Lisa Corva

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Che bello svegliarsi con la pioggia e pensare all’odore del deserto.

Lunedì, 15 febbraio 2016 @09:32

"Il treno rallentò alle porte di El Paso. Non svegliai Ben, il mio bambino, ma lo portai fuori, nello spazio tra le due carrozze, per poter guardare dai finestrini. E sentire quell’odore, l’odore del deserto. Caliche, artemisia tridentata, zolfo della fonderia, fuoco di legna delle capanne messicane vicino al Rio Grande."
(Lucia Berlin)
Che bello svegliarsi con la pioggia e pensare all’odore del deserto.

Che bello anche scoprire una scrittrice nuova. Lei è Lucia Berlin; il libro, che si intitola "La donna che scriveva racconti" (Bollati Boringhieri, traduzione Federica Aceto), uscirà il 19 febbraio (sì, è un piccolo grande lusso, quello di poter leggere, a volte, dei libri in anteprima). Chi era Lucia Berlin? Vi dico solo questo: a 32 anni aveva già alle spalle tre matrimoni, quattro figli, e vari tentativi di disintossicazione dall’alcol; nata in Alaska nel 1936 (il padre era un ingegnere minerario), passò l’infanzia nelle cittadine minerarie tra Idaho, Montana e Washigton; e poi ancora El Paso e Santiago del Cile. E poi… Poi tutta la sua vita è stata nomade; città e amori, e lavori per sopravvivere, l’infermiera, la donna delle pulizie (il titolo in inglese del libro è infatti "A manual for cleaning women"), e poi ancora traduttrice, insegnante… Tutto un mondo americano che viene filtrato e diventa, appunto, racconto. C’è la launderette, la lavanderia a gettoni, con i suoi assurdi incontri, nel primo che apre la raccolta; e poi ancora storie di traslochi, di centri di detox nel deserto, di diner di periferia, di campi di lupini fioriti nel Texas e spiagge messicane. Ci sono umiliazioni e innamoramenti e disperazione e momenti di incredibile felicità. C’è l’incredibile bravura di saper distillare tutto questo in un racconto. L’avete capito: sono conquistata. Anche se Lucia Berlin è quanto di più lontano dai miei cult, dalle mie romantiche ironiche scrittrici inglesi di inizio Novecento. Ma forse, mi piace proprio per questo. Per questo saperci trasportare in una lavanderia a gettoni nell’America degli anni Settanta. O negli odori del deserto ai confini con il Messico, un deserto dove non sono mai stata, ma che mi sembra già di poter amare. (Anche se non ho idea di che cosa sia la "caliche", ho dovuto controllare: un carbonato di calcio, una roccia, quella su cui probabilmente cresce la sagebrush o artemisia del racconto. Non vi sembra quasi di stare passeggiando lì?).

9 commenti

Giusy | Lunedì, 15 febbraio 2016 @17:24

piccola correzione: naturalmente (of course) dopo aver letto il tuo "post"

Giusy | Lunedì, 15 febbraio 2016 @17:19

Cara Lisa, di tutto questo ho letto solo il sito dedicato a Lucia Berlin_ Davvero affascinante, penso un po' inquieta e problematica ma non sta a me giudicare, Mi sa che comprerò "la donna che scrive racconti"
Stavolta mi applicherò per non risultare anonima---

LISA | Lunedì, 15 febbraio 2016 @16:53

Monique, è bello pensare che una scrittrice dimenticata venga riscoperta. Intanto ho trovato il sito che le hanno dedicato, con molte foto anni 60 e 70. E com'era bella... http://luciaberlin.com

Monique | Lunedì, 15 febbraio 2016 @13:46

La scorsa settimana anche su DLifestyle de La Repubblica è stato pubblicato un bellissimo articolo su di lei.
Gettonatissima, mai aggettivo più calzante ;-)

LISA | Lunedì, 15 febbraio 2016 @13:05

Grazie! Infatti è uno dei racconti del libro che sto leggendo io. Il che mi fa pensare che la scrittura e la poesia nascono davvero ovunque: in una lavanderia a gettoni, su un autobus, in un ospedale...

