Lisa Corva

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Cronache birmane: pagode d’oro, caffè ‘3 in 1’ e Buddha black.

Lunedì, 13 gennaio 2014 @07:10

"Prima di tutto Mandalay era un nome. Perché ci sono luoghi i cui nomi – per qualche strano caso, o storia, o felice associazione – hanno un "independent magic", una magia autonoma e indipendente, e forse un uomo saggio non dovrebbe mai visitarli, perché le aspettative che fanno nascere possono raramente essere soddisfatte".
(Somerset Maugham)

La frase di oggi, di William Somerset Maugham, scrittore e viaggiatore snob negli anni Venti, è tratta da "The Gentleman in the Parlour", un suo diario di viaggio in Asia che comincia proprio da Burma: la Birmania da dove sono appena tornata.

Prima di partire per la Birmania – ed è da tanti anni che penso e sogno questo viaggio – per me la Birmania era: pagode d’oro e Aung San Suu Kyi con la sua "grace under pressure", la grazia con cui ha resistito in tanti anni di arresti, di oppressione, fino al Nobel per la pace e alla possibilità, anche se ancora remota, di cambiare il Paese.
Le ho trovate. In modo molto diverso da quello che mi aspettavo. Ho trovato le pagode d’oro, imponenti, ma anche un po’ kitsch come l’amatissima Shwedagon a Rangoon (o Yangon, visto che il regime ha cambiato anche nome alla capitale), con un inaspettato cartello"free wifi", e sponsor. E ho trovato Aung, il suo viso e il suo sorriso dappertutto, nelle foto appese nelle case fatte di bambù, nei libri in vendita fuori dalle pagode di Bagan, persino in qualche (brutta) T-shirt; spesso insieme al padre, bello e raffinato come lei, morto assassinato quando lei aveva appena due anni.
Ma alla fine, tornata da questo lunghissimo viaggio (in cui ho preso di tutto: aerei, biciclette, canoe sui laghi, barconi sui fiumi e risciò) non ho nel cuore le pagode. Bensì i Buddha neri, scolpiti nella roccia nera, di Mrauk Oo, un’antica civiltà, un luogo remoto quasi al confine con il Bangladesh, dove si arriva con un piccolo aereo e poi un giorno di navigazione per fiumi e canali. Ho in mente i visi delle donne e dei bambini con grandi disegni di polvere gialla: polvere di Thanaka, ricavata dai tronchetti di un albero (la Limonia acidissima), che viene macinata al momento su una pietra tonda e usata come crema solare, o protettiva… Quasi un tatuaggio beauty effimero e millenario. Ho riportato con me il Lago Inle con le "stupa", piccoli templi come lance verso l’alto, che assomigliano quasi a dei trulli in variazione asiatica, e che crollano pian piano nell’acqua; ho portato una spiaggia bianca sul golfo del Bengala dove ho raccolto un sasso corallino perfettamente a forma di cuore. No, non è l’Asia che immaginavo e che amo, che ho conosciuto in Thailandia, in Cambogia, in Laos, in India... E’ qualcos’altro, di più duro, scabro, sofferente e dimenticato. Un paese che è "Cambogia meets Ddr", l’Asia che si incrocia con l’ex Germania dell’Est; un Paese sfinito da una giunta militare che sta vendendo e svendendo terre e ricchezze, dove la Cina compra giada, preme e invade il paese di paccottiglia.
Ma poi, come Somerset Maugham che viaggiava con i portatori nella giungla e si lamentava per il cibo, ci sono momenti in cui ti senti solo un viaggiatore mugugnante, sperduto e poco romantico. Quando, ad esempio, arrivi a Bagan, la valle con cinquemila pagode, e il Consorte ti dice: "Ma stai scherzando, non rimarremo mica qui una settimana? E cosa faremo? Qui dentro ogni pagoda c’è sempre lo stesso signore dipinto d’oro (ergo, il Buddha)". Quando, pazienza il tè che è solo Lipton in bustina, ma il caffè è solo ed esclusivamente "three in one": ovvero bustine spacciate dalle multinazionali, sempre le stesse anche nei mercati più sperduti, con dentro un mix tossico a base di caffeina, latte condensato, e zucchero. Tre in uno, appunto. Per me che vengo da Trieste, e che bevo solo espresso senza zucchero o, come si dice sul mio golfo, "nero in b", uno strazio. Altri momenti mugugnanti: il cibo. Io che adoro il cibo asiatico, in Birmania mi sono ridotta a mangiare riso e banane, e il più delle volte, anche nei ristorantini per strada, mi veniva solo voglia di chiedere se potevo passare io in cucina. Forse l’oppressione politica passa anche per il cibo, e per l’annullamento dei sapori (unica spezia usata: aglio). E poi, sì, ti senti un viaggiatore sperduto e divertito quando l’unica parola che riesci a imparare è "Mingalabar", ovvero "ciao, benvenuto, buongiorno", una parola multitasking, e alla fine quando te la ripetono ti scappa anche da ridere. Mingalabar, dunque. E’ bello viaggiare ma, come ben sapeva anche Somerset Maugham, anche tornare.
E a proposito: a Mandalay, forse il nome più evocativo della Birmania, non ci sono stata. Ho accuratamente evitato la città-fortezza che una volta era un sogno coloniale, e oggi solo un luogo di rumore e caos. Mingalabar a voi tutti, e buon anno. Che sia d’oro.

8 commenti

Lucy | Lunedì, 13 gennaio 2014 @22:45

Bentornata, ci sei mancata!

carla | Lunedì, 13 gennaio 2014 @21:53

ben trovata!!

Mircea | Lunedì, 13 gennaio 2014 @19:04

Dovrei scrivere un testo del genere sull'Indonesia...

Giusy | Lunedì, 13 gennaio 2014 @13:51

Bello poterti leggere di nuovo. Le tue Cronache Birmane mi sono piaciute tanto; c'è profondità nella leggerezza di questo "resoconto" Una lettura interessante e avvincente. Grazie!

Luigi | Lunedì, 13 gennaio 2014 @10:30

Bentornata! Buon Anno!

LISA | Lunedì, 13 gennaio 2014 @09:17

Ma no, io penso che sia bello che il viaggio ci riservi ancora delle sorprese. Che senso avrebbe partire per trovare solo quello che abbiamo immaginato? (Cibo a parte. Io, Nidia, forse sono troppo golosa. Ma in compenso ho scoperto il tamarindo - e le caramelle indigene al tamarindo…).

Nidia | Lunedì, 13 gennaio 2014 @08:53

Mi ritrovo in molte delle cose che dici, anche se il mio viaggio in Birmania è stato meno avventuroso del tuo. Io però sono tornata talmente felice di tutti i colori e sapori che avevo assaggiato, e con la consapevolezza di essere stata in un posto straordinario, per con le sue arretratezze e contraddizioni. Tra le cose positive ci ho messo anche i sapori perchè io ho mangiato sempre volentieri piatti di carni o pesci speziate, zuppe buonissime, succhi di papaia fresca...

Max | Lunedì, 13 gennaio 2014 @08:42

Aho, c'hai fatta a tornà a casa che qui era un pianto de anime perse! Bella legnata che hai preso, è come annà ai cancelli de castel porziano (il mare de Roma) e scoprì che l'acqua de mare nun è come te la ricordavi o come speravi che fosse. Pazienza Lisa, comunque sempre mejo annà che guardà fori dalla finestra. Benntornata. Max

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.