Lisa Corva

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Penso.

Martedì, 9 marzo 2010 @06:36

"Penso a tutte le cose non realizzate, ai bambini nati morti, agli angeli, agli amori solo immaginati, ai sogni schiantati dall’alba…"
(Gianfranco Calligarich)

Penso a quanto ti ho amato, a quanto ti avrei potuto amare, a quanto mi avresti dovuto amare. Penso alle mattine che non abbiamo visto insieme, ai crepuscoli che abbiamo cercato dentro l’alba. E invece era un tramonto, ma non lo sapevamo.

La frase di oggi è tratta da un libro che viene da lontano: un libro che ha già 37 anni, e che è appena stato ripubblicato. Mi è piaciuto molto, lui e l’autore, che ho appena intervistato per Il Piccolo:

"Poi guardai il cielo, perché pare che sempre si guardi il cielo quando si compiono trent’anni". Così pensa Leo, il protagonista di "L’ultima estate in città", il giorno che compie 30 anni, un giorno che sembra non finire più in una Roma mai così struggente. Da quel giorno – e dall’uscita del libro – sono passati altri trent’anni, anzi esattamente 37: perché in questi giorni l’editore Nino Aragno rimanda in libreria "L’ultima estate in città", pubblicato da Garzanti nel 1973, che è stato all’epoca un piccolo bestseller. Un libro che ritorna a nuova vita: ne abbiamo parlato con l’autore, Gianfranco Calligarich, che è nato all’Asmara, è cresciuto a Milano, vive a Roma, ma ha Trieste nel cuore.
Natalia Ginzburg, che di questo libro si innamorò, scrisse: è il ritratto amaro, ironico e disincantato di un uomo "che sa di essere nel numero di quelli che si perdono". Ma soprattutto è la storia del "rapporto tra un uomo e una città, cioè fra la folla e la solitudine". La storia di un amore, dunque; l’amore per una donna, e l’amore per Roma?
"Io, come Leo, ho amato moltissimo Roma. Negli anni Settanta, quando tornavo in treno da Milano, già a Orte cominciava a battermi il cuore: come quando si torna da una donna che ci ha stregato. Forse perché, sempre per citare la Ginzburg, è una città che sa essere "beffardamente complice" dei tuoi fallimenti".
E la ama ancora, Roma?
"No: è come una vecchia amante che vediamo trasformarsi in una vecchia astiosa e violenta. Non la amo, non la desidero più".
La Roma che lei racconta nel libro è la Roma degli anni Sessanta; notti che non finiscono mai; feste, alcol e ubriacature; campioni di tennis… Sostituendo la cocaina all’alcol, il calcio al tennis, è una storia che potrebbe accadere ancora oggi?
"Perché no? E’ una storia di rinuncia, di inadeguatezza. Forse per questo piace ancora, soprattutto ai più giovani: l’età in cui ci si sente disperatamente inadatti a quello che ci circonda. Ma quello che non c’è più è la musica di quel tempo. Mi spiego meglio. Un romanzo è uno stato d’animo che tu cerchi di comunicare: e ha, deve avere, un linguaggio preciso, una sua musica. Oggi mi sembra che molti, troppi romanzi siano piatti: lo stile non conta più. Sono libri scritti come si scrivevano, un tempo, le sceneggiature. Manca la musica".
Pensa a Moccia, a Fabio Volo?
(Calligarich ride).
Se il suo libro avesse una colonna sonora, dunque, quale sarebbe?
"Jazz bianco. Nel romanzo, Leo entra nella redazione del giornale dove lavora canticchiando Django Reinhardt. Ecco, forse è quella la mia colonna sonora".
Nella sua ultima estate in città, Leo incontra una ragazza dall’impermeabile rosso. Anche lei, in questi anni, l’ha incontrata? Amata, sposata?
"Le dico solo che quella ragazza c’era, c’è stata. E ha sposato il suo psicanalista: forse l’unico modo per restare malati tutta la vita".
Nel romanzo, Leo dichiara di amare i libri usati: perché costano meno e "perché puoi sapere in precedenza, con un certo margine di sicurezza, se vale la pena di leggerli". Infatti cerca "tracce di pane, briciole, pezzetti di crosta tra le pagine perché un libro che si legge mangiucchiando è senz’altro buono"…
