Che cosa leggere quest’estate? Anzi, che cosa leggo quest’estate? Perché l’estate è già cominciata e prosegue, torrida, con voglia di ombra e freschezza. Forse per questo l’unica cosa che ho voglia di leggere è qualcosa di leggero, possibilmente ironico, possibilmente come un bicchiere d’acqua ghiacciata con limone e foglie di menta. Qualcosa che mi faccia sorridere e mi porti pensieri felici. Difficile, vero?

Ho cominciato con i racconti di Gerald Durrell, lo zoologo British che ha scritto un libro per me cult, “La mia famiglia e altri animali” (Adelphi). La storia vera di quando, ancora bimbo, si trasferì con la madre e i fratelli in una Corfù che all’epoca – erano gli anni Trenta – a degli inglesi intristiti dalla pioggia sembrava probabilmente esotica come Bali. Lì Durrell scoprì non solo che il sense of humor salva la vita (ma questo, gli inglesi lo sanno), ma che la sua vita stava nei coleottori, gli asini, le conchiglie e gli altri animali da catturare, osservare, studiare. È così che è diventato uno dei primi grandi difensori della fauna del mondo. Seguendo le tracce di Durrell, ho letto “Picnic e altri guai” (Adelphi), un catastrofico picnic in Inghilterra, un altrettanto esilarante viaggio in nave e altri racconti. E poi ho scoperto che mi piacciono e rilassano anche i suoi racconti di animali e viaggio, “La terra che sussurra” (Adelphi), il suo viaggio in Patagonia; in valigia metto “Un albero pieno di orsi” (Marsilio), pagine che mi porteranno in Nuova Zelanda e Australia: già, poter partire adesso!
Ma è chiaro che non posso leggere Durrell tutta la vita, anche se a volte vorrei tele-trasportarmi dentro uno dei suoi libri e stare lì, tranquilla, per un po’, tra lemuri e struzzi. Entrare nel mondo di uno scrittore e non volerne più uscire. Mi è successo con altri romanzieri, innanzitutto la mia adorata Jane Austen. Se non avete mai letto nulla, è il momento! Io intanto ho guardato su Netflix due film buffi e nuovissimi tratti da Emma e Persuasione, e mi sono piaciuti tutti e due: forse soprattutto Persuasione, con una Dakota Johnson trentenne single alla Fleabag, che strizza l’occhio alla macchina da presa e beve un bicchiere di vino per dimenticare i suoi guai… Sì, mi piace questa leggerezza di Jane Austen inalterata nei secoli, la sua capacità di venire capita, amata, interpretata una generazione dopo l’altra. Altri titoli leggeri che consiglio e regalo da anni? Innanzitutto il mio libro preferito di una delle mie scrittrici preferite, Elizabeth von Arnim: che non parla d’amore, ma di un giardino. Ha le pagine consumate, il prezzo ancora in lire, e mi sorride già dalla copertina. “Il giardino di Elizabeth”, longseller che trovate in tre edizioni diverse (Bollati Boringhieri, Elliot, Fazi) è stato scritto nel 1898, quando Elizabeth era solo un’inglese di “down under”, nata nella lontanissima Australia, che sposa un nobile tedesco e finisce in Pomerania: “Elizabeth and Her German Garden”, appunto. Poi arrivarono i debiti, la casa venduta, le guerre: le catastrofi e la vita. Ma in quell’anno Elizabeth è semplicemente una giovane donna che ama il suo disordinato giardino, anche quando sa solo di terra bagnata. E libertà. Che cosa mi ha insegnato? A guardare il mondo con intelligenza e ironia, che è forse il modo migliore di sopravvivere. Ma anche a uscire, quando si è tristi, e cercare qualcosa di verde e vivo, fosse anche solo un basilico sul balcone. E poi, alcuni gioielli come “Un giorno di gloria per Miss Pettigrew” di Winifred Watson (Neri Pozza) e “Diario di una lady di provincia” di Lady Delafield (sempre Neri Pozza), che ha le pagine consumate da quanto l’ho riletto.