Monique | Lunedì, 15 febbraio 2016 @12:43

Ops, scusa! Eccolo nella versione "ripulita"

"Il giorno che ho bucato"

Di solito il pensiero di invecchiare non mi crea problemi. Ci sono cose che mi provocano una fitta di dolore, come guardare chi va sui pattini. Sembrano così liberi, gambe lunghe che scivolano via, capelli che fluttuano nell’aria. Altre cose mi gettano nel panico, come le porte della BART. L’attesa è lunga prima che si aprano, quando il treno si ferma. L’attesa non è molto lunga, ma dura comunque troppo. Non c’è tempo. E le lavanderie a gettoni. Ma quelle erano un problema anche quando ero giovane. Richiedono troppo tempo, persino quelle della catena Speed Queen. Mentre stai seduto lì, tutta la vita ti passa davanti agli occhi, come se stessi affogando. Naturalmente se avessi un’auto potrei andare dal ferramenta o all’ufficio postale per poi tornare e infilare i panni nell’asciugatrice. Le lavanderie senza assistenti sono anche peggio. Mi sembra sempre di essere l’unica persona lì dentro. Ma tutte le lavatrici e le asciugatrici sono in funzione... gli altri sono andati dal ferramenta. Ho conosciuto moltissimi assistenti di lavanderie a gettoni, gli incombenti Caronte, che cambiano i soldi o che non hanno mai spiccioli. Ora è la volta della grassa Ophelia che dice Fubito invece di Subito. Le si è rotta la dentiera masticando carne essiccata. Ha un seno così enorme che deve girarsi di lato per passare dalle porte, come se fosse un tavolo da cucina. Quando arriva lungo il corridoio armata di straccio e bastone tutti si spostano e spostano anche le ceste. Cambia canale in continuazione. Proprio quando abbiamo deciso di guardare The Newlywed Game lei prende il telecomando e mette su Ryan’s Hope. Una volta, per essere gentile, le ho detto che anch’io avevo le vampate di calore, e ora mi associa a questa cosa... La Menopausa. « Come va con la menopausa? » dice, ad alta voce, invece di buongiorno. E questo non fa che peggiorare le cose, mentre sto seduta lì, a riflettere, a invecchiare. I miei figli sono grandi ormai, quindi sono passata da cinque lavatrici a una, però una ci mette lo stesso tempo. La settimana scorsa ho traslocato, probabilmente per la duecentesima volta. Ho portato in lavanderia tutte le lenzuola, le tende, gli asciugamani, avevo il carrello della spesa pieno fino all’orlo. Nel negozio c’era un sacco di gente; non c’erano lavatrici libere in fila. Ho messo tutte le mie cose dentro tre macchine e sono andata da Ophelia per farmi dare gli spiccioli. Quando sono tornata, ho messo dentro soldi e sapone e ho avviato le macchine. Solo che erano quelle sbagliate. Tre macchine che avevano appena finito di lavare i vestiti di un tizio. Ho cominciato a indietreggiare verso le lavatrici. Ophelia e l’uomo mi si sono parati davanti. Io sono grossa, porto i collant Big Mama, ma loro due erano enormi. Ophelia aveva in mano una confezione di spray pretrattante. L’uomo portava un paio di jeans corti sfrangiati, le cosce enormi ricoperte da un tappeto di peli rossi. La sua barba era spessa, non sembrava fatta di peli, somigliava a un’imbottitura rossa. In testa aveva un berretto da baseball con su un gorilla. Il berretto non era piccolo, ma i suoi capelli erano così folti che spingevano su il cappello facendogli superare i due metri di altezza. Sbatteva pesantemente il pugno sul palmo rosso dell’altra mano. «Ma cazzo. E che cazzo! » Ophelia non era minacciosa; lei voleva proteggermi, pronta a mettersi tra me e lui, o tra lui e le lavatrici. Dice sempre che in lavanderia non c’è niente che lei non sia in grado di sistemare. «Signore, le conviene sedersi e rilassarsi. Non è possibile fermare le lavatrici una volta che sono partite. Guardi un po’ la tv, si beva una Pepsi » . Ho messo i quarti di dollaro nelle lavatrici giuste e le ho avviate. Poi mi sono ricordata che ero al verde, che non avevo più sapone e che quei quarti mi servivano per le asciugatrici. Mi sono messa a piangere.