"Lo penso ancora".
In fondo è il destino che aspettava il suo libro.
"E’ vero, ed è buffo. In questi 37 anni, infatti, mentre io pensavo che fosse morto, "L’ultima estate in città" ha continuato a vivere. Ogni tanto, almeno un paio di volte all’anno, ricevo lettere, o telefonate di persone che l’hanno trovato su una bancarella di libri usati, oppure ripreso in mano dagli scatoloni di un trasloco… Una studentessa della Sapienza di Roma, dopo averlo comprato per caso su una bancarella, decise di scriverci sopra la sua tesi di laurea. E mi raccontò che i suoi compagni di corso, incuriositi, hanno voluto leggere anche loro il libro: l’hanno fotocopiato, o comprato – usato - via Internet. Un ragazzo mi ha detto che la sua copia è arrivata da Napoli: tutta stropicciata, squadernata, piena di appunti sui margini, con annotate sopra persino delle liste della spesa. Proprio come i libri che piacciono a me".
Quindi "L’ultima estate in città", anche se non era più in libreria, ha continuato a vivere.
"E ha continuato a diventare parte della storia di altre persone. Come la donna che mi ha cercato da Damasco. Mi disse che l’aveva trovato alla Biblioteca Dante Alighieri, e che l’aveva aiutata in un momento difficile della sua vita, soprattutto una frase: "Siamo quello che siamo non per le persone che abbiamo incontrato, ma per quelle che abbiamo lasciato". Mi emoziona pensare che negli anni, mentre io vivevo, amavo, lavoravo, il mio libro sia diventato questo: un libro che si legge coprendolo di briciole, piegandolo, mettendolo in tasca. Che diventa vivo".
E se lei dovesse regalare un libro così, ma non il suo?
"Un tempo avrei scelto "Fiesta - Il sole sorgerà ancora" di Hemingway: per farmi capire, come uomo. Ma oggi a una donna forse regalerei – anzi, ho regalato – le poesie di Wislawa Szymborska".
Nato all’Asmara, cresciuto a Milano, vissuto a Roma, ma Trieste nel cuore. Perché?
"Perché mio nonno, di cui porto il cognome, è nato a Trieste, e ha custodito Trieste nel cuore per tutta la vita. Eppure se n’era andato alla fine dell’Ottocento, per cercare fortuna a Corfù. Lì incontra e sposa la figlia della modista di Sissi, dell’imperatrice, e con lei ha sei figli. Poi arriva la prima guerra mondiale, va in rovina, viene giudicato disertore dell’Impero… A quel punto, secondo la leggenda familiare, decide di imbarcarsi, con la famiglia, sulla prima nave che parte. Qualsiasi destinazione. Così è finito in Italia. E poi, a Milano".
Quindi a Trieste lei non ha mai vissuto?
"Mai. E neppure la mia numerosissima famiglia. Ma è a Trieste che pensiamo, è di Trieste che parliamo, è a Trieste che – anche se non ci abbiamo vissuto - finiremo da morti. Da quando ci è stata restituita la tomba di famiglia, al cimitero di Sant’Anna, tutti vogliamo essere seppelliti lì! Anche mio nonno, che morì da vero patriarca, a Milano, circondato da figli e nipoti; e, sotto il cuscino, la foto di una donna che non era sua moglie. Era, forse, una giovane cameriera di cui si era innamorato in passato, che non potè sposare, e che si suicidò per lui".
Nel libro, il suo protagonista lascia Roma e torna sempre al mare, il mare del Circeo, "grigio e ostile", che "ha sempre l’aria di chiedere qualcosa". E il mare di Trieste, che cosa chiede?
"No, il mare di Trieste non chiede niente. Ti parla. Vai sul Molo Audace e il mare ti mormora vecchie storie. Storie indimenticabili".


9 commenti

Cam | Mercoledì, 10 marzo 2010 @12:34

Ieri giornata tra corridoi e letti d’ospedale dove vedi ciò che non vorresti vedere, vivi ciò che non vorresti vivere ma scopri anche ciò che altrove forse non riusciresti a scoprire.
Solitaria, abbandonata su un seggiolino, la prima pagina – molto "vissuta" – di City col tuo Buongiorno: sarà stata solo pura coincidenza?

