Lisa Corva

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Venezia, Bice Curiger e la Biennale: a proposito di arte, felicità, e it-bags rivoluzionarie.

Sabato, 4 giugno 2011 @16:35

La prima cosa che dico a Bice Curiger è: grazie. Grazie perché, prima di incontrarla per l’intervista - è lei la direttrice della Biennale Arte appena inaugurata a Venezia, la 54esima – sono andata a rivedermi la Scuola di San Rocco, con i capolavori del Tintoretto. Che c’entra, un maestro del Cinquecento con l’arte contemporanea? C’entra. Perché Bice Curiger inaugura questa Biennale con una piccola provocazione. Ovvero, ha messo nel cuore della mostra, ai Giardini, in mezzo ad installazioni, video, e suggestioni sperimentali, tre grandi tele del Tintoretto. Che, semplicemente, attraversano la laguna: sono in prestito dalla Basilica dell’isola di San Giorgio Maggiore, e dalle Gallerie dell’Accademia. Perché?

"Perché chi viene in Biennale, di solito, viene a vedere la Biennale e basta: una bolla di arte contemporanea nella città. Volevo ricordare che, fuori, c’è Venezia".

Ricordarlo con la luce del Tintoretto, visto che il titolo della "sua" Biennale è "ILLUMInations"?

"E’ vero, ho scelto tre tele del Tintoretto dove la luce ha un ruolo importante. Penso agli angeli immateriali dell’Ultima Cena, solo pennellate di luce, appunto; o al temporale nel
"Trafugamento del corpo di San Marco". Ma la mia è anche una provocazione per gli artisti presenti in Biennale, un invito al confronto con il passato. Una provocazione raccolta, ad esempio, da Pipilotti Rist, che per la Biennale ha fatto copiare, in Cina, tre opere della scuola del Canaletto, e ci ha "lavorato", trasformandoli in video".

Pipilotti Rist è l’artista svizzera che è stata chiamata dall’archistar Jean Nouvel per il nuovo albergo Sofitel a Vienna: il suo soffitto decorato e ipercolorato, del ristorante all’ultimo piano, è diventato un nuovo landmark della città, visibile anche da lontano. E’ a questo che ha pensato, a quando l’arte diventa "luogo"?

"Diciamo che conosco e seguo Pipilotti Rist da anni, così come altre artiste presenti alla Biennale. Come Cindy Sherman, che qui è presente con un "wallpaper", un’inedita carta da parati. Sa cosa trovo straordinario della Sherman? Che ha saputo reinventarsi. Alla fine degli anni Ottanta di lei dicevano: ha già fatto tutto. E invece…".

Donne artiste. Lei ha scritto un libro su Georgia O’ Keeffe, su Méret Oppenheim…

"Quella sulla Oppenheim era una biografia. Me l’ha chiesto lei: un onore, perché all’epoca avevo trent’anni, e lei, già anziana, era una delle grandi protagoniste del surrealismo. E’ stato molto emozionante conoscerla e lavorare con lei: intelligente, ironica, ancora così aperta sul mondo. E mi ha fatto un regalo bellissimo, quando il libro uscì: un collage che Max Ernst, suo grande amore, aveva creato per lei, dedicato a lei. Regalarmelo è stato un atto di fiducia, un consegnarmi qualcosa di intimo e prezioso, a cui teneva molto".

Se potesse portarsi a casa qualcosa della Biennale, della sua Biennale, che cosa sceglierebbe?

" Forse la balena di Loris Gréaud? (ride: è un’installazione all’Arsenale, un’enorme balena "spiaggiata", dove si può entrare a carponi, come Pinocchio, ndr). Ma no, nel mio appartamento certo non ci entrerebbe. Però a casa ho molte cose degli artisti che ho conosciuto, di cui ho curato mostre: ho sempre comprato qualcosa, dopo, magari qualcosa di piccolo. Sono per me come pagine di diario, cerchi di una biografia. Non sono una collezionista: non venderei mai niente. E ho anche dei disegni di Meret Oppenheim: nel suo testamento, lasciò scritto che potevo scegliere quello che mi piaceva. Un altro gesto toccante".

Torniamo al titolo della Biennale, "ILLUMInations". La luce, dunque. Forse la luce è molto importante per lei, che è nata e vive in Svizzera, ed è curatrice alla Kunsthaus, il museo di Zurigo: la luce di Venezia e dell’Italia, che affascina da sempre chi viene da Nord.

