Lisa Corva

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A proposito di Trieste.

Lunedì, 23 luglio 2018 @09:23

"Credo sia stata fondamentale per me l’esperienza di quella grande apertura del golfo di Trieste, un mare in sé modesto ma che dà il senso dell’aperto, l’orizzonte sconfinato che sembra preludere ad altri, più grandi mari e oceani."
(Claudio Magris)
Ci sono mari che portano ad altri mari. Ci sono luoghi del mondo che invitano al mondo.

Il Buongiorno di oggi, che è anche il mio #spillo della settimana su Gioia, è tratto da "I mari di Trieste" (Bompiani), un libro di scrittori, a più voci, sul mio golfo. Mi piace questa frase – così come mi piace svegliarmi a Trieste, come in questi giorni, e vedere, come prima cosa, il mare. Mi piace il senso di ampiezza e di orizzonti che mi ha regalato la città dove sono nata, e che ritrovo ogni volta che passo per piazza Unità.
Mi piace parlare di Trieste con chi ama questa città addormentata, e come si fa a non amarla? Mi è successo anche con un architetto-mito, Richard Rogers, che ho intervistato per Repubblica: l’intervista è uscita qualche giorno fa. Eccola. In onore all’architettura che mi/ci rende felici, e a Trieste.

Non ci sono molte occasioni per incontrare un architetto mito. Per questo il 25 settembre è una data da segnare: il giorno della lectio magistralis che Richard Rogers terrà a Bologna (alle 11, Palazzo dei Congressi, nell’ambito di Cersaie). Ce lo aspettiamo vestito di colori forti, con una delle sue camicie rosa shocking o arancione, il sorriso contagioso e una visione dell’architettura ancora in movimento, a 84 anni (85 presto, il 23 di luglio). Un piacere ascoltarlo ed entrare nel suo mondo. E a Bologna, di cosa parlerà? "Delle due cose più importanti della mia vita: la famiglia, e l’architettura". Famiglia, certo: per un uomo che ha molto vissuto e molto amato. Due mogli, cinque figli. E il sogno dell’architettura come responsabilità sociale. Perché è, o dovrebbe essere, "a place for all people", e infatti questo è il titolo del suo libro di memorie ("Un posto per tutti" è appena uscito anche in Italia, per Johan & Levi).
"Le città, se ben progettate, compatte e socialmente giuste, sono uno strumento fondamentale per combattere le disuguaglianze e i mutamenti climatici", non si stanca di ripetere. "Possiamo costruire una società migliore creando posti migliori in cui abitare". E lui, che nel 2007 vinse il Pritzker Prize - un po’ il Nobel dell’architettura - ci ha provato. Immaginando e costruendo il nuovo. Non a caso come epigrafe al libro – e quindi alla sua vita - ha scelto una frase di John Cage: "Non capisco perché la gente sia terrorizzata dalle idee nuove. Io sono terrorizzato da quelle vecchie".
Per Cersaie, salone internazionale della ceramica per l’architettura, un occhio speciale: "Mia madre era una "potter", faceva ceramiche; mi regalò le prime quando mi sposai, quasi un "sostituto" della casa che lasciavo. Le ho ancora", racconta. "Mi ha insegnato ad amare ciò che è bello e nuovo: fu lei a portarmi, nel dopoguerra a Londra, a vedere una mostra di Picasso al Victoria & Albert, che all’epoca fece scandalo. Da allora i materiali sono sempre stati importanti per me: anche quelli tecnologicamente più innovativi". Materiali e struttura, che nell’architettura di Rogers è sempre stata inside/out: "La mia architettura tende ad essere leggera e flessibile. Puoi leggerla: chi guarda un mio edificio riesce a capire come è costruito. La struttura è fuori, all’esterno". E infatti è così, a partire dal suo edificio-cult: il Pompidou, realizzato nel 1977 insieme al "nostro" Renzo