Lisa Corva

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Prima di uscire, indossa un fiore.

Giovedì, 13 maggio 2021 @08:09

"La vide: chiacchierava, circondata da dame e cavalieri. Non era in lilla, come avrebbe voluto lei, ma in nero. L’abito era di velluto, con una scollatura profonda che le scopriva il seno, le spalle piene e tornite come l’avorio antico e le braccia morbide che si chiudevano in un polso minuscolo e sottile. Il vestito era costellato di ricami a tombolo veneziano. In testa, fra i capelli neri (suoi, senza bandeaux), portava una piccola ghirlanda di viole del pensiero; un’altra uguale era appuntata al nastro nero sulla vita, fra il bianco delle trine. L’acconciatura non aveva nulla di particolare. Particolari, invece, erano i piccoli anelli capricciosi dei suoi ricci che si ostinavano a ricadere sulla nuca e sulle tempie, rendendola ancora più bella. Un filo di perle le cingeva il bel collo scultoreo.
Kitty vedeva Anna ogni giorno, era innamorata di lei e se l’era immaginata in lilla. Quando la vide vestita di nero, però, comprese di non avere mai colto appieno il suo fascino. Quella che aveva davanti agli occhi era una donna diversa e sorprendente. Kitty capì che Anna non avrebbe mai potuto vestirsi di lilla, che il suo fascino consisteva proprio nel risaltare nonostante la mise e che le sue mises mai le avrebbero rubato la scena. Nemmeno quell’abito nero con i suoi pizzi sontuosi. Era, anch’esso, solo una cornice. A risaltare era sempre e soltanto lei, Anna".

Abbiamo appena incontrato una delle grandi figure femminili della letteratura: Anna Karenina. Siamo alla fine dell’Ottocento – il libro di Tolstoj è del 1877 - e quest’abito potremmo definirlo uno dei primi "little black dress" della storia. Certo, è sontuoso, non corto e minimale, come sarebbe poi diventato per Coco Chanel: ma, in una sala da ballo sfavillante di sete e tinte chiare, è un colpo di genio: è nero. Lo indossa Anna Karenina pochi minuti prima che incontri il conte Vronskij, e che inizi l’amour fou, l’amore passione che li porterà alla felicità e alla tragedia insieme. Lei sposata, lui no; l’attrazione fatale, lo scandalo, la gelosia rovinosa… Ma prima che tutto succeda, c’è questo gioco di sguardi a un ballo mondano. E ci sono questi abiti fatti per danzare, quelli che descrive Tolstoj. Tra un valzer e una quadriglia, Vronskij va incontro al suo destino. Lo stringe proprio tra le braccia, perché balla con Anna e pensa: "È salvare me stesso che voglio. Ma non so come".

Sono i dettagli, sempre, che ci fanno innamorare. E quest’abito nero è ancora più nero perché Anna Karenina appunta alla vita, e tra i capelli, delle viole del pensiero. È il tocco a contrasto, di primavera anche d’inverno, che sottolinea il black. Tolstoj, che non ha bisogno di presentazioni, e che conosceva bene quei saloni scintillanti di specchi, amori e intrighi, è un grande narratore: sa raccontare non solo i campi di guerra, i grandi dubbi esistenziali, ma anche gli abiti. Perché lui c’era, a quei balli ottocenteschi, prima di sposarsi e ritirarsi a scrivere nella sua tenuta di Jasnaja Poljana. La moglie, Sofia, era giovanissima, e la sconvolse per sempre dandole da leggere i suoi diari prima del matrimonio (e dei 13 figli); e forse, chissà, c’è un’eco di quella ragazza timida nel suo capolavoro, "Guerra e Pace", terminato nel 1869. Eccola, la pagina del primo ballo di Nataša: "Quel giorno si era levata alle otto e aveva passato la giornata intera in febbrile agitazione e attività. Tutti i suoi sforzi, fin dalla mattina, erano stati diretti a far sì che tutt’e tre – lei, la mamma e Sonja – fossero vestite nel miglior modo possibile. Sonja e la contessa si erano affidate interamente a lei. La contessa doveva mettere un vestito di velluto massacat e le due fanciulle dei vestiti bianchi di velo su sottabiti di seta rosea, con bocci di rosa alla scollatura. I capelli dovevano essere acconciati à la grecque. Tutto l’essenziale era già stato fatto: i piedi, le braccia, il collo, gli orecchi erano già stati lavati, profumati e incipriati con particolar cura, come usa per un ballo; erano già state infilate le calze di seta traforate e le scarpine di raso bianco coi fiocchetti; le pettinature erano quasi terminate".
Che contrasto! Anna Karenina in nero profondo e sensuale, come è lei, come l’amore-vortice a cui si lascerà andare; Nataša in bianco e rosa polvere, colori delicati, timidi, esitanti. Per entrambe, dei fiori freschi sull’abito da sera: ma per Nataša, che è al primo ballo, che si affaccia alla vita, sono fiori non ancora sbocciati, boccioli di rosa.

