Lisa Corva

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Diario di una golosa seriale: i tramezzini a Venezia (tramezzini rosa, con prosciutto o granchio, come i lampioni rosa nella laguna).

Lunedì, 23 ottobre 2017 @09:02

Gli ultimi li ho mangiati ieri, in un bar qualsiasi in una calle qualsiasi, tornando a casa: uno con ripieno di granchio, l’altro con prosciutto e uova. Rosa, come i lampioni che si accendono nella laguna, questo weekend morbidamente color perla. Venezia che è bella sempre, forse più bella adesso, con i colori dell'autunno, dell'inverno.
Ma a proposito dei tramezzini. Confesso di essere una golosa seriale: a Roma, dove sono tornata a settembre, ho mangiato ogni giorno tonnarelli cacio e pepe in un posto diverso; a Vienna di solito è la Wienerschnitzel; a Venezia non so resistere ai tramezzini. Quei sandwich fatti di pane bianco morbidissimo senza crosta, tagliati a triangolo, ripieni di cose buone. Quest’anno sono stata già tre volte a Venezia, un’intera settimana a maggio, per l’opening della Biennale (e delle altre belle mostre che durano fino a fine novembre). Per Gioia ho scritto un articolo su Biennale e dintorni, che è uscito quest’estate: eccolo qui, se avete in programma un weekend in laguna entro fine novembre
(domenica ho visto anche la bella mostra Intuition a Palazzo Fortuny http://fortuny.visitmuve.it/it/mostre/mostre-in-corso/intuition/2017/03/17233/intuition/ , che aggiungo a Biennale e Damien Hirst). E mi raccomando i tramezzini! I miei preferiti sono da Rosa Salva (soprattutto quella davanti alla chiesa dei santi Giovanni e Paolo), ma aggiungo quelli del bar design dentro al Fondaco dei Tedeschi, tutto disegnato da Starck. Sono belle e buffe anche le tazzine!


