Lisa Corva

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Di qui si vede l’impero.

Martedì, 19 gennaio 2010 @00:23

"Di qui si vede l’impero,
da lì, una vecchietta, con la sporta della spesa in mano.
Quante vecchiette con le sporte furono necessarie per costruire l’impero,
quante sporte restarono vuote,
quanti imperi crollarono nella polvere."
(Natan Zach)

E quante cose ha visto, questa signora anziana che fa la coda al supermarket davanti a me; quante cose, e nessuno più a cui raccontare.

(I versi di oggi, 19 gennaio, sono tratti da "Sento cadere qualcosa", Einaudi, antologia del poeta israeliano Natan Zach)

A proposito di grandi vecchi e di testimoni della storia: vi metto on line il racconto di un incontro che mi è molto piaciuto. L'articolo è uscito sul Piccolo di Trieste, il giornale della città dove sono nata.

"A ottant’anni non si hanno velleità letterarie: si vuole solo lasciare testimonianza". Così mi dice Igor Argamante al Caffè degli Specchi a Trieste, spiegandomi perché, a ottant’anni (è nato nel 1928), ha scritto un libro: "Gerico 1941 – Storie di ghetto e dintorni", per Bollati Boringhieri. 200 pagine di racconti che vengono da lontano: da un mondo che non esiste più, e di cui Argamante è l’attento testimone. Scrittore per caso, testimone per forza (come tutti quelli che hanno visto gli orrori della Storia), triestino per scelta: perché Argamante vive accanto al Faro, in una casa con le finestre che si spalancano sul mare e sul golfo. A Trieste è arrivato più di quarant’anni fa, in una giornata di sole e vento come quella di oggi, e ha deciso che non voleva vivere da nessun’altra parte. Scelta inusuale, per un manager dell’Olivetti, assunto da Adriano Olivetti stesso; avrebbe potuto decidere di vivere a Ivrea, quartier generale della società, o a Milano; ma visto che il suo campo d’azione erano gli affari con l’ex Jugoslavia, Trieste poteva essere, e Trieste è stata. Qui a Trieste ha vissuto con la moglie, una donna tedesca anche lei innamorata del golfo e del sole; qui a Trieste sono cresciuti i suoi figli. E qui a Trieste è nata anche la voglia di scrivere: di andare indietro con lo sguardo, ritrovare i volti e le voci del passato. E raccontare.
"Gerico 1941" è un libro di amorose contraddizioni. Parla del ghetto e di ebrei, ma è stato scritto da un non ebreo; racconta testardamente una città che non esiste più, neppure nel nome: la Wilno che ospitava il ghetto, che ha visto crescere l’autore, ora è Vilnius, capitale della Lituania; è scritto in italiano, da un uomo che è cresciuto parlando polacco e russo; ed è firmato con un nome apparentemente italiano, che sa tanto di Orlando Furioso, quando invece Argamante non è che l’italianizzazione di Argamakow. Ed è questo continuo slittamento di confini che rende prezioso il libro, in un mondo che vorremmo senza più confini, senza più orrori, senza più guerre. Ma per farlo, è necessario ricordare. Ricordiamo allora, insieme ad Argamante.

