Lisa Corva

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L’architettura va toccata. (Il mio incontro con Alejandro Aravena e la nuova Biennale Architettura).

Mercoledì, 25 maggio 2016 @08:26

Oggi, a Venezia, si inaugura la nuova Biennale Architettura (che rimarrà aperta fino al 27/11: http://www.labiennale.org/it/Home.html ). Ho incontrato, qualche mese fa, e proprio a Venezia, il fascinoso curatore, Alejandro Aravena. Questa è l’intervista che è uscita su DLui di Repubblica. Perché anche le case vanno toccate, a volte accarezzate.

Per Alejandro Aravena l’architettura è fatta di centimetri. L’architettura è pietra, legno e cemento; l’architettura va disegnata e misurata, se non con metro e matita, a braccia, a passi. Va toccata; niente computer, ma occhi e mani. Un approccio sensuale e "materico" per il nuovo curatore della Biennale Architettura (che aprirà a Venezia il 25 maggio). Un’edizione per cui è stato scelto un titolo "sul campo" appunto: "Reporting from the front". Outsider, non archistar, anche se ha appena ricevuto il Pritzker Prize di quest’anno, ovvero il Nobel degli architetti, Alejandro vive a Santiago del Cile, ed è sensuale senza volerlo: ha conquistato già tutti, anche per il suo look casual e la (s)pettinatura arruffata. Sorridente, aperto, parla un ottimo italiano (e conosce bene l’Italia, di cui ha "misurato" a braccia i più begli edifici del Rinascimento, come ci racconterà). E’ vestito, quando lo incontriamo, non del solito black prediletto dagli architetti, ma dei colori della sua terra: i bruni, i marroni, i grigi e gli ocra della Patagonia, o del deserto di Atacama.
"Ho studiato architettura in Cile, guardando sui libri le foto di capolavori per me lontanissimi. E li ho visti solo a 23 anni quando, arrivato in Italia, ho camminato per le calli di Venezia, per le strade di Firenze, tra i templi di Siracusa. Più che vederli, li ho disegnati, misurati. Interrogati. Solo così, con la matita o con il metro in mano, si riesce a percorrere la sequenza delle decisioni che hanno portato alla straordinarietà di un edificio. Perché una casa, un grattacielo, è fatta anche di questo: dei centimetri di una finestra, di una porta. Decisioni giuste, o sbagliate".
Architettura in centimetri: ci faccia un esempio.
"Firenze, Biblioteca Laurenziana, capolavoro di Michelangelo. All’entrata mi dissero: vietato fotografare. Ma io non fotografo, risposi, disegno e misuro. Risposta: vietato anche disegnare. E contare si può? Così ho contato. Ho contato gli scalini: 15 al centro, 14 ai lati. Quelli a lato erano più alti. E mi sono chiesto: perché? E’ l’occhio di uno scultore? E poi ho abbracciato le balaustre, per capire… Un oggetto inerte come una scalinata diventa vivo, è un corpo, una scultura".
E a Santiago cosa misurava?
"In Cile non misuro case, ma la natura. La nostra forza è questo: il non costruito".
Quindi, se dovesse indicare un suo posto del cuore in Cile?
"Il deserto di Atacama. Perché lì hai ancora la sensazione che, uscendo dalla strada segnata, sei il primo a mettere piede su quel pezzo di pianeta".
E un cibo che per lei è Cile?
"Erizos, i ricci di mare. Qualcosa di non "amichevole", posso dire così?, che prendiamo direttamente dalla natura. Lo tagli e mangi. Questo per me è il sapore della mia terra".
Il Cile per noi italiani forse è soprattutto Neruda…
"Io amo di più Nicanor Parra. Lo conosce? Il fratello della cantautrice Violeta Parra, che ora ha 101 anni. Non un poeta, ma un antipoeta. Matematico e fisico, figlio di una sarta e di un maestro di paese; un uomo che ha saputo scrivere "antipoesie" ironiche, taglienti, quotidiane".
