Lisa Corva

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The hour in-between. E un incontro con Herta Müller, Nobel per la letteratura.

Mercoledì, 5 maggio 2010 @07:20

"E’ questa l’ora che amo: l’ora intermedia
né di qui né di là della sera.
L’aria in giardino ha il colore del tè.
E’ questo il momento in cui lavoro meglio,
salgo le scale in due stati d’animo,
in due mondi, portando stoffa o vetro,
lasciando giù qualcosa, prendendo con me qualcosa che avrei dovuto lasciare giù.
L’ora del cambiamento, della metamorfosi,
delle instabilità che mutano forma".
(Eavan Boland)

Il giorno diventa notte. E io vedo ciò che posso diventare.

Eavan Boland, poetessa irlandese. I versi che ho scelto per il Buongiorno di oggi, 5 maggio, sono tratti da "Tempo e violenza – Poesie scelte", edizione Le Lettere. Con testo a fronte! Mi piace l’incipit:

This is the hour I love: the in-between,
neither here-nor-there hour of evening…


E a proposito di donne che stanno in ore intermedie. Donne che conoscono il cambiamento, la metamorfosi, l’instabilità… Ho incontrato Herta Müller, premio Nobel (a sorpresa) per la Letteratura nel 2009. Ecco l’intervista, uscita sul Piccolo di Trieste, la mia città.

Herta Müller è un fazzoletto. Bianco e ricamato. Della minuta scrittrice rumena (ma della minoranza di lingua tedesca), Nobel per la letteratura nel 2009, la donna che ha sfidato la dittatura di Ceausescu soltanto con la forza delle sue parole, esce oggi in Italia, finalmente pubblicato da Feltrinelli, il suo capolavoro: "L’altalena del respiro". Un libro che parla di deportazione, di lager, di dittatura. E di un fazzoletto bianco.

"Mia madre fu deportata per cinque anni in un lager russo: pagine buie della storia d’Europa. Era il 1945, e la Russia chiese per i suoi "campi di lavoro", di "ricostruzione", tutti i cittadini tedesco-rumeni che erano ancora a casa, che erano troppo giovani per andare in guerra, oppure donne e ragazze. Storie e persone dimenticate. Io però volevo ricordare. Ma come? Provai a parlare con mia madre. Con i suoi coetanei, anche loro sopravvissuti, anche loro magari emigrati e fuggiti in Germania (Herta Müller riuscì a lasciare con suo marito la Romania, per Berlino, nel 1987). Ma mancava sempre qualcosa: un dettaglio, una piccola cosa, una parte per il tutto. Poi ho incontrato il poeta Oskar Pastior, anche lui nato nel Banato tedesco, anche lui deportato a 17 anni. Ci siamo conosciuti in Tirolo, a un festival di letteratura, e davanti a tutti quegli abeti mi è scappato: che alberi noiosi. Non cambiano mai, sono sempre verdi, servono solo come alberi di Natale. E lui mi ha detto: quando sei in un lager, anche un abete può salvarti. Mi ha raccontato di quando se n’è costruito uno, piccolissimo, usando la lana verde di un paio di guanti e del filo spinato, perché gli ricordava il Natale, perché voleva che gli ricordasse il Natale. O forse, semplicemente, la civiltà. Così ho capito: ci voleva un altro sguardo, lo sguardo di un poeta, di uno scrittore, per tirar fuori le piccole cose che raccontano tutto, anche il lager".

Dunque il suo nuovo libro, "L’altalena del respiro", è un libro a quattro mani: la scrittura è sua, i ricordi e lo sguardo sono di Pastior.

"Io e Pastior abbiamo lavorato insieme, finché è morto, quattro anni fa. Ma io sono andata avanti, da sola, anche per lui. Insieme abbiamo parlato, per mesi. A lui ho chiesto tutto, ho potuto chiedere tutto, tutto quello che mia madre non riusciva a dire: anche come fa un uomo - quando è denudato, spogliato, terrorizzato - a rimanere uomo".

E lei crede davvero che per resistere, in un lager, in una prigione, basti un fazzoletto?

"Sì. Perché quando il lager, la guerra, l’esilio, distrugge e toglie, sei così: nudo, e solo. E allora una piccola cosa ti può salvare. Come quel fazzoletto, che fu regalato a Pastior da un’anziana donna russa che gli aprì la porta di casa e gli diede da mangiare. Una donna che gli aveva appena raccontato che anche lei aveva un figlio deportato: in un lager, in Siberia. Un fazzoletto prezioso perché, mi disse Pastior, nel lager non c’erano: chi li aveva, li usava per conservare sale o zucchero, o li barattava. Soffiarsi il naso in un fazzoletto era un lusso. Ma quel pezzo di cotone per lui è diventato un segno, un sentimento: anzi, di più, una persona. L’unica persona, mi disse, a cui importava qualcosa di me, nel lager. Un fazzoletto che finì nella sua valigia, mai usato, mai barattato: una speranza per il ritorno. E Pastior, come mia madre, dal lager tornò".

