Lisa Corva

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La duplice e divorante certezza del destino e dell’amore.

Lunedì, 25 gennaio 2010 @07:45

"La duplice e divorante certezza del destino e dell’amore".
(Peter Manseau)
In questo solo posso e voglio credere: nel destino, nella mia parte di destino, nell’orizzonte sconosciuto che mi aspetta, nelle strade che mi ci porteranno. E nell’amore che il destino mi riserva, quell’amore che aspetta solo me.

(La frase che ho scelto per il Buongiorno di City di oggi, lunedì 25 gennaio, è tratta dal romanzo "Ballata per la figlia del macellaio", di Peter Manseau, Fazi Editore. Ecco l’intervista che ho fatto all’autore, e che è uscita sul Piccolo di Trieste, la città dove sono nata)

La "Ballata per la figlia del macellaio", di Peter Manseau, uscito per Fazi, ha una copertina ispirata a Chagall, e giustamente: perché il romanzo, pur scritto da un americano, è un mix bizzarro tra un quadro di Chagall, donne volanti, sogni d’amore, e rabbini che suonano il violino sui tetti degli "shtetl" russi; il tutto incrociato con Dickens, ovvero la saga buonista di un bambino povero e orfano che farà fortuna tra le strade di una metropoli, solo che la metropoli stavolta è la New York degli emigranti di inizio Novecento. Vi gira già la testa? In fondo era questa, sospetto, una delle intenzioni dell’autore: trasportarci in un mondo magico, inventato ma non troppo, yiddish ma non troppo, per raccontarci la storia di Itsik Malpesh, poeta per caso, innamorato per destino, arrivato in America clandestino a bordo di una nave; e del suo testardo, poetico, incrollabile amore per la "figlia del macellaio". Proprio la figlia del macellaio del paese, che l’ha visto nascere e a cui lui si sente predestinato… Ma perché raccontare una favola yiddish oggi, visto che, tra l’altro, l’autore non è neppure ebreo, anzi è figlio di un’ex monaca e di un ex prete? Gliel’abbiamo chiesto.
Il suo libro è la biografia poetica di un poeta che non esiste. Ma lei ha mai scritto poesie? Magari per conquistare un amore, come il protagonista del suo libro?
"Ebbene, confesso: ho scritto davvero qualche poesia, e tutte per mia moglie. Una era il regalo per il nostro primo anniversario. All’epoca stavo scrivendo il mio libro ma – si sa come sono le vite degli scrittori esordienti – lavoravo anche come falegname. La mia specialità? I tetti. Piantavo chiodi sui tetti altrui otto ore al giorno, tornavo a casa e piombavo addormentato. Così intitolai la poesia "Ballata per la moglie di un conciatetti"; per farle capire che, anche arrampicato su un tetto con un martello in mano, pensavo a lei".
Lei scrive romanzi, e ha una vita da romanzo: è figlio di un’ex monaca e un ex prete, e l’ha raccontato, in modo leggero e divertente, nel suo libro, non ancora tradotto in italiano, "Vows: The story of a priest, a nun and their son". Ha più volte dichiarato di aver usato questa storia per abbordare le ragazze alle feste… E’ stato così che ha conosciuto sua moglie?
"No, quando l’ho conosciuta avevo abbandonato da tempo questa tecnica di abbordaggio, anche perché onestamente non aveva molto successo. A dir la verità per far colpo sulla mia futura moglie le dissi che ero uno scrittore, e lei rispose: "Ah sì? E che cosa hai pubblicato?". Peccato che all’epoca i miei romanzi fossero ancora nel cassetto. Diciamo che ho passato gli ultimi anni della mia vita a cercare di essere all’altezza di quello che ho raccontato a mia moglie nei nostri primi cinque minuti insieme!"
Nel libro lei parla di "bashert", termine yiddish che spiega così: "è il destino e, quindi, può significare tante cose. In questo caso bashert è la persona con cui sei destinato a trascorrere la vita". E’ questa la sua parola yiddish preferita?
"Bashert in effetti significa destino, ma in yiddish ha una dimensione più interpersonale che in altre lingue. Parlare di bashert non vuol dire parlare solo del proprio destino, ma della persona a cui il nostro destino è legato. E’ una parola intrigante, ma non è la mia preferita. Che è invece "luftmensch", letteralmente "uomo d’aria": qualcuno che sembra vivere solo d’ossigeno. Un sognatore, insomma. Senza doti apparenti, ma con molte idee. Come il protagonista del mio libro".
Lei non è ebreo, non parla yiddish, però ha scritto un libro il cui protagonista è un poeta yiddish, completamente immerso nella cultura yiddish. Ed è stato così convincente che ha vinto un premio letterario, il National Jewish Book Award.
"Non solo: quando il libro è uscito ho avuto reazioni davvero sorprendenti! Le faccio un esempio. Il padre del protagonista lavora in una fabbrica di piumini, fatti con piume d’oca, a Kishinev, e inventa una particolare tecnica di lavorazione. Tutto frutto della mia immaginazione. Eppure sono stato contattato da una donna, che mi ha raccontato che la sua famiglia aveva allevato oche per decenni in Russia, e che sicuramente mi ero ispirato a loro! L’ho rassicurata: i segreti del commercio di famiglia erano salvi, mi ero inventato tutto…".
Quest’intervista verrà pubblicata su Il Piccolo, il quotidiano di Trieste. Anche a Trieste, come nella Kishinev moldava descritta nel romanzo, c’era un ghetto. E mio padre, triestino doc, che da bambino leggeva libri prestati da una bottegaia del ghetto, si era appassionato a uno scrittore ebreo che forse lei conosce, Israel Zangwill, e alle sue storie del ghetto veneziano.
"Purtroppo non sono mai stato a Trieste, ma Zangwill certo, lo conosco. Lo sa che è stato lui, alla fine dell’Ottocento, ebreo russo che viveva a Londra, a coniare "melting pot"? Il "calderone culturale" così tipico degli Stati Uniti: quello in cui finiscono tutti gli immigrati, di tutti i paesi, e da cui riemergono diversi, nuovi. Zangwill usò il termine come titolo di una delle sue commedie: e così è arrivato fino a noi, anche se lui è ormai dimenticato. Ma Zangwill è l’esempio di qualcos’altro che mi sta molto a cuore, e che spero di aver reso nel mio libro: di come la cultura cosiddetta "mainstream", la cultura "di massa", venga in realtà plasmata e influenzata dai bordi, dai margini. "Ballata per la figlia del macellaio" racconta di persone che vivono ai margini della società; ma è anche la storia di come tutti noi - e le nostre convinzioni, la nostra lingua – cambiamo, ci trasformiamo, ci evolviamo, con il tempo".


2 commenti

inverno 2010 | Martedì, 26 gennaio 2010 @10:29

la tua vita è parte di un disegno di cui tu sei un punto infinitesimo di immenso valore perchè non riproducibile?
così sai di avere un posto un destino una vita che è unica
le tue perticelle cercano le particelle che ti completano che ti danno luce che ti cercano allo stesso modo con cui tu cerchi loro per trovare il tuo posto , il posto solo tuo,nell'universo che tu condividi con altri infinitesimi pumti !!!.
Oppure sei una scheggia impazzita nel caos di un universo indecifrabile in cui l'unica cosa che connta è solo quello che vuoi e non quello che sei?

SI : io voglio pensare di essere parte di un tutto per dare valore a quello che sono.
Per questo Dio: AIUTAMI.

giuseppe | Lunedì, 25 gennaio 2010 @17:16

il destino
il magico compagno della vita

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.