e poi ingranditi finché diventano altro. Se volete curiosare, il mio è quello che si chiama "dalia", fatto però con dei fiordalisi. Per vederlo dovete cliccare sulle foglie...

http://www.colombaleddi.it/index1.html

Perché continuiamo a innamorarci di una borsa.

Sabato, 26 febbraio 2011 @08:06

La prima è stata lei. Intendo Jackie Onassis: la mai dimenticata first lady d’America, che amava così tanto la tracolla di Gucci creata negli anni Cinquanta, da far sì che diventasse la "sua" borsa. E infatti prese il suo nome: è diventata Jackie O., e rieccola, rivisitata e in colori quasi pop, nel nuovo modello di questa primavera. Si chiama New Jackie, e la vedete già al braccio delle solite fortunate celebrities, cui viene regalata per portarla a spasso. (Vi ho già detto quanto invidio le colf, o le amiche, delle dive sommerse da borse in regalo? Sono loro a portarsi a casa, immagino, le borse dismesse, a meno che qualche diva eurostressata non le venda surrettiziamente su eBay).
In ogni caso, la prima è stata lei. Anzi, a dire la verità, la seconda: la prima assoluta, la prima borsa che prese il nome da una donna di stile, è stata la Kelly di Hermès, la preferita di Grace Kelly. Come faccio a saperlo? Studio, perbacco. Studio borse, soprattutto le nuove it-bags di primavera, per scriverne, da brava giornalista fintoglam. E, all’occorrenza, ripasso: Grace (Kelly) e Jackie (Onassis) le ho riviste, insieme alle loro borse, in un libro appena uscito: si intitola "Una questione di stile" (Edizioni White Star, testi di Paola Saltari); sono ritratti, soprattutto fotografici, ma non solo, delle dieci donne che hanno rivoluzionato l’universo femminile. Un consiglio? Procuratevelo e tenetelo saggiamente vicino all’armadio, per quei giorni in cui vi sembra di non avete niente da mettere, o, peggio ancora, in quei giorni in cui vorreste vestirvi a occhi chiusi pur di non guardarvi allo specchio. Ispirazione e consolazione garantita.
Sì, mi piacciono sempre le storie delle borse. E le storie di donne innamorate di borse che costano come un affitto (anche un affitto in pieno centro). L’ultima? Ilaria Bellantoni, giornalista e scrittrice dolcemente al cianuro (già, niente zucchero ma cianuro: basta leggere il suo ironico "Lo chef è un dio", uscito da Feltrinelli, perfetto se siete appassionate di grandi chef, gossip e segreti in cucina). Negli ultimi mesi Ilaria Bellantoni era innamorata pazza. Non del marito, neppure della sua bimba, e neppure, che il protettore dei cuochi non voglia, di un nuovo chef. No: Ilaria era innamorata perdutamente di Lady Dior. Finché l’ha ricevuta in regalo per il compleanno (una colletta? No: il marito. A volte i mariti, se sfiniti a sufficienza, ci accontentano). Una Lady Dior rigorosamente nera, uscita da una scatola con fiocchi bianchi… (E qui ci vuole un sospiro: il sospiro di chi è innamorato e finalmente può accarezzare ed esibire l’oggetto del desiderio).
Come la capisco. Come capisco la voglia di innamorarsi di una borsa nuova e strapazzarla: si fa con ogni amore che si rispetti; e lasciarla sul pavimento, sotto la sedia, sulle piazze dove in primavera, con il sole, ci viene voglia di perdere tempo e magari sedersi per terra o sul bordo di una fontana… A differenza di certi amori, una borsa non si può ribellare; e chissà, magari ci amerà ancora di più per questo. Certo, forse non sarà così contenta se si chiama Lady Dior; ma comunque, ci si può provare lo stesso.

(Questo all'origine era un articolo moda per Grazia. Rimaneggiato e arricchito per voi).

Perché vale sempre la pena di accompagnare un uomo per saldi.

