Lisa Corva

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Novembre è la poesia – e la possibilità – dell’abbandono.

Lunedì, 26 novembre 2018 @08:08

Novembre è la poesia – e la possibilità – dell’abbandono.

Abbandono nel senso dell’abbandonarsi. Del lasciarsi andare, galleggiare nell’acqua e nella vita. Lasciarsi andare e chiudere gli occhi, in queste giornate dove il buio arriva così presto. Lasciarsi andare, magari con malinconia. Arrendersi. Non è bello, a volte, poterlo fare? Non combattere più.

Ci ripensavo rileggevo la mia intervista alla designer India Mahdavi, che per prima mi ha parlato di poetica dell’abbandono. Lei, che vive a Parigi, disegna oggetti e ambienti così colorati nel mondo, è nata a Teheran, e della sua città vede e racconta questo: le cose e le case abbandonate, la struggente maliconia del decadimento. È stato un bell’incontro, con India. Un incontro dorato. L’ho intervistata a Parigi, nel suo studio e atelier, in rue de Las Casas (http://www.india-mahdavi.com ). E mentre camminavo verso l’indirizzo giusto, guardando i suoi oggetti coloratissimi in atelier, ho visto passare una donna alta, bruna, con degli stivaletti d’oro, che luccicavano nella perlacea luce parigina. Ho pensato: potrebbe essere lei… E infatti era lei, stivaletti compresi. (Non ho saputo resistere e le ho chiesto il brand: Prada; ma ce li ho anch’io, comprati in supersaldo per 19 euro da Mango. E mi piacciono molto!).
Ecco la nostra conversazione; l’intervista è uscita su How To Spend It Italia (il mensile del Sole24Ore).


"Teheran per me è la poesia dell’abbandono. I miei genitori se ne andarono quando io ero ancora piccolissima: avevo un anno e mezzo. Ora la mia città è Parigi, dov’è il mio atelier di design e la mia showroom. Ma torno spesso in Iran, per trovare mia madre, i miei fratelli, o forse soltanto la mia città perduta. Poesia dell’abbandono che ho cercato di rendere nel libro che ho pubblicato con Editions Be-Pôles, nei loro Portraits de Villes: la mia Teheran, intimista, delabrée; le foto che ho fatto negli ultimi anni, spesso semplicemente con l’iPhone. Case, finestre, scorci notturni, la frutta che mi piace tanto – i melograni, i limoni persiani - e che mangio solo lì. Il mio weekend a Teheran che in fondo è rovesciato, perché per il calendario islamico il fine settimana di riposo è il giovedì/venerdì europeo. Ed è di venerdì che ci sono tutti i vernissage nelle piccole gallerie che frequento…
Ma cominciamo con il primo giorno in città, che inizia sempre con la colazione a casa, in terrazza. Sul tavolo non manca mai il succo rosso d’anguria, e una spremuta di shirin, i limoni dolci persiani. E poi i cachi, i melograni; e una tazza di caffè. Vedere questa frutta meravigliosa sul tavolo per me è uno dei piaceri dell’essere qui. Poi, con mia madre andiamo al bazar di Tajrish, dove facciamo la spesa, e dove compro scorte di zafferano nel negozio più piccolo del mondo. Non manca una sosta da Tavazo, per i pistacchi: li adoro. I miei preferiti sono quelli salati, tostati con una punta di limone. Ma sono buonissimi anche i mix: mandorle, anacardi, uvette e more bianche appassite. Non so resistere anche ai torroncini al pistacchio e acqua di rose, sapori di Iran in bocca.
Spesso facciamo qualche deviazione per andare a fare visita a parenti, o per curiosare nelle botteghe-galleria più interessanti della città, come Mirmola, gestito da una coppia straordinaria. Lui esperto di tappeti, lei di ceramiche. Trovo molto interessante anche la Bokhara Gallery, per i mobili, i vassoi in lacca, i cuscini ricamati. Per pranzo mi fermo al Café Tehroon, una casa trasformata in ristorante, con i tavoli in giardino, un’atmosfera giovane e vivace. Oppure vado da Gol-e-Rezaieh, o allo storico Caffè Naderi, del 1929, che sono nel mio quartiere preferito, il "centre ville". Costruito tra il 1920 e il 1970, non è più davvero il centro della città, visto che la parte residenziale e commerciale si è spostata verso nord. Ma a me piace sempre, anche per i musei: quello del vetro e della ceramica, o quello sontuoso dei gioielli nazionali dell’Iran, con corone e parures incredibili. Il mio pezzo del cuore è un mappamondo ricoperto di pietre preziose: l’Iran è incrostato di diamanti, i mari sono di smeraldi. Poco lontano, il Golestan, la residenza storica reale. E certi alberghi anni Settanta che a me sono molto cari, come l’Hotel Enghelab, dallo charme delabré. La poesia dell’abbandono, appunto. La sera? È dedicata agli amici, cene o feste in casa. Da raggiungere, visto il traffico, con i piccoli taxi verdi, quelli del film di Jafar Panahi, che sono il simbolo di Teheran. Ma se per caso ho qualche ospite in città, opto per il ristorante Divan. Cucina tipica rivisitata, in un decoro orientale ma modernizzato. Mi piace molto la loro insalata di spinaci con il melograno; o il kebab torsh, alle noci.
Il secondo giorno del "nostro" weekend mi piace andare agli opening d’arte (che qui a Teheran sono di venerdì). Vado alla Galleria Ab Anbar, o da Etemad. E alla Fondazione Pejman, un’ex fabbrica di birra dove mi sembra che batta il cuore più creativo della città. Oppure torno alla Torre Azadi, la torre della libertà, del 1971, il simbolo della città, ricoperta da 25.000 lastre di marmo bianco di Esfahan. O a Niavaran, sette palazzi in un grande parco, costruiti dall’architetto Mohsen Foroughi nel 1968, con quella che fu la residenza dell’ultimo scià. Si può visitare ed è struggente, tutto è rimasto com’era, i mobili design di Jansen, la tv ormai vintage, persino i giocattoli dei bambini".

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Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.