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le vite perdute degli altri

Se anche voi vi fermate a guardare le foto di sconosciuti in vendita nei mercatini, questa mostra è per voi. “Lost & Found”, da Arcipèlago a Udine una mostra e la passione, anzi la monomania, come la definisce lui, di un collezionista. È Cristian Malisan, art director udinese, che presenta per la prima volta una parte delle immagini raccolte in più di dieci anni: migliaia di negativi, diapositive, scatti rubati e dimenticati, storie che vengono da rullini mai sviluppati.  Immagini che trovano nuova vita. “Sono una di quelle persone che nelle sale d’attesa degli aeroporti si fanno domande sulla vita di persone che non vedrai mai più”, ci racconta Cristian Malisan. “Guardo le finestre illuminate di notte. Siamo in tanti, lo so. A interrogarci sul mondo e sulle vite degli altri, le vite sconosciute”. Cose che succedono la notte: è anche il titolo di un romanzo di Peter Cameron, che infatti comincia così, da un’immagine vista per caso. Ce lo raccontò in un’intervista: “Quindici anni fa ero su un treno che costeggiava il fiume Hudson. Era inverno, il paesaggio – bellissimo – era innevato, e io ho avuto la sensazione che parallelo al mio viaggiasse un altro treno, un treno fantasma con solo due persone a bordo. Mi sono chiesto chi fossero, dove fossero diretti: li ho seguiti nei miei pensieri, e ho scritto il libro”. In Italia pubblicato da Adelphi.

Cristian Malisan invece non scrive romanzi, ma salva ricordi di sconosciuti, frammenti di mondo. Compra rullini mai sviluppati ed estrae quel che c’è dentro: paesaggi, interni di case, alberi di Natale, gite a Venezia, giornate al mare… E molta Trieste. Come ha iniziato? “Una delle mie monomanie è collezionare macchine fotografiche, non blasonate, dalle “folding” a quelle più recenti. In un mercatino dell’usato a Udine avevo trovato una vecchia macchina con un rollino 120 dentro, riavvolto. Per curiosità l’ho portato a sviluppare: a Trieste, al laboratorio Luce, che tratta con ortodossia lo sviluppo di negativi. C’erano tre immagini: la prima, un ragazzo che giocava in un prato. Da allora ho cominciato a comprare nei mercatini pacchi di negativi, e ho amici rigattieri che mi tengono da parte quello che mi può interessare”. Detriti di vite altrui, in genere: quando una persona muore, o una casa viene svuotata, ci sono cose che finiscono semplicemente dai robivecchi: perché non ci sono più eredi, perché non c’è più nessuno per cui abbiano senso quegli oggetti, quei soprammobili, o quei rullini dimenticati. “Lo faccio forse perché mi sono sempre allenato all’impermanenza, la provvisorietà. E no, non voglio scoprire una nuova Vivian Maier, la fotografa americana che è diventata un cult  solo dopo la sua morte, dopo la scoperta di una scatola di sue foto da un rigattiere. Forse quella è stata anche una formidabile operazione di marketing. La mia è una collezione più intima. Gli anni? Dai Quaranta ai Sessanta, quando si fotografava con più attenzione e cura. Soprattutto non compro foto già stampate, ma cerco negativi, diapositive, rullini non sviluppati. Perché il negativo deve ancora esprimersi, è una sorta di embrione. E forse ha qualcosa di più intimo appunto, perché una foto stampata è già stata usata, toccata, esposta. Ed è sempre un esercizio di empatia: tengo molto a questa parola. Empatia perché leggo le persone solo da un frammento. E forse questo mio collezionare è anche un esercizio di meditazione, un rallentamento del tempo nella mia vita troppo piena: quando trovo il tempo di guardare le foto, immaginare chi c’era dietro quei luoghi, quelle storie, e mi interrogo anche sul fotografo, che forse è la cosa più interessante”.  C’è Trieste nella sua collezione? “Sì, parecchi scatti: molti vengono da un unico pacco trovato ad Aviano, sempre a un mercatino dell’usato”. Ci sono anche immagini in rosso, come mai? “A causa di un fenomeno chiamato sindrome acetica le diapositive nel tempo virano sempre di più in rosso, fermentano come il vino. Bello, no?”. Una curiosità: lei fotografa? Magari con il telefonino? Ride: “Assolutamente no. Anzi, la generazione smartphone, a cui peraltro appartengo, dovrà fare i conti con la memoria visiva: o hai un metodo nell’archiviare, nel back up, o ci ritroveremo senza immagini del passato. Io comunque scatto in pellicola, ancora con la macchina che i miei genitori avevano quando ero piccolo: è una Rollei XF35, mi piace quel sapore”. Ispirazione, dove la trova? “Potrei citare le pagine di Susan Sontag, Roland Barthes, Walter Benjamin… O l’olandese Erik Kessels, che con la sua casa editrice KesselsKrame, ad Amsterdam, lavora sul recupero delle vecchie immagini, apre spunti di pensiero sul senso della fotografia stessa. Ma in realtà forse il libro che sento più mio è un romanzo, Una solitudine molto rumorosa  di Bohumil Hrabal: scritto alla fine degli anni Settanta, il protagonista è un uomo che a Praga deve distruggere i libri mandati al macero, ma in qualche maniera li fa diventare altro”. 

