Lisa Corva

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Si lasciano mai le case dell’infanzia? Mai: rimangono sempre dentro di noi, anche quando non esistono più. (A tu per tu con Ferzan Ozpetek)

Giovedì, 5 dicembre 2013 @09:33

"Si lasciano mai le case dell’infanzia? Mai: rimangono sempre dentro di noi, anche quando non esistono più, anche quando vengono distrutte da ruspe e bulldozer, come succederà a questa".
(Ferzan Ozpetek)
Le case dell’infanzia. Chiudi gli occhi, per un attimo. Pensa alla tua.

La frase di oggi è anche il mio #spillo su Gioia! in edicola, ed è tratta da "Rosso Istanbul" (Mondadori), il primo libro firmato dal regista Ferzan Ozpetek.

Qui trovate il nostro incontro, che è uscito su D di Repubblica qualche settimana fa.
Ferzan Ozpetek ci racconta la sua Istanbul. Anzi, le sue Istanbul. Plurale. Quella dei suoi ricordi, e quella di oggi. Lo fa lasciando per la prima volta la macchina da presa, e scrivendo: "Rosso Istanbul", appena uscito per Mondadori, è un piccolo libro in bilico perfetto tra passato remoto e presente accelerato, storie e destini e autobiografia che si sfiorano e si intrecciano, come nei suoi film.
Rosso Istanbul: è questo, allora, il colore della sua città? "E’ il colore dello smalto scarlatto che mia madre, ora quasi novantenne (a proposito: è lei, in una foto anni Cinquanta, la bella, misteriosa donna in copertina), vuole ancora sulle mani. E’ il rosso dei carrettini dei venditori ambulanti di "simit": le ciambelle calde ricoperte di sesamo che sono la prima cosa che compro quando arrivo. Il rosso fiammante dei vecchi tram: ne è rimasto solo uno, dove salgono i turisti, a Istiklal Caddesi. Il rosso dei melograni spremuti per strada. Ma anche il rosso di un abito semplice, rivoluzionario, di una ragazza da sola contro gli idranti della polizia, durante le proteste di Gezi Park: un’immagine che ho ancora negli occhi. E che è nelle pagine del mio libro. Con orgoglio: l’orgoglio di vedere ragazzi e ragazze del mio Paese ribellarsi, alzare la testa, e in modo creativo. Quello che vorrei vedere, di più, più forte, più spesso, anche in Italia". Una metropoli che cambia a velocità accelerata: la segue da vicino, o da lontano? "Istanbul non l’ho mai lasciata. Ci torno almeno ogni due mesi, soprattutto per trovare mia madre: anche a lei, ai suoi segreti, alla sua malinconia, è dedicato il libro. Ma è come se avessi due patrie, due città: Roma, e Istanbul. Non a caso uno dei tanti nomi della mia città, oltre a Costantinopoli, Bisanzio, e ancora "Dersaadet" o "Bab-i Ali", la porta della felicità o la porta sublime, è proprio "la seconda Roma". Che dire? Era destino".
Era destino, forse, che Ozpetek venisse in Italia, ad appena diciassette anni, a studiare cinema, anche se il padre, che aveva acconsentito ad aiutarlo, gli aveva proposto l’America. Era destino che vivesse sempre in bilico tra la prima e la seconda Roma, scenario e nutrimento continuo anche dei suoi film. Ma della Istanbul di oggi, che cosa le piace? "Mi piace la modernità, il dinamismo, i 16 milioni di persone che pensano, progettano, fanno arte ma anche politica. Non mi piace la frenesia di distruzione, con cui si demolisce tutto per costruire qualcosa di non necessariamente bello o utile, solo nuovo. Poco prima di Gezi Park – che era, appunto, il tentativo di radere al suolo un parco in centro – c’è stato Emek Sinemasi, che ho seguito da vicino, con molta tristezza". Emek Sinemasi è un vecchio cinema degli anni Trenta, un cinema storico, costruito ai tempi di Atatürk, che è stato purtroppo demolito, per farne un ennesimo shopping center. "La scorsa primavera sono stato coinvolto anch’io, così come i miei amici registi, attori, sceneggiatori, che hanno cercato di difendere il cinema, scendendo in piazza, protestando, ergendo barricate contro i bulldozer e contro la polizia. Anch’io ho protestato, twittato, e alla fine – quando la battaglia è stata persa e il cinema distrutto – ho deciso di salvarlo come potevo: l’ho messo nel mio libro. E’ meraviglioso il potere delle parole, dell’arte: ci permette di salvare quello che amiamo dall’oblìo". Perché tanta passione? In fondo era solo un vecchio cinema. "E’ stato uno dei primi dove sono andato, da bambino. Dove ho scoperto la magia di quello che sarebbe poi diventato il mio mondo. All’epoca, negli anni Cinquanta, in Turchia i bambini sotto i sette anni non potevano entrare nei cinematografi. E io invidiavo i miei fratelli, che avevano il permesso di andarci. Insistevo con mia nonna, che ogni settimana diceva: "Cosa fanno al Citè? Cosa fanno da Emek? Se fanno un film con la leonessa, andiamo". La leonessa era il leone ruggente della Metro Goldwyn Mayer… Finché la nonna, contravvenendo alle regole, un giorno mi portò. E per la prima volta sono entrato in un cinema. Sono caduto nell’incantesimo che è diventata la mia vita". E magari si ricorda ancora il primo film che ha visto… "Certo: Cleopatra, il mitico Cleopatra con Richard Burton e Liz Taylor. La ricordo tutta vestita d’oro quando arriva a Roma, con il corteo trionfale, i diademi egiziani in testa, da regina. E Roma. C’era già Roma nel mio destino".
Lei parla molto, nel libro, di destino, di coincidenze, di amori finiti e irrisolti, di rimpianti e fantasmi... "Non solo nel mio libro. Questa è la stoffa di cui sono fatti anche i miei film. Anche il prossimo, che uscirà a febbraio dell’anno prossimo: si intitola "Allacciate le cinture" ed è la storia di un amore, di un matrimonio, di una donna e un uomo e 13 anni di vita . Una storia d’amore. Perché è l’amore la cosa più importante della vita. Ci credo, ed è questo che ho voluto fosse scritto sulla copertina del mio libro. Tutti gli amori, anche gli amori impossibili, incompiuti, amori che potevano essere e non sono stati. Perché nella vita ho imparato che è meglio una scia bruciante, anche se lascia una cicatrice; meglio l’incendio di un cuore d’inverno. Ho imparato, e in questo ha ragione mia madre, che è possibile amare due persone contemporaneamente. Ho imparato che non sai mai chi amerai. Ed è questo che voglio raccontare".

