Toccare terra, dare un nome alle cose.

“Le macchie di lentischio, le agavi, la ginestra e i corbezzoli dai frutti rossi come grandi gocce di sangue tremolavano agli ultimi albori della luna, mentre le loro foglie brune parevano orlate di perle…”
(Grazia Deledda)
Dare un nome alla terra.

Toccare terra. Dare un nome alle cose. In questi giorni in Sardegna, a casa di un’amica ho trovato un vecchio libro di Grazia Deledda (Nobel per la letteratura nel 1926, prima donna italiana, dimenticata, vero?), e ho sfogliato le pagine, cercando la sua Sardegna. Che è un po’ anche la mia. Lentischio, asfodeli, elicriso, mirto: camminando per le spiagge di sabbia bianca, per i sentieri dell’isola ora in fiore, ho toccato terra, cercato i nomi. Questa, che è una delle lezioni della primavera. Su qualsiasi terra posiamo i piedi. Raccoglievo foglie e fiori, li tenevo in mano, per sentirne l’odore, li infilavo in tasca, per portare addosso un po’ del sapore della terra e della primavera.
(E il libro da cui ho tratto la frase è “Amore lontano- Lettere al gigante biondo”, Feltrinelli, epistolario e abbozzi di romanzo).

È stato un vero viaggio, da Nord a Sud: atterrati a Olbia, ripartiti da Cagliari. E porto nel cuore, oltre agli incontri, anche inaspettati, i precipizi della Barbagia e la spiaggia di sabbia bianca a San Teodoro su cui si apriva la casa dove ho dormito, spiaggia lunare. Buongiorno mondo, quindi, di cui ho forse ritrovato le chiavi, come il Buongiorno che ha aperto il viaggio, tratto dalla raccolta di un poeta israeliano, Crocetti Editore:

“Per certe esitazioni
fra marzo e aprile s’è creato
un felice vuoto.
Ora il mondo è come nel momento
in cui fruga l’amata nella borsa
cercando la sua chiave.
All’improvviso, fra i fruscii delle carte,
un tintinnio: eccola!”
(Yehuda Amichai)
Buongiorno, mondo.

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