Lisa Corva

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Cronache da Hong Kong. Un negozio di scarpe con un caffè, scale mobili tra i grattacieli, noodles and dumplings soup, e prendere lo Star Ferry al tramonto.

Martedì, 29 marzo 2016 @09:10

"A place for women with a past and men with no future", un posto per donne con un passato e uomini senza futuro. Così ha commentato un’amica inglese giramondo (dopo aver vissuto a Hong Kong ora è a Tokyo) il Foreign Correspondents’ Club, ovvero un angolo della Hong Kong coloniale sopravvissuto tra i grattacieli. Un club privato in un vecchio palazzo fine anni ‘40, dentro tutto boiserie, un grande bar-bistrot dove i soci possono andare a lavorare, bere un drink, alla parete gli orologi d’epoca con le ore del mondo. Così si lavorava prima di Internet. Ma il FCC è ancora vivo, pieno di chiacchiere e gente, sogni e pettegolezzi e ricordi. Fascinoso, soprattutto per chi ama il rétro come me. E infatti non ho saputo resistere e, prima di partire, sono andata anche a prendere il tè delle cinque al Peninsula Hotel (una delusione: c’era un solo unico "cucumber sandwich", i dolcetti non erano granché, per fortuna gli scones erano caldi e sono arrivati con "clotted cream" e marmellata, come di rigore).
Ma questa è Hong Kong di una volta, la vecchia colonia inglese; adesso è un mix di Cina e New York, tutto organizzatissimo, metropolitana impeccabile, la città che si gira con passaggi sopraelevati o dentro gli shopping center, e persino scale mobili che si inerpicano all’aperto, sulla collina. E più degli scones mi è piaciuta la "noodles and dumpling soup "(ovvero un brodo con dentro sia noodles, spaghetti, che dumplings, ravioli) che andavo a prendere in un ristorante dentro una shopping mall, ovviamente! Diciamo una specie di pizzeria taiwanese… Adoro le noodles soup, e se solo questa fosse all’angolo con casa mia ci andrei una sera sì e una no.
Altre cose meravigliose di Hong Kong, e le scrivo qui alla rinfusa, in quello che è il caleidoscopio vivente della città: la Shoe Library, circa 2000 metri quadrati di scarpe con un caffè dentro (mi sono provata la mia nuova ossessione, le ballerine "lace up", che si allacciano alla caviglia, ma no, non le ho comprate, primo perché erano italiane, secondo perché erano assolutamente fuori budget). Upper House, un fantastico albergo e ristorante con vista sulla baia, dove sono finita perché ho intervistato André Fu, nuovo gentile designer emergente asiatico, che ha progettato l’interior sia della Shoe Library che di Upper House (e così mi sono lavata le mani in uno dei bagni più scenografici in cui sia mai stata, con vetrate vertiginose sui grattacieli e le colline tropicali). Gli incensi profumati del tempio di Man Mo. I cinque piani di Police Married Headquarters, un edificio anni '50 dove abitavano i poliziotti sposati in città, e dove ora ogni stanza è diventata un caffè, un piccolo atelier di moda o design, una libreria… E poi ancora gli incontri: con Pearl Lam, potentissima gallerista cinese con i capelli dipinti di viola, che arriva, come in un film, in una limousine nera coi vetri oscurati; e prima dell’intervista vuole assolutamente che io assaggi una gelatina di "water chestnut", castagne d’acqua, che la sua assistente è andata a comprarle in un vicolo, immagino (per tutta l’intervista, più che d’arte, abbiamo parlato di cibo!). Enrico Marone Cinzano, vero gentleman, discendente del conte Cinzano, proprio lui, quello del vermouth, che qui presenta una collezione di mobili pezzi unici, nella galleria di Pearl Lam. L’unico uomo che io abbia conosciuto che, pur in jeans e giacca biker, fa ancora il baciamano. E fuori dalla galleria d’arte di Pearl, basta girare l’angolo e sei in una via-mercato con solo inquietanti pesci e molluschi secchi in vendita. Quasi un’installazione.
Ma forse la cosa che più mi è rimasta nel cuore è prendere lo Star Ferry, il traghettino che attraversa la baia da Kowloon a Hong Kong. Il mio albergo era proprio davanti alla fermata del traghetto (quasi un vaporetto veneziano!). Bellissimo uscire nella twilight, l’ora prima del tramonto, quando le luci stanno per cambiare, con i grattacieli caleidoscopici davanti a me. La baia di Hong Kong. Di notte, a volte, nella mia camera d’albergo, sentivo le sirene delle navi. Come a Trieste. Come a casa.

4 commenti

LISA | Mercoledì, 30 marzo 2016 @09:10

Giusy: no, a me Trieste non sembra orientale. Mi sembra sempre il porto della Mitteleuropa, anche se ormai è un porto dimenticato. Ma, come tutti i porti, ha dentro storie e pezzi di mondo che arrivano da lontano...

LISA | Mercoledì, 30 marzo 2016 @09:09

O forse, Carla, quando viaggiamo ci stupiamo di ritrovare qualcosa che, inaspettatamente, ci parla di casa. E' come una strizzata d'occhio, un sorriso, una carezza. O un espresso degno di questo nome in mezzo all'Oriente (ho trovato anche questo).

Carla | Martedì, 29 marzo 2016 @22:00

Come sempre bellissima la lisa-guida della città!! E bellissima la chiusa del racconto che ricorda il detto che i nostri vecchi, che di certo non viaggiavano (almeno i miei), dicevano : tutto il mondo è paese. In fondo ciascuno di noi nei suoi viaggi cerca di ritrovare gli elementi di ciò che riconosce come noti, come qualcosa di familiare, come di casa.

Giusy | Martedì, 29 marzo 2016 @15:01

E grazie, Lisa! avevo proprio voglia di viaggiare in Oriente...(anche Trieste è un filino orientale, vero?)

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.