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Un ricamo che parla di te

Il ricamo è così fine che non si vede neppure. Ma si sente, così come anch’io sento addosso, quasi un talismano, una protezione, gli insegnamenti e le eredità delle donne prima di me. Forse per questo mi ha così colpito l’abito scelto da Hillary Clinton per il Met Gale, la serata di gala del Metropolitan Museum: color vino scuro, sul bordo del largo colletto e sull’orlo dell’abito ha fatto ricamare – dallo stilista, Altuzarra – i nomi di 60 donne a cui ha voluto rendere onore, quasi tutte a me sconosciute e legate alla storia degli Stati Uniri. Lady Bird Johnson (la prima first lady americana), Clara Barton (che fondò la Croce Rossa americana), Harriet Tubman (black, nata nel 1822, che si battè per l’abolizione della schiavitù e per il voto alle donne), Rosa Parks (attivista black: ricordate, nel 1955 su un autobus rifiutò di cedere il posto a un bianco?). Ma c’è anche sua madre, la madre di Hillary intendo, Dorothy Rodham: mi sono fermata a leggere la storia, di resilienza: mandata a 8 anni a vivere con i severissimi nonni dopo che la madre l’aveva abbandonata, a 14 è scappata ed è andata a lavorare in una famiglia per mantenersi, ha studiato e non ha mai perso il sorriso… 

60 donne ricamate sull’abito di Hillary Clinton al gala del Met.

Certo, mi sono piaciuti altri abiti, mi è piaciuta l’inossidabile Anna Wintour tutta piumette e glitter, o Jared Leto vestito uguale ad Alessandro Michele di Gucci, occhiali da sole e anelli alle dita compresi.

L’abito è di Altuzarra, e i nomi delle donne sono ricamati anche sull’orlo del vestito.

Ma sono i ricami voluti da Hillary che mi sono rimasti impressi. Ho pensato: io che nomi farei ricamare? Le scrittrici che mi piacciono, Jane Austen, Elizabeth von Arnim, Lady Delafield, con la loro tenace leggerezza, la loro ironia, che spero ispirino me e la mia scrittura? Poi però mi è venuta in mente un’altra donna, una pittrice del Seicento, Elisabetta Sirani (visse e morì ad appena 27 anni, a Bologna). Firmava, a volte, con il suo nome, i bottoni o il bordo degli abiti delle donne dei suoi quadri, come nella sua Galatea. Erano così poche le artiste all’epoca, che voleva dirlo chiaro, fieramente: l’ho dipinto io. Ecco, questo mi è tornato alla memoria, e questo farei scrivere sul bordo dell’abito: il mio nome. Per non dimenticarmi mai chi sono e chi posso ancora essere. 

Il cuscino con la firma di Elisabetta Sirani: il quadro è Galatea.

Ho scoperto Elisabetta Sirani insieme a una cara amica, Alessandra Masu, ed è grazie a lei che ho imparato così tanto sulle donne artiste nei secoli e nel mondo. Quindi non solo vi consiglio il suo sito https://www.artemisie.com/our-mission (potete seguire Artemisie anche su Instagram: si chiama così in omaggio ad Artemisia Gentileschi), ma le ho anche chiesto un commento, qui ospite nella Stanza delle parole. Andammo anni fa a vedere una mostra di Elisabetta Sirani a Bologna insieme, ed è un modo per ritrovarla e ripercorrere i suoi passi.

La bella Galatea, di Elisabetta Sirani. 1664. E’ al Museo Civico di Modena.

“In una bellissima Dalila l’autrice pone la sua firma e la data addirittura due volte: la prima nella fascia del corpetto impreziosito da una spilla: “Elisa. Sirani F. 1657”, la seconda nello sfondo in alto a destra: “Elis. Sirani”. Per un’epoca in cui i dipinti non si firmavano spesso, e in cui le donne erano ‘minori’ a vita dal punto di vista giuridico, la Sirani elaborò questo ingegnoso espediente per rivendicare la propria identità e autorità sul piano professionale, artistico e sociale. Pur non essendo la prima artista donna di successo (preceduta dalla scultrice Properzia de’ Rossi, e dalle pittrici Marietta Tintoretto, Sofonisba Anguissola, Lavinia Fontana), Elisabetta è stata una pioniera della professionalizzazione della pratica artistica femminile, affiancando al ruolo di ‘Capomaestra’ dell’atelier del padre, quello di leader e mentore di una bottega per sole ragazze. Con lei, la trasmissione del sapere attraverso l’apprendistato artistico passa dalla classica successione maschio-maschio/maschio-femmina a uno schema matrilineare. Cambiano anche i temi, con una predilezione per i ritratti di eroine bibliche o storico-mitologiche. Come le ‘donne forti’ di Hillary.  Vorrei aggiungere che nel vestito scelto da Hillary i ricami sono quasi invisibili, come i geni del DNA nel sangue, perchè rappresentano il suo lineage psico-politico. Invece le firme di Elisabetta Sirani sono appunto delle firme, decisamente finalizzate a costruire un brand. Un po’ come la tua Stanza delle parole, giusto?”.

Giusto. Parole ricamate addosso per ricordarci chi siamo e dove vogliamo andare. Non solo: Gli abiti parlano, il titolo dei miei podcast, e mia personale ossessione.

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