Una sciarpa, per avvolgersi nella consolazione.

“C’è sempre qualcosa che si può fare con il dolore.

Tua madre lavora a maglia.

Fa sciarpe in tutte le tinte di rosso.

Erano per Natale, e ti hanno tenuto al caldo

mentre lei si risposava

e poi divorziava

e si risposava

e ti portava con sé.” 
(Louise Glück)

Avvolgersi nella consolazione.

Quando ho saputo che Louise Glück, la poetessa americana che leggo dal 2003 (da quando mi hanno regalato l’ormai introvabile “Iris selvatico”), aveva vinto il Nobel Letteratura di quest’anno, sono andata a rileggermi tutto quello di suo che nel tempo le ho sfilato e tradotto per i miei Buongiorno. Forse questi versi, tratti da “Love Poem”, sono quelli che mi piacciono di più: c’è il dolore ma anche la consolazione, c’è il “fare altro” della propria tristezza, anche sciarpe, perché no; ci sono i mesi freddi e la morbidezza di tutto quello con cui ci avvolgiamo (io ho tante cose: una sciarpa morbida sempre con me in borsa, un plaid di cachemire a casa, vero lusso).
Louise Glück, che ora ha 77 anni, pubblica da almeno 50, e ha vinto in America tutti i premi possibili, compreso il Pulitzer. Scrive intrecciando ai suoi versi figure della mitologia greca: cosa che me la rende ancora più vicina. Perché i genitori, cosa abbastanza inusuale in America, le leggevano le storie degli dei e degli eroi greci quand’era piccola. A proposito, il nome Glück viene dai nonni paterni, ebrei ungheresi, che emigrarono a New York dove aprirono un grocery store, praticamente un ortolano o negozio di alimentari, di quelli di una volta. Guardo le sue foto di quand’era giovane: capelli nerissimi, sguardo fiero. Bella, elegante.
E oggi, che ha 77 anni, mi piace quello che ha appena raccontato di sé al New York Times. La sua ultima raccolta di poesie, spiega, parla dell’invecchiare, e del lutto. “Ho scritto di morte da sempre, da quando ho cominciato a scrivere: letteralmente, da quando avevo 10 anni. E sì, invecchiare è complicato. Non solo perché sei più vicina alla morte ma perché tutte le facoltà su cui contavi – la grazia fisica, l’energia, l’agilità mentale – cominciano ad essere compromesse, minacciate. Ed è molto interessante scriverne. Anche perché si scrive per avventura. Io scrivo perché voglio essere portata in un luogo di cui non so nulla, voglio essere straniera in un nuovo territorio”. La vecchiaia come nuovo territorio? Solo un poeta poteva essere così convincente. Non a caso la sua poesia è un lungo dialogo con Persefone, la ragazza rapita e portata nell’Ade, la donna che sa passare dal regno dei morti alla terra, ogni anno, portando con sé la primavera. E non a caso il suo ultimo libro – che ora voglio ordinare – si intitola Averno (o Ade, il regno dei morti, delle ombre, dell’aldilà). Anche questo è un nuovo territorio. Grazie, Louise Glück.

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