Lisa Corva

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Io, che ho sempre camminato sull’orlo del precipizio.

Mercoledì, 12 agosto 2015 @13:58

Questa è la storia di un ragazzo che si scopre gay, di un uomo che vive intensamente, felicemente, disperatamente la propria omosessualità. E di un uomo, lo stesso uomo che si scopre, riscopre etero. Sono io. Questa è la mia storia. Non c’è il morale della favola, in fondo. Nessun giudizio (da che pulpito, poi?). Nessuna conclusione. Questa è soltanto la mia vita.
Vivo con il piede premuto sull’acceleratore da quando – e avevo appena vent’anni, oggi ne ho 45 – ho capito di essere gay. Volevo fare, vedere, sperimentare, provare e certo, scopare. Non ho mai detto no a niente e nessuno: rave party, sesso di gruppo, cocaina, sadomaso… Ho provato di tutto, ho spinto i limiti fin dove mi portava la mia curiosità o la mia paura. Ho avuto… Non so più quanti uomini ho avuto, uomini di cui non ricordo né il nome né la faccia, arrivato a cento ho smesso di contare. E intanto ho studiato, sono diventato avvocato, sono entrato nello studio di mio padre, ho litigato, sono uscito sbattendo la porta, ho aperto il mio, di studio; i clienti migliori, i più ricchi, i più difficili arrivavano da me, io non avevo scrupoli né stanchezza, il lavoro mi è sempre piaciuto. Magari andavo in tribunale al mattino dopo una notte passata in discoteca, e ho sempre vinto, sempre. Non amo perdere.
E poi. Poi cinque anni fa sono entrato in un buco nero. E’ successo all’improvviso, come quando va via la luce: click. Tutto quello che prima mi piaceva, mi eccitava, all’improvviso mi annoiava. Anche la caccia, i ragazzi, le scopate, la cocaina; mi sembrava di aver già fatto e visto tutto. Ho pensato: così non posso più andare avanti. Ho pensato: il problema sono io, è dentro di me, devo affrontare me stesso e i miei demoni. E sono partito. Ho comprato un biglietto aereo per il Tibet, ho pensato che un trekking in alto, sempre più in alto mi avrebbe calmato; ancora una volta spingere i limiti, andare sempre più in là. E poi all’ultimo momento ho cambiato idea. Sono andato, invece, a Santiago de Compostela. Camminando. Sì, un pellegrinaggio. Ci ho messo un mese, da solo, non avrei potuto sopportare la compagnia di nessuno. Ma sarei potuto andare ovunque, credo; l’importante era stare da solo, camminare, fare fatica, pensare, lasciare che i pensieri arrivassero, passo dopo passo. Arrivato a Santiago, davanti alla cattedrale avvolta nella nebbia, ho pensato: è finita, questa vita non mi sta più. In quel momento avrei potuto fare di tutto, scomparire per sempre, farmi prete, o monaco buddista. E invece, mi sono sposato. Le ho scritto da lì, da quella squallida camera d’albergo dove mi sono ritrovato, in quella sera di nebbia: lei, la mia amica di sempre, la mia confidente, quella che sapeva tutto di me, sadomaso e cocaina, quella che sapeva e capiva. Le ho scritto perché ho capito che lì, in quella camera d’albergo, quella sera, volevo lei.
Quando sono tornato, ci siamo sposati. Un anno dopo è nato il nostro miracolo, nostro figlio. So cosa state pensando: Fivet, concepimento assistito. Ma non risponderò. Questi sono davvero fatti nostri, se abbiamo scopato o no; se scopiamo o no. Quello che però posso raccontarvi è lo stupore di un mio ex, l’uomo che sì, avrei voluto sposare anni fa se il matrimonio omosessuale fosse stato legale. L’uomo che avrei voluto sposare nella mia vita precedente, e lui, lui lo volevo, lo desideravo davvero, l’unico con cui avrei potuto pensare di dividere una casa, progetti, un letto. Siamo usciti a pranzo, non lo vedevo da anni. E’ ancora bello, ancora magnetico. E’ ancora lui. Gli ho raccontato tutto. Alla fine mi ha detto: è vero, qualcosa in te è cambiato. Non sei più gay, lo sento. L’ha detto con una nota di delusione, di incredulità, quasi di commiserazione. L’ho visto, quello sguardo, quel "non sei più dei nostri". Ma non m’importa. E non m’importa neppure sapere se e come durerà, questo nuovo me. Come sarò domani, tra un anno? Chi lo sa. Per ora mi basta questa sorpresa, questo matrimonio che è una delle cose più sincere, folli e audaci che abbia mai fatto in vita mia, e lo dico io che ho sempre camminato sull’orlo del precipizio.

