Lisa Corva

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Mappamondo: ovvero un mese in aereo, da Stoccolma a Dubai, passando per la Cina.

Martedì, 3 novembre 2015 @08:50

Sono partita a fine settembre e finalmente sono a casa, nell'autunno del mio altrove. Ecco qualche frammento di diario di viaggio. (Il resto diventeranno articoli che leggerete presto… Shanghai, ad esempio, era su D di Repubblica di sabato). Ma questi sono frammenti. Per me, per voi.

STOCCOLMA
Si chiama EttHem, ovvero "una casa", e desideravo andarci da quando, anni fa, me ne ha parlato un’amica. E’ una casa-albergo, chiusa da un muro alto, con sole 12 stanze, un piccolo giardino e una veranda o meglio jardin d’hiver; i mobili sono pezzi unici del design scandinavo o sono stati fatti fare su misura. In una delle camere c’è un quadro bellissimo con tante tazze da tè, colorate; di un pittore olandese, mi spiega la proprietaria. (No, non dormo qui, purtroppo; ma sono venuta a visitare l’albergo e prendere un tè, da vera giornalista curiosa glamcheap). C’è una vasca da bagno in mezzo alla stanza; qui, d’inverno, è tutto ovattato di neve, si sta nella vasca a guardare il bianco e gli alberi fuori. In quel momento penso come sarebbe bello essere ricchi e tornare proprio qui, in questa vasca, nel mezzo dell’inverno, stare nell’acqua calda e profumata con una tazza di tè e guardare fuori dalla finestra. Ma poi penso che posso fare tutto questo a casa. La mia vasca. Il mio tè. La mia neve.

Fika. Da quando ho capito cosa vuol dire non ho smesso di ridacchiare. Perché a Stoccolma "fika" significa "caffè & pasticcini". Istruzioni: mai da soli, sempre in compagnia; possibilmente il venerdì pomeriggio, preludio al weekend, ma non solo. Orari preferiti: verso le 10, oppure le 15, quando i caffè si affollano. E’ la pausa dolce tipica svedese, ma reloaded: indispensabile una tazza di caffè (non paragonabile a quello italiano, ma pazienza), più un’intera sfilata di dolcetti, cominciando con i Kanelbullar, le "chiocciole" a spirale con cardamomo e cannella. Vado a Vetekatten, pasticceria storica del 1928, fondata da un’agguerrita donna imprenditrice tra l’altro; ora completamente ristrutturata. Dettaglio che mi colpisce: in tutti i caffè non c’è servizio al tavolo. Fai la coda al banco, scegli bevanda o dolci; poi il caffè te lo versi (quante tazze vuoi) da una specie di samovar che è in un angolo insieme alle tazze.

Libro di riferimento: in viaggio per Stoccolma leggo Millennium 4, ovvero "Quello che non uccide" (Marsilio), la nuova puntata della saga thriller di "Uomini che odiano le donne". Stieg Larsson, l’autore e inventore dell’agguerrita Lisbeth Salander e di Mikael Blomkvist, è scomparso qualche anno fa. Ma chi ha preso la penna (o meglio: il computer), al posto suo, David Lagercrantz, è bravissimo lo stesso. E il romanzo è tutto ambientato in una fredda Stoccolma.

CINA
La cosa più straordinaria di Shanghai è il fiume: con i cargo che scivolano, sembrano lenti ma sono veloci. Città di commerci e di incroci. A West Bund, l’ex zona dell’Expo dove ora la gente va a passeggiare, fare jogging, dove ci sono musei d’arte contemporanea straordinari come il Long Museum, tra le gru del porto. Mi ci porta un un amico architetto (romano, ma qui a Shanghai da undici anni), e in bici, nonostante le mie proteste. Guardiamo insieme i cargo passare sul fiume, le gru arancioni. Io penso alla gru antica e in disuso del Porto Vecchio di Trieste, che ha anche un soprannome: Ursus. E che una volta è stata strappata dagli ormeggi dalla bora. Glielo racconto. Sembra così lontano, e così vicino, il mio golfo, da qui.
La stanza del mio albergo ha una vasca che si appoggia alla finestra; una grande finestra vetrata, schermata da una persiana leggerissima; faccio il bagno guardando la sera che scende e i grattacieli di Shanghai. Piccolo lusso: i sali da bagno. Mando una foto al marito, l’Amorevole Consorte che è a casa. Adoro le vasche. Quelle con vista poi… Adoro gli smartphone che ti permettono di condividere, in tempo reale, (quasi) tutto, frammenti di vita lanciati alle persone a cui vuoi bene attraverso il telefonino.