9 commenti

Anonimaperprudenza | Venerdì, 6 dicembre 2013 @20:33

Lisa, non sbagli, sono sicura di aver scritto qualcosa sui gelsomini strappati e anche sulle foglie di platano. Fatti vissuti che riemergono leggendoti ed esterno nell'anonimato del tuo Blog. I gelsomini non sono stati strappati alle radici. E le foglie di platano ormai nessuno le raccoglie più. Restano nella memoria ma non è un ricordo spiacevole e nemmeno doloroso: Solo ricordi.

LISA | Venerdì, 6 dicembre 2013 @11:57

Anonimaperprudenza: l'immagine di voi ragazze che strappate il gelsomino è di una struggente violenza. Ma sbaglio, o avevi già scritto? Oppure ho visto questa scena in sogno...

LISA | Venerdì, 6 dicembre 2013 @11:56

Francesca Valensise: è vero, i pavimenti delle case dell'infanzia rimangono nel ricordo, forse perché sono più vicini allo sguardo dei bambini? Adoro i glicini. E mi piace quest'atmosfera arabeggiante. Sicilia?

francesca valensise | Venerdì, 6 dicembre 2013 @11:16

Della casa della mia infanzia il primo ricordo è il pavimento dell'ingresso, che prendeva luce dalle altre camere; un tappeto di arabeschi grigio-rosso in pasta di cemento. C'era, in effetti, un po' di Oriente anche nei sapori di una cucina speziata, nell'ombra del balcone sul retro che cercava di guardare il mare attraverso le contorsioni di un glicine padrone assoluto di quello spazio. Sole filtrato da persiane, santini allineati sul comò. Acqua fredda e anice, come la chiamavano gli arabi, e caramelle alla menta:routine profumata dove i nonni hanno fatto i genitori e i genitori hanno fatto gli assenti.

Anoninaperprudenza | Giovedì, 5 dicembre 2013 @19:21

La nostra casa a due passi dal Lago, con il portico coperto di gelsomini, con ortensie nelle parti ombrose. E pini. Portava il nome di mia nonna, nome che ho ereditato. Ci si andava solo in estate.Quando fu necessario venderla, noi ragazze strappammo il gelsomino a mani nude.

LISA | Giovedì, 5 dicembre 2013 @19:20

E riporto qui quello che mi ha scritto un'amica, Francesca, perché mi piace molto: "Nella mia, la luce che filtrava dalle stecche delle tapparelle faceva muovere i pesciolini sulla mia coperta bianca e azzurra".

LISA | Giovedì, 5 dicembre 2013 @19:06

Nella casa della mia infanzia la bora sbatteva sempre le persiane, d'inverno, di notte. Un rumore che mi piaceva e mi faceva paura. Se chiudo gli occhi ricordo ancora come mi sembravano grandi, le stanze, a me lillipuziana.

carla | Giovedì, 5 dicembre 2013 @11:11

La mia casa dell'infanzia materiale è quella dove sono cresciuta io, perché i miei avi avevano perso tutto tra le due guerre e poi fanno parte del grande fenomeno migratorio del boom italiano, ma una frase che mi ripeteva sempre la mia bisnonna ( nata agli inizi del novecento) " la libertà di casa sua saltava da una trave ad un'altra.
Questa frase, per lei cha non ha mai posseduto una casa, stava proprio a indicare che avere una casa non era solo un possesso ma la possibilità di esprimere il proprio modo di essere e di esistere.
Ecco questa frase per rappresenta la mia casa dell'infanzia.

Francescasièsposata | Giovedì, 5 dicembre 2013 @10:45

A volte esiste ancora la casa dell'infanzia ma cambia aspetto... Il ricordo di com'era nelle foto del mio album di nozze, restaurata dopo il mio matrimonio, la sua anima invece immutata, chissà come racconterebbe la storia della nostra famiglia, lei che è stata costruita dai miei bisnonni... Eredità di generazione in generazione...

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.