Questa è una storia che ho ascoltato, raccolto, e scritto – con qualche piccola variazione per non rendere riconoscibili le persone – per Gioia, dove è stata pubblicata qualche settimana fa. Sono sempre alla ricerca di storie. Storie vere, storie d'amore e disamore, storie di chi si perde e si (ri)trova. Mi scrivete e mi raccontate la vostra?

6 commenti

LISA | Venerdì, 14 agosto 2015 @12:53

Per Senzanome: quello che mi ha colpito della tua storia - storia di dolore e di delusione, la delusione del sogno d'amore tradito - è proprio come l'hai raccontata. Perché c'è un inizio e una fine - il reggiseno trovato, il messaggio forse della mamma. Perché c'è un senso. Il dolore del disamore è quando non troviamo un senso. Tu l'hai fatto, o stai cercando di farlo. Buoni nuovi orizzonti, allora!

LISA | Venerdì, 14 agosto 2015 @12:50

Carla, l'amore prima di Internet è una favola in sè!

LISA | Venerdì, 14 agosto 2015 @12:49

A., anche a me ha sempre molto incuriosito l'idea del pellegrinaggio in cammino. Ma forse mi incuriosisce ancora di più sapere in quali punti di questa storia ti ritrovi!

Voglio rimanere senza nome | Giovedì, 13 agosto 2015 @14:53

Voglio rimanere anonima perché a troppi ho raccontato la mia storia d'amore. E adesso basta perché non è più una ferita ma una cicatrice. Appartiene al passato. Qualcosa mi ha insegnato ma ha anche cambiato il mio modo di vedere l'amore, il noi, la coppia, la vita...
Lui l'ho conosciuto a Milano una sera per caso. A una cena, portata da un'amica, un week end di febbraio di ormai diversi anni fa. Ricordo come fosse ieri l'attimo in cui l'ho visto
Da quella cena tutto e' corso via, fuori controllo. Il primo bacio, i primi timidi messaggi, la sua prima volta nella mia città la settimana dopo. Le nostre lunghe passeggiate in riva al mare. Le infinite chiacchierate per raccontarci tutto di noi. Del nostro passato, del nostro presente e delle nostre ambizioni per il futuro. Insieme, possibilmente. E tutto collimava, aspirazioni, ambizioni, valori. O almeno a me così pareva...
Il tutto condito da ingredienti magici, quasi si trattasse di una favola ambientata nel Duemila. Le rose rosse, il primo week end romantico a Venezia, nella suite dell'albergo più bello, le cene nei ristoranti migliori, i weekend d'amore nella sua baita in montagna, sulla sua barca in Costa Smeralda, nella sua villa di Montecarlo, le feste più chic, i regali più belli. Promesse, dichiarazioni. Io e lui, una cosa sola, il mondo fuori. A novembre mi sarei trasferita a Milano, per iniziare una vita insieme, non più lontani.
Arriva l'estate, pianifichiamo le nostre vacanze ma mia madre ricade nel baratro del cancro. Una ricaduta inaspettata, dal cancro alle ossa non si scappa. Paura, angoscia, devastazione. Mesi di devastazione. Io e lei da sole a combattere. Più che a combattere, in attesa. Ricordo la sua mano nella mia un pomeriggio di quell'estate. La consapevolezza che presto non avrei più potuto stringerla, il desiderio di fuggire via. Lei mi stava lasciando. Era tutto troppo grande per me, persa, dispersa nel mio mondo che cadeva a pezzi.
Ma almeno c'era lui. Il mio angolo di mondo dove riemergere per prendere ossigeno.