Sabato, 15 gennaio 2011 @19:34

Avete mai accompagnato un uomo a fare shopping? No, non l’amico gay di turno: lui magari accompagna voi, e non è detto che sia un bene. Sto parlando dell’uomo con cui dividete il letto e magari il conto corrente: marito, convivente, fidanzato. Io sono reduce da un giro di saldi con quello che è stato, nell’ordine, prima fidanzato, poi convivente, ora marito, e vi assicuro che è un’esperienza che mette alla prova anche i più collaudati matrimoni. Non sono riuscita a comprarmi niente. In compenso ho fatto da shopping assistant, consulente, e sherpa; lui era troppo occupato ad afferrare cose dagli scaffali e dire: questo come mi sta? Oppure, chiuso in camerino, mi ordinava: mi porti una taglia in meno/in più/un altro colore? C’è una scusante: il tutto è avvenuto in America il giorno dopo Natale, quando abbiamo scoperto che lì i saldi cominciano esattamente il 26. E che saldi: entrati da Banana Republic, i commessi si avvicinano e con aria complice ti comunicano che se compri entro le ore 14 (chissà poi perché le 14), hai diritto a un 50% di sconto aggiuntivo sul prezzo di saldo. Come fare a resistere? Non si può. Ci sono cose a cui neppure i maschi sanno resistere.
Siamo tornati a casa con un intero guardaroba-consorte: al costo, ammetto, di una mia sciarpona di cachemire. Io? Niente. Ero troppo occupata a fare da shopping assistant. Tornata nel mio altrove mi sono consolata da Zara con un abitino-homewear (sarò sì una casalinga telematica, ma elegante, perbacco), alla modica cifra di 9 euro e 90 centesimi.
Comunque, lo dico sottovoce, ne vale la pena. Forse è l’unico modo per essere sicure che il fidanzato/convivente/marito si vesta come piace a voi, anche se lui torna a casa felice con i pacchi, e voi con una crisi di nervi da shopping.

Perché il cachemire è sempre un buon investimento immobiliare.

Mercoledì, 5 gennaio 2011 @09:13

"Nessun uomo ti farà sentire protetta e al sicuro come un cappotto di cachemire e un paio di occhiali neri". Lo disse Coco Chanel e, visto che è lei, potremmo anche crederle. Purtroppo la regina dello chic fu molto fortunata col cachemire e meno in amore, e io, testarda romantica, al cappotto di cachemire preferisco comunque un marito. Ma di sicuro tutte - le sposate, le single e le semi-single, le innamoratissime e le sfidanzate proprio a Capodanno - concordano: con un cappotto di cachemire, ci si sente, comunque vada, molto amate.
Lo posso dire con sicurezza perché possiedo (le ho appena contate) ben tre sciarpone oversize di cachemire, più due plaid da usare in caso d’emergenza: emergenza affettiva, s’intende. Un vero e proprio capitale di morbidezza, accumulato in lunghi anni di meditati (o incontrollati, è lo stesso) acquisti. Fino al cappotto di cachemire consigliato da Coco non ci sono ancora arrivata ma, insomma, c’è tempo; ci vuole tempo, del resto, anche per mettere da parte il budget. Ma, sapete? Non mi sono mai pentita di quello che ho speso in cachemire. Di alcune borse sì; per non parlare delle scarpe. Ma del cachemire, mai. E consiglio, straconsiglio il saggio investimento. Così, se desiderate, fortemente desiderate qualcosa di caldo e voluttuoso, che abbracci senza farsi pregare e senza recriminazioni (a differenza di certi mariti e fidanzati), la soluzione è una sola: shopping. Shopping recessionista, s'intende, magari in saldo.
Ci sono i maglioni a collo alto, i maxicardigan, e gli abiti-cappotto da sfilarsi con una zip e indossare sopra i pantaloni o i leggings. Ci sono giacconi con cappuccio incorporato, e i berretti con guanti ton sur ton...
Come si indossa tutta questa morbidezza? Le celebrities si infilano un maximaglione sopra i jeans ed è fatta, basta abbinare un paio di stivaloni anti-freddo. E in sfilata ho visto grandi sciarpone o plaid drappeggiate sopra una gonna. Dunque è il caso che io esibisca le mie quasi-coperte anche in pubblico, come un maglione, sopra i jeans? Ci ho pensato… Ma, sinceramente, no. Perché ci sono morbidezze che si gustano meglio in privato. E ci sono sciarpe e stole e plaid di cachemire (o almeno in misto cachemire!), che odiano uscire, amano la clandestinità, e ci vogliono abbracciare solo a casa. Ci ricordano certi uomini, ma pazienza. L’importante è affondare completamente in quell’abbraccio, e dimenticare tutto, soprattutto il termometro sotto lo zero.