Il Cile come progetto architettonico: che per lei è soprattutto social housing, case popolari.
"Il 60% di quello che si costruisce in Cile utilizza un sussidio statale. Di questo dobbiamo ringraziare anche un presidente illuminato come Michelle Bachelet".
Un presidente importante, la Bachelet; nuove pagine dopo quelle buie per il Cile. Lei che ricordi ha?
"Io sono nato nel ’67; e nel ’73, durante il golpe, ero solo un bambino. Ma ricordo gli aerei che bombardavano la Moneda, il palazzo presidenziale. Ricordo i miei genitori, che mi urlavano "per terra", durante le sparatorie".
Il suo slogan: "The half of a good house". Cioè?
"Cioè: quello che possiamo offrire, come edilizia popolare (Aravena lo fa con la sua società Elemental, ndr), è la metà di una buona casa. Non di una casa: non ci sarebbe merito. Ma i soldi a disposizione bastano per costruire la metà di una buona, solida casa. L’altra metà – che sia la veranda, o certe finiture interne, a seconda anche del clima, della posizione geografica – è il contributo del singolo e della comunità. Un sistema aperto, non "chiuso" come offre di solito l’architettura. Il primo esperimento è stato Quinta Monroy, a Iquique, nel 2003: un progetto esemplare. Ed è bellissimo rivederlo adesso, vedere la crescita naturale di un quartiere, di una casa, grazie al capitale umano, come poi è successo a Villa Verde, a Constitution. Un "modello aperto" che adesso ci hanno chiesto di esportare in Messico. Perché il problema di offrire a tutti una "buona" casa è globale, non locale".
Anche questo è "Reporting from the front"? Non progetti da archistar ma case, buone case per chi ne ha bisogno?
"Il senso è: migliorare le condizioni di tutti con quello che io chiamo "il costruito".
Sta parlando anche di progetti per i rifugiati?
"O, ancora meglio, progetti per evitare che chi fugge – non importa se da povertà, disastri naturali o guerre - debba andarsene e migrare. Ma questo lo vedremo durante la Biennale. Vorrei che l’invito, non solo ai curatori e agli architetti dei vari Paesi, fosse: fai qualcosa".
Ci sono architetti che si sono fatti coinvolgere dalla moda. Renzo Piano ha firmato una borsa per Max Mara, ispirata al suo Whitney Museum; Gehry, un "Twisted Box" per Vuitton… Lei cosa disegnerebbe?
"Davvero Piano e Gehry hanno firmato una borsa? Non lo sapevo". (ride). "Ma io no, non credo mi potrei occupare di moda. Però ho disegnato un gioiello, insieme a mia moglie: le nostre fedi di matrimonio. Sono anelli che si incastrano perfettamente l’uno nell’altro, si completano: ma hanno senso anche portati da soli, hanno una loro bellezza e indipendenza".
Gli guardo la mano: non porta anelli. Però è una storia così romantica… Lui nota lo sguardo e aggiunge:
"E’ vero, alla fine non li portiamo, né io nè lei. Ma c’è un’altra cosa che abbiamo progettato insieme: casa nostra, dove viviamo con le nostre bambine".
Dunque sfida il detto secondo cui la peggior punizione per un architetto è vivere nella casa che ha progettato?
(Ride ancora). "Di una cosa siamo sicuri: non la faremo fotografare mai. E’ una casa intorno alla vita, non una vita intorno alla casa".

1 commento

Giusy | Lunedì, 30 maggio 2016 @21:17

Affascinante intervista. Sono contenta di aver ritagliato un po' di tempo per leggerla e "gustarla" Alejandro Aravena...genial! E pensare che, pur comprando ogni giorno - ogni santo giorno - La Repubblica sono passata oltre a DLui....insomma: non ho nemmeno sfogliato e mi rincresce!

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.