FUORI E DENTRO LA BIENNALE
Una Biennale di donne? In realtà sono pochissime quelle che hanno diretto la Biennale d’Arte, quest’anno alla 57esima edizione www.labiennale.org/). Quindi siamo contente per la curatrice di quest’anno, Christine Macel, capo del Centre Pompidou a Parigi, che ha scelto un titolo gioioso, "Viva arte viva". Eclettica e curiosa, quando l’ho incontrata mi ha detto: "Amo cambiare. Il mio stile è… cambiare stile. Giocare. Con gli abiti, i profumi, la mia collezione di cappelli, sciarpe, foulard". E anche dentro la sua Biennale c’è di tutto: dai sciamani agli abiti! Già: in Arsenale, Lee Mingwei presenta, tra rocchetti di filo, The Mending Project: potete portare abiti rovinati e strappati, a cui si provvederà con "rammendo d’artista". Tra i miei padiglioni preferiti, il Padiglione Italia (a cura di Cecilia Alemani, trovate la sua intervista più sotto).
Gli eventi collaterali della Biennale ci portano poi a scoprire palazzi e musei bellissimi e quasi dimenticati, come la Fondazione Querini Stampalia (www.querinistampalia.org/). Qui, la caffetteria è stata ricoperta di quadri-tessuto (in collaborazione con l’azienda tessile Bonotto); l’artista Maria Morganti ha ripreso i colori dai fiori tra i capelli di un quadro del 1910 della collezione. Mentre, tra gli specchi e gli stucchi dorati del museo, un’altra artista, Elisabetta Di Maggio, ha disseminato installazioni-ricamo.
Location splendida, l’Abbazia di San Giorgio Maggiore, per la mostra di Michelangelo Pistoletto, "One and one makes three", per scoprire o riscoprire l’artista mito e i suoi quadri-specchio. E per un selfie dentro il labirinto di "Love Difference". (Proprio qui l'ho intervistato: vi metterò presto on line il nostro incontro).
Ma la vera sorpresa è "Treasures from the wreck of the unbelievable", ovvero tesori dal naufragio dell’impodell’impossibile, una mostra capolavoro di Damien Hirst. Statue giganti dell’antichità recuperate dal fondo dei mari e incrostate di conchiglie e coralli. Vere o false? In ogni caso, una mostra ironica, kitsch, esagerata. A Palazzo Grassi e a Punta della Dogana ci si perde, ci si diverte, anche davanti a un improbabile Topolino presentato come reperto marino (fino al 3 dicembre; www.palazzograssi.it/). Frase cult dell’autore, all’entrata: "Somewhere between lies and truth lies the truth". Un gioco di parole per dichiarare che da qualche parte tra le bugie e la realtà, si trova la verità. Una frase mantra applicabile anche alle nostre vite!
DORMIRE, MANGIARE, SHOPPING Sono fortunata, perché a Venezia sono sempre ospite da amici affettuosi. Ma sono anche curiosa delle novità, come Casa Flora, inaugurata da poco dai simpatici albergatori di Hotel Flora e Locanda Novecento, due indirizzi preziosi a Venezia. Il plus: si possono prenotare "esperienze" personalizzate, dalla gita in barca in laguna, allo chef veneziano che viene a cucinare a casa (www.casafloravenezia.com/).
Da non perdere, una visita al Fondaco dei Tedeschi. Durante il Rinascimento era, appunto, il magazzino dei mercanti tedeschi, sul ponte di Rialto; ora è diventato uno shopping center speciale. Ristrutturato da un’archistar, Rem Koolhaas (lo stesso che ha disegnato la Fondazione Prada a Milano), oltre a borse e scarpe ospita il caffè ristorante gourmet dei fratelli Alajmo, disegnato da Philippe Starck; e, attenzione, all’ultimo piano c’è una galleria d’arte, e una terrazza con vista spettacolare sulla città incantata. Sempre a Rialto, si va a caccia di "furlane": le scarpe-pantofola di velluto tipiche del Friuli, in tutti i colori possibili, che ora vanno a ruba anche tra le fashioniste straniere (compratele, ad esempio, da www.piedaterre-venice.com/). Se è ora di cena, prenotate a Rialto da Bancogiro, per mangiare open air (tel 041/5232061); oppure da Codroma, un vecchio "bacaro", le tipiche osterie veneziane (tel 041/ 5246789). Consigliati: i "bigoli in salsa" (pasta tipica con una salsa a base di acciughe e cipolle) e le "sarde in saor" (sarde con cipolle in agrodolce). Perché Venezia è anche da assaggiare.
UN INCONTRO.
Incontro Cecilia Alemani, la giovane curatrice del Padiglione Italia alla Biennale, proprio all’entrata del suo "scrigno". Dentro, il buio-incantesimo dei tre artisti che ha scelto: Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi e Adelita Husni-Bey. Fuori, la luce abbagliante dell’Arsenale. E’ lei che propone: andiamo a parlare sedute al sole? Solo alla luce vedo dei piccoli dettagli che mi fanno simpatia: la camicia con il colletto di unghie rosse laccate di Vivetta; un orecchino-ape di Delfina Delettrez; l’anello teschio di Codognato, storico gioielliere veneziano. Cecilia la scopro innanzitutto così: dai dettagli moda. Un po’ magici. Come il titolo che ha scelto per il Padiglione Italia di quest’anno, Il mondo magico… "E’ ispirato al libro di un antropologo napoletano nel dopoguerra, Ernesto De Martino. Lui pensava alla tarantola, al malocchio: un modo della cultura non ufficiale per reagire a un momento di crisi. E’ questo che mi interessava". L’arte dunque può avere qualcosa di magico? "Diciamo che, secondo me, l’arte funziona quando aggiunge qualcosa alla lettura del mondo. Quando mi fa notare un particolare. Quando mi permette di rileggere la realtà". Da scoprire anche non dentro un museo: e infatti Cecilia vive a New York (insieme al compagno, il bravissimo art curator Massimiliano Gioni, e al loro bimbo), dove si occupa del programma di public art della High Line, la "passeggiata" design e sopraelevata creata al posto di una linea ferroviaria in disuso. "La nuova artista che partecipa è Sheila Hicks: coincidenza, è anche qui in Arsenale, con la sua installazione". Una montagna di enormi gomitoli di lana colorata. Il gioco buffo di un’artista ottantenne. Perché anche il tessuto è magico.

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Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.