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Gli abiti parlano.

Gli abiti parlano? Io penso di sì. E ho inventato i podcast magici Gli abiti parlano, appunto: a partire da una pagina di un romanzo, con la descrizione di un abito e un accessorio, micro-pillole di storia della moda. Non solo dettagli di stile, ma romanzi nel romanzo. Li trovate sul canale Spotify e Spreaker di NABA, la Nuova Accademia di Belle Arti. Ma avete il link direttamente da questa pagina. Sono cinque, ecco il primo: li leggo tutti io, e ho anche una sigla!

“Per una donna in fuga, la pelliccia di lontra rappresenta un’epoca intera della sua vita da profuga. Chi di noi non aveva una pelliccia del genere? Ce la si metteva addosso, quando si partiva dalla Russia, persino d’estate, perché dispiaceva lasciarla lì, aveva un certo valore ed era calda, e chi poteva sapere per quanto si sarebbe peregrinato? Ho visto pellicce di lontra a Kiev e a Odessa, ancora nuove, col pelo liscio e lucente. Poi a Novorossijsk, con i bordi logori, spelacchiate su fianchi e gomiti. Poi a Costantinopoli, col colletto sudicio e i polsi rivoltati, per vergogna, e infine a Parigi, dal 1920 al ’22. Nel ’20, ormai ridotte a pelle nera e lucida, accorciate all’altezza delle ginocchia, col colletto e i paramano in pelliccia nuova, più nera e untuosa, una contraffazione estera. Nel ’24 le pellicce erano scomparse. Ne erano rimasti dei brandelli in loro memoria, in forma di colletto per un cappotto di tessuto, o di ornamento per le maniche o, a volte, per bordare l’orlo. E poi basta. Nel 1925 giunsero a noi masnade di gatti tinti e si sostituirono alla dolce e mite lontra. Ma ancora oggi, quando vedo una pelliccia di lontra, rammento quell’intera epoca della nostra vita da profughe, quando dormivamo nei vagoni merci, sui ponti delle navi e nelle stive, sistemando sotto di noi la pelliccia di lontra quando il tempo era bello e usandola per coprirci quando era freddo. Rammento una signora con delle scarpe di tela sui piedi nudi, che aspettava un tram a Novorossijsk, ferma sotto la pioggia, con un neonato tra le braccia. Per darmi a intendere che non era “una qualsiasi”, parlava al bambino in francese, con il dolce accento di una scolaretta russa: Sil vu ple! Ne pler pas! Vuasi le tramvej, le tramvej!. Indossava una pelliccia di lontra”.

Chi è che parla? È una donna che parla dal passato, racconta la sua inseparabile pelliccia, e insieme, la sua vita. È Teffi, in una pagina delle sue memorie “Da Mosca al Mar Nero” (pubblicate da Neri Pozza). Di Teffi ci si innamora subito. Attrice e rivoluzionaria – ma dalla parte sbagliata, perché finisce in un gruppo di antibolscevichi – era famosa nella Russia di inizio Novecento: in suo onore e con il suo nome si vendevano persino profumi e caramelle… Una vera star. Ma se ne deve andare, dalla sua Mosca, prima che le cose peggiorino. Così accetta l’invito di uno sconclusionato impresario per una tournée teatrale. È il 1918. In valigia, che cosa mette? Una pelliccia di lontra, appunto, che la accompagnerà non solo in treno fino a Odessa, con tanto di fermate impreviste nella steppa, militari-banditi con grilletto facile, e vodka. Ma poi, dal porto di Novorossijsk, in nave verso Costantinopoli. Ovvero Istànbul. Un viaggio che si concluderà solo quattro anni dopo, a Parigi, dove Teffi passerà il resto della sua vita in esilio.
Che cosa ci racconta questo brano? A noi adesso la pelliccia di lontra magari fa impressione, accettiamo al massimo una fake fur, ma all’inizio del Novecento, – quando ancora non esistevano i piumini! – ogni donna, davvero ogni donna, sognava una pelliccia. Sogno che è durato fino agli anni Sessanta. E di più, se pensiamo alle invenzioni di Fendi.
Eppure nella pelliccia di Teffi c’è molto altro. Innanzitutto, la consapevolezza che ci sono abiti, pezzi del guardaroba, che raccontano una storia, la nostra storia. E che funzionano da talismano: non vogliamo separarcene, finché non si disfano. Come ha fatto Teffi, in fuga da Mosca.
Nella pagina dei suoi ricordi c’è anche un elemento inaspettatamente moderno: perché un tempo, soprattutto durante la guerra, anzi le guerre, ogni capo veniva rammendato, tagliato e riciclato, se necessario, in ogni minima parte. Un trend che è tornato fortissimo adesso, come presa di coscienza ecologica, come esigenza di un mondo più sostenibile.
Però, tornando indietro nei secoli, è divertente vedere come il nostro rapporto con le pellicce sia incominciato nell’antichità: con gli dei greci e romani, quando Eracle, il dio muscoloso e forzuto, era coperto dalla pelle di leone; Dioniso, dio dell’estasi e del vino, dalla pelle di cerbiatto. E poi, la pelliccia diventa un bene prezioso nel Medioevo e nel Rinascimento. Anche per gli uomini? Certo: nel 1270 Filippo l’Ardito, duca di Borgogna, limita a cinque il numero di pellicce che un gentiluomo può possedere. Il che vuol dire che i fashionisti spendaccioni e ingordi erano molti.
Con i secoli la pelliccia si trasforma: diventa guarnizione in fondo agli abiti, fodera per mantelli, è di ermellino, lontra oppure castoro. Viene tagliata e ricomposta in altre dimensioni: piccola stola di visone per la sera, “volpina” da appoggiare sul collo di un cappotto… Eleanor Roosevelt, moglie del presidente Roosevelt e first lady anni Quaranta in America, ne aveva sempre una argentata drappeggiata intorno al collo: era il suo trademark, il suo segnale di stile. Come ricorda la scrittrice canadese Alice Munro, Nobel per la letteratura nel 2013. E lei, Alice, lo sapeva bene perché suo padre le vendeva.
Ma la pelliccia ha anche le sue regole. Nel suo Galateo anni Cinquanta Irene Brin, una delle donne più eleganti del Novecento e prima giornalista italiana di moda, annota, alla voce pellicce: “Fate quel che potete. Però ricordatevi: è meglio una fodera di onesto coniglio nero che non un pelliccione di disonesto agnellone tinto; è meglio una piccola stola di visone che non un’enorme cappa di volpi argentate; è meglio un collo di leopardo autentico che non un cappotto di pecora stampata a leopardo; è meglio cominciare con una sola bestiolina la propria futura opulenza che non buttarsi nelle avventure dei pagamenti a rate”.
Grazie dunque a Irene Brin, e mi piace ricordare che erano gli anni in cui nel guardaroba di una donna c’erano le calze con la riga, la sottoveste di seta, il cappello da giorno e da sera, e – per chi se lo poteva permettere – un filo di perle al collo, il massimo dello chic. Tutto sotto la pelliccia.

(L’illustrazione per i podcast è di Piero Corva)

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