Lisa Corva

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Non c’è niente di nuovo sotto il sole, ma ci sono nuovi soli.

Lunedì, 12 novembre 2018 @08:15

THERE IS NOTHING NEW UNDER THE SUN, BUT THERE ARE NEW SUNS.

Si è aperta così, con questa frase di Kahlil Joseph, la Biennale de l’Image en Mouvement, dove sono appena stata, a Ginevra (http://biennaleimagemouvement.ch : da adesso al 3 febbraio, ma poi una parte arriverà anche in Italia, all’OGR di Torino, spazio stupendo). L’ha pronunciata uno dei due curatori, Andrea Lissoni, ed è del primo artista il cui lavoro ha aperto la Biennale, Kahlil Joseph. Sentirla lì, nel buio di un micro-cinema, dentro un museo-magazzino di arte contemporanea, mi è sembrata una frase-luce, una frase che potesse svelare nuovi mondi. Perché in fondo è questo che deve fare l’arte, no? Ed è stato interessante vivere dentro l’opening della Biennale. Viverci, sì: perché era come essere imprigionati dentro la Biennale di Venezia, insieme però agli artisti: ogni video, ogni performance, era presentata e commentata dagli artisti stessi, che sono arrivati da tutto il mondo. Ragazzi e ragazze americani, iraniani, italiani, francesi, mixed-race, mixed-country. Il lavoro più bello? Per me, almeno, "Parsi", di Eduardo Williams e Mariano Blatt. Due ragazzi che sono andati a filmare in Guinea. Il film-video, girato in modo distorto, interessante, quasi di corsa, di rovescio, di taglio, aveva una colonna sonora in poesia: ovvero, la poesia di Mariano Blatt, che è argentino, "Parece": sembra, potrebbe essere… ma non è. Un lungo elenco di cose, immagini, emozioni. "A un certo punto ho avuto paura di non riuscire più a scrivere poesie", ha detto, "così ho inventato questa poesia in progress, senza rima, senza fine, a cui posso aggiungere sempre qualcosa". Non è forse il senso della vita?
Altre cose che mi sono piaciute: la cena d’opening della Biennale, dentro il museo, anzi dentro un’installazione d’arte: Meriem Bennani ha inventato e raccontato un mondo che non esiste, Caps (dove vengono teletrasportati i migranti che tentano di passare in America), e Angela Dimayuga ha inventato i piatti che in quel mondo si mangiano. La cosa buffa è che a cena mi sembrava di essere io stessa, un’installazione; visto che i tavoli, tutti placés, erano furbamente un mix di persone che non solo non si conoscevano, ma appartenevano a mondi diversi. Io ero accanto a un anziano avvocato di origine libanese e un banchiere ginevrino (gli "amici" del centro d’arte contemporanea), ma anche a una film-maker italiana, un curatore d’arte che vive in Olanda, e una interior designer svizzera che aveva al dito un anello di diamanti che mi risolverebbe le ansie economiche dei prossimi anni.
E poi sì, c’era Ginevra, dove non ero mai stata. Orologi e cioccolato, un lago soporifero, e un pensiero impertinente: capisco perché Joël Dicker, lo scrittore di gialli bestseller che ho intervistato quest’anno (quello di "La verità sul caso Harry Quebert"), e che è nato e vive qui, scrive thriller, appunto. E’ un posto così noioso… Scherzo (ma non troppo). Ma con nuovi mondi nascosti: dentro il CERN, che ho visitato, sempre grazie al Centre d’art contemporain (non ho capito niente, ma era affascinante: in pratica vedi gli strumenti di misurazione di quello che non puoi vedere).
Ringrazio dunque i due expat curator italiani che mi hanno invitato, in questo viaggio in nuovi mondi, nuovi pianeti e forse nuovi soli. Li avevo intervistati per D di Repubblica a settembre, ecco quello che mi hanno detto:

ANDREA BELLINI, al Centre d’Art Contemporain di Ginevra. "Fin da ragazzino ho sempre sentito la necessità di andare a vedere cosa c’era dietro l’angolo di casa. Ho cominciato con la strada di campagna che passava davanti a casa mia - sono nato al Circeo - e sono finito a New York", racconta. "Credo si tratti di una spinta interiore che in fondo ha poco a che fare con il luogo che si lascia e il luogo che si trova". Quindi saresti partito comunque? "Sì, anche se il nostro fosse stato un Paese ben amministrato, con finanze solide, con un livello di corruzione diciamo nella media europea, e dei politici degni, magari guidati da un alto senso del bene collettivo! Sarei partito lo stesso, perché per trovarsi bisogna avere il coraggio di perdersi". Ora sei al Centre d’Art Contemporain di Ginevra, dove si è appena aperta la Biennale dell’immagine in movimento. "La curo da qualche anno e l’ho trasformata in un evento ibrido: una mostra, un film festival, una piattaforma di produzione di film e video, uno spazio per la performance e la ricerca musicale". Quest’anno in collaborazione con un altro curatore expat: Andrea Lissoni.


ANDREA LISSONI, alla Tate di Londra. L’entusiasmo poetico di Andrea Lissoni è contagioso: "Adoro la Tate come luogo aperto e libero, utopia possibile", dice. "Soprattutto la Turbine Hall, dove ho curato la mia prima mostra, con Parreno, un artista che fa "suonare" lo spazio. Quando ho dei momenti di sconforto, o di stress, mi basta passeggiarci per un quarto d’ora, per ricaricarmi". Ora sei tra i cinque senior curator della Tate Modern. "Lavoriamo insieme, ed è questo il bello. Anche se io, in particolare, mi occupo delle pratiche artistiche contemporanee emergenti: tutto quello che riesce ad andare oltre le costrizioni della scultura, della pittura o della fotografia". Hai lasciato Milano e l’HangarBicocca; la tua Londra, a parte la Tate, cos’è? "È un tempo, la notte, e una presenza, NTS: una radio che mi ha permesso di scoprire i luoghi di sperimentazione sonora, non solo club, e di incontri al di là di ogni convenzione. Mi ha rivelato la Londra delle volpi e delle creature bizzarre che ho imparato ad amare".

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Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.