«E adesso cosa cazzo ha da piangere, questa qui? Sai che fine ha fatto il mio sabato, brutta sciattona? Cristo santo » . Mi sono offerta di mettergli i vestiti nelle asciugatrici, se magari doveva andare da qualche parte. « Non avvicinarti ai miei vestiti. Tieni giù le mani dai miei vestiti, capito? » Non c’erano altri posti dove sedersi, se non accanto a me. Guardavamo le lavatrici. Speravo che uscisse dal negozio, ma è rimasto seduto lì. La sua gambona destra vibrava come una lavatrice in centrifuga. Sei lucine rosse ci guardavano fisse. « Fai sempre tutto a cazzo di cane? » mi ha chiesto. « Senta, mi dispiace. Ero stanca. Avevo fretta». Ho cominciato a ridacchiare per il nervosismo. « Che tu ci creda o no, anch’io ho fretta. Guido un camion col rimorchio. Sei giorni la settimana. Dodici ore al giorno. E ora ecco qua. Il mio giorno libero bello che andato » . « Per quale motivo ha fretta? » voleva essere una domanda educata, ma lui ha letto un intento sarcastico. «Senti, cretina. Se tu fossi un maschio, ti ci ficcherei a te dentro la lavatrice. Poi metterei quella testa vuota che ti ritrovi nell’asciugatrice e l’accenderei a duecento gradi » . « Le ho già chiesto scusa». «Scusa un bel paio di palle. Dovresti chiedere scusa di essere nata, altro che. Ho capito subito che eri una povera sfigata, prima ancora che mettessi le mani sui miei vestiti. Non ci posso credere. S’è messa a piangere un’altra volta. Ma Cristo santo». Arrivò Ophelia, torreggiante. « Smettila di darle fastidio, capito? So che sta passando un momento difficile » . Come faceva a saperlo? Ero esterrefatta. Sa tutto, questa gigantesca sibilla nera, questa sfinge. Ah, probabilmente si riferisce alla Menopausa. « Le piego i vestiti, se vuole » ho detto all’uomo. « Shh, bella » ha detto Ophelia. « Il punto è, che importanza ha? Cent’anni e non importerà niente a nessuno di queste cose». «Cent’anni» ha ripetuto lui a bassa voce. «Cent’anni». E anch’io pensavo la stessa cosa. Un secolo. Le nostre macchine continuavano ad agitarsi, e tutte le lucine rosse della centrifuga erano accese. «Almeno i suoi panni sono puliti. Io il sapone l’ho finito » . « Te lo compro io il sapone, Cristo » . « È troppo tardi. Ma grazie lo stesso » . « Non mi ha rovinato la giornata, questa qui. Mi ha rovinato tutta la cazzo di settimana. E non ha neanche il sapone » . È tornata Ophelia, si è chinata per parlarmi all’orecchio. « Io ho qualche perdita. Il dottore dice che se continua così dovrò farmi un raschiamento. Tu le hai, le perdite?» Ho scosso la testa. «Ti verranno. I problemi delle donne non finiscono mai. Problemi e problemi, tutta la vita. E poi sono gonfia. Anche tu? » « Ha la testa, gonfia, questa qui» ha detto l’uomo. « Senti, io vado alla macchina a prendermi una birra. Mi devi promettere che non ti avvicini alle mie lavatrici. Le tue sono 34, 39, 43. Capito? » « Sì. 32, 40, 42 » . Non ha trovato la battuta divertente. Il bucato era all’ultimo giro di centrifuga. I miei panni avrei dovuto stenderli ad asciugare sulla staccionata. Non appena mi avessero pagato sarei tornata col sapone. « Jackie Onassis cambia le lenzuola tutti i giorni » ha detto Ophelia. « Follia pura, se vuoi saperlo » . « Follia pura » ho convenuto. Prima di tirare fuori i miei panni ho lasciato che l’uomo mettesse i suoi in un cestino e andasse alle asciugatrici. Alcune persone sorridevano, ma io le ho ignorate. Ho riempito il mio carrello di lenzuola e asciugamani bagnati. Era così pesante che non riuscivo quasi a spingerlo, fradicio, e non ci entrava più niente. Mi sono messa sulle spalle le tende rosa. In fondo alla stanza l’uomo ha cominciato a dire qualcosa, ma poi si è girato dall’altra parte. Ci ho messo un sacco di tempo a tornare a casa. E ancora di più ad appendere tutto, anche se avevo trovato una corda. Stava scendendo la nebbia. Mi sono versata un po’ di caffè e mi sono seduta sui gradini dietro casa. Ero felice. Mi sentivo calma, rilassata. La prossima volta che salgo sulla BART, non ci penserò nemmeno a scendere prima che il treno si fermi. Quando si fermerà, scenderò appena in tempo.

