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Sdraiarsi e sentire il respiro del mondo

Sdraiarsi per terra, e sentire il pianeta che gira. Da quando la curatrice d’arte Lucia Pietroiusti mi ha detto questa frase, ci penso spesso. Forse perché anche a me capita, magari alla fine di una giornata stancante, di volermi sdraiare per terra, sul pavimento, a occhi chiusi. Nel buio. Non lo sento mai, il pianeta che gira; o forse sì, perché lì, per terra, cercando di non sprofondare nel pozzo nero di cui scriveva Natalia Ginzburg (conoscete la sua bellissima pagina sulla tristezza cupa al femminile?), rimango in ascolto dei miei pensieri, del mio respiro, quasi un esercizio yoga.

In realtà, Lucia Pietroiusti parlava d’arte nei boschi. E della “sua” Biennale Gherdëina, fino al 25 settembre, in Val Gardena. Il titolo è “Persones Persons”, un progetto insieme a Filipa Ramos (https://www.biennalegherdeina.org). Ci tenevo a farmela raccontare da Lucia Pietroiusti, perché ammiro il suo lavoro. Ha curato l’opera-performance “Sun and sea”, che vinse il Leone d’Oro alla Biennale Arte del 2019, come Padiglione della Lituania: uomini, donne e bambini in costume da bagno, sulla sabbia, cantano; una vera opera dunque, che da allora sta girando i musei del mondo. Lucia vive a Londra, dove è curatrice alle Serpentine Galleries; ma è anche “figlia d’arte”, perché la madre, Carolyn Christov–Bakargiev, è la direttrice del Castello di Rivoli; il padre, Cesare Pietroiusti, è un artista. Nella Biennale in Val Gardena c’è “Cammino”, di Alex Cecchetti; un sentiero nel paesaggio tracciato dall’artista e mantenuto da un gruppo di guide locali, che indossano costumi con disegni e ricami, realizzano coreografie ispirate ai movimenti celesti che ritmano le stagioni, raccontano storie. Una performance, quindi, un po’ come nel Padiglione della Biennale. “Io e Filippa Ramos abbiamo poi scelto “An omniscience”, di Himali Singh Soin e David Soin Tappeser, che si ispira alla migrazione degli stormi artici. Così ho scoperto che ogni stormo, volando dal Polo Nord a quello Sud, percorre nella vita l’equivalente della distanza che separa la Terra alla Luna, tre volte. E Barbara Gamper, che lavora sulla transumanza: gli umani che si muovono con gli animali, e così facendo trasformano il paesaggio che attraversano”. Anche tu, Lucia, hai l’impressione che in questi anni pandemici ci sia sempre più voglia di arte nella natura? “Lo sento anche tra gli artisti: non è solo la pandemia, ma il climate change. Come cambiare, e salvare il mondo, lo capiremo però non solo con l’intelletto, ma anche con il corpo. Penso al racconto della scrittrice di fantascienza Ursula K. Le Guin, dove per il popolo da lei immaginato l’iniziazione è sdraiarsi per terra, e sentire il pianeta che gira”. E tu, dove lo senti? “Sono stata una bambina fortunata, d’inverno venivo proprio sulle Dolomiti, a San Vito di Cadore; l’estate la passavamo sull’isola d’Elba. E se chiudo gli occhi, per me il senso della terra è questo: l’elicriso, i pini, il finocchio selvatico, il profumo della macchia mediterranea e il sole sulla pelle”.

L’elicriso, i fiori gialli selvatici e “speziati” che crescono sugli scogli, profumo di estate… Forse per me lo sdraiarsi per terra è galleggiare nell’acqua del mare, tra le isole che amo. A occhi chiusi. È lì che sento il respiro del mondo.

Ma, anche se non sono andata alla Biennale in val Gardena, quest’inverno sono stata però ad Arte Sella (artesella.it). Una passeggiata-scoperta, accompagnata da Emanuele Montibeller, il direttore artistico, che conosce e accarezza ogni opera con la fierezza di chi le ha viste nascere. Già: Arte Sella esiste da più di trent’anni, ha coinvolto 300 artisti, e continua a crescere. 

Tutto, mi racconta, nasce in modo sperimentale nel 1986, quando un gruppo di amici di Borgo Valsugana, nel giardino di Villa Strobele, prova a immaginare di coniugare arte contemporanea e natura. Non solo mettendo una scultura tra gli alberi: l’artista, dicono, non è protagonista assoluto dell’opera d’arte, ma accetta che sia la natura a completare il proprio lavoro; le opere sono costruite privilegiando materiali naturali. E se si disfano tra gli alberi, va bene così.

Io mi sono fotografata dentro l’opera di Jaehyo Lee, un artista della Corea del Sud, in legno di castagno. Mi è piaciuta anche “Radice Comune”, del brasiliano Henrique Oliveira, che a prima vista sembra un enorme tronco “annodato”. E la leggerissima “Simbiosi”, in rete metallica e pietra locale, di un giovane artista italiano, Edoardo Tresoldi (che poi ho conosciuto a Venezia: una sua opera è dentro le Procuratie Vecchie, in piazza San Marco, appena restaurate).

Infine, il“Memoriale della luce che fu”, di Krištof Kintera, artista di Praga; un’opera fatta non di legno, ma di neon “esausti”, sì, proprio i tubi di luce fluo da rottamare. Mi è piaciuta così tanto che sono poi andata a vedere, in primavera, una mostra di Kintera nelle serre ottocentesche dell’Orto Botanico di Padova. Tra i pezzi più divertenti, dei fiori fatti di pezzi di telefonini usati… Un erbario fatto con i rifiuti digitali che accumuliamo di anno in anno.

Arte Sella, che è aperta tutto l’anno, è tutta da scoprire. Ma Montibeller mi dice che la sua opera preferita è un momento: un momento in musica. “Quando Ivry Gitlis, il grande violinista, arrivò per un concerto qui ad Arte Sella. Con uno Stradivarius. E mi disse: se Dio potesse scegliere dove andare a suonare, verrebbe qui! Infatti il nostro teatro è tra gli alberi. E il posto l’abbiamo scelto insieme al grande violoncellista Mario Brunello. Perché – così mi spiegò tenendo in mano il violoncello – voglio che siano gli alberi a scegliere il luogo adatto”. 

Anche se in fondo, il miglior suono in una foresta è quello del vento tra gli alberi. Il respiro del mondo.

(Parte di questo racconto è un articolo uscito per il Corriere della Sera)

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