Lisa Corva

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Storia di una borsa.

Lunedì, 5 aprile 2010 @16:02

Non so se in questo momento siete vicine a una bilancia, ma se sì, fatemi un favore: pesate la vostra borsa. Io l’ho appena fatto. Impazzita? No, solo incredula: perché, secondo un’inchiesta del Daily Mail, le nostre borse sono sempre più leggere. Di un bel 57% più leggere, per la precisione. Possibile? Sì, sostiene perentorio il quotidiano inglese: due anni fa, la borsa di una qualsiasi donna trafelata multitasking pesava 3 chili e 200 grammi, più o meno 13 panetti di burro; oggi, 1 chilo e mezzo, ovvero sei panetti di burro. (Piccolo inciso: ho sempre pensato che le inglesi fossero diverse da noi, e adesso ne ho la riprova. Non solo vanno in giro senza calze, e con sandali altissimi, anche d’inverno; ma comprano tutto quel burro?).
Però hanno ragione: la mia borsa pesa un chilo e mezzo scarso (senza burro). E’ vero, è uno zainetto Prada (vintage, ma ben conservato), quindi l’equivalente del peso piuma in fatto di borse; e dentro c’è il mio survival kit ridotto all’essenziale. Controllo: portafoglio, chiavi, fazzoletti, cellulare, burrocacao, rossetto, specchietto d’argento (non sono ancora capace di ritoccarmi il rossetto senza); e un notes con penna, perché non si sa mai dove e quando può arrivare l’ispirazione. Dopo anni di allenamento sono riuscita a ridurre al minimo il mio equipaggiamento di sopravvivenza. Brava, no? Il merito non è solo mio, e qui in effetti ha ragione il Daily Mail. Se le nostre borse sono più aeree, è soprattutto grazie ai nuovi tecno-gadget che ci semplificano (o complicano), ma comunque alleggeriscono la vita. Ovvero: gli "smartphones", tutti i vari iPhones e BlackBerry che hanno sostituito i pesantissimi cellulari anteguerra, e le ancora più pesanti agende (ricordate i Filofax?). Morale: noi della "touch generation" possiamo permetterci borse più piccole. Almeno finché non ci compreremo l’iPad o qualunque altro micro-computer di cui diventeremo amorose schiave.

Ma in realtà ho un’altra storia di borse che volevo raccontarvi: anzi, la storia di una borsa. Una borsa che viene dal passato, una borsa con una storia, con tante storie dentro. Una borsa anni Sessanta, di Roberta di Camerino, di velluto: grigia e nera, piccola, capricciosa. Una borsa da signora, con due fibbie trompe l’oeil (il trademark della stilista veneziana), velluto su velluto. Ce l’ho davanti in questo momento: questa è la sua storia, ed ora anche la mia storia.

Tutto è cominciato a Trieste. Quando, a febbraio, l’assessorato alla cultura mi ha invitato a presentare il catalogo di una mostra (che, tra l’altro, è ancora aperta: fino al 18 aprile), nell’ex Pescheria, sulle Rive del mare che amo tanto. Una giornalista fintoglam (io) per una mostra glam davvero: quella degli abiti da sera di Mila Schön, nata a Traù (l'attuale Trogir, in Dalmazia), vissuta a Trieste, ma poi catapultata (come me) a Milano, dove diventò una stilista, negli anni Sessanta, prima, molto prima della Milano glam cheap. Durante il convegno abbiamo parlato di abiti. Degli abiti di Mila, e di chi, in sala, ne possedeva uno (l’ho chiesto, curiosa come sono; si sono alzate tre mani, e tre storie: io adoro le storie degli abiti). Abbiamo parlato di come ricordi e amori e desideri si intreccino alle etichette e alla stoffa. E io ho ricordato un’altra stilista, legata anche lei agli anni Sessanta e alla mia Trieste: Roberta di Camerino. Quand’ero piccola, in piazza della Borsa c’era una sua boutique, con le vetrine amatissime da tutte le ragazze dell’epoca. E mia zia, che a Trieste è nata (come tutta la mia famiglia) e ha sempre vissuto, aveva una borsa di velluto di Roberta di Camerino, che io amavo, per la sua morbidezza, ancora prima di sapere che quella borsa aveva un nome: Bagonghi. Ho raccontato di quella borsa perduta, che la zia non aveva più ritrovato; delle borse che vedevo in mano alla nonna, alla mamma, alla zia; borse da indossare in tinta con le scarpe, rigorosamente; borse che dentro avevano un fazzoletto ricamato, e un portaprofumo fatto a cilindro, e qualche caramella, sempre, per me bambina. Borse che all’epoca si riponevano in armadio, nel loro sacchetto morbido di satin o velluto. Non it-bags che costano come un affitto, da maltrattare e buttare per terra, come faccio anch’io, come fanno tutte le ragazze fashioniste che trattano le borse come (forse) vorrebbero trattare i fidanzati.
Qualche settimana fa ricevo una telefonata dall’assessore. Sa, qui è arrivato un pacchetto per lei… Avete già indovinato? Io speravo, ma non osavo crederci. E invece era lei, questa borsa, una vecchia borsa di Roberta di Camerino, arrivata dritta dal passato, solo per me. Con un biglietto meraviglioso, su carta intestata, regalo di una signora che porta il nome di un angelo e infatti si chiama Angela; un biglietto, che vi riscrivo qui, perché rimanga sempre, almeno nel cyberspazio di questo blog:
"Gentile signora, ero alla presentazione del catalogo di Mila Schön e ho sentito che era interessata ad avere una borsa di velluto di Roberta di Camerino. Ne ho trovata una in cattive condizioni in soffitta. Non si riesce ad aprirla! Comunque gliela regalo con piacere e forse continuerà a vivere".
Un artigiano dal tocco magico ha aperto la borsa: dentro c’era tutto il mondo che non c’è più, mia mamma, mia nonna, mia zia, le donne che mi hanno amato, le borse che hanno amato, la Trieste della mia infanzia e la Trieste che mi accoglie ancora, sempre, di nuovo.