LISA | Lunedì, 15 febbraio 2016 @12:05

Monique, grazie! Ma ti è finito dentro il raccolto anche un pezzo dell'introduzione a lei. Prova a ricopiarlo!

Monique | Lunedì, 15 febbraio 2016 @11:54

Proprio ieri, sull'inserto del Sole 24 Ore è stato pubblicato questo racconto di Lucia Berlin, in cui la scrittrice narra con ironia quanto possa essere spaventoso trovarsi in una lavanderia a gettoni:

"Il giorno che ho bucato"
Di solito il pensiero di invecchiare non mi crea problemi. Ci sono cose che mi provocano una fitta di dolore, come guardare chi va sui pattini. Sembrano così liberi, gambe lunghe che scivolano via, capelli che fluttuano nell’aria. Altre cose mi gettano nel panico, come le porte della BART. L’attesa è lunga prima che si aprano, quando il treno si ferma. L’attesa non è molto lunga, ma dura comunque troppo. Non c’è tempo. E le lavanderie a gettoni. Ma quelle erano un problema anche quando ero giovane. Richiedono troppo tempo, persino quelle della catena Speed Queen. Mentre stai seduto lì, tutta la vita ti passa davanti agli occhi, come se stessi affogando. Naturalmente se avessi un’auto potrei andare dal ferramenta o all’ufficio postale per poi tornare e infilare i panni nell’asciugatrice. Le lavanderie senza assistenti sono anche peggio. Mi sembra sempre di essere l’unica persona lì dentro. Ma tutte le lavatrici e le asciugatrici sono in funzione... gli altri sono andati dal ferramenta. Ho conosciuto moltissimi assistenti di lavanderie a gettoni, gli incombenti Caronte, che cambiano i soldi o che non hanno mai spiccioli. Ora è la volta della grassa Ophelia che dice Fubito invece di Subito. Le si è rotta la dentiera masticando carne essiccata. Ha un seno così enorme che deve girarsi di lato per passare dalle porte, come se fosse un tavolo da cucina. Quando arriva lungo il corridoio armata di straccio e bastone tutti si spostano e spostano anche le ceste. Cambia canale in continuazione. Proprio quando abbiamo deciso di guardare The Newlywed Game lei prende il telecomando e mette su Ryan’s Hope. Una volta, per essere gentile, le ho detto che anch’io avevo le vampate di calore, e ora mi associa a questa cosa... La Menopausa. « Come va con la menopausa? » dice, ad alta voce, invece di buongiorno. E questo non fa che peggiorare le cose, mentre sto seduta lì, a riflettere, a invecchiare. I miei figli sono grandi ormai, quindi sono passata da cinque lavatrici a una, però una ci mette lo stesso tempo. La settimana scorsa ho traslocato, probabilmente per la duecentesima volta. Ho portato in lavanderia tutte le lenzuola, le tende, gli asciugamani, avevo il carrello della spesa pieno fino all’orlo. Nel negozio c’era un sacco di gente; non c’erano lavatrici libere in fila. Ho messo tutte le mie cose dentro tre macchine e sono andata da Ophelia per farmi dare gli spiccioli. Quando sono tornata, ho messo dentro soldi e sapone e ho avviato le macchine. Solo che erano quelle sbagliate. Tre macchine che avevano appena finito di lavare i vestiti di un tizio. Ho cominciato a indietreggiare verso le lavatrici. Ophelia e l’uomo mi si sono parati davanti. Io sono grossa, porto i collant Big Mama, ma loro due erano enormi. Ophelia aveva in mano una confezione di spray pretrattante. L’uomo portava un paio di jeans corti sfrangiati, le cosce