Lì, dove la precarietà del nostro vivere si mostra in tutta la sua drammatica realtà, nascono pensieri che forse altrove non prenderebbero forma:

"Penso a tutte le cose non realizzate, agli amori solo immaginati, ai sogni schiantati all’alba"

Se tutto ciò è accaduto (o non è accaduto) nonostante i nostri sforzi allora di ciò non dobbiamo aver rimpianto: si è comunque faticosamente dolorosamente vissuto.
Se però ciò e frutto di ignavia rassegnazione timore allora … un solo grande rimpianto:
NON AVER VISSUTO

Solo oggi leggo il resto: Milano Roma Trieste, storie di uomini di amori di città, folle e solitudini. Strane affinità di pensieri, sarà un caso?
Sempre a proposito di città: "Le città invisibili" di Calvino è uno di quei libri che non si possono non leggere.

LISA | Mercoledì, 10 marzo 2010 @07:50

Per DANI IN SCOZIA: la storia dei miei primi jeans la trovi nel post del 25 luglio. Prima, e ancora adesso? Velluto! I jeans baggy e bucati d'inverno non tengono molto caldo... Per GIUSY: sai cosa mi piace di Saba e Trieste? Ritrovare i suoi versi, scolpiti in alto sulle strade. I miei preferiti: "C’è a Trieste una via dove mi specchio/ nei lunghi giorni di chiusa tristezza:/ si chiama Via del Lazzaretto Vecchio".

Lila | Martedì, 9 marzo 2010 @22:09

Per Cam: mi dispiace per questa partita a tennis in campo pubblico. Sono belli i tuoi versi ma tu non mi hai detto niente dei miei. Devo dedurre che non ti sono piaciuti? Quanto al caffé al ginseng ti devo dire che a Milano io già ci sono stata una volta per vedere Alex, Manu e Simona la Pasionaria, tre persone veramente speciali. Il libro "Il giunco mormorante" non l'ho ancora finito e l'Arte di amare di Fromm è un libro che ho iniziato tante volte e mai continuato forse perché ancora non ero in grado di amare.

Lila | Martedì, 9 marzo 2010 @21:52

Lisa oggi ho letto al volo solo la poesia ed il tuo commento e non la tua intervista che leggerò domani. Tristi ma belli. E' brutto quando gli amori giungono al tramonto...(scusami per i puntini ma erano necessari).

Giusy | Martedì, 9 marzo 2010 @12:16

P.s. e sempre, alla fine del loro cammino, vogliono riposare a Sant'Anna.

Giusy | Martedì, 9 marzo 2010 @12:10

Che articolo oggi, LIsa! e quell'intervista! Lasciami punti esclamativi e quant'altro: fungono da supporto ai "duri di penna". Posso considerarlo un tuo inconsapevole, graditissimo regalo? Forse riuscirò a farlo leggere al consorte triestino (oltre quarant'anni di convivenza non sempre pacifica ma molto intensa). Dovrò strappagli di mano "Hans Kung" , con dieresi, e spero di riuscirci. Le la ricordi quella poesia di Saba:..Trieste è come.. Ed è proprio vero che i triestini "esuli" portano sempre con se' la loro terra; sotto il cuscino, in tasca, fra le pagine di un libro, nel cuore no! troppo impegnativo da dire. Una cosa, invece voglio dirtela, ti sono veramente grata, con tutto il cuore.

Dani | Martedì, 9 marzo 2010 @09:04

..scusa i commenti frammentati. Mi chiedevo, ci sono altre mamme casalinghe, forse ex-lavoratrici come me, che vorrebbero confrontarsi?Parlare del ruolo, soddisfazioni e frustrazioni?

Dani | Martedì, 9 marzo 2010 @09:02

...che bella la poesia della Merini. Come mamma e casalinga, mi sento celebrata. Ma senti Lisa volevo chiederti questo da u po', veramente ti sei comprata i jeans solo l'anno scorso?Ma prima, d'inverno, cosa indossavi?Io vivo in jeans, anche perche' qui fa freddino...

Dani | Martedì, 9 marzo 2010 @08:59

Si ma Lisa che tristezza!Dai, fra angeli morti e astiose amanti...:-)))crogioliamoci...:-))scherzavo, non vi arrabbiate!

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.