Questo, più o meno, è un articolo moda che ho scritto per Grazia. Io sono tornata nel mio gelido altrove, dal mio viaggio nella gelida America. Non mi sono mai separata dalla mia sciarpona di cachemire color panna, e mi chiedo, con in mano il prezioso investimento immobiliare: e adesso, come lo lavo? Sempre pericoloso lavare una coperta di Linus.

Una domestica felicità.

Lunedì, 10 maggio 2010 @07:23

"Anch’io ho trovato un tesoro oggi, dopo un’ora di sudata ricerca. E’ una vecchia federa, ricamata a mano, con i bottoni ricoperti di lino. Non ho mai visto dei bottoni così. E mi piacciono".
(Zahra Bolouri)

Un abito. Un cuscino. Un piatto. L’abbiamo trovato in un mercatino dell’usato, o nel fondo di un armadio, e improvvisamente ci parla. Lo teniamo in mano e ci sussurra qualcosa, forse semplicemente una casalinga, domestica promessa di felicità.

Sapete dove ho trovato le frasi del Buongiorno di oggi? Non vengono da un libro, ma da un giornale. Perché Zahra Boulouri non è una scrittrice, né una poetessa, ma ha scritto un articolo davvero poetico che ho letto per caso in aereo, sull’International Herald Tribune, tornando da Oslo. Mi aveva colpito il titolo: "Happiness is a bundle of used clothes" , felicità è un mucchio di vestiti usati.
E l’articolo era davvero incantevole. Scritto, innanzitutto, dal Mozambico, dove Zahra vive e lavora (fa parte di organizzazioni di aiuto internazionale). Perché felicità è una catasta di vestiti usati? Perché, spiega, da bambina, nella sua infanzia a Perth, in Australia, ha passato ore felici con il padre girando per "garage sales" e mercatini, cercando cose per il loro negozio di bric-à-brac. Sensazioni ritrovate, racconta, al mercatino della "Quinta Feira" che si tiene in Mozambico ogni giovedì, davanti a una chiesa coloniale: l’evento della settimana, visto che non ci sono teatri, nè cinema, e neppure un supermarket, spiega Zahra. Ci sono invece mucchi di vestiti che sono stati donati per beneficenza dai paesi ricchi, ovvero noi. Ci sono sciarpe, che le donne africane useranno per legarsi i neonati addosso; inutilizzabili moon-boots, scelti da una bambina che non ha mai visto la neve; e lì a Zahra piace rovistare nel mucchio della biancheria usata, tenere in mano vecchie lenzuola di lino un po’ lise ma con le cifre ricamate, chiedendosi da quale casa arrivino, magari da un lussuoso appartamento di Manhattan non più abitato, armadi svuotati da eredi frettolosi… Cose dimenticate che trovano una nuova vita. Un po’ come la borsetta di Roberta di Camerino di cui vi avevo raccontato (è la storia di una borsa). E le parole di Zahra, l’emozione di Zahra, continua qui, perché è anche la mia.

Storia di una borsa.