Piano. Che, per Rogers, è ancora "il mio migliore amico, praticamente mio fratello". Ma in quegli anni il loro inside/out scatenò polemiche: esibire tutto quello che di solito è nascosto, gli impianti di areazione, di riscaldamento, le scale… Quello che poi è diventato un trademark della sua architettura. Lo stesso "stile" usato a Londra per la sede dei Lloyds, costruita nel 1991. E poi ancora il Millennium Dome, sempre a Londra; il terminal 5 a Heathrow e il terminal 4 dell’aeroporto di Madrid Barajas… Fino ad arrivare all’ultimo grande progetto, il 3 World Trade, appena inaugurato a Manhattan sul sito di Ground Zero: un grattacielo firmato insieme a Richard Paul, per Rogers Stirk Harbour + Partners.
Ma Rogers continua a sognare il futuro, con la Tree House: un concept per ora, un modello di case low cost e design. Con finestre variopinte. "Non ho paura dei colori", ride. In effetti i suoi look sono sempre intensamente cromatici, un’eccezione in un mondo di archistar che si vestono rigorosamente di nero.
E se la sua meravigliosa leggerezza fosse un regalo dell’italianità? Perché Richard Rogers, che nel frattempo è diventato barone di Riverside (è stato nominato Lord nel 1996) è nato in Italia, a Firenze, nel 1933. Il padre era di famiglia inglese e quindi – con la guerra alle porte - se ne andarono, nel 1938. "In Toscana ho preso casa, da vent’anni: nella campagna accanto a Pienza, luogo meraviglioso". Ma in Italia c’è un altro suo posto del cuore: Trieste. "Mia madre nacque lì, imparò l’inglese andando a lezione da James Joyce, trasferito da Dublino nella città di mare e di confine". E Trieste aspettava anche Rogers: ci arrivò negli anni Cinquanta, incaricato dal National service britannico; all’epoca la città, appena uscita dalla seconda guerra mondiale, era sotto il controllo delle forze alleate. Trieste, dove abitavano ancora i nonni. "Che mi regalarono l’abbonamento all’opera: fantastico. E poi, essere in Italia voleva dire vedere molto di più mio cugino, Ernesto Rogers, che aveva aperto uno studio a Milano già negli anni Trenta". Da lì nasce l’interesse per l’architettura che può cambiare le città e i destini. Perché lo studio fondato dal cugino era BBPR: che firmò, tra gli altri capolavori modernisti, la Torre Velasca. Di quegli anni invece, gli anni Cinquanta della ricostruzione, rimane a Trieste la vecchia stazione di servizio per la raffineria Aquila, sulle rive. Ora si chiama Stazione Rogers, ed è sia caffè che piccolo centro aperto a mostre e reading. "Ho sempre trovato molto interessanti i porti", commenta Rogers, stavolta in italiano. Trieste che aspetta ancora lo sguardo e l’energia di un grande architetto che la rimetta sulla mappa… E appunto, pensando al mondo che verrà, se volesse dare un suggerimento a un giovane architetto? "Gli direi di guardare. E viaggiare". Saggio consiglio che, in fondo, vale per tutti noi.

4 commenti

LISA | Lunedì, 30 luglio 2018 @09:31

Giusy: vero, hai detto benissimo: Trieste, la città interiore.

Giusy | Sabato, 28 luglio 2018 @00:35

Trieste, la Città interiore. Molto più di un romanzo, direi. La città dei "diversamente italiani"

LISA | Lunedì, 23 luglio 2018 @12:33

Francesca: porti, confini, intrecci, orizzonti. Trieste è tutto questo, e spero che presto arrivi una sua nuova stagione. Torna, la città ti aspetta!

Francesca | Lunedì, 23 luglio 2018 @11:34

Trieste ha il fascino delle città di confine... Come un senso di smarrimento e di libertà insieme... L'ho vista una sola volta e sono d'accordo con te... Come si fa a non amarla? ;-)

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.