La sciarpa era grigia, con un bordo viola

La sciarpa era grigia, con un bordo viola. Era perfetta per lui, e lei lo sapeva. Ogni volta che passava davanti alla vetrina del negozio, non poteva fare a meno di controllare: e sì, era ancora lì. Qualcosa in quella sciarpa le parlava, semplicemente, di lui: grigio vellutato, grigio antracite, grigio dei grattacieli, grigio maschile, grigio asfalto come le strade che la portavano da lui. E poi, inaspettato, quel bordo viola. 

Un giorno era entrata in negozio e aveva chiesto di vedere la sciarpa. Voleva toccarla, più che vederla, a dir la verità. Ed era come se l’aspettava: morbida, morbidissima; un pochino più ruvido quel bordo viola, quasi sfrangiato, ma piacevole, quasi un sospiro, una carezza. Si immaginava la scena, loro due insieme, lei con il pacchettino in mano; anzi no, gli avrebbe chiesto di chiudere gli occhi, e gli avrebbe avvolto la sciarpa intorno al collo, sussurrandogli: “Questo vorrei essere per te, qualcosa di morbido nella tua vita”. E lui a quel punto l’avrebbe baciata. Doveva baciarla. Per forza. Doveva succedere. O no? 

Ma il giorno dopo, quando l’aveva visto al loro solito non-appuntamento, al bar dove prendevano sempre insieme il caffè del mattino; quando si era immaginata di avvicinarsi, e di chiedergli di chiudere gli occhi, per avvolgergli intorno al collo la sciarpa, era quasi arrossita. Meglio lasciar perdere. E poi, una sciarpa di cachemire a triplo filo, costava come mezzo stipendio; una dichiarazione d’amore esagerata, tanto valeva che gli sussurrasse all’orecchio, col rischio di fargli andare di traverso il cappuccino: “Non vedo l’ora di venire a letto con te”. Sarebbe stato più efficace di una sciarpa. Sicuramente, più economico. 

E’ che le piaceva così tanto, quell’uomo grigio con un bordo viola. Faceva uno di quei lavori misteriosi con un doppio nome in inglese, che richiedono di mettersi un abito scuro (“Niente di divertente”, aveva detto lui sorridendo, “Vado dai miei clienti a raccontare quello che vogliono sentirsi raccontare. Ma pagano bene”). Entrava e usciva da un palazzo ottocentesco, dove gli uffici- non-divertenti occupavano tutti i piani, con un portiere dall’aria annoiata all’ingresso. E lei? Lei lavorava nel negozio di fiori all’angolo. Di fiori non capiva quasi nulla, ma aveva bisogno di un lavoro, per mantenersi in quella città che costava troppo, dove una sciarpa equivaleva a metà del suo stipendio; e poi era brava ad accostare fiori e foglie, comporre mazzi, usare nastri e stringhe e lacci inaspettati. Ai clienti piaceva; forse perché aveva tempo, chiedeva sempre per chi erano i fiori, si faceva raccontare le storie nascoste, i desideri che cercava di intrecciare nei bouquet. O forse perché, per chiudere il mazzo, usava una Polaroid. Invece del solito bigliettino di accompagnamento con la firma, dopo essere stata ad ascoltare la storia dietro ai fiori – l’amore, la tenerezza, un semplice grazie – scattava una foto del mittente. Il sorriso, un dettaglio delle mani, una smorfia buffa, un bottone del cappotto: foto che dicevano tutto e niente, ma che lasciavano un pezzettino del donatore insieme al bouquet. Una piccola magia, commentavano i clienti. E tornavano, divertiti, come al luna park. 

E lui? Lui no, non era mai venuto a comprare fiori da lei. Forse non era un uomo che regalava fiori (i maschi sembrano aver perso quest’abilità, con l’evoluzione della specie). E forse le avrebbe spezzato il cuore se fosse venuto a ordinare un mazzo per la moglie, o la fidanzata. Ma non sembrava sposato né fidanzato… O forse, non così sposato, non così fidanzato. Come l’avrebbe fotografato volentieri, con la sua Polaroid! Forse sarebbe riuscita a capire e scoprire qualcosa di più di lui. O almeno avrebbe potuto avere una foto, da tenere con sé. Un frammento dell’uomo grigio con un bordo viola, di cui sapeva così poco. 

