Lisa Corva

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Perché, quando mi innamoro di una città, mi innamoro soprattutto dei caffè dentro i musei. (Cronache da Vienna, senza Sachertorte).

Lunedì, 4 febbraio 2013 @09:28

"E poi si ricorda. All’improvviso è di nuovo in un ascensore così. E’ tutto di legno, le porte vetrate e istoriate; c’è persino una ribaltina di velluto rosso dove sedersi. Lo sa perché aveva provato a salirci in piedi, su quella ribaltina rossa, per arrivare al tasto dei piani: era così piccola, allora. Però sapeva contare, questo se lo ricorda; persino leggere, anche se non andava ancora a scuola. Sapeva contare tutti i piani, 1, 2, 3, fino al 6; ma l’ultimo piano, quello dove bisognava andare, cominciava con la D. "D come David", diceva all’uomo che la prendeva in braccio per farle schiacciare il tasto; "No, D come Dach", rispondeva lui, ogni volta. Perché erano a Vienna, e David era viennese, e parlava un italiano ingarbugliato, e Dach voleva dire "tetto", così le aveva spiegato lui, così le aveva spiegato la mamma. Perché la casa era all’ultimo piano: sul tetto.
Quanto tempo sono state, in quella casa? Benedetta ricorda solo che c’era la neve, e che David, l’uomo del tetto che si diceva Dach, la mattina apriva il grande portone e la faceva scivolare fuori sulla slitta, una piccola slitta di legno; la trascinava per quelle strade innevate e gelate. Ricorda che sopra la casa, in alto, proprio sul tetto che si realtà era il Dach, c’era un grande cervo; dalla finestra si vedeva il cervo maestoso, avrebbe potuto sporgersi e salirci sopra, volare sopra la città, quasi una renna di Babbo Natale".


Il Buongiorno di oggi non è una frase, ma una pagina del mio ultimo libro, un pezzettino di "Ultimamente mi sveglio felice". L’ho scelta perché ho passato il weekend da amici a Vienna, e sono tornata a casa loro, che è proprio la casa descritta nel libro: con un cervo sulla facciata… Siamo entrati in ascensore e ho chiesto: a che piano? D, Dach, ha risposto la mia amica, stupita, non te lo ricordi che abitiamo nel sottotetto? E infatti: Dach, tetto. Mi è venuto da ridere: nonostante l’avessi messo nel libro, me l’ero dimenticato. Succede così, a volte, con pezzi di mondo che ci ispirano, frammenti delle "vite degli altri", curiosità e ispirazione… Li raccogliamo, come conchiglie o ciottoli raccolti sulla spiaggia, li teniamo in tasca, e poi ce ne dimentichiamo. Comunque, ero stranamente emozionata mentre, nel vecchio ascensore, ho schiacciato il tasto di Dach.

Il mio weekend a Vienna è stato un weekend senza Sachertorte, ma con molte Wienerschniztel (passione del Consorte e, ormai, anche mia). E’ stato un weekend in cui ho scoperto che, come al solito, quando mi innamoro di una città, sento il suo cuore battere più forte nei caffè dei musei: stavolta è stato il caffè del Mak, il museo di arti applicate, con un enorme lampadario fatto di vecchie bottiglie di vetro. Ma mi è piaciuto anche un caffè-installazione, ovvero il ristorante e roof top bar dell’albergo disegnato da Jean Nouvel sul canale del Danubio, dove, all’ultimo piano, si beve o si cena con una vista straordinaria sulla città e sullo Stephansdom illuminato: grandi vetrate su Vienna, sulla Vienna del futuro; e sul soffitto, l’installazione della video-artista Pipilotti Rist, grandi foglie d’autunno colorate, e video di petali e colori che si riflettono nel tuo bicchiere. E poi una grande mostra al Leopold, il museo dentro il MQ, Museumsquartier, un vero e proprio quartiere di musei, caffè, workshop e librerie, in quelle che erano le scuderie imperiali. Il Leopold è il museo che raccoglie il meglio della sensualità di Vienna durante la Secessione, i dipinti di Schiele e Klimt; stavolta però mi ha stupito con una grande mostra su uomini nudi nella storia dell’arte. Proprio così, "Nackte Männer": c’è Schiele, certo, e uno straordinario schizzo di Klimt con un abbraccio tra un uomo e una donna, preludio al famosissimo bacio; ma anche quadri pop e buffi e irriverenti; e accanto agli eroi dell’antichità, i calciatori ritratti nudi in uno stadio, vestiti solo di calze e scarpe. E palloni, certo, nei colori della bandiera francese. (E' "Vive la France", del 2006, di Pierre & Gilles). Klimt si sarebbe molto divertito. Io, confesso, pure.

5 commenti

LISA | Lunedì, 4 febbraio 2013 @20:28

Aminta: direi di sì! A volte, però, anche l'Asia tutta. E Manhattan. E' un cuore con pulsazioni a intermittenza.

Aminta | Lunedì, 4 febbraio 2013 @20:15

Ho capito che nell'atrio sinistro del cuore di Lisacorva pulsa la Mitteleuropa..

LISA | Lunedì, 4 febbraio 2013 @18:35

Anch'io, ovviamente, ho una piccola iconica scatola di legno della Sacher. E la Sacher dell'Hotel Sacher è davvero buonissima, soprattutto se con panna; ma questo weekend ho preferito starne lontana. Sono già un po' pentita! All'Hotel Sacher sono persino andata a cena, due anni fa, una sera dopo l'opera. Vera Mitteleuropa reloaded! La cronaca è qui: http://www.lisacorva.com/it/view/343/

Michela | Lunedì, 4 febbraio 2013 @16:35

A Natale ho ricevuto in ufficio un pacco tramite corriere dove all'interno c'era la Sachertorte direttamente dall'Hotel Sacher di Vienna, confezionata all'interno di una cassettina in legno super carina! Ora la uso come portaoggetti in attesa di un weekend austriaco!
Grazie Lisa per le chicche che ci lasci :-)

idea | Lunedì, 4 febbraio 2013 @11:58

...perchè non scrivere un libro sulle città e sui luoghi che visiti con il cuore ?

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.