Lei dedica il suo libro ad un "ragazzo di Praga di nome Hansi". Chi era?
"Il mio grande amico d’infanzia. Un bambino ebreo del ghetto, un bambino in fuga da Praga. Niente in comune con me, che a Wilno c’ero nato, parlavo russo e polacco, non frequentavo la sinagoga ma la chiesa ortodossa (ci vado ancora: qui a Trieste, a San Spiridione: le preghiere sono in paleoslavo, le stesse). E’ a Hansi, però, che voglio dedicare queste pagine".
Non ha più saputo nulla del suo amico d’infanzia?
"Purtroppo no. Chissà, potrebbe essere ancora vivo, magari emigrato in America. O potrebbe essere morto in un campo di concentramento. Sono pochissimi i sopravvissuti del ghetto di Wilno. I più "fortunati" sono quelli che furono deportati dai sovietici nei gulag, perché poi, grazie a un accordo del ’41, furono liberati… Ma si muore davvero solo quando non c’è più nessuno che ricorda. E io, Hansi, lo volevo ricordare".
Così come, in "Morte da cani – Piccola storia stalinista", che è uscito per Il Mulino dieci anni fa, ha voluto ricordare suo padre.
"Sì: mio padre, Alexej Alexandrovic’ Argamakov. Arrestato nel ’39 dalla NKVD, la polizia segreta di Stalin, deportato, mai più rivisto. Ma non sono solo i miei ricordi: per raccontare la sua storia ho voluto vedere, leggere, studiare gli ultimi documenti che lo raccontano. No, non un suo diario. Ma il dossier n° 51879 del KGB".
Dunque questo è il suo obiettivo: salvare i ricordi. Raccontare una storia con l’aiuto della Storia.
"Perché "Gerico 1941" è la "parte frivola", la parte romanzata, di "Hansi", il libro che ho scritto, di memorie degli anni di guerra, dal ’39 al ’41. Ma attenzione: nessun racconto è inventato. Sono tutti ricordi personali, che ho supportato con ricerche d’archivio. Ad esempio, la storia terribile degli ebrei morti sul fiume Burg, in un’impossibile fuga al confine tra la Polonia occupata dai nazisti e quella occupata dai sovietici. I nazisti li spingono sul fiume ghiacciato, per farli annegare; ma il fiume regge. Così le guardie sovietiche, dall’altra parte del fiume, buttano delle bombe a mano: che spezzano il ghiaccio, e le acque inghiottono velocemente i fuggitivi. Una storia vera. Una storia che avevo sentito, da bambino. E che ho ritrovato, documentata, negli archivi dei delitti di guerra a Washington".
E’ stato a Washington, per le sue ricerche d’archivio?
"Niente viaggi: ho usato il prestito inter-bibliotecario. Grazie alla Biblioteca di piazzetta Hortis ho potuto consultare libri e documenti che sono arrivati per me dagli Stati Uniti, da Londra, e persino da Wilno".
Il ghetto di Wilno, che lei racconta, non c’è più; non c’è più neppure Wilno…
"O almeno non è più la stessa. Quando dico che torno e riconosco solo le pietre, che adesso nella città dove sono nato si parla una lingua non mia, che fa parte di un Paese non mio, so che qui a Trieste mi possono capire. So che i profughi istriani, ad esempio, mi possono capire. Se lo raccontassi a un francese…"
Quindi lei è tornato, a Wilno.
"Sì: la prima volta in epoca Gorbaciov. Ero in un viaggio d’affari, una missione Ice, l’Istituto del commercio estero, a Mosca e poi nei Paesi Baltici. A Riga mi sono staccato del gruppo e sono andato a Wilno. Il palazzo di mia nonna è ancora in piedi, anche se malridotto: perché quello che non ha danneggiato la guerra, l’ha fatto la "manutenzione" sovietica. Ma la villa dei miei ricordi d’infanzia più belli, in collina, con un boschetto di lillà che la separava dal fiume, non esiste più. Ora la collina è calva".
E il ghetto, lo scenario del libro?
"Sa che ogni volta che cammino per l’ex ghetto di Trieste, che ora sta tornando a nuova vita, mi viene in mente quello di Wilno? Come avrebbe potuto essere, come sarebbe potuto diventare. Ma nel ’44 non c’era più né uno scarafaggio né un ebreo. E tutto quello che non è stato distrutto dalla guerra è stato cancellato dagli urbanisti sovietici".
Raccontare una patria che non esiste più, per salvarla. Come Gregor von Rezzori, che con i suoi straordinari romanzi - a partire da "Tracce nella neve", Guanda - ha salvato la sua Czernowitz. Quando vi nacque era la capitale della Bucovina, parte dell’Impero Asburgico; poi passò alla Romania; oggi è in Ucraina. Lei sta facendo la stessa cosa con Wilno: prima Polonia, ora è Vilnius, Lituania. Un altro punto di contatto: anche von Rezzori finì a vivere, per caso o per scelta, in Italia.
"Conosco Gregor von Rezzori, grande scrittore. La sua lingua madre però era il tedesco. Invece la mia madrelingua è il polacco, la mia "padre-lingua" il russo, e la mia "fratello-lingua" l’italiano: se sono qui lo devo a mio fratello maggiore, che studiava letteratura italiana a Varsavia, che mi insegnò l’italiano quando ero ancora piccolo, che riuscì a farci arrivare in Italia. Il libro l’ho scritto in italiano. E, ormai, penso in italiano".