Quel che sapeva è che ogni mattino spiava dalla vetrina, seminascosta dalle rose, dalle peonie e dai tulipani, finché lo vedeva svoltare l’angolo ed entrare nel bar; allora diceva velocissima, “pausa caffè!”, e prima che potessero fermarla usciva di corsa. Un giorno lui non era venuto, né all’ora solita né dopo; scomparso, per tutta la settimana. Ma poi, il lunedì dopo, aveva bussato alla vetrina (allora sapeva benissimo dove lavorava!), le aveva strizzato l’occhio e mimato una tazzina fantasma: caffè? E poi, le aveva chiesto il numero di telefono. “Così, quando sono via per lavoro, ti posso mandare un whatsapp al posto del nostro cappuccino!”. 

Invece i whatsapp li aveva mandati lei. Senza parole, solo immagini: perché quello voleva fare nella vita, fotografare, non avvolgere mazzi di fiori, seppure con le buffe Polaroid di accompagnamento. E allora a lui mandava tutto quello che la catturava, che si fermava a guardare per strada. La prima foto era della vetrina autunnale del negozio, una mattina che lui non era venuto, chissà in quale città era; e lui aveva risposto: niente caffè oggi… Poi, una foglia per terra, rossa contro il marciapiede grigio e bagnato; nella luce dell’autunno, sembrava quasi viola. E l’uva fragola dall’ortolano. Un’anziana signora su una bici lilla. Il portone di una casa. Un bambino con un paio di galosce viola, dentro una pozzanghera. Già: a riguardarle, tutte le foto avevano qualcosa di viola dentro. Che strano. E dire che era un colore che a lei non era mai piaciuto, prima. Prima di conoscere lui. 

E lui? A volte rispondeva, a volte no. Le sue risposte, se arrivavano, arrivano sempre tardi, la sera; se lo immaginava in una camera d’albergo, o nella sala d’attesa di un aeroporto, che riceveva il suo pezzo di vita in viola. Avrebbe capito? Ogni tanto, quando non rispondeva, lei apriva il cellulare, e riguardava tutte le foto che gli aveva mandato: il diario di un corteggiamento senza parole. O, più probabilmente, un monologo. Altrimenti come spiegarsi questi tre mesi di foto, caffè bollenti, mani sfiorate, e mai una volta che le avesse detto: stasera sei libera per cena? 

Un giorno, camminando veloce per strada, un altro quartiere, altre luci, cercando come al solito, quasi senza accorgersene, un lampo viola che la incuriosisse, l’aveva visto svoltare l’angolo, insieme a una ragazza. Il cuore le batteva così tanto che si era dovuta fermare. Lui? Con una donna? Ma certo, che sciocca che era; poteva forse pensare che l’uomo distratto con cui beveva il caffè fosse solo, vivesse solo, un cavaliere grigio antracite che non aspettava altro che lei? Gli era corsa dietro, senza vergogna: voleva essere sicura. E invece no. Non era lui, non era neppure la stessa sciarpa. Era una sciarpa più banale, grigia ma non viola, sicuramente non di cachemire; e meno male, visto che l’uomo si era fermato sotto il portone e aveva abbracciato, con un gesto solo, la ragazza, i capelli, il suo amore. Che invidia. Allora c’era ancora chi si abbracciava per strada, in questa città dove tutti andavano di fretta, dove tutti sembravano aver qualcosa di più importante da fare. 