Lunedì, 5 aprile 2010 @16:02

Non so se in questo momento siete vicine a una bilancia, ma se sì, fatemi un favore: pesate la vostra borsa. Io l’ho appena fatto. Impazzita? No, solo incredula: perché, secondo un’inchiesta del Daily Mail, le nostre borse sono sempre più leggere. Di un bel 57% più leggere, per la precisione. Possibile? Sì, sostiene perentorio il quotidiano inglese: due anni fa, la borsa di una qualsiasi donna trafelata multitasking pesava 3 chili e 200 grammi, più o meno 13 panetti di burro; oggi, 1 chilo e mezzo, ovvero sei panetti di burro. (Piccolo inciso: ho sempre pensato che le inglesi fossero diverse da noi, e adesso ne ho la riprova. Non solo vanno in giro senza calze, e con sandali altissimi, anche d’inverno; ma comprano tutto quel burro?).
Però hanno ragione: la mia borsa pesa un chilo e mezzo scarso (senza burro). E’ vero, è uno zainetto Prada (vintage, ma ben conservato), quindi l’equivalente del peso piuma in fatto di borse; e dentro c’è il mio survival kit ridotto all’essenziale. Controllo: portafoglio, chiavi, fazzoletti, cellulare, burrocacao, rossetto, specchietto d’argento (non sono ancora capace di ritoccarmi il rossetto senza); e un notes con penna, perché non si sa mai dove e quando può arrivare l’ispirazione. Dopo anni di allenamento sono riuscita a ridurre al minimo il mio equipaggiamento di sopravvivenza. Brava, no? Il merito non è solo mio, e qui in effetti ha ragione il Daily Mail. Se le nostre borse sono più aeree, è soprattutto grazie ai nuovi tecno-gadget che ci semplificano (o complicano), ma comunque alleggeriscono la vita. Ovvero: gli "smartphones", tutti i vari iPhones e BlackBerry che hanno sostituito i pesantissimi cellulari anteguerra, e le ancora più pesanti agende (ricordate i Filofax?). Morale: noi della "touch generation" possiamo permetterci borse più piccole. Almeno finché non ci compreremo l’iPad o qualunque altro micro-computer di cui diventeremo amorose schiave.

Ma in realtà ho un’altra storia di borse che volevo raccontarvi: anzi, la storia di una borsa. Una borsa che viene dal passato, una borsa con una storia, con tante storie dentro. Una borsa anni Sessanta, di Roberta di Camerino, di velluto: grigia e nera, piccola, capricciosa. Una borsa da signora, con due fibbie trompe l’oeil (il trademark della stilista veneziana), velluto su velluto. Ce l’ho davanti in questo momento: questa è la sua storia, ed ora anche la mia storia.