enormi ricoperte da un tappeto di peli rossi. La sua barba era spessa, non sembrava fatta di Anticipiamo un brano del libro di Lucia Berlin La donna che scriveva racconti (titolo originale A Manual for Cleaning Women), Bollati Boringhieri, Torino, pagg. 462, € 18.50, in libreria dal 18 febbraio. Nata in Alaska nel 1936, visse in molti stati seguendo il padre, ingegnere minerario. Quando questo si arruolò, nel 41 si trasferì con la madre a El Paso, poi a Santiago del Cile. Da adulta continuò a condurre una vita nomade, vivendo prima in Messico, poi in Arizona, New Mexico, NY; a 32 anni aveva già alle spalle tre matrimoni e quattro figli. Per mantenerli fece anche i lavori più umili. Morì nel 2004, dopo aver sconfitto un cancro. Solo dopo morta i suoi racconti cominciarono ad avere un grande successo e ora è considerata un’interprete d’eccezione di un genere spesso definito "auto-fiction" o self-fiction": ha continuamente rimodellato e reinventato la sua storia personale e famigliare dentro il suo universo narrativo. Lei stessa definisce la sua narrativa «una trasformazione, non una distorsione della realtà». peli, somigliava a un’imbottitura rossa. In testa aveva un berretto da baseball con su un gorilla. Il berretto non era piccolo, ma i suoi capelli erano così folti che spingevano su il cappello facendogli superare i due metri di altezza. Sbatteva pesantemente il pugno sul palmo rosso dell’altra mano. «Ma cazzo. E che cazzo! » Ophelia non era minacciosa; lei voleva proteggermi, pronta a mettersi tra me e lui, o tra lui e le lavatrici. Dice sempre che in lavanderia non c’è niente che lei non sia in grado di sistemare. «Signore, le conviene sedersi e rilassarsi. Non è possibile fermare le lavatrici una volta che sono partite. Guardi un po’ la tv, si beva una Pepsi » . Ho messo i quarti di dollaro nelle lavatrici giuste e le ho avviate. Poi mi sono ricordata che ero al verde, che non avevo più sapone e che quei quarti mi servivano per le asciugatrici. Mi sono messa a piangere.
«E adesso cosa cazzo ha da piangere, questa qui? Sai che fine ha fatto il mio sabato, brutta sciattona? Cristo santo » . Mi sono offerta di mettergli i vestiti nelle asciugatrici, se magari doveva andare da qualche parte. « Non avvicinarti ai miei vestiti. Tieni giù le mani dai miei vestiti, capito? » Non c’erano altri posti dove sedersi, se non accanto a me. Guardavamo le lavatrici. Speravo che uscisse dal negozio, ma è rimasto seduto lì. La sua gambona destra vibrava come una lavatrice in centrifuga. Sei lucine rosse ci guardavano fisse. « Fai sempre tutto a cazzo di cane? » mi ha chiesto. « Senta, mi dispiace. Ero stanca. Avevo fretta». Ho cominciato a ridacchiare per il nervosismo. « Che tu ci creda o no, anch’io ho fretta. Guido un camion col rimorchio. Sei giorni la settimana. Dodici ore al giorno. E ora ecco qua. Il mio giorno libero bello che andato » . « Per quale motivo ha fretta? » voleva essere una domanda educata, ma lui ha letto un intento sarcastico. «Senti, cretina. Se tu fossi un maschio, ti ci ficcherei a te dentro la lavatrice. Poi metterei quella testa vuota che ti ritrovi nell’asciugatrice e l’accenderei a duecento gradi » . « Le ho già chiesto scusa». «Scusa un bel paio di palle. Dovresti chiedere scusa di essere nata, altro che. Ho capito