Come aveva invidiato quell’abbraccio, e quello sguardo. Quello cercava lei: un uomo che la guardasse così. Come Robert Capa, il suo mito da sempre, l’uomo che aveva fotografato la guerra civile in Spagna e lo sbarco in Normandia, ma che aveva saputo anche fermare in uno scatto tutto il suo amore. Nella foto c’era Gerda Taro, la donna che aveva amato e mai più dimenticato, morta in Spagna per colpa di un carro armato “amico”; era il 1937 ed aveva appena 27 anni, la stessa età che aveva lei, la ragazza delle Polaroid. Ma in quella foto, non c’erano trincee né carri armati. Gerda era a Parigi, erano a Parigi insieme, in un letto sfatto, la prima luce del mattino; lei bellissima, bellissima come siamo tutti, quando veniamo guardati con tenerezza e amore. Aveva visto la foto in un museo, ed era rimasta ferma, immobile, quasi imbarazzata: lì aveva capito che era quello che voleva fare nella vita. Fotografare, come Robert Capa, come Gerda; fotografare la vita e la verità. E soprattutto, voleva essere fotografata così. Un giorno, davanti al loro solito caffè, gliel’aveva raccontato. Lui aveva sorriso: “Conosco Capa”, aveva detto. L’uomo grigio antracite conosceva Robert Capa? Come mai? Non si occupava solo di numeri, e clienti a cui raccontare le cose noiose che volevano sentirsi raccontare? Non aveva fatto in tempo a chiederglielo, non c’era mai abbastanza tempo, in quei loro cappuccini e caffè. 

Tornando in negozio, aveva guardato per l’ennesima volta la sciarpa in vetrina. Sì, forse le piaceva perché anche la sua vita era così: grigia, con un bordo viola. Il grigio erano le giornate ferme, in cui non sembra succedere niente. Giornate piene di pozzanghere, di nuvole, di inciampi, di finestre chiuse e sbattute. Giornate in cui i fiori erano pieni di spine e non avevano profumo. In cui le sembrava che la sua vita non andasse avanti. Poi c’era il bordo viola: il sogno. Tutto quello che le sarebbe successo, ancora. I baci e i desideri e i sorrisi e le risate e i viaggi e i porti nelle mattine d’estate (sarebbe tornata ancora, l’estate, giusto? E lei avrebbe viaggiato, e magari non da sola). Forse era per quello che cercava, ogni giorno, un piccolo lampo viola, o lilla, o color ciliegia da fotografare: qualcosa che le ricordasse lui. Che la facesse sognare. E sperare.

Ma lui, cosa capiva? E soprattutto, lui, perché le piaceva? Questo, la ragazza delle Polaroid non se lo chiedeva neppure. Era invece l’amica di sempre, stufa di sentir parlare di quest’uomo meraviglioso che le offriva il caffè ogni mattina (bè, quasi ogni mattina), che le aveva chiesto: ma esattamente, perché ti piace? Cos’ha fatto per piacerti tanto? Ti fa ridere? E’ ricco? Intelligente? Complimentoso? Ti sussurra cose hot all’orecchio? Non ci sei mai uscita neppure una volta, ti rendi conto che ti stai comportando come una quindicenne? Che domanda fastidiosa, una domanda con le spine, aveva pensato la ragazza delle Polaroid buttando giù il telefono. Che poi adesso il telefono, purtroppo, non si può più scaraventare sul ricevitore, possiamo solo chiudere con un clic il cellulare e poi, nei casi davvero drammatici, scaraventarlo contro il muro. (Anche se per ora succede solo nei film di Hollywood, nessuno ha voglia poi di ricomprarsi un altro telefonino, neppure a rate). 

Già, era una domanda con le spine: alla quale però c’era una risposta. La risposta è che ci si innamora senza un perché. Ci si innamora sempre, senza un perché. E’ tutta colpa di quegli uomini che ti guardano e tu li seguiresti in capo al mondo, o anche solo a far benzina al primo autogrill. Quegli uomini che ti fanno venire voglia di dire un sacco di sciocchezze, e vorresti che non ti lasciassero mai, o che almeno prima di uscire dalla porta ti infilassero in tasca. Quegli uomini che quando ti toccano o ti sfiorano, magari per sbaglio (ma non è mai per sbaglio, vero?), lasciano una traccia dorata, quasi fosforescente. Sì, lo so, sono cose che non si dicono neppure all’amica del cuore. Si pensano, e basta. E mentre lo pensi quasi ti vergogni, perché una ragazza che va in giro con un chiodo black e borchiato non può essere così zuccherosamente romantica. O forse sì? 