Tutto è cominciato a Trieste. Quando, a febbraio, l’assessorato alla cultura mi ha invitato a presentare il catalogo di una mostra (che, tra l’altro, è ancora aperta: fino al 18 aprile), nell’ex Pescheria, sulle Rive del mare che amo tanto. Una giornalista fintoglam (io) per una mostra glam davvero: quella degli abiti da sera di Mila Schön, nata a Traù (l'attuale Trogir, in Dalmazia), vissuta a Trieste, ma poi catapultata (come me) a Milano, dove diventò una stilista, negli anni Sessanta, prima, molto prima della Milano glam cheap. Durante il convegno abbiamo parlato di abiti. Degli abiti di Mila, e di chi, in sala, ne possedeva uno (l’ho chiesto, curiosa come sono; si sono alzate tre mani, e tre storie: io adoro le storie degli abiti). Abbiamo parlato di come ricordi e amori e desideri si intreccino alle etichette e alla stoffa. E io ho ricordato un’altra stilista, legata anche lei agli anni Sessanta e alla mia Trieste: Roberta di Camerino. Quand’ero piccola, in piazza della Borsa c’era una sua boutique, con le vetrine amatissime da tutte le ragazze dell’epoca. E mia zia, che a Trieste è nata (come tutta la mia famiglia) e ha sempre vissuto, aveva una borsa di velluto di Roberta di Camerino, che io amavo, per la sua morbidezza, ancora prima di sapere che quella borsa aveva un nome: Bagonghi. Ho raccontato di quella borsa perduta, che la zia non aveva più ritrovato; delle borse che vedevo in mano alla nonna, alla mamma, alla zia; borse da indossare in tinta con le scarpe, rigorosamente; borse che dentro avevano un fazzoletto ricamato, e un portaprofumo fatto a cilindro, e qualche caramella, sempre, per me bambina. Borse che all’epoca si riponevano in armadio, nel loro sacchetto morbido di satin o velluto. Non it-bags che costano come un affitto, da maltrattare e buttare per terra, come faccio anch’io, come fanno tutte le ragazze fashioniste che trattano le borse come (forse) vorrebbero trattare i fidanzati.
Qualche settimana fa ricevo una telefonata dall’assessore. Sa, qui è arrivato un pacchetto per lei… Avete già indovinato? Io speravo, ma non osavo crederci. E invece era lei, questa borsa, una vecchia borsa di Roberta di Camerino, arrivata dritta dal passato, solo per me. Con un biglietto meraviglioso, su carta intestata, regalo di una signora che porta il nome di un angelo e infatti si chiama Angela; un biglietto, che vi riscrivo qui, perché rimanga sempre, almeno nel cyberspazio di questo blog:
"Gentile signora, ero alla presentazione del catalogo di Mila Schön e ho sentito che era interessata ad avere una borsa di velluto di Roberta di Camerino. Ne ho trovata una in cattive condizioni in soffitta. Non si riesce ad aprirla! Comunque gliela regalo con piacere e forse continuerà a vivere".
Un artigiano dal tocco magico ha aperto la borsa: dentro c’era tutto il mondo che non c’è più, mia mamma, mia nonna, mia zia, le donne che mi hanno amato, le borse che hanno amato, la Trieste della mia infanzia e la Trieste che mi accoglie ancora, sempre, di nuovo.

Kitten stiletto? No, grazie.

Domenica, 28 marzo 2010 @11:14

A volte la moda è questione di centimetri. Per la precisione, dai 3 ai 5 centimetri, non di più. Ovvero quello che rende uno stiletto un "kitten stiletto". Chiamatelo come volete: uno stiletto gattesco, come suggerisce il nome, oppure uno stiletto baby, uno stiletto in miniatura. La scarpa in questione non ha soltanto un nome bizzarro, ma anche una storia: bizzarra pure lei. I "kitten stiletto", infatti, sono stati inventati in America negli anni Cinquanta: alti ma non troppo, sexy ma non troppo, e quindi adeguati per ragazze adolescenti. Ma adesso? Cosa ce ne facciamo di questi tacchi giocattolo? Ci giochiamo, è ovvio. Le fashioniste non vedono l’ora di metterci le mani, anzi i piedi, e hanno ragione, perché questo è lo stiletto baby: un invito a essere più gattesche; più leziose e giocose e ondeggianti. Senza perdere l’equilibrio, come si rischia invece con un tacco 12: insomma, proprio come un gatto.
Non a caso li vediamo indossati da due delle celeb più gattesche del pianeta: Carla Bruni, sempre più sexy e sempre più chiacchierata; e Nicole Kidman. Quanto a Michelle Obama, anche lei con un paio di "kitten stiletto", appartiene invece alla seconda categoria di donne che li usano: donne pratiche che non vogliono inciampare nella vita.
Non siete convinte? Siete donne che non amano le mezze misure? Che preferiscono, nella vita, camminare rasoterra, per sentire bene il terreno sotto i piedi; oppure amano incedere con l’allure che solo un tacco 12, o almeno 8, può regalare? Come vi capisco. Sarà per questo che il mio unico paio di "kitten stiletto", comprati quando ancora non sapevo neppure si chiamassero così, giace abbandonato nell’armadio delle scarpe. Tanto che la scatola è impolverata e le scarpe sono ancora perfette. Vezzose e molto, molto gattesche: rosse, tranne il tacco, che è nero. Per prima cosa – sono o non sono una cronista di moda? – le ho misurate. 3 centimetri di tacco, il minimo consentito per fregiarsi del nome di "kitten stiletto". Le indosso mentre scrivo. Ma non c’è niente da fare: non mi sono mai sentita molto gattesca, non mi sono mai piaciuti i compromessi. E ahimé, a volte la moda non fa che confermare quello che già sappiamo di noi.

