In treno

Treno. Quando l’ultima pagina diventa la prima: di un nuovo racconto di vita. “Il giorno seguente partii per Venezia insieme a Ida. In treno ci ripromettemmo di diventare adulte come a nessuna era mai successo”. È la pagina finale, appunto, di quello che è l’ultimo romanzo di Elena Ferrante, “La vita bugiarda degli adulti” (edizioni e/o). E riassume perfettamente quello che ci aspettiamo, anche senza rendercene conto, da un viaggio in treno: tutta la poetica, il mistero, le suggestioni. E l’andamento lento, quasi analogico, da riscoprire adesso, post lockdown: viaggi slow, magari su carrozze di lusso, senza le ansie degli areoporti e dei mille controlli. Perché forse solo il binario oggi offre la possibilità di salire e dimenticare, pensare e riprogettare. Ancora meglio: riprogettarsi. Del resto questo è stato dichiarato l’Anno europeo della ferrovia: mezzo di trasporto storico ma non datato, sostenibile e sicuro. E mentre aspettiamo il primo “treno del lusso” che partirà in Italia nel 2023, un’idea di Arsenale con Trenitalia, con destinazioni da vacanza – Maratea, la Val D’Orcia e la Sicilia – abbiamo tracciato una piccola mappa di viaggi memorabili  su rotaia.

Basta una manciata di ore per Paola Zatti, responsabile GAM, Galleria d’Arte Moderna di Milano, che tra l’altro ha appena scritto “Venezia adagio” (Enrico Damiani Editore), una guida “lenta” in laguna. Innanzitutto, le sei ore per raggiungere San Pietroburgo partendo da Tallin, capitale dell’Estonia, lungo il golfo di Finlandia. “Tutto sapeva di passato, dai controlli rigorosi (anche estenuanti!) alla partenza, ai volti delle persone che salivano alle poche fermate di un treno che immaginavamo moderno e veloce e che invece procedeva senza fretta. E il controllore, che ci offrì il tè dal suo samovar… I viaggi che sogno, invece, sono due. Uno è come il museo dietro casa, che nonostante sia a portata di mano, ci si dimentica di visitare. Il Glacier Express, dal Piz Bernina al Cervino, dura sette ore e arriva fino ai duemila metri dell’Oberalp, sfiorando i ghiacciai. Sono i paesaggi amati da molti degli artisti che ho studiato e di cui ho ogni giorno le immagini sotto gli occhi; opere sofisticate, tormentate, ma estasiate davanti al nitore delle atmosfere alpine. L’altro invece è La Trochita, il vecchio Espresso Patagonico nato agli inizi del Novecento. Un viaggio lentissimo, di sette ore, trainati da una locomotiva a vapore. Un po’ turistico, temo; ma come si può non sognare di arrivare così alla fine del mondo?”.

E poi ci sono i treni scoperti per caso, in quest’Italia che conosciamo ancora così poco. Per Anna Toscano, poetessa veneziana, è Alifana. “Qualche anno fa gli organizzatori di “IlluminArti” mi invitano a tenere una lettura di poesia a Piedimonte Matese. Vengono a prendermi in macchina a Napoli, e in un traffico caotico e agitato, per curiosità chiedo se non ci siano mezzi pubblici per questa tratta di poco più di 82 chilometri di circolazione intensa. Da veneziana penso spesso a come evitare macchine e traffico, come viaggiare in maggiore sicurezza e leggendo; insomma, come godere di un viaggio, breve o lungo che sia. Mi raccontano dell’Alifana, il “trenino” che collega tuttora Napoli a Piedimonte Matese, e me lo sconsigliano: anche per i convogli obsoleti. Ma il racconto non fa altro che incuriosirmi, soprattutto quando scopro che Piedimonte, ancora a fine Ottocento, era sede di manifatture tessili di proprietà svizzera: per quello vanta un treno che all’epoca era super-moderno. Così decido: per il ritorno compro il biglietto e salgo sull’Alifana. Il convoglio non va a più di 48 km orari e per la prima tratta la via è a un unico binario. All’inizio sono da sola nello scompartimento, ma ad ogni fermata (una trentina), le carrozze si riempiono. Persone che subito si siedono e iniziano a scrivere al laptop; donne che con molta probabilità escono da una notte di lavoro sulla strada, con il trucco sfatto, scarpe col tacco e uno spuntino in borsa; operaie e operai che escono dal turno di notte, e quelli che vanno al turno di giorno; ragazze e ragazzi che vanno a scuola, magari in ritardo; e una famiglia numerosissima e giovanissima che discute su come dividersi gli angoli di Napoli per chiedere l’elemosina… E io? Io spero di poter rifare presto questo viaggio lento e pieno di persone e cose da guardare e ascoltare: la vita con tutte le sue storie”. 

