Lisa Corva

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Un paio di jeans, due foulard di seta, e le donne che li hanno indossati.

Sabato, 29 gennaio 2011 @19:10

Tornata da Milano, vi vorrei parlare di vestiti: per l’esattezza, di un paio di jeans e due foulard. E delle donne che li hanno indossati.

La prima è "La donna che canta", ovvero il film duro, intenso, sofferente, ma bello, di quella bellezza che hanno solo, a volte, le pietre dure. Girato da Dennis Villeneuve, regista canadese, e basato sulla piéce teatrale di un rifugiato libanese, è ambientato proprio tra Canada e Libano. Perché è in Canada che una donna improvvisamente muore (scopriremo poi che è lei la "donna che canta", ovvero la prigioniera così soprannominata in quindici anni di carcere duro in Libano, perché, pur torturata, non smetteva di cantare) e lascia un testamento misterioso ai suoi due figli, due gemelli, un ragazzo e una ragazza ventenni. Il testamento è una richiesta: di cercare un padre che pensavano morto, un fratello che non hanno mai saputo di avere. E il film si sposta in Libano, il Libano di oggi e quello della guerra civile di ieri, mentre la ragazza (una bravissima Lubna Azabal, che recita sia la figlia che la madre) cerca, scopre segreti, scopre chi era davvero sua madre. I jeans? Sono i jeans a zampa d’elefante che indossa "la donna che canta" giovane e battagliera, tra i monti, gli ulivi e le mitragliatrici di un Libano anni Settanta in fiamme. I jeans della rivoluzione.

E i foulard? Sono due foulard "custom made", ovvero disegnati e prodotti apposta, con il loro nome scritto svolazzante sulla seta, da una delle più famose maison francesi, Dior, per Gigina e Nedda Necchi. Ovvero le ricchissime proprietarie di Villa Necchi Campiglio: la loro casa, una straordinaria villa modernista nel cuore di Milano, in via Mozart 14, lasciata in eredità al Fai, da qualche anno è aperta al pubblico, e l'ho appena rivista. Della casa vediamo tutto: gli arredi disegnati dall’architetto, Piero Portaluppi, negli anni Trenta; i quadri, i libri, il jardin d’hiver; la finestra a forma di stella nel bagno padronale, e che si apre sulla facciata; la stireria, il guardaroba con le cappelliere… E i foulard disegnati apposta per le sorelle (una sposata, l’altra no, ma vivevano insieme). Andate a visitarla. E andateci magari prima di vedere il film che è stato girato lì, in quella casa: "Io sono l’amore", di Luca Guadagnino. Anche lì c’è un abito, quello della protagonista, Tilda Swinton: un abito rosso di Jil Sander (ricordate il mio articolo sugli abiti rossi? l'ho postato il 20 novembre 2010), con così tanta forza che adesso è stato nominato agli Oscar come Best Costume Design, insieme a tutto il guardaroba indossato dall’attrice.
Oppure andateci ai primi di febbraio, quando verrà messo all’asta, proprio a Villa Necchi, il guardaroba privato di Bettina Gabetti: un evento quasi all’americana, dove gli abiti, le borse e gli accessori di una vita (firmati da Missoni, Hermès, Issey Miyake), saranno in mostra per tre giorni, il 4, 5 e 6 febbraio, e poi venduti. Il ricavato va al Fai (per visitare Villa Necchi, tel 02/76340121), che mantiene aperta queste e altre dimore, questi e altri sogni.

2 commenti

Ursenna | Lunedì, 31 gennaio 2011 @10:26

Il vestito rosso, come dimenticarlo: l'abito della mia rivoluzione femminile

Daniela dalla Scozia | Domenica, 30 gennaio 2011 @08:29

Un paio di guanti di pelle e una sciarpa di seta...della mia amorevole, integra, straordinaria, meravigliosa prozia, Ulda Goldbacher. Oggetti da cui non mi separero' mai.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.