(Questo è un articolo che ho scritto per Grazia. Le mie kitten stiletto le ho reinfilate nell'armadio. Forse potrei venderle su e-bay?)

A little white dress.

Sabato, 15 agosto 2009 @12:17

Quando Peter Høeg, nel suo mitico thriller "Il senso di Smilla per la neve", scrisse che in Groenlandia ci sono non una, ma decine di parole per definirla (c’è chi azzarda quasi un centinaio), è ovvio che non aveva mai incontrato una fashionista. Che potrebbe dimostrargli – semplicemente indossandoli – che per il bianco modaiolo vale la stessa regola. Abiti, calzoni, accessori, in tutte le declinazioni glam: bianco glitter, bianco sporco, bianco abbagliante, bianco Dash, bianco panna montata, bianco perla, bianco avorio…

Da dove cominciare? Hadley Freeman, la giornalista di moda più cattiva d’Inghilterra (che scrive, anzi critica spietatamente, dalle pagine del Guardian), comincerebbe dai jeans bianchi: che secondo lei, però, vanno totalmente eliminati dal guardaroba. E si scaglia in modo particolare contro quelli di Liz Hurley: stretti, skinny, da sempre sono la divisa della diva inglese, tanto che ha ammesso di averne almeno 30 paia. E dunque, da che parte stare? Per aggirare il fashion-problema, la soluzione è semplice: pantaloni bianchi sì, ma di lino, e magari larghi e freschi, più intelligenti quando l’afa aumenta. Una cosa però è sicura. I pantaloni bianchi gridano: è estate! E se portati in ufficio, equivalgono a una richiesta di vacanze. Illuminazione che ho avuto quando, chiusa nelle segrete di Segrate, sognavo di scappare dai diavoli che vestono Zara: e scrivevo articoli sui pantaloni bianchi sinonimo di ferie, meditando in realtà la fuga.

Subito dopo i calzoni, l’upgrading modaiolo è lui, il meraviglioso, perfetto abito bianco. Ovvero, il "little white dress" che, nella sua semplicità, d’estate è il sostituto ideale dell’iconico "little black dress". I vestiti bianchi sono così belli nella loro, ehm, bianchezza, che è impossibile sbagliare. A che cosa abbinarli? Ovvio, alla pelle abbronzata. E’ quello, che fa davvero risaltare il little white dress. Non avrete bisogno di altro. Ma, volendo, potete accessoriarli: white on white, ovviamente, con una delle decine di gradazioni di bianco che la moda ci offre (borse, scarpe, cache-coeur da infilare sopra l’abito…). Il vero tocco chic, però, forse sono i gioielli: una collana etnica d’avorio, o un anello di madreperla. Bianco su bianco.