Ma lui, credo, non fosse all'altezza o non fosse disposto a mettersi da parte. Aveva bisogno di staccare. Andò comunque al mare, senza di me, proprio quando avevo bisogno di una spalla, di un appoggio. Di un'ala sotto la quale stare, di un luogo sicuro dove staccare, anche solo per un'ora, dalla morte. Combattuta tra i sensi di colpa e la paura di perderlo, mia madre mi disse: "vai da lui". Sono partita per qualche giorno. Ma tutto era strano, sbagliato. La bolla di prima non c'era più. Non eravamo più io e lui con il mondo fuori. Presagio della catastrofe.
Dopo pochi giorni rientro a casa, perché mia madre aveva bisogno di me e io di lei. Ci sarebbero stati ancora due mesi prima della fine di tutto. Due mesi di sofferenza e paura. Di desiderio perché finisca prima possibile, di desiderio perché quel giorno non arrivi mai.
Una notte, una crisi più forte. Quella notte l'ho chiamato. Cercavo il mio compagno, il mio alleato, il mio luogo sicuro. Ma lui aveva il cellulare spento. E pochi giorni dopo mia madre mi ha lasciato. Se n'è andata, nella nostra casa la casa dove sono cresciuta.
Lui è arrivato solo quattro giorni dopo. la sera prima del funerale. Quattro giorni in cui mi sarei aspettata la sua presenza, il suo aiuto, la sua spalla.
Dormiamo insieme. Mi dice che deve parlarmi, prima fa l'amore con me, dice di amarmi ma è tutto strano, distante da quello che eravamo.
Non è più sicuro di amarmi, ma non è sicuro. Non capisce, ma non possiamo più stare assieme. Io non ci credo, non ci posso credere...
La mattina presto andiamo in cimitero. Lui parcheggia la macchina, io mi giro per lasciare la borsa sul sedile posteriore... Poi tutto diventa confuso. Gelo.
"Di chi è quel reggiseno?". Non serve una risposta.
Non ricordo molto altro di quel giorno. L'amica del cuore mi porta in bagno e mi fa prendere qualche goccia di Lexotan. Altro non ricordo...
C'è voluto quasi un anno per lasciarci definitivamente. Sono andata a Milano, siamo tornati insieme, per brevi periodi. Perché oltre a me c'era sempre anche l'altra, ma io questo non lo sapevo. Bugie, assenze, delusioni strazianti. Aggiungeva vuoto al vuoto che già c'era.
Ci lasciavamo e poi lui tornava. L'ultima volta, ironia della sorte, lo stesso giorno di febbraio in cui ci siamo conosciuti. L'ultima volta ci siamo rivisti, entrambi, credo, con la speranza di ritrovarci e cancellare tutto. Per riprovarci e ritrovare quella bolla di noi. Ma non eravamo più le stesse persone ne' io ne' lui. Non si possono cancellare certe ferite, restano le cicatrici, devono restare a memoria di quanto abbiamo sofferto.
Oggi mi sento diversa, più dura, più cinica, sfiduciata. Più forte. Adulta.
E le mie amiche mi dicono sempre che quel reggiseno me lo ha fatto trovare lei, mia madre. Perché mi salvassi prima possibile.

Carla | Giovedì, 13 agosto 2015 @11:21

L'amore quando non c'era internet e non c'erano i siti di incontri... Due giovani, uno spagnolo e una italiana, si scrivono perché a scuola c'è il progetto amici di penna. Iniziano a scriversi, l' italiana perché studia spagnolo e lo spagnolo è l' amico di penna, si scrivono per cinque anni di continuo. Poi il giorno del compleanno di lei , nel 1963, lui suona alla sua porta, così all'improvviso senza avvisare e si vedono per la prima volta. Dopo tre mesi si sposano in Sicilia e da allora stanno insieme: Lei è diventata spagnola e lui é diventato italiano.

A. | Giovedì, 13 agosto 2015 @10:12

Santiago di Compostela... Quante volte ho sognato di andare ma mi fa paura. E forse ora, che in certi aspetti di questa storia mi ritrovo, troverò forse il coraggio di andare...

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.