Lisa Corva

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Oggi il mio Buongiorno è l’etichetta del mio vestito.

Venerdì, 24 aprile 2015 @08:44

Oggi invece di un Buongiorno leggo l’etichetta. Del mio vestito. E indosso (e fotografo) il mio abito al contrario, per farla vedere. Ma non per la marca, la griffe, il brand: come la Ragazza dallo Sguardo Prezzante del mio Glam Cheap. No: oggi guardo l’etichetta per sapere chi ha fatto il mio vestito. Ricordarmelo. E dire grazie. Perché oggi è Fashion Revolution Day, ovvero #whomademyclothes: un hashtag di moda (più) etica e (più) consapevole; oggi perché due anni fa, a Dhaka, in Bangladesh, sono morti più di mille operai e operaie in una fabbrica di vestiti. Guardate qui: http://fashionrevolution.org

Non avrei partecipato a questo gioco – che è anche un gesto di coscienza civile – se non avessi conosciuto Marina Spadafora. L’ho conosciuta per caso, come faccio di solito, io che vado in giro a dire #piacerelisacorva: esattamente due anni fa, all’opening di una Biennale Arte a Venezia, a una festa sul Canal Grande dove mi ero imbucata (imbucata speciale!), tra opere d’arte in giardino, candelabri scintillanti, camerieri in giacca bianca e illustri imbucati come me. Mi piaceva la sua giacca, quasi redingote, coloratissima, in mezzo a tanti abiti "dull black", di un noioso nero; così mi sono avvicinata e gliel’ho detto… Lei si è messa a ridere: anche perché gli abiti erano suoi; lei è una stilista che, ora, si occupa soprattutto di moda etica. Così mi ha raccontato quando poi l’ho intervistata per Gioia, qualche mese fa, in un pezzo sulla moda etica, appunto. E ho scoperto che Marina Spadafora è passata dal prêt-à-porter anni Novanta alla "moda sostenibile targata futuro". Ed è direttore creativo di Altromercato, con la collezione "Auteurs du monde" (www.auteursdumonde.it), realizzata da artigiani uniti in cooperative e membri di World Fair Organization. "La parte più bella del mio lavoro è sicuramente in giro per il mondo, insieme agli artigiani", mi ha raccontato Marina. "Nel mio cuore, la cooperativa KTS in Nepal; realizzano fantastica maglieria, e con i profitti finanziano un programma educativo per bambini di strada a Kathmandu. Ma sono speciali anche le magliette di cotone morbidissimo stampate in Etiopia, con interpretazioni grafiche di croci copte scomposte".
Questa, di #whomademyclothes, è una delle sue piccole grandi battaglie, e partecipo volentieri. Io che da anni guardo l’etichetta dei miei abiti e quando leggo: Cambogia, Bangladesh, Turchia, penso a donne come me, ragazze, bambine, e fabbriche. E spero per il loro futuro.

3 commenti

LISA | Venerdì, 24 aprile 2015 @10:49

E se partecipate fatevi una foto con l'etichetta ben visibile e postatela con l'hashtag #whomademyclothes… Un gioco che è una protesta.

LISA | Venerdì, 24 aprile 2015 @10:42

E per chi, Alessandra R., in fabbrica ci vive, in un dormitorio accanto alle macchine, senz'aria e senza luce e senza futuro. Questo raccontano a volte, purtroppo, le etichette.

Alessandra R. | Venerdì, 24 aprile 2015 @10:28

Originale e bellissima iniziativa! Ahimè pezzi sartoriali non ne ho, anzi, piuttosto è tutto apparel che arriva da quei paesi: Cambogia, Bangladesh, India... magari lo faccio anch'io come inno di protesta elegante, di speranza e di preghiera per chi ha perso la vita in una fabbrica di vestiti e per chi la rischia ogni giorno.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.