Così il lager sovietico è un fazzoletto bianco e ricamato, speranza di un possibile ritorno. E la dittatura di Ceausescu diventa un messaggio cucito in un vestito: quelli che la protagonista del romanzo "Heute wär ich mich lieber nicht begegnet" ("Oggi avrei preferito non incontrarmi", non ancora tradotto in italiano), nasconde dentro gli abiti da uomo della fabbrica dove lavora. Con il suo nome, e un appello disperato: "sposami!". Sperando che un uomo, un uomo italiano (è in Italia che verranno venduti gli abiti), la scopra per caso e la cerchi. La salvi. Si può parlare di dittatura, e di resistenza, partendo da un fazzoletto, da un abito?

"Si può e si deve. Forse per parlare di dittatura non bisogna mai nominarla: i romanzi non sono un saggio politico. Per parlare di dittatura, di censura, di regime, bisogna parlare di piccole cose. Di dettagli. Di quotidiano. Come noi, che sotto Ceausescu abbiamo vissuto in ciò che non era permesso, nelle pieghe di quello che era proibito. Questo è quello che racconto".

Questo è quello che Herta Müller racconta nei suoi romanzi: "In viaggio su una gamba sola" (Marsilio) e "Il paese delle prugne verdi" (Keller). Ma soprattutto nel recente "Cristina e il suo doppio" (Sellerio). Perché per la Securitate (i servizi segreti di Ceausescu), che la spiava, controllava, minacciava, calunniava, Herta non era più Herta, ma un nome in codice: Cristina. Era un fascicolo, a cui la scrittrice ha avuto finalmente accesso. E’ così che ha scoperto di avere un’ombra, una donna che è lei ma non è lei. Un’ombra di cui forse non si libererà mai. Se non attraverso le parole. Se non raccontando, scrivendo, testimoniando: contro la dittatura, contro tutte le dittature.

"Anche se, credetemi, ne avrei fatto volentieri a meno. Ho scritto contro il regime, ho scritto per ribellarmi alla censura, perché mi è capitato di nascere nella Romania di Ceausescu. Ma ci avrei rinunciato di buon grado. Se fossi nata in un altro Paese, a un’altra latitudine geografica e politica, avrei scritto, certo, ma avrei scritto d’altro. Almeno spero! Anche perché la dittatura non è certo materiale da romanzo. Non diventa buona letteratura".

Dunque, non è un caso che, alla fine della serata, Herta Müller riceva in regalo, oltre ad un mazzo di rose, un fazzoletto bianco e ricamato. Lei lo apre, lo sventola come saluto. Senza più dire una parola: le parole sono quelle che trovate nei suoi libri; parole di resistenza, parole per ricordare sempre chi siamo, anche quando non abbiamo più niente, o quando qualcuno ci appiccica addosso un’ombra.


13 commenti

LISA | Mercoledì, 19 maggio 2010 @00:45

Bello, GRIGIO, quel "livido splendore".

GRIGIO | Lunedì, 10 maggio 2010 @22:37

C'eri anche tu,non lo ricordi
quand'eri assente
nei pomeriggi ameni
quando uscivamo sordi
ma felici,almeno tu,che in mente
ponevi il desiderio
di girare senza freni
guardando le vetrine:
io il vetro,tu i vestiti.
Avevi ragione,chi mai poteva
curare in amore, il tuo livido splendore?
L'immagine del tuo spirito
pieno di vuoto ufficio
si addice a una città
famosa per il grigio.

LISA | Venerdì, 7 maggio 2010 @17:10

Grazie a te, SOLENA, che hai il sole nel nome. Da dove scrivi? Da una città con il sole?

solena | Venerdì, 7 maggio 2010 @12:00

grazie, mi fai amare ancora di più la vita..la poesia

ALEXO | Giovedì, 6 maggio 2010 @08:20

19 . Il dolore delle nuvole non riusciamo nemmeno a immaginarcelo.

lina | Mercoledì, 5 maggio 2010 @20:47

Aerin, anche a me piace l'ora intermedia e sono italiana, se il cielo è sereno, mi piace guardarlo, mi piacciono le nuvole e le varie forme che assumono, penso al giorno che verrà, forse migliore, per tutti noi.