I fiori sugli abiti non scompariranno presto: resistono, senza appassire, fino ai primi del Novecento. Piacevano soprattutto le violette, e rimangono non solo nei romanzi, ma anche nei quadri: uno per tutti, la bella pittrice Berthe Morisot, in nero con un cappellino black, e un piccolo bouquet alla scollatura, ritratta da Manet nel 1872. In quegli anni le violette a Parigi si vendevano per strada, a ogni inizio primavera. Ma già negli anni Trenta, la scrittrice Rebecca West fa dire con nostalgia a uno dei personaggi del suo "Rosamund": "Non c’erano violette, da nessuna parte. Un tempo, ne avevamo così tante. Le violette di Parma erano le più belle. Quasi pallide. Ci spruzzavamo sopra dell’essenza di viola e le portavamo sulle nostre pellicce d’inverno, o le appuntavamo sui boa di piume nelle bluse d’estate".
E gli uomini? Anche loro indossavano dei fiori: era la boutonnière, di solito una gardenia o un garofano all’occhiello della giacca, infilato in un’asola sul rever sinistro. I più dandy, e sofisticati, sceglievano fiori rari: fresie, mughetti, narcisi… Proust si fece ritrarre con un’orchidea bianca, Oscar Wilde scelse un raro e pallido garofano verde, il conte De Montesquieu una gardenia. E un garofano bianco era nell’asola del frac di Fred Astaire.
Poi i fiori sono rimasti solo stampati sui tessuti: "flower power" in tutti i modi, petali stilizzati o ricamati, pistilli giganti e foglie psichedeliche, che riappaiono puntuali ogni primavera. I più famosi, forse, sono i papaveri di Marimekko. Armi Ratia, che fondò il brand finlandese negli anni Cinquanta, dichiarò che non avrebbe mai usato un motivo floreale nelle sue collezioni. La designer Maija Isola le "disobbedì" e disegnò Unikko, quei larghi, sorridenti papaveri rossi e fucsia che dal 1964 ci conquistano. Ma questo non è solo un altro fiore, è proprio tutta un’altra storia.

(Avete letto il mio terzo podcast, che potete ascoltare su Spotify e Spreaker: basta digitare Gli abiti parlano. Un progetto nato durante il lockdown, che mette insieme le mie due grandi passioni: letteratura & moda. I libri, invece, li trovate in edizione Einaudi, per Tolstoj; e Fazi, per Rebecca West).

4 commenti

P. | Lunedì, 24 maggio 2021 @13:11

Grazie a te per questi racconti, bellissimi! L'ho ascoltato tutto di seguito, ho letto che saranno 5 puntate, ora attendo martedì prossimo, spero continui!

LISA | Lunedì, 24 maggio 2021 @10:16

Sabrina, grazie. Spero tu abbia anche ascoltato i podcast! Sono brevissimi: 8 minuti. Una piccola storia della buonanotte.

Sabrina | Venerdì, 21 maggio 2021 @19:52

Che bello questo articolo!

A.D. | Giovedì, 13 maggio 2021 @08:48

Ti ho ascoltata, mi hai fatto ricordare le favole che ascoltavo da piccolo.. Quelle che: A mille ce n'è
nel mio cuore di fiabe da narrar.
Venite con me
nel mio mondo fatato per sognar…
Non serve l'ombrello,
il cappottino rosso o la cartella bella
per venire con me…
Basta un po' di fantasia e di bontà.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.