(Questo è un articolo che ho scritto per Il Piccolo di Trieste, pubblicato sabato 15 gennaio 2022)

E poi c’è invece chi parte dalle foto abbandonate e le trasforma in arte: è un giovane giapponese che vive a Venezia, Kensuke Koike. Enigmatico e onirico come un personaggio di Murakami, le sue opere surrealiste sono uniche, e sono diventate anche copertine di libri (ad esempio I baffi di Carrère per Adelphi), e di riviste (anche del New York Times). Koike interviene sulle immagini con forme geometriche, cerchi, quadrati, rettangoli e… con il bisturi. “Non uso matite o colori. I miei strumenti sono il taglierino e il bisturi, e l’ago. Per intervenire, preferisco non fare segni a matita, perché in questo modo andrei ad aggiungere; traccio linee con l’ago e poi agisco. Metto tutto il mio amore in quell’immagine abbandonata, per rimetterla al mondo”. Koike lavora su fotografie e anche cartoline recuperate: le trova, per la maggior parte, al mercatino di Gradisca d’Isonzo. “Sono due approcci diversi a seconda del materiale. Uso le cartoline quasi come fossero carta, per lavori più immediati, schizzi di idee. Con le foto vintage, visto che in genere sono ritratti di persone, sento più la responsabilità di come trattare l’immagine: anche perché spesso penso che sia l’unica foto rimasta e la voglio trattare con rispetto. A volte prima faccio dei facsimili, fotocopie con la stessa grammatura di carta. Ed è quasi una sorta di puzzle che devo risolvere, ogni immagine ispira una creazione diversa”. Le è mai capitato che persone si siano rivolte a lei con vecchie foto di famiglia su cui intervenire? “Sì, ma non ho mai accettato: sono immagini di cui una persona ha già cura. Io prendo in carico immagini abbandonate”. Le opera di Koike sono in genere di piccolo formato, 10×15 o anche 3×4, a seconda della foto recuperata. “Ho in studio circa 50mila tra cartoline e foto vintage. Più della metà vengono da un mercante di Trieste, molte di inizio Novecento; alcune sono cartonate, magari con il nome dello studio fotografico dove la persona è stata in posa. A volte mi capita di trovare foto che sono diventate cartoline. Un tempo si usava, e sul retro c’erano saluti, messaggi magari d’amore. Con calligrafie molto belle, che non nascondo mai: rimane la traccia di quella vita. Le più toccanti sono le fotografie che venivano tenute nel portafogli; ritratti piegati e ripiegati, visi quasi cancellati non solo dal tempo ma da quanto sono rimasti con le persone”. In tasca, vicino al cuore.

E a volte le foto ritrovano la voce del passato. È successo ad Antonio Perazzi, uno dei botanici e paesaggisti più interessanti di oggi, direttore artistico della Biennale dei Giardini Radicepura. “Mi piace collezionare foto “povere” di alberi, possibilmente con persone sotto, che trovo nei mercatini”, ci racconta. “Una è diventata la prima copertina di Contro il giardino, il libro che ho scritto insieme a Pia Pera per Ponte alle Grazie: era un mix di foto in bianco e nero. Una delle immagini era lo scatto di una ragazza che raccoglie arance in un giardino: anni dopo mi ha scritto la nipote, che aveva riconosciuto la nonna. Lei era una giovane ligure che per guadagnarsi da vivere durante la guerra raccoglieva fiori d’arancio: la foto fu scattata a sua insaputa da un soldato tedesco, e io l’avevo trovata a un mercatino delle pulci a Berlino. Si vede che quell’istante speciale voleva tornare in Italia. Storie che si intrecciano insieme agli alberi”. 

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