Mi considero fortunata, perché ho incontrato molti little white dress. Da ragazza, camicie e sottovesti di cotone della nonna e della bisnonna, con il bordo o dei ricami di pizzo bianco, da portare sopra il costume, comprate quando ancora il vintage si chiamava "seconda mano" e costava cifre non eurostressanti. Poi, un abito corto a trapezio, di lino, morbidamente foderato così da non essere troppo trasparente, con una fila di grandi bottoni ricoperti di lino bianco, che correvano lungo la schiena: lo portavo con le mie prime Superga bianche. Infine, il little white dress che mi accompagna sull’isola ormai da anni, regalo di compleanno di un’amica anglo-indiana. E’ di organza leggerissima, indiana appunto, corto, ma con le maniche lunghe a pipistrello, perfetto quando l’estate passa la boa di Ferragosto e porta, di sera, il vento dal mare. Lo indosso solo sull’isola, sa di cicale e di stelle e di ulivi. E stasera, so che l’amica anglo-indiana, che con il marito e i tre bambini ha venduto la casa di Londra per trasferirsi qui sull’isola (a proposito di bivi, e s/licenziamenti, e nuovi orizzonti), lo riconoscerà subito, l’abito testimone delle nostre estati, mentre brinderemo – un po' incoscienti, ma felici - alle nostre nuove vite.

Gli abiti che fanno swoosh.

Venerdì, 31 luglio 2009 @09:02

Sto per chiudere la valigia per l'isoletta. Costumi, parei, caftani... Ma sapete che cosa non ho? Guarda un po', i due must modaioli di quest'estate: gli shorts (per mancanza del physique du rôle) e i maxi-dress. E dire che ne ho pure scritto per Grazia...

Vestiti che fanno "swoosh". La definizione non è mia, ma di uno dei massimi osservatori fashion del mondo, ovvero il mitico Bill Cunningham, che ogni settimana va a caccia di trend per le strade, soprattutto di Manhattan, e li pubblica sul New York Times. La sua rubrica si chiama "On the street" -
http://topics.nytimes.com/top/reference/timestopics/people/c/bill_cunningham/index.html - ed è una delle più amate del giornale americano. (Vi ho già detto dell’emozione quando in primavera, alle sfilate di Parigi, confusa e perplessa, tra le fashioniste vere, mi ha fermato per fotografarmi, io con il mio nuovo soprabito di Colomba Leddi, la mia amica stilista? Volevo baciarlo. Mi sono limitata a stringergli la mano con aria estasiata. Per una volta mi sono sentita – quasi – SJP! E il soprabito lo vedete qui: http://www.colombaleddi.it/index1.html ).

Comunque, tornando ai maxi-dress, proprio Cunningham li ha fotografati e commentati: loro, i vestiti che fanno "swoosh", che frusciano e ondeggiano, una vera dichiarazione di femminilità. E per fare "swoosh" al meglio, devono essere esagerati: maxi dress.
Sono quelli che vedete in queste pagine: abiti lunghi e fruscianti; ma, soprattutto, lunghi. Per frusciare bene, infatti, l’abito deve necessariamente essere morbido, leggerissimo, non attillato, e soprattutto arrivare fino alle caviglie. La stoffa (meglio se di voile, di seta, o quantomeno di impalpabile cotone) deve infatti potersi muovere in libertà, senza segnare le curve, sottolineandole e basta. Insomma: un piacere da indossare (soprattutto adesso che fa caldo, gli abiti fruscianti non si appiccicano alla pelle), ma anche da guardare… Abiti allusivi, femminili, sexy.
Con i maxi dress si può giocare: possono avere le maniche lunghe, oppure non averle proprio. Possono avere una scollatura, oppure essere accollati. Fantasie? Il massimo della libertà. Fiori, righe, grafismi… E le scarpe? Le star, in genere, non rinunciano a svettare Però, a dir la verità, il vestito frusciante ha nel Dna un che di vintage, di flower power, di anni Sessanta: e quindi, andrebbe portato… a piedi nudi sull’erba, o ancora meglio sulla spiaggia. In mancanza di erba e sabbia, e in presenza di cemento che si scioglie nell’afa cittadina, indispensabili almeno un paio di infradito.
Un altro indiscutibile vantaggio dell’abito che fa swoosh è che possiamo tranquillamente rinunciare agli accessori. Il maxi dress, infatti, è talmente scenografico che non ha bisogno di essere rinforzato: anelli, collane, golfini, sciarpe o pashmine estive, soprattutto se in versione maxi, sono possibilmente da evitare, per non disturbare l’effetto. L’unica cosa che servirà saranno un paio di occhiali da sole, ovviamente. E una borsa a tracolla dove infilare il telefonino. Ma per una volta si potrebbe anche uscire senza l’onnipresente cellulare, e ascoltare non più il rumore della suoneria, bensì lo swoosh seducente e seduttivo del maxidress. E vedere l’effetto che fa. Voglia di leggerezza: dopotutto, è – finalmente - estate.