Libro di riferimento: è in "Balzac e la piccola sarta cinese" (di Dai Sijie, Einaudi), che si racconta di come, durante la Rivoluzione Culturale, i cinesi fossero obbligati a strappare l’erba dal prato perché era "borghese"? Forse era in quelle pagine. Lette tanto tempo fa, quando la Cina era ancora per me solo un punto sulla mappa, e i primi ristoranti cinesi a Milano.

OSLO
Cammino per la seconda volta nella mia vita "sopra" una straordinaria architettura: l’Opera House, costruita dagli Snøhetta, è un capolavoro bianco sul porto, che scivola dolcemente verso il mare. E’ pieno di gente che viene qui anche solo a camminare. Architettura amica.
Andiamo a pranzo in un’osteria (ma si dirà, a Oslo, osteria?), diciamo un ristorante tipico, meravigliosamente vintage. Schrøder: decoro anni Cinquanta, rimasto intatto da allora. Sembra un film di Kaurismaki (sì, lo so che è finlandese, ma l’atmosfera è quella). Tavoli già occupati, qualche signore anziano da solo, signore con i capelli di messinpiega, un tavolo di trentenni. Tutti norvegesi, tranne noi, e il cuoco, che è pakistano: o meglio, pakistano norvegese, visto che è qui da vent’anni almeno, e che cucina pazientemente i piatti della tradizione. Polpettine di carne, puré di patate e piselli, una salsa aspra con delle bacche. Cibo dimenticabile, ma anche le ricette sono vintage. E l’imperturbabile cuoco pakistano. Quando si dice integrazione. Qui Jo Nesbø ha ambientato delle scene dei suoi thriller, qui viene a mangiare il suo detective Harry Hole, mi sembra di capire dalle copertine affisse alle pareti. Scenario da thriller.

Qui a Oslo c’è il più alto numero pro capite di auto elettriche, mi dicono. Io, che non riconosco un’auto elettrica da una normale, noto invece il più alto numero pro capite di baretti carini dove bere il caffè. Oslo è una città anti-Starbucks, che ha scoperto di recente la meraviglia aromatica dei caffè da tutto il mondo. Poltrone, wifi, caffè ottimo dal Guatemala o dall’Etiopia, persino il cappuccino non è male.

Libro di riferimento: non posso non pensare all’autobiografia fiume di Karl Ove Knausgård, che è, per l’appunto, norvegese (il primo volume è "La morte del padre", tutti Feltrinelli). In una bella libreria in centro le copie sono impilate e accostate accanto a quelle dell'altra opera extralarge che mi ha appassionato ultimamente: "L’amica geniale", di Elena Ferrante (e/o). Due narratori fiume, insieme in vetrina.

BEIRUT
Sporting Club: ovvero uno dei luoghi iconici di Beirut (scusate, mi è scappato l’aggettivo "iconico". Perversione da giornalista glam cheap). Sporting Club, dicevo, ovvero uno stabilimento balneare praticamente in città, arrampicato sulle rocce, che è lì dagli anni Sessanta, scampato a tutte le guerre civili e anche al glamour post (le sedie e le sdraio sono, purtroppo, quelle di plastica bianca che invadono il mondo). La vista è spettacolare. Mi porta qui un’amica libanese che vive a Londra: era il suo posto del cuore da ragazza; ogni volta che torna a Beirut, torna qui. Ci tuffiamo in acqua: il mare è pieno di onde, un mare straniero; il sole, in questa giornata di ottobre, scotta. Io penso con nostalgia all’Ausonia, il "bagno " (noi diciamo così, non stabilimento balneare) in centro a Trieste, meravigliosamente anni Trenta. Ti devo portare, le dico.
Una tazza, anzi due, dorate, fragili e bellissime insieme. Mi piacciono le tazze, ma queste sono davvero stupende. Sono a casa di una designer libanese, Karen Chekerdjian (ma di famiglia armena, come dichiara il cognome). La conosco per i suoi tavolini color oro a forma di bustina di cupcake rovesciata, che mi fanno allegria. Ma queste tazze, sembrano d’oro anche loro! Chiedo il permesso di fotografarle (da quando sono diventata un’addicted di Instagram?). L’unica altra volta che ho visto delle tazze così belle era a casa di Peter Cameron a New York; lui, uno dei miei scrittori preferiti. Ci sono dei momenti in cui, non vista, vorrei infilarmi certe tazze in borsa e portarmele via.

