Cercando Una Camicia Bianca

Ho sempre desiderato una camicia bianca. Ne ho, ovviamente: ma in qualche modo non è mai la camicia bianca giusta, quella perfetta, quella che risolverebbe qualsiasi dilemma di guardaroba, la camicia bianca passepartout. Per questo mi ha fatto piacere scrivere di Ferré – e delle sue camicie bianche – per D di Repubblica.

Ferré ritorna a casa. Perché i 150.000 tra schizzi, disegni tecnici, foto, abiti e accessori, oggetti, libri, riviste, filmati, rassegne stampa, scritti, lezioni e appunti, ovvero tutto l’archivio di Gianfranco Ferré, lo stilista mito scomparso nel 2007, è stato donato dalla Fondazione che porta il suo nome al Politecnico di Milano, dove studiò architettura negli anni Sessanta. Un dono prezioso, perché non si tratta solo dell’archivio (anche digitalizzato), un vero tesoro per tutti quelli che studiano e amano la moda, ma comprende lo scrigno che lo racchiude, in via Tortona, elegante progetto di Franco Raggi, suo amico e compagno di studi al Politecnico.

Era infatti un architetto, Ferré: per Women’s Wear Daily, è stato il “Frank Lloyd Wright of fashion”. Si percepisce immediatamente, nelle linee pure degli abiti e dei gioielli che ha disegnato, nella “camicia bianca” che diventò anche una mostra a Palazzo Reale a Milano. E Ferré sarebbe stato di sicuro incuriosito dall’evoluzione di oggi, in cui moda e design si reinventano con – e attraverso – il digitale. Questo infatti è l’obiettivo del Centro di ricerca, coniugare tradizione con innovazione: “L’ibridazione di tecniche e conoscenze tipiche della cultura sartoriale, artigianale con soluzioni tecnologiche avanzate: quindi AR/VR, ovvero realtà aumentata e realtà virtuale; reverse modeling, digital prototyping e 3D printing; haptic e sonic perception; holographic rendering, motion graphic, e movie production…”. 

Una bella sfida. Ma l’importante, come scrisse Ferré nelle sue “Lettres à un jeune couturier”, un piccolo libro uscito a Parigi quand’era direttore artistico di Dior, è la “formula interiore” che abbiamo dentro. E da lì, non fermarsi mai. “Il faut porter en soi une formule intérieure, une façon de s’exprimer, d’analyser. Et surtout, ne jamais s’arrêter”. Intanto ripenso alle sue camicie bianche e a quello che racconta nel libro, quando, arrivato in India per lavoro nel 1973, e non trovando i suoi contatti, passa i primi giorni completamente solo a Bombay, senza capire nulla né di quella lingua nè di quel mondo, tra le star di Bollywood che lo guardavano dai poster scritti in hindi; camminava per ore davanti all’oceano, e di notte disegnava le sue impressioni su dei piccoli carnet. Viaggiare completamente immersi nel mondo e in sé, senza telefonino. Con solo un notes. Che meraviglia.

(Questo è un articolo che ho scritto inizialmente per D di Repubblica; la camicia bianca la sto ancora cercando).

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