Lisa Corva

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Così come ho tanto amato quest’abito rosso che, sono sicura, non metterò mai più.

Venerdì, 29 maggio 2015 @08:02

"La nostra storia è durata esattamente dieci anni. Non ricordo mai gli anniversari, neppure i compleanni (neanche il tuo, ammetto, è solo segnato sul telefonino); eppure mi è venuto in mente all’improvviso, mentre facevo la valigia. Ho aperto l’armadio, cercavo i vestiti da portare con me: lo sai come faccio, la valigia sempre all’ultimo minuto, la lista da cui depenno man mano le cose, e stavolta era più difficile, visto che non è solo un viaggio, è un trasloco. Me l’ero dimenticata ed eccolo lì, in fondo all’armadio, l’abito rosso che avevo comprato la prima sera che siamo usciti insieme; comprato d’impulso, perché non avevo mai avuto un abito rosso, perché mi faceva allegria, perché quella seta frusciante mi sembrava la promessa di una carezza, delle tue carezze. L’ho tirato fuori: sull’etichetta, ancora spillato lo scontrino della tintoria; l’avevo messo così poco, dopo. Dopo quella nostra prima sera insieme, dopo la nostra prima notte insieme. Quasi non volessi rovinare il ricordo, la magia. Quel rosso fuoco e tutti quei baci, quello stupore.
E’ stato dieci anni fa. Tu eri sposato, lo sapevo. Eccome se lo sapevo. Non facevi altro che parlare di tua moglie, anzi dei tuoi bambini, dell’ultima nata da poco, delle notti insonni. Almeno è quello di cui parlavi tra colleghi, alla macchinetta del caffè, in quel mese in cui sei arrivato tra di noi, un corso di aggiornamento, lunghe ore ravvicinate insieme. Mi sei piaciuto subito. Sentivo il tuo sguardo addosso quando mi vestivo per venire in ufficio; mi guardavo allo specchio e pensavo a te, forse meglio un altro rossetto, troppo profumo? Starti vicino mentre parlavi. Guardare e non guardare. L’invito a cena è arrivato come per caso: saresti ripartito la mattina dopo, tornato nella tua bella noiosa città, dalla tua bella noiosa moglie. Mi hai chiesto se non avevo programmi, se avevo voglia di farti compagnia; eri stufo del ristorante dell’albergo. Certo, ho risposto. Certo, mi sono detta davanti allo specchio del negozio, comprando quell’abito che mi aspettava: ci passavo davanti da giorni, sapevo che era l’abito giusto per uscire con te, per farmi spogliare da te.
E’ cominciata così. E’ cominciata così e non mi sarei mai immaginata che sarebbe andata avanti così tanto, dieci anni. Io ne avevo 25, l’età giusta per un abito rosso fuoco. E’ cominciata così, con una notte, un’avventura. E poi sorprese e bugie e scenate, promesse e weekend meravigliosi e serate di Natale passate ad aspettare un tuo sms, come in un pessimo film di Hollywood. Mi dicevi: amo solo te. Mi dicevi: è troppo presto adesso, i bambini sono troppo piccoli, hanno bisogno di me. Mi dicevi: devi avere pazienza. Non subito: i primi anni ci sono stati solo incontri fuggevoli, pentimenti, lunghi mesi di niente o di desiderio. E altri uomini, ma questo lo sai. Poi, quattro anni fa, la prima domenica insieme, noi quattro: mi hai portato i tuoi figli, che fino ad allora erano solo voci e foto sul telefonino. Tua moglie? A quel punto sapeva. Separati in casa. Ma è stata una domenica così strana. C’eri ma non eri più tu, non sapevi come presentarmi, come guardarmi o toccarmi… Gli occhi dei tuoi bambini addosso: ora c’erano anche loro, da conquistare, se ti volevo, se volevo te. Pezzo per pezzo abbiamo provato a immaginare un futuro insieme. Io avrei dovuto lasciare il mio lavoro, certo; cercarne uno nella tua città, ovvio. Non potevi andare troppo lontano dai bimbi. E una casa: nello stesso quartiere, vicino a lei, la moglie quasi ex, la moglie che sapeva e perdonava e minacciava e poi alla fine ha detto d’accordo, separiamoci. Eppure che fatica, amore mio. Quante volte ti ho lasciato, mi hai lasciato; quante volte ho detto: basta, non voglio più aspettare. Quante volte ho cancellato tutti i tuoi messaggi dal cellulare e poi ho pianto perché ne avrei voluto almeno uno, da leggere e rileggere; ma non importava, perché i più belli li sentivo scolpiti nel cuore. Quante volte ti ho mandato mail disperate alle due di notte, e poi avrei voluto cancellarle, ma ormai avevo fatto clic. Quante volte ho pensato: adesso è finita, davvero.
E invece, avevi ragione tu. Dovevo solo avere pazienza. Dovevo solo aspettare. E quando è arrivato tutto – la casa giusta, l’accordo di separazione, l’appuntamento con l’avvocato, un possibile colloquio di lavoro per me, il tuo coraggio – quando è arrivato tutto, ho detto di no. Perché è arrivato invece quel lavoro a Londra. Imperdibile, ti ho detto. Imperdibile, ho detto alle mie amiche. Così imperdibile che ho preferito perdere te. La verità è che ho preso l’aereo, sono andata al colloquio e ho firmato, senza neppure pensarci, come quando sei sullo scoglio più alto e pensi: o mi butto in acqua adesso o non lo farò mai più. Ho firmato e non sapevo come dirtelo. Forse non sapevo neppure come dirlo a me stessa. Ma ho firmato così come ho comprato quell’abito rosso: d’impulso. Lì a Londra, strade sconosciute, la pioggia, un caffè qualsiasi uscita dalla fermata della metropolitana, un caffè con le vetrate dove mi sono fermata a guardare la gente che passava… ho capito che era questo che volevo. Lasciarti. Andarmene. Ricominciare. No, non voglio una storia a distanza. Ti ho desiderato così tanto, ho pensato che avrei accettato tutto, rinunce e compromessi, dividerti con i bambini, non averti mai davvero per me… Ma il desiderio si è sgualcito, strappato. E no, non ti amo più. Ma ti ho amato tanto, davvero. Lo sai. Così come ho tanto amato quest’abito rosso che, sono sicura, non metterò mai più".

