Lisa Corva

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Venezia, weekend con installazione.

Lunedì, 12 ottobre 2009 @08:07

Sono appena tornata da Venezia. Io e il Consorte a uno dei nostri riti coniugali preferiti: andare alla Biennale e litigarci su. La sua gag abituale è mettersi davanti a un video e mugugnare: ma questa ti sembra arte? Stavolta, però, l’ho spiazzato, perché di video gliene ho fatto vedere solo uno: quello del gruppo russo AES+F, inquietante e potente, su 3 schermi giganti. La "Festa di Trimalchione" faceva parte di un padiglione fuori Biennale dal titolo meraviglioso, Unconditional Love, all’Arsenale Novissimo.
In realtà quest’anno sono partita avvantaggiata, perché l’avevo già vista, la Biennale: nei lunghi mesi di blog fuori uso, a giugno, sono stata quasi una settimana all’opening non solo della Biennale, ma dei nuovi musei, il fantastico Punta della Dogana e il museo di Renzo Piano dedicato a Vedova… Quindi ero preparatissima e ho saputo fare slalom per evitare i video più video (qui lo posso confessare: non piacciono neppure a me. Molto meglio un cavallo di Cattelan infilato dentro al muro, come a Punta della Dogana!). Durante la settimana di opening Biennale ho anche fatto l’inviata finto glam. Ecco uno degli articoli usciti, rivisto e annotato per voi:

Tacchi o non tacchi? No, non è il titolo di un’installazione alla Biennale di Venezia; ma è il dilemma che accompagna tutte le ragazze (di ogni età) planate qui da ogni angolo del mondo per i vernissages chic in laguna. Vernissages, sì, al plurale: anche se di vernice ce n’è ben poca, perché pochi sono i quadri in mostra, travolti da video e installazioni, concettuali e non. Ma comunque al plurale: perché quest’anno, qualche giorno prima della 53esima Biennale, sono stati inaugurati con grande clamore mediatico, molti bicchieri di prosecco, e inviti a numero chiuso, due capolavori d’architettura. Ovvero il nuovo museo di Renzo Piano, dedicato a Vedova; e Punta della Dogana, a firma di Tadao Ando, che ospita le opere d’arte della collezione Pinault. E dunque, cosa c’entrano i tacchi? C’entrano, c’entrano. Finché si tratta di passare da un padiglione all’altro, dai Giardini all’Arsenale, vanno benissimo le infradito o le scarpe da ginnastica. Ma per i cocktail alla presenza delle due archistar, Renzo Piano e Tadao Ando, ci si poteva presentare senza tacchi? Un dilemma che la vostra cronista ha aggirato indossando delle infradito sì, ma scintillanti d’argento; e che forse solo Peggy Guggenheim avrebbe potuto capire. Del resto non è un caso che, a parte le inaugurazioni dei nuovi musei, uno dei cocktail più ambiti fosse quello "rooftop", sulla terrazza della Fondazione Guggenheim, dove Peggy viveva e si divertiva, sul Canal Grande. Le serate veneziane peraltro sono un continuo scambio di sms sul "dov’è la festa": che magari è in un palazzetto privato, affittato da ricchi collezionisti stranieri (sì, esistono ancora, anche in tempi di recessione) o su un’isola, come quella di San Servolo, scelta dal Padiglione Tedesco. Per fortuna l’unico problema a cui le ragazze della Biennale non devono pensare è quello della borsa. Niente Gucci o Vuitton qui: si gira con le shopper di tela fornite insieme alle cartelle stampa (un modo per dire: "io c’ero"). La più ambita, finora, è quella rossa e nera, molto chic, di Punta della Dogana. Perfetta per infilarci dentro un paio di scarpe col tacco da indossare all’ultimo minuto.

(Nota bene: fuori da Punta della Dogana ho indicato anche al Consorte il punto, a ridosso del canale, dov’era stato costruito un box dove rinchiudere i fotografi, lì per paparazzare le celeb che arrivavano sfrecciando con i motoscafi, al cocktail superchic di apertura del museo. Anch’io sono stata imprigionata, sotto il sole cocente: a quanto pare, in quanto giornalista fintoglam di ultimo grado, non avevo diritto di entrare. La pierre cattivissima con scarpe sadomaso mi ha tenuto in punizione finché mi sono quasi squagliata sotto il sole, e poi mi ha fatto accompagnare al cocktail da un suo schiavo, intimandomi di guardare e non toccare, ergo, non bere neppure un bicchiere di prosecco. Volevo tirarle una sberla, e in fondo gliela tiro qui sul blog, sperando che le sue scarpe sadomaso la facciano molto, molto soffrire quest’inverno).

Ed ecco il Buongiorno che ho scelto per City oggi, 12 ottobre:

"Se fossi un poeta, ecco di cosa scriverei. Della gente che lavora in piena notte. Uomini che caricano treni, infermiere del pronto soccorso con le mani delicate. Impiegati notturni negli hotel, autisti delle pompe funebri nei cimiteri, cameriere nei caffè aperti tutta la notte. Loro conoscono il tuo mondo, sanno quant’è prezioso che una persona si ricordi il tuo nome... Sanno quanto è lunga la notte. E che rumore fa la vita mentre se ne va".

(Janet Fitch)

Notte.

(Janet Fitch, nata a Los Angeles, ha scritto, anni fa, un libro-capolavoro: "Oleandro bianco", in Italia pubblicato da Il saggiatore. Storia di una madre e di una figlia. Anzi no, storia di una figlia e di tante madri, quelle affidatarie, da cui la bimba – la voce narrante, quella di Astrid – passa, dopo che la bellissima madre, una poetessa, finisce in prigione per aver ucciso un uomo che amava. Storia di una bambina che diventa donna. Storia di un perdono. Indimenticabile. Anche e soprattutto se avete visto il film – brutto- che ne è stato tratto con Michelle Pfeiffer e Alison Lohman, leggete il libro)

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Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.