Ci sono case che portano ancora i segni della guerra. Ci sono grattacieli vuoti che, mi spiegano, erano quelli preferiti dai cecchini. C’è una discoteca famosa che è dentro un bunker, il capolavoro, pare, dell’architetto libanese più famoso: Bernard Khoury. All’alba il bunker si apre e una grande parete a specchio si alza e riflette la luce del sole che nasce. Potente metafora di un Libano che ha una voglia disperata di vivere, e vive di notte, sempre, anche durante la guerra. Io alle dieci di sera ho già sonno. Ci andrò la prossima volta, penso, mentre mi rifugio nella mia camera d’albergo e litigo, come al solito, con le luci (ma perché non riesco mai a capire come funzionano gli interruttori? E soprattutto, perché ci sono così tanti interruttori nelle camere d’albergo, e nascosti nei posti più impensati?).

Film di riferimento: non un libro ma un film, che ho visto anni fa e mai dimenticato. "La donna che canta". Girato da Dennis Villeneuve, regista canadese, e basato sulla piéce teatrale di un rifugiato libanese. Potente, tragico, straziante. Il Libano e la guerra degli anni '70, e una grande protagonista.

DUBAI
Ma esistono le tortore, a Dubai, o è un’allucinazione? Ci sono degli uccelli color bruno chiaro che sento tubare al mattino, nonostante le finestre sigillate dell’albergo; e che al pomeriggio vengono in piscina, qui in questa piscina assurda tra i grattacieli, dove i capanni di sera diventano alcove dove cenare, ed eventualmente fumare narghilè.
Io una sera ceno in camera, chiamo il room service e mi risponde il mio "dream maker". Davvero un peccato sprecare quest’occasione per una noodles soup, la minestra di verdure e spaghettini che è tutto quello che desidero quando sono in viaggio e non sto bene. Comunque il dream maker, constatato che non c’è sul menu, me la fa preparare lo stesso. Arriva con due fettine di limone accanto al piatto, da spremere dentro. Buonissimo, copierò. (Ho dovuto ricorrere al dream maker perché il menu è solo digitale, sullo schermo della televisione, e dopo aver litigato con il telecomando mi sono arresa. Odio i menu digitali, li metto nella lista insieme agli interruttori criptici).
Gita a un micro shopping mall: tutti gli uomini arabi vestiti di bianco impeccabile, seduti al caffè. Le donne vestite di nero, truccatissime, sotto il velo abiti e accessori firmati. Le borse sono quello su cui le donne arabe si scatenano, mi dice la proprietaria di un negozio: è una delle poche cose che si può vedere (o meglio mostrare), insieme agli occhi, truccatissimi, le sopracciglia disegnate perfettamente. L’abito bianco degli uomini mi affascina. Che cosa portano sotto, non saranno nudi come gli scozzesi sotto il kilt?, chiedo a un italiano che vive negli Emirati. Dei mutandoni alle ginocchia, spiega lui sorridendo. Alcuni abiti hanno una decorazione: una specie di nappina bianca attorcigliata che scende dal collo. Comunque sono così bianchi che mi fanno pensare al Dash.

A Dubai si può anche andare in autobus. Le fermate sono in vetro, ermeticamente chiuse, e con l’aria condizionata dentro.