"Il mio primo ricordo dell’Italia, in realtà, è la pioggia. Siamo arrivati a Milano, alla Stazione Centrale, e abbiamo preso un taxi. Diluviava, i tergicristalli erano rotti. Il tassista è sceso, ha tagliato una patata, e l’ha usata per pulire il vetro: funziona, per via dell’amido… Io avrò avuto cinque anni, e la ricordo come una piccola magia".

Quasi un’installazione d’arte! Ma a proposito di installazioni, lei spera che una persona venga alla Biennale e…

"Si senta felice".

Felicità? Nell’arte contemporanea non si parla mai di felicità, è una provocazione?

(Sorride). "Eppure l’arte riesce, in questo: a illuminarci, a volte anche di gioia".



E dunque, dopo aver intervistato Bice Curiger per Grazia, ho visto. Ho visto i Tintoretto portati all’interno della Biennale (ma che strano, sembravano quasi falsi, con sopra i "piccioni" di Cattelan appostati ad ogni angolo); ho visto i video di Pipilotti, bellissimi, coloratissimi, tre quadri di Canaletto trasformati in video magici, una specie di Venezia reloaded; ho visto la balena, che non mi è piaciuta, e il primo padiglione dell’Arabia Saudita, con due donne artiste, due sorelle, e un’installazione, Black Box, che è un pellegrinaggio alla Mecca ma in realtà è una festa di colori e luci… Ho visto Venezia trasformata in un luna park dell’arte contemporanea, opening e feste e installazioni ovunque, e a volte anche bellissimi vestiti, come all'apertura del museo della Fondazione Prada. Ma sapete quali sono le it-bags più belle? Le shopper rosse con su scritto in bianco "Free Ai Weiwei", l’artista cinese in prigione da due mesi.
Ho camminato ovunque e ho persino incontrato un’americana che aveva le mie stesse scarpe, delle infradito d’argento di Sigerson Morrison (anche dietro queste scarpe c’è una storia incredibile che avevo raccontato su Grazia: ma lasciamo perdere, come sempre mi perdo e Faccio Trama). Le ho portate così tanto che si stanno disfacendo, come abbiamo commentato, disperate, entrambe. Vi è mai capitato di fermare qualcuno e mettervi a chiacchierare perché ha lo stesso vestito, o le stesse scarpe? Alla Biennale (e non solo) si può.


La 54esima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, quest’anno per la prima volta diretta da una donna, apre oggi, 4 giugno, e chiuderà il 27 novembre. Info: www.labiennale.org. Per raccogliere invece l’invito di Bice Curiger e riscoprire il Tintoretto, prima di immergersi nell’arte contemporanea, la Scuola di San Rocco è aperta ogni giorno dalle 9.30 alle 17.30. Ovviamente è un fuori Biennale!

5 commenti

LISA | Martedì, 7 giugno 2011 @09:04

Vale eccome! Che bello, ARIA. Un bimbo che viene da lontano. Portali tutti e due a vedere la balena all'Arsenale, ci si può entrare dentro: il lunapark della Biennale. TI abbraccio forte. Ed Emma insieme a me.

Aria | Martedì, 7 giugno 2011 @08:38

Si, potrebbe essere un'annunciazione, ma questo secondo figlio non nascerà dalla mia pancia. Arriverà da molto lontano e ormai dovrebbe essere quasi ora.. Spero che valga come un'Annunciazione Telematica!

LISA | Lunedì, 6 giugno 2011 @16:54

ARIA! E' un'Annunciazione Telematica?

Aria | Lunedì, 6 giugno 2011 @14:35

Magari quest'anno ci ritorno con il mio bambino. Ce lo portai quando aveva solo 4 anni ed è un bellissimo ricordo. Chissà...magari potrei addirittura tornarci con 2 figli...

Mircea | Sabato, 4 giugno 2011 @16:53

Ciao Lisa, io la biennale arte di solito la evito come la peste bubbonica che afflisse Venexia nel 1575. Il tuo articolo mi ha fatto venire voglia di andare a farci una scappata quando la ressa dell'opening se ne sarà andata e me la potrò gustare in santa pace senza 'colleghi' che mi spintonano perché vogliono accaparrarsi l'ultimo gadget o voulevant.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.