7 commenti

nochiusura@yahoo.it | Sabato, 2 luglio 2011 @19:37

eppure, senza il Calvino, nessun editore si sarebbe mai accorto di questo eccellente scrittore ultraottantenne. Di lui e di molti, moltissimi altri. Triste davvero questa noncuranza.

nochiusura@yahoo.it | Sabato, 2 luglio 2011 @19:34

il libro è stupendo, certo:infatti è stato scoperto perchè è arrivato in finale al Premio Italo Calvino. Peccato che negli articoli, di questo piccolo Premio si ricordino sempre in pochi.

JeSuiSLaTrilli | Martedì, 19 gennaio 2010 @20:45

GRAIE SIMONA, MANNAGGIA SE LO SPAEVO PRIMA NON PRENDEVO LA LUIS VUITTON NUOVA, VABBE! =) GRAZIE COMUNQUE FARO' UN SALTO NELLO SHOW ROOM APPENA ANDRO' A MILANO!
ma PARLANDO DEL BUONGIORNO DI LISA...Non ci sono parole
Ho scritto proprio stamattina un tema su quella tragedia.
il mio mito in questo caso è primo levi, tutto conosciamo se questo è un uomo. anche per me tenere alta la memoria è importante , non ne sapremo mai abbastanza, mi zio è sopravvissuto e ormai i suoi occhi si stanno piano piano chiudendo su questo mondo, ma non importa fino a qualche settimana fa per prepararmi al tema, gi ho chiesto di raccontarmi la sua esperienza, intanto mentre raccontava(per quel che riusciva) guardavo i suoi occhi, se guardiamo un uomo negli occhi mentre racconta una simile esperienza vedremo quanto dolore, quanta speranza c'è.
vedevo l'uomo che mio zio è stato, nonostante il uo carattere, ho molto da imparare da LUI,
sicuramente la forza che gli uomini devono avere per vivere su questo mondo.
grazie zio.
GRAZIE LISA, LEGGERO' QUESTI TITOLI.
GRAZIE UN GROSSO BACIO

Simona | Martedì, 19 gennaio 2010 @19:23

Scusate se intervengo ancora. Dato che qui si parla anche di borse e moda, volevo ricordare che presto usciranno le nuove "goodie bags" di Coccinelle (andate sul sito) il cui ricavato andrà a "Francesville" la città dei mestieri della Fondazione Rava- NPH per i bambini di HAITI.

Simona | Martedì, 19 gennaio 2010 @19:20

Nessuna parola da aggiungere a quanto raccontato che ci regala un'altra pagina sulla Shoa. E' importante tenere alta la memoria, continuare a raccogliere le testimonianze ora che quella generazione conta pochi sopravvissuti. Spetta a noi andare avanti ricordando. In questi giorni sto leggendo "La foresta dei girasoli" di Torey L. Hayden che narra la storia di una famiglia la cui madre-moglie da ragazza era stata presa dalle SS come "fattrice" di bimbi ariani e che ovviamente ne era uscita un po', giusto un po', scossa. Il libro racconta la vita di questa famiglia, trasferitasi negli USA, accanto a questa madre un po' "stramba" con terribili segreti che la porteranno a un gesto estremo. C'è il tenero amore di un marito e la solitudine di due figlie davanti alla pazzia. E' papabile solo che l'intercalare nei dialoghi di "mamma, mamma" ripetuto più volte rende questi abbastanza lamentosi. Per il resto è un buon thriller psicologico. Un abbraccio a tutte.

MiriamRosaGialla | Martedì, 19 gennaio 2010 @16:19

Cara Lisa,
oggi mi hai regalato un pezzetto di me stessa!
Mentre leggevo le parole tue e di questi uomini incredibili, ho sentito accanto a me la presenza di zia Matilde e zio Isacco, annientati nella Shoà. Più che altro, ho sentito i loro sorrisi accanto a me, perchè ovvimente non li ho mai conosciuti: ma in casa ne parliamo spesso e li ricordiamo con tenerezza e con un sospiro silenzioso, perchè finchè ne parliamo, come hai scritto tu, essi continueranno a vivere attraverso di noi, nel nostro cuore.
Ciao, Aria, grazie anche a te.

Aria | Martedì, 19 gennaio 2010 @13:09

Resto ammutolita davanti a tutto questo. Grazie a questi uomini.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.