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Cara Lisa

Cara Lisa, immagino un divano, nella tua Stanza delle Parole. L’ho ben
in mente, da quando hai aperto la tua porta, per accoglierci nella
morbidezza che prendono i pensieri, quando sono raccontati bene. Vedo
un sofà, coperto di velluto, da dove ci scrivi, sprimacciando i
cuscini di tanto in tanto e allungando i piedi nelle calze di lana,
per metterti comoda, fra una riga e l’altra.
Ora tu ci inviti a entrare, a  dire la nostra. Hai aggiunto una
poltrona, forse anche due. Sicuramente hai preparato il tè, sul
tavolino in mezzo. Vedo che hai messo i fiori, strappati dalla siepe,
in un bicchiere alto.
Ho portato i biscotti, eccomi. Il tuo salotto mi ha chiamato:
chiacchiere sulla malinconia. Ecco le mie. Sai cosa si dice: “la
pandemia non ha creato problemi fra gli adolescenti, li ha solo resi
visibili”. Bene: penso che questo valga anche per la mia età, oltre i
cinquanta. Sono triste, è palese. E non è che  io non sappia più
nascondere la mia parte scura. Solo, non voglio più farlo. C’è
un’ostinazione in me, che va oltre i miei gesti: anche per strada,
camminando con i tacchi e la solita postura, sento di essere ferma in
casa. Dove ho lasciato qualcosa di più mio.
Siamo tutti stati chiamati a un volta pagina, a cui qualcosa dentro di
me si oppone. Lo so: ci sono ragioni, anche molto serie, che
impongono un ritorno ai soliti ritmi: dall’economia che deve
ripartire, alla mole di lavoro che il mondo in sofferenza chiede. Ma
io non voglio sgomberare lo spazio della mia malinconia: non trovo
niente di più interessante da metterci. Tutto quello che mi riempiva
prima, adesso mi svuota, mi sembra tempo perso. Mi incuriosisce di più
capire che cosa si nasconde dentro questo mio bisogno di restare,
ferma e triste. Che cos’è? Che cosa mi vuol dire? Forse soltanto che
sono arrivata di corsa all’età dello sconcerto: quella in cui capisci
il limite è oggi, il limite è ogni giorno. E quindi dentro questo
spazio chiuso, vuoi mettere solo cose che, potendo, vuoi scegliere:
una a una. E per capire a cosa rinunciare ci vuole  calma, e fiducia
in quel che sei. Ti lascio questo pensiero, un foglio sul tuo tavolo:
forse dobbiamo solo fidarci di noi, dar retta all’istinto che ci
dipinge malinconiche.. Perchè è così che siamo, oggi.
Grazie, per il tè. G.

Con questa lettera che mi è arrivata nella stanza delle parole apro non solo la porta della stanza, ma vi faccio posto sul divano, metto su un tè. Perché racconta una malinconia e uno smarrimento che è anche il mio. Una vita dove adesso è difficile trovare dei punti luce, dove ci sono mattine in cui faccio fatica a uscire (metaforicamente e non solo) dal piumone. Una vita in cui la malinconia arriva e sommerge, in cui le sole parole che trovo sono quelle della stanchezza, in cui mi sembra di non avere più desiderio o desideri. E non sempre raccogliere dei giacinti in giardino è un antidoto, o una soluzione. Intanto metto i giacinti in un bicchiere accanto al divano e vi ascolto. Scrivetemi.   

Questo articolo ha 6 commenti.

  1. Orietta

    E’ molto bello e vero ciò che ha scritto, anch’io mi sento più lontana dalla vita di ieri e non ho voglio di riaverla. Malinconica certo ma più calma. Forse abbiamo aperto gli occhi , abbiamo avuto più tempo per pensare, il mondo ci ha deluso …n.on era quello che credevamo fosse. Ma almeno per i figli bisogna rimboccarsi le maniche,ripartire e dargli una speranza. Altro non so.

  2. Daniela

    Cara Lisa, cari amici, che privilegio questa pausa, questo rallentare che ci consente di fermarci a guardare dentro di noi, a scegliere per bene cosa tenere di queste nostre vite che stavano diventando sempre più affollate. Lasciar andare però è difficile, è spiazzante. Per me è difficile dire addio a rassicuranti abitudini, per quanto faticose. Per questo diventiamo malinconiche? Perché è un po’ triste salutare parti di noi e delle nostre vite? Capire che non erano nemmeno così importanti? Prendiamoci un te’ e poi, usciamo! Perché alla fine sono sempre le stesse cose che, per quanto ne so, fanno stare bene: creare qualcosa, risolvere un problema, aiutare qualcuno. Non è meglio che restare malinconiche? Con affetto