(Ogni tanto scrivo storie. No, non sono racconti: storie vere, un pochino ritoccate, dei dettagli cambiati; storie che incontro, che mi raccontano, che mi colpiscono. Questa l'ho scritta per D di Repubblica, è uscita a gennaio. Ora è qui per voi. E ricordate: se avete una storia da raccontare, scrivetemi. Vi ascolto).

3 commenti

Lilabella | Lunedì, 1 giugno 2015 @12:30

Bellissima storia! Ammiro il coraggio di questa donna e la scelta che ha fatto. Del resto solo l'amore può dare misura alle cose.

Anonimo | Venerdì, 29 maggio 2015 @09:12

la lettura e il ricordo si sono reciprocamente e misteriosamente fecondati Brava la mia amica narratrice Anzi, bravissima. Leggera come sa e può essere chi conosce il dolore degli errori

Alessandra R. | Venerdì, 29 maggio 2015 @09:00

Stupenda Lisa. Una storia semplice ma che va dritta al cuore. E il cuore è rosso, così come abbiamo imparato da piccoli a disegnarlo e colorarlo. Rosso come l'abito co-protagonista di questa storia. Il cuore stropicciato chi non l'ha avuto... però a me manca un abito rosso e di mollare tutto e "salvarsi" a Londra (quanto coraggio tra le righe, sai?!). E pensa la coincidenza... qui in centro cosa fai? non puoi scappare sempre al via vai di gente e, in pausa pranzo, capita che ti riversi in qualche negozio (ormai dallo sguardo prezzante pure io... uno scanner veloce e sai già quale sarà l'ammontare del potenziale scontrino). Beh ieri mi sono imbattuta in un abito rosso. Di un rosso acceso ma non sfacciato. Avrei voluto provarlo ma l'orologio incalzava il rientro al dovere. Forse non sono destinata ad un abito rosso. E forse nemmeno a Londra. Ma non è mai troppo tardi. Nè per scappare, nè per i sogni.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.