Tengo i giorni chiari, quelli scuri li rendo al destino.

“Tengo i giorni chiari, quelli scuri li rendo al destino”

(Zsuzsa Bánk)
Accarezzare i ricordi.

Il decluttering dei giorni? Non proprio, anche se mi è venuto da ridere a pensare a un riordino dei ricordi, questo lo tengo, quest’altro no… In realtà mi sembra che la nostra mente lo faccia automaticamente. Ci rimangono i giorni chiari, i momenti di inaspettata felicità o di tollerabile malinconia. Ci rimane la gratitudine, parola essenziale in questi tempi pandemici. Ci rimane la poesia, i libri, le giornate di sole, una vita da accarezzare. E la frase di oggi è tratta dal romanzo di una scrittrice tedesca di origine ungherese: “I giorni chiari”, di Zsuzsa Bánk (Neri Pozza, traduzione di Riccardo Cravero). L’avevo intervistata tempo fa proprio per questo romanzo, ecco le sue parole:

“Tengo i giorni chiari, quelli scuri li rendo al destino”. Parole luminose di Evi, una delle tre madri che incontriamo nel romanzo di Zsuzsa Bank. Evi, che se n’è andata dall’Ungheria dopo il ’56 (come i genitori dell’autrice), e vive in una baracca di legno ai margini di una piccola città tedesca. Eppure sa trasformare ogni giorno in un giorno chiaro, per la figlia Aja, e per i due bambini che giocano con lei, la piccola Seri e Karl. Un libro che parla di madri e figlie, di destini che si incrociano, prima a Roma e poi di nuovo in Germania, per tutta la vita.
Madre e figlia: un rapporto tormentato, complicato…
“Perché non dire, semplicemente, intenso? Seri e Aja, le figlie del mio romanzo, non sono in lotta con le loro madri. Per quello vanno lontano, a Roma. Se lo possono permettere, perché hanno imparato, proprio da loro, a non avere paura”.
Evi è una madre aerea, di luce; la donna dei “giorni chiari”. C’è qualcosa di autobiografico?
“Sì: la leggerezza di mia madre, la sua giocosità, la capacità di inventare piccole cose buffe per noi, ogni giorno. In fondo penso che tutte le mie amiche me la invidiassero… In me, invece, penso che ci siano frammenti di tutte e tre le madri del romanzo: c’è la malinconia e la depressione di Ellen, il distacco, a volte, dal quotidiano; la capacità di divertirmi con i miei figli di Evi; la disciplina di Maria”.
Lei ha una figlia: che cosa vorrebbe trasmetterle?
“Vorrei che imparasse quello che le bambine del mio romanzo imparano dalle loro madri: a non aver paura della vita. Ad avere la forza di buttarcisi a capofitto; saperne vedere tutti i colori e le possibilità. E poi spero che mia figlia scopra qual è il suo talento, che non lo sprechi. E che si ricordi, anche nei momenti più difficili, che c’è sempre un domani”.

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