Lisa Corva

Commenta come:
Testo:
Anti-Spam: CAPTCHA Image
 Immagine different
Posta commento

Ecco perché non sarebbe male vivere dentro un Serpentine Pavilion: cronache da Londra e dal Somerset.

Lunedì, 5 settembre 2016 @08:24

Sono appena tornata da un long weekend pieno di petali, architettura e meraviglie: in Inghilterra (chi mi segue su Instagram e Facebook ha già visto l’alluvione di foto: ero entusiasta!). Un long weekend intorno a due Serpentine Pavilion, che sono la mia passione.
Il primo padiglione era nel Somerset, in quel posto magico che è Hauser Wirth, la galleria d’arte-fattoria aperta due anni fa. Nel giardino, infatti, che è un capolavoro di Piet Oudolf (il garden designer che ha ideato tutta la vegetazione della High Line a Manhattan), è stato posizionato uno degli ex padiglioni effimeri della Serpentine, il "monolite" dell’architetto cileno Smiljan Radic (era il Pavilion del 2014). Il secondo padiglione è invece quello di quest’anno, nei giardini di Kensington, aperto fino ai primi di ottobre (ed è dell’architetto danese Bjarke Ingels, con il suo studio BIG). Nuvole fuori, io dentro a prendere un caffè: è bellissimo camminare ed entrare dentro l’arte, dentro il design…

Qui invece, trovate la mia intervista alla donna che li ha ideati, i Serpentine Pavilions, ovvero Julia Peyton-Jones: uscita ad agosto su D di Repubblica, la ricopio qui sotto. Insomma, un padiglione da archistar nella campagna inglese, e uno nei giardini nel cuore di Londra: non sarebbe male viverci, vero?

Julia Peyton-Jones ricomincia da "down under". Sì, perché la donna di ferro dell’arte contemporanea, la donna che – insieme a Hans Ulrich Obrist – ha creato uno dei magneti dell’arte e dell’architettura oggi, ovvero la Serpentine di Londra (con i suoi padiglioni effimeri estivi, e le mostre tutto l’anno), dopo la sua uscita trionfale, a luglio, è partita per l’Australia. Solo in vacanza, certo: per Sydney, ma soprattutto per vedere qualcosa di speciale e segreto, i dipinti aborigeni e millenari nelle caverne. "Perché sono lì da sempre, da quando il tempo è cominciato – e questo mette me, e tutto, in una prospettiva diversa", dice. "E poi perché when you fall off a horse you need to get right back on", e ride, forse anche un po’ all’idea di aver "cavalcato" la Serpentine.
Ma in fondo è stato così: 25 anni in sella di quella che è diventata una delle Top Ten destinazioni d’arte al mondo. Una destinazione "viva", perché la Serpentine cambia sempre. Non solo per le mostre: ma ricordiamo almeno, tra gli artisti coinvolti, Ai Weiwei, Yoko Ono, Damien Hirst, e performances come quella memorabile di Tilda Swinton che dormiva in una teca di vetro nel 1995, idea di Cornelia Parker. La Serpentine però sono soprattutto gli straordinari Pavilions estivi, i padiglioni effimeri nei giardini di Kensington, ognuno disegnato da un grande architetto, con dentro un caffè, aperti per conferenze, happenings, mostre. Dal primo, nel 2000, affidato a Zaha Hadid; all’ultimo, aperto fino al 9 ottobre, firmato da Bjarke Ingels di BIG. E da quest’anno, come regalo d’addio di Julia, anche quattro Summer Houses, commissionate a quattro diversi architetti. La forza vibrante e visionaria dell’arte e dell’architettura: è questo dunque il segreto della Serpentine, è questo che attrae così tante persone, ogni anno, nei giardini di Kensington? "L’obiettivo primario era quello di offrire una specie di mostra pop up di architettura: ma siamo riusciti, credo, ad offrire alle persone un modo diverso di viverla, l’architettura. Poter entrare dentro un edificio immaginato da Gehry o da Jean Nouvel, passarci del tempo, farlo tuo – e il tutto nel centro di Londra, in mezzo al verde". Le parole chiave?, continua Julia: "playfulness and seriousness", giocosità e serietà. "Non entri nei Pavilions attraverso una porta, come in un museo: è uno spazio aperto, in mezzo al prato, ci entri semplicemente camminando. Sei in mezzo all’estate londinese, i bambini, la bici, i cani a passeggio (notazione non casuale: Julia ha un cane, ndr): ed ecco l’arte, l’architettura. Abbiamo cercato di offrire alle persone uno spazio da abitare: da usare come piazza, come dinner party. E penso che ci siamo riusciti". Merito anche dei grandi nomi che Julia è riuscita a coinvolgere; della sua capacità di persuasione come fund-raiser; e dei supporter che negli anni ha raccolto intorno alla Serpentine, anche tra i socialites, anche nell’aristocrazia: tra i primi fan, Lady Diana. E ora, architettura da selfie, architettura Instagram? "Perché no? Ma Instagram per me è soprattutto la voglia di "mark the moment", sottolineare e "localizzare" il momento". L’ha mai fatto? Ride: "Confesso: anni fa mi capitava di mandare dei selfie a Obrist. Ma no, non l’ho più fatto". Lei ha uno sguardo speciale sull’arte di oggi: ci faccia qualche nome, artisti da seguire… "Oh, impossibile", protesta. "Segnatevi però la trentenne inglese Helen Marten, anche perché le sue installazioni-assemblages saranno in mostra quest’autunno alla Serpentine.
Il suo Pavilion preferito? "Non riuscirei a scegliere", risponde Julia. Ma forse possiamo azzardare che uno di quelli che le sta più a cuore è il primo, commissionato a Zaha Hadid nel 2000. L’archistar premio Prizker, scomparsa quest’anno, curò tra l’altro anche la ristrutturazione della Serpentine Sackler Gallery nel 2013, e il ristorante, The Magazine, appoggiato come un’onda alla galleria. "Mi manca, Zaha", dice Julia. "E’ stata un titano. Ma anche una vera amica, capace di attenzioni e gentilezze toccanti: se ero a casa malata, mi telefonava e mi diceva che voleva assolutamente mandarmi il suo autista con un brodo caldo … Quello che mi rimane di lei è il ricordo della sua energia, della sua forza straordinaria: come persona, e non solo come architetto".
Donne combattenti, donne che sanno andare a cavallo, donne che progettano. E nel futuro di Julia, tornata da "down under", che cosa ci sarà? "Mi interessa tutto quello che è sul confine tra i vari tipi di arte; anzi, quello che è "blurring of the boundary", quel che riesce a cancellare e sfumare i confini. E quindi le nuove direzioni delle performing arts, del teatro. Sono, ad esempio, nel board dell’Old Vic, lo storico teatro londinese; sono stata chiamata anche dal Royal Mint, che si occupa di studiare le nuove banconote. Ed è su questi nuovi confini che mi interessa camminare adesso".

2 commenti

LISA | Martedì, 6 settembre 2016 @07:28

Sì, anche il mio incontro con Pearl Lam, la gallerista cinese che avevo incontrato a Hong Kong, mi è piaciuto molto... Donne sopra le righe! ve ne riparlerò presto.

Carla | Lunedì, 5 settembre 2016 @19:32

Bellissimo articolo!, letto durante l'estate. Quel numero di D era di una bellezza così strepitoso che l'ho conservato: sublime quello della gallerista cinese!

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.