I miei primi jeans.

Sabato, 25 luglio 2009 @20:19

Lo so, vi avevo promesso la lista dei libri da leggere quest'estate. Ma visto che mi chiedete cos'ho fatto in questi mesi di forzata assenza dal blog, ecco una (prima) risposta: mi sono comprata i miei primi jeans. E questo è il Corva-racconto dell'evento, pubblicato su Grazia.

Quest’anno mi sono comprata i miei primi jeans. Sì, avete letto bene: non i miei primi jeans skinny, o strappati, o baggy e sformati. No, proprio i miei primi jeans e basta. Dite che forse sono un po’ in ritardo? Che i primi jeans vanno comprati a 14 anni, non a 44, e già allora non è più un evento? Forse. Ma è anche vero che in quest’adolescenza reloaded, in cui tutti ci sentiamo un po’ teenager per sempre, giochiamo con Facebook e mandiamo sms con le faccine ogni cinque minuti, ho capito improvvisamente che era arrivato il momento. Ero, finalmente, pronta: ad indossarli.
Il problema è: quali? Questa almeno è la domanda che mi sono fatta quando, nella boutique parigina di L’Eclaireur (traduzione: uno dei negozi più cari del pianeta dove mi trovavo a passare, assolutamente per caso, intendiamoci), li ho visti. Loro. I jeans di cui mi sarei innamorata. Li ho toccati ed ho capito che erano loro: così morbidi, leggeri, quando invece il denim mi ha sempre respinto per la sua ruvidezza, e in più con un risvolto romantico, in tela colorata a piccoli disegni… Poi ho visto il cartellino del prezzo e ho vacillato. Che fare? Chiusa in camerino, mi sono comportata da adolescente reloaded quale sono: ho mandato un sms al mio amico fashionista e gay. ("Gays are a girl’s best friends", oggi direbbe, forse, Marilyn Monroe, o comunque si farebbe accompagnare a fare shopping). Risposta, in inglese, perché il mio amico è straniero: "Dark blue, low waist, tight, high heels". Ovvero: blu scuro, vita bassa, stretti, tacchi alti. Mi sono guardata allo specchio. Ho visto esattamente il contrario: jeans di un blu slavato, baggy e per niente attillati, e certamente non da portare con i tacchi, ma piuttosto scalza sulla spiaggia. Quindi? Quindi ho disobbedito. I consigli agli amici (soprattutto se gay) vanno chiesti per poi ignorarli. E sono uscita con il mio primo paio di jeans, i più cari del pianeta. E i più fashion: sono i "boyfriend jeans", quelli che sembrano rubati al fidanzato. Per intenderci, quelli un po’ largotti, con il risvolto in fondo.
Oltre a un amico fashionista e gay, peraltro, ho anche un marito, che vedendo il mio acquisto (a cui avevo prudentemente tolto il cartellino del prezzo), si è limitato a commentare: mi sembrano già un po’ rovinati… Ah, beata maschia ignoranza. Lui non sapeva (non lo sapevo neppure io), che avevo comprato un paio di jeans non solo trendy, ma pure "mutanti". Già. Perché i graffi applicati ad arte, dopo qualche lavaggio, si stanno sfilacciando e trasformando in buchi… Ed io mi ritrovo doppiamente modaiola. Guardate le celebrities del momento, da Kate Beckinsale e Katie Holmes a Jessica Alba: tutte, dico tutte, con i jeans strappati. Che dire? Per certe cose, nella vita, vale la pena di aspettare. Anche per un paio di jeans.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.