Forse per questo voleva regalargli quella sciarpa. In realtà voleva essere quella sciarpa, avvolgersi come un gatto intorno al suo collo, finire nel suo cassetto, o buttata sul divano – come avrebbe voluto, in effetti, essere buttata sul divano, sul suo divano, ovviamente. Buttata e stropicciata e ammaccata, tanto per cominciare, di baci. (Censura, censura). Chissà che casa aveva, l’uomo color antracite; chissà che casa aveva, e soprattutto, chissà se ci viveva da solo. 

Perché non gli mandi dei fiori?, aveva proposto il suo capo, che in realtà era sua zia (una zia bizzarra, sempre in jeans e un anello con un teschio che però, secondo lei, spaventava certi fiori, o quantomeno certi clienti). Ma sì, perché non gli mandi dei fiori? I fiori hanno un loro linguaggio, segreto, misterioso; parlano, sussurrano, basta saperli ascoltare. Ma zia, nessuno conosce più il linguaggio segreto dei fiori, aveva protestato lei. Neppure lei lo conosceva: adorava i girasoli, ad esempio, e come ci era rimasta male quando aveva scoperto che sono simbolo di amore adorante e infelice, o di orgoglio. Gli anemoni poi, anemoni colorati che sanno di campi in primavera, significano abbandono… La lavanda, che le piaceva per il profumo, e perché aveva dentro quel viola che le metteva allegria, voleva dire diffidenza; il glicine, di cui avrebbe potuto rubare qualche ramo dai giardini di città (non d’autunno, peraltro), ma così bella perché viola: amicizia. E lei non voleva essere amica dell’uomo con cui beveva il caffé, perché mai? Lei voleva svegliarsi al mattino e vederlo accanto a sé a letto, e chiudere gli occhi e ripensare alla notte appena passata, e sentirsi come Gerda. (Bè, non proprio come Gerda; non voleva fare la reporter di guerra, non si sentiva così coraggiosa; e soprattutto non voleva morire a 27 anni, neppure per l’incidente sbagliato nella trincea giusta). E quindi? Quindi, non esisteva un fiore che diceva: ti adoro, vieni a letto con me? Quello sì, gliel’avrebbe mandato. 

Ma chissà se avrebbe capito il messaggio, lui, un uomo che va in giro per il mondo a incontrare clienti in giacca e cravatta, un uomo che ha tempo solo per un caffè, o per un whatsapp tardi, la sera, un whatsapp che non vuol dire niente e vuol dire tutto. Forse in effetti certi whatsapp sono come i fiori, dietro c’è sempre qualcos’altro, un messaggio segreto e criptato. Ad esempio, che cosa volevano dire i suoi “buonanotte”, che arrivavano, quando ormai aveva perso la speranza di una risposta, intorno a mezzanotte, e il bagliore del messaggio illuminava il suo telefonino? (Sì, non lo spegneva mai: non avrebbe saputo come dormire, con il cellulare spento, i sogni non avrebbero trovato la strada). E dunque, quel “buonanotte”? Voleva dire: ti penso, ma non so come dirtelo? Voleva dire: sono solo in una camera d’albergo, nel mio letto che ancora non conosci, e vorrei che tu fossi qui? Ma non poteva scriverglielo? Telefonarle? Non poteva decidersi? Lei sarebbe uscita, avrebbe preso un taxi, avrebbe camminato veloce per le strade della città che non dorme, avrebbe bussato alla sua porta, avrebbe visto quel divano e quella casa e quell’uomo che aveva colonizzato, senza saperlo, i suoi giorni e le sue notti. 

Ah sì, certo, che comportamento poco femminile. Bei tempi quando gli uomini conquistavano e corteggiavano. Quando erano loro a mandare fiori: e quei fiori avevano sempre un significato; e se non ce l’avevano, arrivavano con un biglietto d’accompagnamento, altro che Polaroid. Bei tempi quando gli uomini scrivevano vere lettere, e non whatsapp criptici e pigri. Quando ti invitavano fuori a cena e non vedevano l’ora di strapparti gli abiti di dosso. Oh sì, c’erano ancora uomini così, ma erano quelli sbagliati. Alla ragazza delle Polaroid non interessavano. Lei voleva un uomo speciale, un uomo con cui reinventare la notte. Voleva lui. 