11 commenti

Bibliotecaria | Sabato, 10 aprile 2010 @16:07

Donato, un bel nome il tuo. Mi hai regalato una bella riflessione sugli oggetti appartenenti al passato.Quante volte sono andata a rovistare nell'inesauribile soffita dei miei genitori per scovare vecchi libri, vecchi mobili dei miei trisavoli. Ho fatto rilegare libriccini risalenti ai primi anni del XIX secolo con tanto di sottolineature e annotazioni.Vivranno sempre, a meno che i figli o gli eventuali nipoti non vogliano disfarsene.

Donato | Venerdì, 9 aprile 2010 @15:13

Ho sempre creduto nell'età degli oggetti, che a differenza di noi umani, non invecchiano, superano gli anni arricchendosi degli umori e delle manie di chi li maneggia, li possiede, li dimentica, li ama, li vezzeggia. E vivono, imperturbabili, passando di padre in figlio e poi in nipote. Vedono il cielo ripetersi nelle notti e nelle stagioni, milioni di nuvole sempre nuove corrervi dentro. E sono là. Finiscono ogni tanto in un cassetto, una valigia, su un ammezzato, in un baule. ma sono paziemìntemente in attesa di rinascere ancora mille volte, senza poter raccontare i loro fascini avvertiti, le parole ascoltate, i segreti nascostissimi. Ma se sai che hanno una grande età e li prendi nella mano, un microbrivido ti invade, un misterioso contatto neuronico risveglia in te cose che non sai, profumi che non avvertisti, immagini solo pensate. Brava Lisa a risvegliare anche dentro di me questi pensieri, che fanno tanto bene all'anima.

Giusy | Mercoledì, 7 aprile 2010 @14:35

Flash back: quel "bagonghi", Lisa! Intraducibile così come altri termini, tipicamente triestini: non riesco a considerarli dialettali, mi suonerebbe sgradevole. E grembano, oppure strafanicci? (grembano si addice, almeno un poco, al mio consorte) Ti giunga il mio affettuoso saluto. E scusa se, per una strana forma di timidezza, o per gioco, a volte intervengo " sotto mentite spoglie". Devo ancora imparare il Galateo..

Lila | Martedì, 6 aprile 2010 @12:33

Emozionante il tuo racconto Lisa, mi sono commossa.

LINA | Lunedì, 5 aprile 2010 @23:38

Quel biglietto su carta intestata, unito al dono di una vecchia borsetta, racchiude tutto un mondo. La" triestinità" non è di facile comprensione.Con il tuo articolo, lisa, spero tu riesca ad aprire uno spiraglio di curiosità su una città praticamente ignorata dalla maggior parte di noi italiani

Mrack | Lunedì, 5 aprile 2010 @21:13

E sì, cara Lisa, uno scampolo di trieste nel tuo articolo.
Noi triestini non siamo troppi inclini ai complimenti e alquanto rozzi nello scrivere. Però: brava mula!

Simona | Lunedì, 5 aprile 2010 @20:57

Lisa, bellissimo questo articolo e questa storia. Ciao.

Giusy | Lunedì, 5 aprile 2010 @20:31

Lisa, non mi commuovo facilmente. Ho un ricordo: quello di mia suocera e della sua straordinaria borsetta/bauletto firmata Camerino.Stupendo, il tuo articolo.

claudia mdg | Lunedì, 5 aprile 2010 @20:21

L'anonimo ero io.

Anonimo | Lunedì, 5 aprile 2010 @20:19

Bella la storia della borsa che torna dal passato grazie a una gentilissima signora! La mia borsa di oggi pesa sui 3 kg: oltre all'indispensabile elencato da te c'erano un mini ombrello, il libro di Marcela Serrano scelto dal gruppo di lettura per l'incontro di aprile, l'agenda, il kit medico per il gladiatore influenzato in trasferta, un lecca lecca a forma di tour eiffel regalo delle nipotine reduci da Parigi, una tavoletta di cioccolato fondente e un golfino pesante perché non si sa mai. Dopo le feste mi sa che metto a dieta anche la borsa

V.I | Lunedì, 5 aprile 2010 @17:34

Essere legati ad un ricodo d'infanzia, a una zia e alla sua borsa o alla tua Trieste la tua città, che dire ... è come avere il filo di Arianna che ti riporta indietro dove hai iniziato il cammino nel labirinto delle cose più belle ... quelle che non hai mai perso... ne dimenticate.Quelle cose importanti.Cari saluti.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.