Lisa Corva

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Gonne scozzesi e altri pensieri pizzichevoli sul tartan. (E un ricordo di Irene Brin).

Mercoledì, 16 ottobre 2013 @09:31

"Spiegavo i miei desideri con cenni, disegni; pareva che nessuno mi ascoltasse, poi Nada distratta faceva segno di sì, e sopra un modello di carta velina scriveva a lapis il giorno e l’ora della prima prova. Provò sempre dall’alto del tavolone: le sue mani erano intelligenti e leggere, e il grembiule di lana scozzese fu subito pronto, senza difetti. Franska, inginocchiata in terra, accaldata, staccò le ultime imbastiture. Vjera abbandonò la macchina a pedale per suggerire una camicetta lilla; ma Nada mostrò un ritaglio giallo, e si capiva che non c’era da discutere."
(Irene Brin)
La moda prima di H&M.

Bella questa piccola scena da una sarta di paese, vero? Sembrano secoli fa e invece è il 1941, quando Irene Brin (pseudonimo di una delle prime croniste di moda, e non solo, d’Italia) andò nell'allora Jugoslavia con il marito, Gaspero del Corso, prima militare nell’esercito fascista e poi disertore… L’ho trovata (è tratta da "Olga a Belgrado", recentemente ripubblicato da Elliot Edizioni), cercando una frase sul tartan e sullo scozzese tra i miei libri, visto il diluvio di tartan nelle vetrine di quest’autunno. Nelle vetrine, ma non nel mio armadio. Eppure avevo, come tutte le ragazze e bambine degli anni Settanta, delle minigonne scozzesi, che odiavo: pieghettate, con la spilla da balia, un tormento perché la lana mi pizzicava. Alla fine, in uno dei miei tanti traslochi, le ho regalate: e adesso eccomi qui, guardo le foto di sfilata, e mi chiedo: ma perché non ne ho tenuta neppure una? (Risposta: perché le odiavo e mi pizzicavano. Ma non sempre la risposta giusta è quella che ci vogliamo ricordare, quando si tratta di abiti e armadi). Ho chiesto a un’amica, anche lei ex bambina degli anni Settanta, e anche lei ovviamente se le ricorda, quelle minigonne scozzesi: ma a lei non pizzicavano, perché aveva, mi ha spiegato, una morbida sottogonna (c’erano bambine e bambine, gonne e gonne, come sempre). Eppure, nonostante il disamore per il tartan pizzichevole, sono ancora qui che mi chiedo: forse dovrei riprovarci?
Quanti abiti ho amato o detestato, e che ricordo ancora, anche se non sono più nei miei armadi. Penso a Irene Brin, che amava la moda, l’ironia e il bon ton (anche questo scomparso dalle nostre vite e dagli armadi), e che amava i vestiti; mi chiedo come fosse, quel grembiule scozzese di lana, e se l’abbia amato o detestato, in quel paesino in Jugoslavia dove aveva seguito il marito ufficiale (più che Belgrado, lo seguì a Lubiana, nei paesini dell’entroterra sloveno, e persino sull’isola di Susak). Mi chiedo se guardandolo, quel grembiule scozzese, ripensasse alla sarta, morta ammazzata (erano anni di guerra, e partigiani, e sangue improvviso che macchiava gli abiti).
E poi, c’è un suo vestito che mi immagino lucente, un abito con dentro dei sogni: di lamé bianco, foderato di rosso, con un piccolo strascico. Lo indossava una fredda sera di febbraio del 1935 (come racconta Flavia Piccinni nell’affettuosa postfazione da vera fan), quando entrò nel salone delle feste dell’Hotel Excelsior, a Roma. Gaspero era lì. Le aveva portato, tramite Montanelli, le lettere del grande amore della sua vita, Carlo, morto in Abissinia. Parlarono fitto fitto, tutta la sera, di Proust: un coup de foudre, un matrimonio impossibile (lui era gay, anche questa parola sconosciuta all’epoca) ma in qualche modo complice, solido e duraturo. "Gaspero ha accettato di prendermi e di tenermi come sono: una donna vuota, una donna morta". Dopo la Jugoslavia, dopo la fine della guerra, tornati a Roma, il marito galante e impossibile aprì una galleria d’arte moderna, l’Obelisco, che divenne velocemente una delle più celebri di quegli anni; lei scriveva, di moda e galateo, a letto, con la macchina da scrivere sul tavolino della colazione. La bella malinconica Irene Brin, che in realtà si chiamava Maria Vittoria Rossi; e i vestiti che portano sempre dentro il ricordo di un giorno.

5 commenti

Giusy | Giovedì, 17 ottobre 2013 @13:50

Vedete com'è questo blog? Laura è tornata per raccontare un altro " pezzetto" di Giulia e io ricordo il precedente nel quale ci raccontava, con altre parole, quella morte assurda causata da qualcuno senza rimorsi. E Laura ci sta dando una grande lezione di vita.

LISA | Giovedì, 17 ottobre 2013 @09:18

Laura, mamma per sempre di Giulia dalle unghie blu, grazie per aver scritto, con quanto dolore nel ricordo. Lo scozzese è un un gilet di chi non c'è più, è una mantellina per andare all'asilo, è una gonna riciclata con gli anfibi. Quadretti, righe e memoria.

carla | Giovedì, 17 ottobre 2013 @09:05

Il ricordo di Laura è struggente, quello di Cristiana è dolcissimo.
A me le gonne scozzese sono sempre piaciute tantissimo: le portate come una brava ragazza con la giacchina blu, poi c'è stata la ribellione grunge e l'ho messa con gli anfibi( con orrore della mia mamma) poi diventata mamma con dei fantastici stivali.
Poi l'ho gettata perché non ci stava più dentro! Ma quest'anno prometto che me la compro!!

Laura | Giovedì, 17 ottobre 2013 @07:53

Il tartan lo amava Giulia.. ( si la ragazza dalle unghie blu) perché era uno dei temi dei vestiti lolita ..ne conservo uno...e poi qualche gilet buttato qui e la sul suo abbigliamento ordinario...un ricordo ancora di mia figlia...uccisa a20 anni da un assassino stradale...perché quei quadrettini colorati non cancellino la sua memoria..così come ė stato cancellato il suo corpo,la sua vita,e il suo futuro. Grazie lisa.

Cristiana | Mercoledì, 16 ottobre 2013 @16:47

Magnifico il buongiorno di oggi! Anche a me pizzicavano le gonne scozzesi, ma mi piacevano. Mi sono piaciute meno, molto meno, negli ultimi 30 anni.
Ricordo però che, quando avevo 4 anni e mia sorella 3, mio papà ci portava spesso all'asilo in macchina. Lui fumava sempre, anche con noi in auto, e io puntualmente vomitavo, mia sorella mi guardava attonita. Indossavamo due mantelline scozzesi rosse (uguali) che non ho mai dimenticato. Odiavo la mia mantellina per il solo fatto che puzzava cronicamente di vomito, mentre quella di mia sorella profumava di lana.
Ma due anni fa ho comprato una giacchina scozzese della stilista di cui parli spesso, Colomba Leddi, che mi ha riconciliato con il tartan.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.