Venezia, città-isola senza treno e senza macchine, ha però uno degli arrivi su binario più belli del mondo. Ce lo ricorda Francesco Pavia, giovanissimo imprenditore veneto che ha fondato Crash Baggage, i trolley colorati, “ammaccati” ad arte. “Sono un “veneziano di provincia”, nel senso che abito in terraferma; per raggiungere Venezia spesso prendo il treno, e ogni volta mi stupisco di quanto bello sia questo viaggio. Quanto dura? Dieci minuti al massimo, ma non importa. Passare dalla terraferma all’isola attraverso il ponte della Libertá, vedere ad un tratto la laguna che ti si apre attorno a te… Un paesaggio che cambia a seconda dell’ora, del riflesso della luce sull’acqua piatta. Io ho viaggiato tanto, ma questi pochi minuti sono tra i più intensi di sempre. E poi, visto che il treno è una medicina per la mente se si riesce a viverlo con tranquillità, spero di riuscire prima o poi a salire sull’Orient Express. Lo vedo spesso fermo in stazione a Venezia, sembra cosí vicino e cosí lontano allo stesso tempo. Salire sarà come fare un viaggio nel tempo”. 

Poi c’è chi mixa il treno alla bici, con la felicità dell’open air dopo tanto lockdown. Claudia Pasquero, esperta di biodigital architecture, cofondatrice di ecoLogicStudio a Londra con il marito Marco Poletto, racconta: “Quest’estate vogliamo ripetere il viaggio lento dell’anno scorso. Perché, dopo il primo lockdown io, mio marito e i nostri due bambini siamo tornati in Italia… in bici. Certo, il treno per lasciare l’isola-Inghilterra è un passaggio obbligato. Ma, da Londra, anche in tempi non Covid, faccio di tutto per evitare i tempi morti dell’aereo e degli areoporti, e amo partire da St Pancras, la fascinosa stazione su cui salgo sull’Eurostar. Quest’estate dunque riprendiamo le bici, e il traghetto ci farà sbarcare sulla costa francese: da lì, piste ciclabili fino a Parigi, risalendo sul treno qui e là nei tragitti più caldi, e poi verso la Svizzera, passando per i ghiacciai, per finire a Innsbruck, dove insegno all’università. Faticoso, ma in libertà totale. Non vedo l’ora”. 

Il treno per superare i confini, ma anche per meditare sui confini, che in tempi Covid ci sembra si chiudano sempre di più: “Un mondo abituato all’attraversamento, costretto a fermarsi o a trasgredire le norme”. Così scrive la storica Marta Verginella in “Donne e confine” (Manifestolibri 2021), alternando pagine di diario pandemico, a Storia e storie delle slovene in Italia. Vive a Trieste, ma insegna Storia dell’Ottocento e Teoria della Storia all’Università di Lubiana, capitale della Slovenia, e dice: “ll mio viaggio in treno più bello l’ho fatto un pomeriggio d’inverno, quando le strade di Trieste erano innevate e non mi rimaneva altro che raggiungere Lubiana in treno. Faceva freddissimo, io mi ero avvolta nella mia pelliccia di volpe argentata; il treno attraversava lentissimo i boschi della Notranjska, e ad ognuna delle piccole stazioni costruite ai tempi dell’impero asburgico mi sentivo un po’ di più Anna  Karenina. Ma la massima bellezza la vivo ogni volta che salgo su un treno che parte o arriva da Trieste. Vedere  il mare, le case che si affacciano sul golfo, il  Carso che sprofonda nel blu, mi dà un’estrema sensazione di gaiezza, la consapevolezza di vivere in un posto unico al mondo”.  (Questo è l’articolo che ho scritto per D Re

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