subito che eri una povera sfigata, prima ancora che mettessi le mani sui miei vestiti. Non ci posso credere. S’è messa a piangere un’altra volta. Ma Cristo santo». Arrivò Ophelia, torreggiante. « Smettila di darle fastidio, capito? So che sta passando un momento difficile » . Come faceva a saperlo? Ero esterrefatta. Sa tutto, questa gigantesca sibilla nera, questa sfinge. Ah, probabilmente si riferisce alla Menopausa. « Le piego i vestiti, se vuole » ho detto all’uomo. « Shh, bella » ha detto Ophelia. « Il punto è, che importanza ha? Cent’anni e non importerà niente a nessuno di queste cose». «Cent’anni» ha ripetuto lui a bassa voce. «Cent’anni». E anch’io pensavo la stessa cosa. Un secolo. Le nostre macchine continuavano ad agitarsi, e tutte le lucine rosse della centrifuga erano accese. «Almeno i suoi panni sono puliti. Io il sapone l’ho finito » . « Te lo compro io il sapone, Cristo » . « È troppo tardi. Ma grazie lo stesso » . « Non mi ha rovinato la giornata, questa qui. Mi ha rovinato tutta la cazzo di settimana. E non ha neanche il sapone » . È tornata Ophelia, si è chinata per parlarmi all’orecchio. « Io ho qualche perdita. Il dottore dice che se continua così dovrò farmi un raschiamento. Tu le hai, le perdite?» Ho scosso la testa. «Ti verranno. I problemi delle donne non finiscono mai. Problemi e problemi, tutta la vita. E poi sono gonfia. Anche tu? » « Ha la testa, gonfia, questa qui» ha detto l’uomo. « Senti, io vado alla macchina a prendermi una birra. Mi devi promettere che non ti avvicini alle mie lavatrici. Le tue sono 34, 39, 43. Capito? » « Sì. 32, 40, 42 » . Non ha trovato la battuta divertente. Il bucato era all’ultimo giro di centrifuga. I miei panni avrei dovuto stenderli ad asciugare sulla staccionata. Non appena mi avessero pagato sarei tornata col sapone. « Jackie Onassis cambia le lenzuola tutti i giorni » ha detto Ophelia. « Follia pura, se vuoi saperlo » . « Follia pura » ho convenuto. Prima di tirare fuori i miei panni ho lasciato che l’uomo mettesse i suoi in un cestino e andasse alle asciugatrici. Alcune persone sorridevano, ma io le ho ignorate. Ho riempito il mio carrello di lenzuola e asciugamani bagnati. Era così pesante che non riuscivo quasi a spingerlo, fradicio, e non ci entrava più niente. Mi sono messa sulle spalle le tende rosa. In fondo alla stanza l’uomo ha cominciato a dire qualcosa, ma poi si è girato dall’altra parte. Ci ho messo un sacco di tempo a tornare a casa. E ancora di più ad appendere tutto, anche se avevo trovato una corda. Stava scendendo la nebbia. Mi sono versata un po’ di caffè e mi sono seduta sui gradini dietro casa. Ero felice. Mi sentivo calma, rilassata. La prossima volta che salgo sulla BART, non ci penserò nemmeno a scendere prima che il treno si fermi. Quando si fermerà, scenderò appena in tempo.

Alessandra R. | Lunedì, 15 febbraio 2016 @10:14

Poli opposti si susseguono: i tempi moderni e il secolo scorso; il vecchio continente e il nuovo. La pioggia e il deserto. Ma gli opposti si sa, attraggono anche. Come forte l'attrazione per posti o situazione "aride" ma non per questo meno dense di emozioni. Intrigante questo nuovo libro. E lo sarà anche questa nuova settimana?! Speriamo di sì. E allora buon lunedì!

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.