Così alla fine aveva deciso. Era entrata in negozio per comprare la sciarpa. Gli avrebbe chiesto di uscire a cena e gliel’avrebbe regalata; non è così che si fa, adesso? Non sono le ragazze che devono essere più coraggiose, farsi avanti, dichiararsi? Inutile aspettare. Gli uomini di oggi sono pigri, lenti, indecisi; tu gli racconti tutta la tua vita al cellulare; e loro, come massimo, ti mandano uno smile. 

Ma la sciarpa non c’era più. Venduta. Un segno, aveva pensato lei. Niente sciarpa, niente bordo viola, niente baci, niente amore. Solo il grigio di certe mattine in città, delle mattine in cui non lo vedeva neppure arrivare per il caffè. 

E invece la sciarpa non c’era più, perché l’aveva comprata lui. E il mattino dopo lui appoggia il pacchetto sul bancone del bar, proprio accanto alle loro tazze di caffè: “Esci sempre di corsa dal negozio quando mi vedi arrivare, non ti metti neppure una giacca; almeno con questa sciarpa starai calda”. Sorride. Esistono i sorrisi di cachemire con un bordo viola? E poi, quasi soprappensiero, aggiunge: “A proposito, sei libera per cena stasera?”. 

(E’ passato così tanto tempo, da quando ho scritto questo racconto per Repubblica, che c’erano ancora gli sms ed mms. Li ho sostituiti con i whatsapp. Per il resto, il racconto è qui, come una sciarpa, in cui avvolgersi).

Questo articolo ha 15 commenti.

  1. Sam70

    Cavolo!!! Grazie Lisa, il più bel regalo (l’unico…) di Natale!!! Non ho più 27 anni da un pezzo ma ricordo ancora come ci si sente immaginando l’amore e tu ne hai scattato una splendida polaroid!!!

    1. Lisa Corva

      Sam70, ti auguro allora di immaginare e innamorarti ancora. Un bell’augurio per l’anno che arriva, vero?

  2. Cinzia

    Sono passati 46 anni ma il mio cuore batte ancora forte quando lui mi guarda e mi sorride

    1. Lisa Corva

      Cinzia, che meraviglia! In fondo la tua è una risposta a Sam70…

  3. Sam70

    Grazie, per quanto riguarda limmaginare non credo di averne bisogno, se non usassi la fantasia e l’immaginazione povera me!!! Però l’innamoramento effettivamente un po’ mi manca… Chissà! Magari…
    E auguri anche a te per tutto!

  4. Francesca

    Che bel racconto cara Lisa! Leggero come il cachemire.
    Mi è quasi venuta voglia di innamorarmi

  5. Cristina @lacri

    Cara Lisa ,
    La tua sciarpa sono le mie scarpe Gucci o il borsone LV .. quanto mi sono ritrovata .
    Solo che dopo anni di Gucci e LV e di whatsapp notturni quando capita.. buonanotte o buon Natale buon compleanno buttati lì .. più x dovere che per pensiero ,
    Io la svolta non L ho avuta . Investimenti in perdita direbbe la consulente che è in me .
    Mi auguro un 2022 in risalita finanziara ( almeno la mia Amex mi sara’ grata così con il mio conto corrente )

    1. Lisa Corva

      Lacri, so che non dovrei, ma mi hai davvero fatto ridere… Amore e altre catastrofi (finanziarie). Ti auguro un 2022 in decisa risalita!

  6. Marina

    Bello ! Un bel racconto, caldo avvolgente e morbido come la sciarpa… anche le foto polaroid mi sono piaciute, catturano l’attimo… il qui e ora.
    Brava Lisa

    1. Lisa Corva

      Marina, grazie da un’Incurably Romantic (era la definizione di un romanzo che ho molto amato) e… benvenuta nella stanza delle parole.

  7. Romina Tarantello

    La magia di un bordo viola, di un sogno, di un amore… Lontano prima, lungo come una sciarpa avvolgente, caldo… addosso qui e ora quando le vetrine si svuotano

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