Aggiungo “Zia Mame” di Patrick Dennis (Adelphi), inarrivabile. Forse perché non sono mamma ma zia, la svaporata zia Mame con i suoi braccialetti tintinnanti negli anni Venti a New York, le sue avventure e la sua Mercedes con autista, è uno dei pochi libri che mi abbia fatto davvero ridere. Appena uscito, “Niente di vero” (Einaudi), di Veronica Raimo, tra i finalisti Strega di quest’anno. No, gli altri romanzi in gara non li ho letti. Ma lei ha un incipit folgorante. E poi “L’improbabilità dell’amore” (Neri Pozza), appena finito: l’autrice, Hannah Rothschild, è riuscita a mixare tutto quello che mi piace: il mondo dell’arte e delle aste, i ricchi assurdi di Londra e i segreti del passato, un quadro di Watteau che passa di mano in mano nei secoli cambiando la vita delle persone, un furto impossibile e, ovviamente, un amore.
D’estate, poi, leggo sempre dei gialli. I miei preferiti sono da sempre i gialli nordici; un nome fra tutti, una scrittrice che purtroppo non pubblica più: la svedese Åsa Larsson, Marsilio, e la sua Rebecka, avvocato in fuga in Lapponia, nella casa della nonna, e i misteri che incontra; e la norvegese Anne Holt, Einaudi. Quest’anno però Neri Pozza mi ha fatto davvero un regalo, con “Piume bianche” di Jacqueline Winspear e “Il caso della sorella scomparsa” di Julianne Fellowes. Gialli seriali, perché Jacqueline Winspear è già al secondo romanzo, con un’investigatrice per caso nella Londra degli anni Trenta; mentre Julianne Fellowes (sì, la nipote dello sceneggiatore di Downton Abbey), è al terzo dei delitti Mitford, inventati e intrecciati alle sorelle Mitford, of course, le sei sorelle aristocratiche degli anni Trenta, di cui una, Nancy, grande scrittrice. Si capisce che mi piace tutto quello che sa di Inghilterra in quegli anni? E ovviamente, se non avete mai letto Nancy Mitford, è il momento. Cominciate da “Inseguendo l’amore”, bella e nuova traduzione Adelphi.

Infine, d’estate di solito rileggo un classico. Quest’anno ho ripescato dai miei scaffali un’edizione Garzanti, quasi smangiucchiata dagli anni, di “Delitto e castigo” di Dostoevskij, che inizia proprio, come un’allucinazione, in un torrido luglio a San Pietroburgo. Non so se è la lettura giusta, ma ci provo; non so neppure cos’avessi capito, a sedici anni, di questo libro, ma anche questo è il bello dei classici: leggere, rileggere. Negli anni ho riletto “Guerra e Pace”, ma anche “La montagna incantata”, “Il rosso e il nero”, “I Buddenbrook”, “Il maestro e Margherita”… C’è qualcosa nell’estate, nella controra, nella brezza della sera (speriamo!), che rende meravigliosi i viaggi nel passato.
E infine, i libri che mi aspettavano. Ovvero quei libri a cui giro intorno, ma che non mi decido mai a leggere. Quest’anno mi sono comprata finalmente i Diari di Etty Hillesum (Adelphi), la giovane donna ebrea che viveva ad Amsterdam e che è morta ad Auschwitz. Poche righe di biografia che mi hanno sempre respinto. O forse, fatto paura. Ma appena ho cominciato ho capito che questi sono in realtà diari di vita, pagine di vita, di scoperta degli uomini, dell’erotismo e di sé; e un continuo, coraggioso dialogo con Dio, con il mondo, anche quando il mondo è cattivo. Riesco a leggere solo poche pagine alla volta, perché sono dense, forti, mi fanno pensare. Lo porterò in barca, il suo diario, per ricordarmi quanto devo essere grata alla vita. I giorni chiari e i giorni scuri. Grazie, Etty.