Mi manca la pioggia, dice la ragazza calabrese che lavora nel negozio beauty dove mi propongono una seduta di nail art. Unghie davvero dipinte a mano, le mie da una ragazza giapponese appena arrivata da Tokyo, che ha con sé, avvolto in una specie di astuccio meraviglioso di bambù, i suoi pennelli personali. Scelgo il blu, come la protagonista del mio "Ultimamente mi sveglio felice"; e poi un disegno da una tavola infinita di possibilità: sulla mano destra, dei pois colorati come un dipinto di Damien Hirst; sull’indice destro, un frammento quasi di maiolica olandese, un paesaggio in bianco e blu a cui la ragazza giapponese aggiunge, in miniatura, una colomba. (O sarà una tortora araba?). Mi manca la pioggia, ripete la ragazza calabrese, che qui fa la parrucchiera: la ragazza a cui faceva spesso i capelli nel salone di Londra dove lavorava ha deciso di aprire un angolo beauty a Dubai e le ha offerto un lavoro. Ha un sacco di riccioli e parla italiano già con lo strano accento di chi vive da anni nel mondo. Le sue colleghe, tutte filippine, ci ascoltano parlare in italiano e ridono.

Libro di riferimento: persino io, lettrice onnivora, non ho riferimenti quando arrivo a Dubai, posto completamente fake, grattacieli e palme nel deserto. Per questo porto volentieri a casa un regalo, un piccolo libro di foto, quasi un notes, di un fotografo francese, Philippe Chancel (fa parte di una collana di piccoli quaderni fotografici che raccontano le città del mondo, Portraits de Villes, Les Editions Be-Pôles). Le foto sono quasi allucinazioni con l’aria calda del deserto: la Dubai che ho visto. Ma forse arriverà, qualche romanzo, dai tanti, tantissimi immigrati qui: più dell'80% degli abitanti viene da altre parti del mondo; trentenni inglesi expat che cercano fortuna, ragazze ucraine che lavorano negli alberghi, operai-schiavi moderni che arrivano dal Pakistan, dall’India, tuta ed elmetto in testa fuori dai cantieri della città. E no, non sono nelle fermate d'autobus con l'aria condizionata.

4 commenti

LISA | Martedì, 3 novembre 2015 @11:47

Carla, grazie a te, che mi hai dato una piccola "spintarella" per scrivere.

LISA | Martedì, 3 novembre 2015 @11:45

E' vero Alessandra, c'è l'acqua ovunque in questi racconti di viaggio. Sarà perché sono nata in una città di mare? Scrittura liquida. Grazie.

Alessandra R. | Martedì, 3 novembre 2015 @11:42

Oh Lisa ma che bello questo resoconto dei tuoi viaggi! Che poi chiamarlo resoconto è riduttivo. Quanto da dire, raccontare, descrivere ma cogliendone e spiegandone l’essenza, è come se si fosse svelato ogni singola cosa ed esperienza vissuta: in un concentrato hai permesso comunque di esplorare l’ignoto, quello nascosto, quello immaginato dietro le tue parole. L’ho letto a video ma l’ho stampato per rileggerlo dopo in pausa pranzo, con calma, in compagnia della mia schiscetta medio-orientale a base di hummus (homemade), carotine e tè verde. E proprio il "liquido" è il filo conduttore dei tuoi viaggi. Le tazze di tè, la vasca, il caffè, i sali da bagno, lo stabilimento balneare, la pioggia: liquidi o contenitori di liquidità! Ho colto (anche) quest’aspetto e sarà perché i tuoi racconti, le tue poesie, le tue impressioni, i tuoi consigli, sgorgano e scivolano e riempiono giornate e lacune che sembrano non finire mai. Il tuo diario di viaggio non mi ha fatto sentire inesperta o presa dall’irrefrenabile (ma immancabile sì!) desiderio di aggiungere qualcosa a sconsiderate wish list… no, mi sono sentita come se quei viaggi li avessi compiuti, e se mai, quello che ho appuntato sono ricordi. L’effetto della scrittura e del potere liquido delle tue parole. Grazie.

Carla | Martedì, 3 novembre 2015 @10:18

Grazie!! Sono bellissimi!

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.