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Volevo ritagliare l’azzurro del cielo.

Volevo ritagliare l’azzurro del cielo. Questa frase di Carlo Scarpa, l’architetto nato a Venezia, uno dei più grandi architetti del Novecento, di cui ho seguito le tracce per anni nei miei viaggi, e di cui ho scritto per il Corriere della Sera, mi risuona dentro da settimane. Finché è diventata un mio Buongiorno. Volete scoprirlo insieme a me? Partiamo da Venezia appunto, dove lui nacque nel 1906. E partiamo dal negozio Olivetti.

Il negozio Olivetti in piazza San Marco.

Nel caos di luce e turisti di Piazza San Marco c’è un negozio che è una “time capsule”, un viaggio nel tempo. Varchi la soglia e vieni trasportato in un mondo dove tutto è armonico e perfetto, un mondo creato da Carlo Scarpa. 

Il negozio Olivetti con la mostra curata da Luca Massimo Barbero.

Parte da qui, dal negozio Olivetti, ora protetto dal FAI, il mio viaggio sulle tracce dell’architetto nato a Venezia nel 1906. La sorpresa è che adesso ospita una mostra, evento collaterale della Biennale d’arte. Un incontro tra i disegni, le sculture e i taccuini del britannico Antony Gormley e le opere di Lucio Fontana. “Pensare lo spazio: il rapporto tra uomo, spazio e cosmo. Tutti e tre questi artisti, in modo diverso, hanno pensato a ciò che il segno crea nello spazio. Per questo li ho fatti incontrare qui”, racconta Luca Massimo Barbero, il curatore, che a Venezia vive, anche se lavora nel mondo; ed è, tra gli altri incarichi, Direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Cini. “Da piazza San Marco, dal luogo più caotico della città, si entra, nell’ombra, in una Venezia più intima, e si sente ancora l’acqua che scorre”. E nel silenzio, in mostra, ecco i disegni dei due artisti, pagine di carta che mi hanno particolarmente emozionato, ora che viviamo in un mondo sempre così gridato e digitale. Invitato da Barbero a “dialogare” con il luogo, Gormley osserva che: “Scarpa introduce nel proprio vocabolario la pietra, il terrazzo alla veneziana, il teak, l’ottone e il gesso, e questi materiali organici danno vita a una nuova sensibilità che ha un che di giapponese, specie le grate simili a “shōji” che schermano le finestre e l’ingresso posteriore che affaccia sul canale, composte da un intreccio di strisce verticali e orizzontali di teak e palissandro. Poiché anch’io ho utilizzato strutture composte da intrecci ortogonali nelle mie opere, mi colpisce in modo particolare osservare questi stessi elementi prodotti con materiali organici”.

Una Venezia più intima, come quelle case speciali che il giovane Barbero, accompagnato da Giuseppe Mazzariol, suo professore e  sodale di Scarpa, ha avuto la fortuna di frequentare: “Casa Scatturin, un avvocato amico di Scarpa; la casa dirimpetto abitata da Neri Pozza, il vicentino fondatore dell’omonima casa editrice; e le preziose visite nella casa di Loredana Balboni, mecenate, collezionista e dama di grande cultura. Il professore mi accompagnò alla scoperta di questo architetto, e io ho imparato a vedere “diversamente” la Fondazione Querini Stampalia, a Venezia, o il museo di Castelvecchio, a Verona”.

Il portone di Scarpa dell’Università a Venezia.

Ma rimaniamo a Venezia: c’è il negozio Olivetti, la Fondazione Querini Stampalia, l’Aula Baratto dell’Università Ca’ Foscari, la Palazzina Masieri, la Biglietteria ai Giardini della Biennale. C’è il portone dell’Università, accanto alla casa di un’amica veneziana, a lato della chiesa di San Sebastiano con le tele del Veronese: da quando l’ho scoperta mi fermo sempre, incantata da questo angolo segreto di Venezia. 

La Tomba Brion.

E infine la Tomba Brion: una deviazione in terraferma, un luogo intenso, segreto, spirituale. È la tomba che fu commissionata nel 1969 da Onorina Tomasi Brion, vedova di Giuseppe Brion (anche qui, la grande storia del design italiano: era il fondatore di Brionvega). Ci arrivi ed è una meditazione sulla vita, sulla morte, e soprattutto sull’amore, con quei due grandi cerchi concentrici che si toccano, simbolo di coppia, del matrimonio. Almeno, così li ho interpretati io. Quasi un luogo zen giapponese nel verde della campagna veneta: siamo ad Altivole, in provincia di Treviso. Giappone non a caso. Era un Paese che Scarpa amava; quando ci andò per la prima volta, nel 1969, era davvero all’estremo limite del mondo. Ed è a Sendai che morì, nel 1978; ma è sepolto qui, in un angolo appartato della Tomba Brion. Qui dove ci sono i suoi segni più forti e la sua visione: l’acqua, sempre; il mosaico reinventato; il legno, il cemento, le linee pure ed essenziali.

Il tetto del Museo Revoltella a Trieste.

Acqua ancora a Trieste, in cima a un mio luogo del cuore, il Museo Revoltella: Scarpa ideò un “camminamento” tra le statue sul tetto, e davanti, la bellezza del golfo, l’orizzonte sul mare.

La Gypsotheca di Possano, con i gessi del Canova.

Infine, l’ampliamento realizzato da Carlo Scarpa nel 1957 per la Gypsotheca di Possagno, in provincia di Treviso, dove sono conservati i modelli in gesso delle opere di Antonio Canova, lo scultore ottocentesco che proprio qui è nato. L’obiettivo era valorizzare tutto ciò che si trovava nei depositi, ora ancora più preziosi con la luce che filtra dall’alto. Così vi lascio con la frase di Scarpa, dalla lezione che tenne proprio sulla Gipsotheca: “Volevo ritagliare l’azzurro del cielo”. La bellezza semplice.

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