LISA | Mercoledì, 5 maggio 2010 @15:04

GIUSY, quello che racconti è bellissimo. Sono queste le storie, ANNALISA FARMACISTA ed AERIN, che mi piace seguire e ascoltare nelle ore in-between.

Giusy | Mercoledì, 5 maggio 2010 @14:45

Ciao Lisa, ho letto con attenzione la tua intervista e le coinvolgenti risposte di Herta (anche se Nobel, mi permetto di chiamarla per nome). Mi ha commosso il racconto dell' abetino costruito col filo di lana verde e filo spinato e non solo quello.. Ho tra le mani un piccolo "cimelio" custodito nello studiolo del consorte: si tratta di un bossolo di artiglieria pesante (I° guerra mondiale) forgiato a mano, con scarsi arnesi ma tanta abilità da un prigioniero di guerra e trasformato in piccolo vaso, ornato di stelle alpine e foglie d'edera. Sulla base un nome: Luigi Taddei. Donato alla padrona di casa (nonna di Piero) che l'aveva accolto con benevolenza. Perdonami la prolissità , il "fuori tema" e la banalità.

Marilia cinquantenne incredula | Mercoledì, 5 maggio 2010 @13:43

Per Alexo: Grazie per le notizie su Strand.
Per Lisa: grazie per l'intervista a Herta Muller. Testimonianze simili ci servono per ricordare quanto siamo fortunati.
Saluti a tutte/tutti

ALEXO | Mercoledì, 5 maggio 2010 @13:21

INFO x MARILIA: ho scovato 2 volumetti di Strand (ancora lui!),
L' ALFABETO DI UN POETA e 89 NUVOLE , EDIZIONI L' Obliquo,
http://www.edizionilobliquo.it/index.html .

1. Una nuvola non è mai uno specchio

2. Le parole sulle nuvole sono nuvole loro stesse.

90. Marilia crede e non crede alle nuvole.

Aerin | Mercoledì, 5 maggio 2010 @10:56

Mi piace molto la luce dell'ora intermedia - the in-between o come la chiama Yeats, the half light. Anche per me è il momento della giornata che preferisco. Ma mi sembra che non sia molto condiviso, almeno non in Italia.

Annalisa farmacista | Mercoledì, 5 maggio 2010 @09:14

Che orrore devono aver vissuto queste persone. Che vite veramente drammatiche. Un po' come la zingara di ieri che venuta in farmacia mi ha raccontato di aver perso la figlia pochi mesi perchè non potevano curarla. E so come funziona tra di loro: se la medicina è gratis allora la si prende se è da pagare no, fosse anche una cosa importante per il proprio figlio. Questo ovviamente lo fanno gli uomini, dato che sono loro che detengono il controllo dei soldi. Le donne no. Loro obbidiscono e basta. E soffrono, tanto anche. Un lager dei giorni nostri. Ma mi chiedo Lisa nessuno ha mai scritto di queste realtà? O forse sono solo io che non lo conosco. Però ci sarebbe tanto da raccontare! Proprio per far conoscere, per far sapere che cosa devono sopportare le donne in quei contesti. E per i versi di oggi ti dico Lisa che mi piacciono molto: quel momento del giorno in cui la luce sta per cedere al buio, il tramonto che dalla mia casetta è così bello. Il sole che se ne va tra i campi. E l'aria che si respira.Tante volte sono salita sui colli bolognesi per ammirarlo anche da sola. Ti da l'idea che tutto si possa fare, che il domani sarà migliore.

ALEXO | Mercoledì, 5 maggio 2010 @08:18

Grazie Lisa, per l' incipit, per la poesia, per l' incontro con Herta.
Grazie.

So che non vivi più a Milano, dove abiti ora?
Baci.

Lisa Corva

Mi chiamo Lisa Corva, e questo lo sapete. Sapete anche, se siete qui, che credo nel potere delle parole. E della poesia.

Qui troverete i miei Buongiorno: da trasformare in sms, ricopiare sull’agenda, far viaggiare via web… Talismano, oroscopo, cioccolatino, schegge di luce o di consolazione: usateli come volete. Troverete anche le mie interviste, i miei articoli di moda, i miei colpi di fulmine in giro per il mondo. E, ovviamente, i miei libri.

Mi potete anche trovare (a volte) in Piazza Unità a Trieste: la città dove sono nata, dove non ho mai vissuto, ma che continuo testardamente a considerare mia. Se vi avvicinate abbastanza, mi riconoscerete. Se non altro, dal profumo di rose.