  3. Chiara

    Grazie G.
    Mi lascio anch’io cadere sul divano, distendo le gambe e appoggio la testa sulle vostre spalle.
    Sono consapevole di essere ad un punto cruciale della mia esistenza: la vita di ieri è quella che vivo quotidianamente. Irrazionalmente fantastico sul mio futuro ma con sconforto realizzo che è ancora molto lontano. Vivo in bilico, cammino per casa a braccetto con una me stessa che conosco ma ugualmente mi è estranea. Sono vuota: l’unica risorsa di buon umore è lo sguardo sorridente dei miei figli, per i quali dipingo un sorriso sul mio viso neutro.
    Provo consapevolmente a farmi del bene: fotografo i giacinti in fiore, passeggio nel bosco col cane e ammiro seduta in mezzo ad un prato i colori del tramonto…ma l’energia che ho la investo nei ragazzi. Le quarantene trascorse in casa sembrano eterne, il tempo sì dilata, il volume delle voci aumenta, gli umori variano rapidamente.
    Sono stanca. Come dice una mia amica, very new day, same shit.

  4. Cristiana

    Cara Lisa,
    Grazie di aver dato spazio a questi pensieri sulla malinconia. Come non condividere, con sincerità e tenerezza, questo stato d’animo che ci travolge intorno ai cinquanta? Tuttavia, invito tutte a non crogiolarsi in questa malinconia e raccolgo l’invito di Daniela : “Prendiamoci un te’ e poi, usciamo! Perché alla fine sono sempre le stesse cose che, per quanto ne so, fanno stare bene: creare qualcosa, risolvere un problema, aiutare qualcuno. Non è meglio che restare malinconiche?”. E vi saluto con le parole di Françoise Giroud: “La malinconia non mi si addice, non la indosso mai per uscire.” (Storia di una donna libera, Neri Pozza).

  5. Alessandra

    Cara G, grazie della lettera, e grazie Lisa per aver creato uno spazio dove condividere queste parole, riflessioni, esperienze.
    Tu dici: scrivetemi. Del resto, siamo in una Stanza delle parole. Scritte. Ma proprio io che ho sempre amato e creduto nella forza della parola scritta, adesso, dopo tanto isolamento tra libri+tv+internet, ho bisogno di parole pronunciate guardandosi negli occhi, ascoltando i toni, leggendo le espressioni, e di contatto fisico o almeno emotivo.
    Perciò, spero di poter PARLARE di tutto questo, quando vorrai, vorrete…
    Un bacio a tutte.

  6. Alessandra

    ps (che doveva forse essere una premessa al mio post precedente, sorry) A proposito della “malinconia” post pandemia, penso sia una questione non solo individuale, e non solo psicologica, di ri-trovare un’identità, alla nostra età, nella condizione esistenziale in cui ci troviamo – da anni, per vari motivi – di reinventarci un lavoro/identità personale e sociale. Noto infatti che ben due di voi hanno citato i figli come motivazione per ‘andare avanti’, cercando di continuare a sorridere. Ma non tutte hanno figli o, semplicemente, non si sentono completamente espresse nel ruolo di madre. Quanto all’ostinazione di non voler più “nascondere la parte scura”, come dice G., mi ha fatto tornare in mente quando – proprio con Lisa, 13 anni fa ormai, yeah! – discutevo l’uso della parrucca durante la chemio. Me l’ero fatta fare prima di perdere i capelli, è bella (infatti l’ho tenuta per ricordo), ma pizzicava da morire. E cominciai a usare una cloche anni ’20 (non i terribili foulard). Ricordo che Lisa mi disse: “Te la devi mettere (la parrucca) per te stessa”. Io invece pensavo che, non solo non c’era parrucca che potesse nascondere – a me stessa, per prima – la malattia e la fatica, ma soprattutto perchè chiedere a me stessa, già esausta dalle cure e, diciamolo, dalla paura di non farcela, anche lo sforzo supplettivo di nascondere appunto la malattia e la paura agli altri? Perchè mi si chiedeva lo sforzo di proteggere gli altri dalla verità quando quello di cui avevo davvero bisogno era che tutte le (poche) persone che mi erano rimaste vicine (grazie, ancora e sempre, Lisa, per avermi accompagnato in ospedale quel settembre 2009, e avermi cucinato la minestra di ceci che continuo a fare, con allegria) VEDESSERO quella sofferenza e provassero ‘compassion’: con me, non per me. Oggi, e per spiegare meglio la mia richiesta d’istinto “parliamone”, mi rendo conto che parte del problema della “malinconia” o depressione o sofferenza, sia appunto condividerla, parlarne. Ma continuo a sperare che sarà possibile, spero presto…
    Vi saluto, per ora, con una risata. Sto traslocando e veramente ho mixed feelings: tanto amo ritrovare libri e oggetti, tanto mi annoiano i vestiti di una o due vite fa (e va bene così). Poi però spuntano fuori le scarpe (mai messe) by Zaha Hadid e come si fa a non amarle e, ovviamente, tenerle? Un pezzo di una collezione parallela a quella delle mie donne artiste: una collezione di Alericordi e passioni per sempre. Baci!

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